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martedì 29 agosto 2017

wind of change

Ormai ci siamo.
Il borsone del mare, che in realtà non è stato molto sfruttato quest’anno, sta per essere riposto in maniera definitiva. Nell’aria l’odore di solari è stato sostituito da quello di matite, grembiulini e libri in attesa di essere rivestiti.
Avrei voluto rendere speciale l’ultima estate di libertà della Princi e della Pulci, per la quale si prospetteranno comunque almeno altre due tornate di vacanze totally free. E queste settimane noi tre sole, insieme, me le sto godendo interamente, nel bene e nel male di qualche momento di sclero collettivo.
Stiamo cercando di non far pesare l’inizio della primaria: per quello ci sono sempre gli altri, pronti con la solita infilata di «quando cominci?/adesso finisce la pacchia!/stai facendo il conto alla rovescia?».
Noi ci limitiamo a rispondere alle sue perplessità su come si svolgeranno le giornate o cerchiamo di “istruirla” spiegandole che a ricreazione per mangiare la merenda non starà seduta al tavolo e che potrà chiedere alla maestra di andare in bagno chiedendole «Posso uscire?» anziché dicendole «Devo fare la pipì»; e che poi, una volta fuori dall’aula, dovrà far tutto da sola, senza la bidella ad aiutarla.
Sarà un grosso, enorme cambiamento per lei e spero di aver fatto la scelta giusta senza sovraccaricarla di responsabilità che lei, comunque, cerca anche di prendersi. Come quando, a sua volta, spiega alla Pulci che se non mangerà gli gnocchi «O mangi questa minestra o salti dalla finestra», e che ci saranno pure lo yogurt e la banana, elencandole quindi i cibi che di solito evita con cura.
E, in tema di “Wind of change”, ormai due mesi fa avevo scritto, con i vecchi metodi di penna e foglio di carta, un po’ di righe sui prossimi cambiamenti. È il momento di trascriverli, prima che vada tutto perso.
Il 30 giugno sarebbe stato una sorta di D-Day, un ultimo giorno globale: di casa “vecchia”, di città “vecchia”, di asilo, di Mamma e Pulci da sole, di una routine rodata di orari, luoghi, persone. Quindi, ecco ciò che avevo scritto.

Un pomeriggio primaverile in casa nuova, work in progress

Siamo all’ultimo giorno.
Ultimo giorno di molte cose.
Di una casa che è stata la nostra, la prima.
Quella che ha conosciuto le mie paure: di diventare adulta, di non sapere come essere “coppia”, di come prendermene cura.
Di una casa che si è ristretta e allargata a seconda del momento.
Che ci ha visti crescere diventando “Noi” e in cui siamo diventati famiglia.
Che ha condiviso, silenziosa, un periodo difficile.
Dove vi siete annunciate e vi abbiamo conosciute.
Che è stata esplorata dalle vostre manine e testate.
Su cui resteranno scritti i segni delle vostre altezze.
Che ha sentito le vostre risate, sopportato i capricci, conosciuto le vostre lacrime, che vi ha viste ballare, abbracciarvi, picchiarvi, disegnare, cucinare.

È l’ultimo giorno di scuola materna, Princi.
Dove ti ho vista crescere, imparare a divertirti senza di noi, a socializzare e aprirti al mondo, restare talvolta ai margini. Dove sei entrata piccolissima con la mia paura di abbandonarti e sei uscita che già sai scrivere.





È l’ultimo giorno di te e me, Pulci.

La mattina da inventarci, i tuoi capricci da gestire. Gli angoli della città che hai imparato a conoscere e che ora lasceranno spazio a nuove routine. L’ultimo pranzo sole, tu e io. Poi, da settembre ci saranno i pranzi Princi e io. E sarà una nuova quotidianità, mai uguale come mi aveva scritto un amico cinque anni fa.

«Perché dobbiamo trasferirci sabato?»
Mi hai chiesto ieri con le lacrime agli occhi, Princi, prima di addormentarti. Vorrei tanto essere riuscita a rassicurarti ma non so se ne sono stata capace: mi assomigli troppo per non essere spaventata, in questo momento, quanto lo sono io.
Ma quando ti ho detto che troverai altri amici ero sincera. A scuola succede: succede che trovi amici che porti con te tutta la vita, nel cuore e non solo. E il fatto che la tua scuola sarà la mia mi fa ben sperare.
Che tante cose belle succederanno non posso, purtroppo, garantirtelo. Ma non te lo dirò. Almeno, non a voce.
Spero perdonerete la follia di questi giorni, in cui poco mancava vi togliessi i piatti da sotto il naso per impacchettarli o vi facessi uscire senza mutande perché già vi aspettavano nella casa nuova.


lunedì 17 ottobre 2016

Sono le sei e tutto va bene (?!?)

Sono quasi le sei.
Sono sveglia già da un po’. Da quando la Pulci ha invocato aiuto per essere coperta. Poi è stata la volta della Princi, che non trovava Ih Oh: come se dormisse in un letto da due piazze e mezza. Ho compiuto il consapevole errore di guardare l’ora: sapevo che se fosse mancato relativamente poco all’ora del risveglio ufficiale mi sarei anche potuta alzare, magari per fare qualcosa di ciò a cui non riesco mai a dedicare del tempo.

Mi sento alla frutta. Energia sotto i tacchi, essenzialmente quella morale/psicologica/spirituale. Quella necessaria a farti sentire ed essere una buona mamma, soprattutto in periodi come questi. Periodi in cui le belve inghiottono tutte le tue giornate e non ne sono comunque sazie. Ti fanno capire che avresti potuto fare di più: giocare con loro, per esempio, interpretando i deliri da “Facciamo che tu sei... Facciamo finta che oggi sia...” o le complesse progettazioni per cui un pezzo di Lego da quattro bottoni dovrebbe reggere un castello di duecento piani e venti metri quadri. Avresti potuto fare di più: magari rinunciare a lavarti i denti per accompagnarle a scegliere i vestiti che vogliono loro perché non vanno bene quelli che hai scelto tu. Avresti potuto continuare a vivere avvolta dalla polvere, con la colonna di panni da infilare in lavatrice perennemente accumulata in bagno e portarle invece al parco.

Ecco: a volte preferisco fare lavatrici, fingere di essere una mamma-nonna Papera capace di impastare pizze e torte canticchiando come Biancaneve. E invece ti ritrovi a impastare con le piccole incollate al fianco che litigano per avere il posto d’onore per poter mescolare la farina e rompere le uova. Allora pensi che tu, da bambina, avresti tanto voluto che qualcuno ti lasciasse certe libertà per cui decidi di condividere il metro quadrato della cucina con il loro tavolino da invadere con improbabili ingredienti che poi, debitamente mescolati, pretenderanno di cucinare (e mangiare). Intanto il pavimento è bianco e scivoloso come una pista di pattinaggio (e loro, piccole Anna e Elsa, ne sono contente), appiccicoso e tu hai cercato di preparare la cena facendo la gimcana fra fornelli, armadi e cassetti che non si aprono causa lo spazio ristretto.
Nouvelle cousine
Mentre mi sento travolgere dai loro bisogni, dalle mille, troppe attenzioni nei confronti delle loro risposte emotive al mondo che le circonda e a ciò che accade in casa, abbino tutti questi pensieri ai falliti tentativi di stabilire un limite fra loro e me. Dove finiscono loro e posso iniziare io? Che, poi, io non sono solo io: c’è anche un noi. E in questo periodo è tutto così caotico, frenetico, indecifrabile. Spesso piango. Da sola, o con la mamma-nonna: perché in momenti così solo una mamma può capire. Già, ma mamma sono anch’io: e non capisco. È come se avessi perso il libretto delle istruzioni.
Mi chiedo costantemente come facciano le mamme che lavorano: perché se appena appena ho un impegno, lo sconto con crisi delle belve di vario ordine e grado.
Mi chiedo come facciano i genitori blogger: hanno uno studio fuori casa? Scrivono di notte? Si chiudono in cantina? O semplicemente accendono la tv per appiopparci davanti i bambini il tempo necessario? O, ancor più semplicemente, ignorano i loro “Mamma, ho sete! Mamma, ho fame! Mamma, pipì! Mamma, Pulci mi ha preso questo! Mamma, Princi ha fatto così! Mamma, tu non vuoi bene me!”.
Mi chiedo come facciano i genitori sempre lì sul pezzo, informati sui fatti di cronaca, sulle ultime serie tv. Qui non si sente un telegiornale per mesi: perché quando anche riusciamo a vederlo, per poterlo sentire l’audio dovrebbe essere a un volume tale che verremmo richiamati per disturbo della quiete pubblica.

Sono le sei e venti: non ho ancora deciso se stamattina andrò in palestra per tener fede all’abbonamento e abbattere le troppe calorie che mi circondano o tentare di essere una brava mamma che costruisce castelli e puzzle. Immagino che intanto dovrei essere felice del fatto che il pc, dopo un riscaldamento di mezz’ora, si sia acceso e mi abbia permesso questo sfogo.

Comunque: Buongiorno, mammaconizalzettoni.

venerdì 7 agosto 2015

Addio mobili (della cucina)

Senza dubbio dovrei fare altro: ma questo post ho iniziato a costruirlo nella mia testa ieri sera, anche se ancora non ho affrontato l’argomento “cambio - casa” in modo sistematico.



Ma oggi la cucina se ne va: e quanto mi è stato pesante non “salutarla” con un ultimo pranzo oggi, prima della dipartita. Purtroppo però il caos da sgombro che regna nella casa della mamma-nonna unito al caldo mi hanno sconsigliato questa avventura, se non altro per non stressarmi in conseguenza dell’irritabilità delle bimbe. D’altronde sono rare le volte in cui si riesce a salutare chi se ne va. Purtroppo.

E così, eccomi a salutare la cucina a modo mio: scrivendo. Sarà difficile pensare a “casa” senza di lei, avendola sempre vista al suo posto nonostante il suo posto – negli anni – sia cambiato più volte; e lei ha saputo adattarsi ai nuovi spazi, più piccoli o grandi che fossero, senza smettere mai di assolvere ai suoi compiti (eccezion fatta per la lavastoviglie). Quella cucina probabilmente ha visto i miei primi passi, sicuramente ha conosciuto i miei deliranti balletti del sabato sera a imitazione della Cuccarini e della Parisi. Sul suo tavolo ho imparato a leggere e ho fatto i miei primi compiti: “le forbici birichine”, che mi hanno vista insieme alla mamma e alla nonna china sui giornali a cercare dettagli simpatici per un collage. Quella cucina mi ha vista mangiare tutto e poi rifiutare ogni cosa, ha conosciuto le rare intemperanze del nonno, i pianti della zia arenata sui testi di psicologia, l’annuncio dell’arrivo di mio cugino. Sulla poltrona sistemata tra tavolo e mobili ha visto consumarsi e spegnersi chi se n’è andato e ha cercato di assorbire, a fatica, le lacrime di chi è rimasto.

Su quel tavolo ho festeggiato i miei compleanni più belli e anche quelli più brutti, non festeggiati ma semplicemente trascorsi. Di fronte a nonna ho discusso di amori, università e lì ho poggiato le mie tesi. Davanti a quei mobili sono passata con l’abito da sposa: e se hanno retto a tutto questo e a 37 anni di utilizzo, a malapena sono riusciti a mantenersi in forma a seguito delle scorribande di Princi e Briciolina: e l’arrivo della prima, guarda un po’, l’abbiamo annunciato proprio in cucina. In quella cucina nei cui mobili d’angolo mi nascondevo dopo aver tolto padelle e padelline; in quella cucina che ho tanto odiato quando odiavo ciò che conteneva. In quella cucina in cui la mamma e la nonna piegavano le lenzuola e avrei voluto tuffarmici dentro e dove, la mattina, eri sicuro che – alzandoti – avresti trovato la radio sintonizzata sulla Rai e la nonna che stirava. E io leggevo, forse per la centesima volta, uno dei Topolino custoditi nella cassapanca: e pensavo che nulla sarebbe mai cambiato e niente di brutto sarebbe mai potuto succedere. La cucina che, nel bene e nel male, con la tv sempre accesa anche se non c’era nessuno a guardarla, è comunque sempre stata il focolare di casa nostra.
Grazie per esserci stata, per avermi vista crescere e avermi dato l’impressione che tutto sarebbe stato solido, sempre e comunque.

Salutarti è un po’ come rendersi conto, una volta di più, che il tempo passa e devo farmene una ragione.

giovedì 12 marzo 2015

motherhood secondo me


Risultati immagini per bollettino di guerra



Bollettino di guerra:
giovedì notte: mamma –con  – calzettoni si trasforma in mamma - con  - bacinella - al – seguito
venerdì: mocci che iniziano a colare e mamma – con – calzettoni che inizia ad essere tramortita dal mal di gola
sabato pomeriggio: Lui steso sul divano con bacinella non solo a uso soprammobile
lunedì pomeriggio: Princi con alterazione e Briciolina con naso inizialmente colante
da martedì a oggi: nasi che colano, tosse continua, febbrine 
Bene. Aggiungiamoci lo scoramento, le notti in bianco, la stanchezza… E, tanto per tirarmi su, Lui ieri sera facendo zapping si imbatte in “Motherhood. Il bello di essere mamma”, pellicola del 2009 con l’incasinatissima ma costantemente affascinante mamma Uma Thurman e, per papà, il pacatissimo e distante Anthony Edwards, compianto Dottor Green di ER.
Ed è di questo che vorrei scrivere. Perché se il film ha avuto l’indubbio merito di tenermi sveglia fino alle 22.45, e se in alcuni momenti mi ha fatto sorridere perché ha proiettato sullo schermo situazioni ed emozioni che si manifestano quotidianamente anche nella casa – con – i calzettoni, a ben vedere è piuttosto improbabile. Questa mamma che vive in un appartamento rispetto al quale il nostro sembra la reggia di Caserta non solo per dimensioni ma pure per pulizia e ordine; che deve organizzare – nelle sue intenzioni – la festa perfetta per il sesto compleanno della figlia maggiore e deve ancora comprare tutto l’occorrente per farlo; che ha un figlio piccolo stile ameba, che dove lo mette sta e quindi se lo trascina senza che lui batta ciglio... beh, questa mamma, riordina la casa solo per togliere i residui della colazione, peraltro l’unico pasto della giornata; questa mamma, che seguiamo proprio nella giornata del compleanno della sua piccola, non solo riesce a rifornirsi di ciò che le serve per il mini party (io, tanto per dirla, avevo iniziato a far la spesa due settimane prima e sono arrivata in affanno comunque) e addobbare la casa, ma trascorre la mattina a fare shopping con le amiche dopo aver portato il bimbo al parco giochi e aver affrontato varie discussioni con cafoni variamente incontrati per strada. E se già per fare tutto ciò, la giornata di una mamma normale si sarebbe dilatata da 24 a 48 ore, lei, senza battere ciglio, trova pure il tempo per sedersi – che sia al giardinetto, sulle scale durante la festa della figlia o alla scrivania di casa -, accendere il computer e pubblicare continui post a commento della sua giornata. E così, da 48, le ore della giornata sarebbero passate a 72. Perché è vero, ora sto scrivendo: ma sarebbe stato più opportuno e forse salutare per me dormire visto che la notte è stata costellata dai colpi di tosse di Briciolina e che, come testimonia il bollettino di guerra iniziale, tutta la settimana è stata (e continuerà a essere) dura. Comunque è vero: si tratta di un film, quindi cosa aspettarsi?
Però a qualcosa è servito: farmi pensare cosa significhi per me essere mamma.
Essere mamma è come vestire i panni di un’acrobata: non per la miriade di cose da incastrare per far funzionare tutto, ma per il timore che qualcosa vada storto e loro stiano male, si facciano male, qualcuno faccia loro del male. Mi fa sentire come una Penelope alla guerra: perché ogni giorno bisogna combattere per lavare i denti, i capelli, bere il latte, finire ciò che è nel piatto, vestirsi non con i sandali in dicembre.

E’ una vertigine continua, un infinito viaggio sulle montagne russe che ti fa passare dall’esaltazione per un abbraccio inaspettato e un “ti voglio tanto bene!” sussurrato sul vater (nel momento del bisogno?!) allo sbigottimento per capricci con strilla e batti piedi che non si sa da cosa sia stato innescato, al senso di colpa per essere stata troppo dura, per aver fatto volare una mano o una parola fino al timore di star sbagliando tutto perché tio chiedi da dove vengano quelle bambine. Essere mamma è un puzzle i cui pezzi si combinano ogni giorno in modo diverso: perché oggi puoi lavare prima la grande, domani devi lavare di urgenza la piccola sopraffatta dalla cacchina santa e tu chissà quando potrai fare la doccia; e se anche non connetti finchè non bevi il caffè, il tuo lo bevi all’ora di pranzo perché prima devi scaldare il latte a una, poi preparare il bibe all’altra e mandare al lavoro Lui. Essere mamma è sostituire la musica degli U2 con le sigle di Peppa Pig e Olivia, le serate a teatro e al cinema con le apparecchiature notturne del tavolino da gioco. Essere mamma è dare ancor meno importanza al tuo look di quanta ne dessi prima, scoprire che il tuo guardaroba è la metà di quello delle piccole: e quando sei finalmente fuori da sola e potresti fare shopping, invece che entrare nella catena che tanto ti piace, senza sapere come ti ritrovi davanti ai negozi per bambini. Essere mamma è confondere i nomi di conoscenti e amici con quelli dei protagonisti dei cartoni animati e pensare siano i tuoi vicini di casa. Essere mamma significa credere che un cavallo stia correndo accanto alla vostra auto e che una giraffa si stia affacciando alla finestra del salottow. Essere mamma significa scoprire come sarebbe stato avere una famiglia con un papà e una mamma, avere un fratello o una sorella. Essere mamma significa capire a posteriori frasi e comportamenti che bisognerebbe ricordare per non ripeterli: essere mamma è un esercizio di memoria e un atto di fede per il futuro.

mercoledì 22 ottobre 2014

Ciao, semplicemente ciao


Un anno fa, a quest’ora, avevamo appena parcheggiato e stavamo salendo le scale dell’università. Non sapevo che, nel frattempo, mamma avesse telefonato al dottore che si era precipitato con insolita rapidità a casa ordinando di procurarsi una bombola a ossigeno.

Un anno fa, passate alcune ore in cui la Princi era stata spupazzata da un parente a un amico fin quasi ai professori, assistevamo alla proclamazione a dottoressa della zia Cucciolo, cominciando una sequenza di foto festose con tanto di corona che passava di testa in testa. E, negli stessi momenti, chissà cosa stesse facendo mamma e se fosse con qualcuno.

Un anno fa, dopo l’ufficialità della laurea, iniziava una serata in cui, se la festeggiata era appunto la zia, la protagonista era invece la Princi che si è divertita a completare il cartellone, a ridere a ogni intonazione di “Dottore, dottore…”, a infiammarsi per ogni ip ip urrà che veniva lanciato. A cinquanta chilometri di distanza, la nonna ansimava sempre più affannosamente.

Un anno fa, mentre tornavamo all’auto con la Princi sfinita nel passeggino e mentre riprendevamo la strada di casa, verso le 23 la nonna si era alzata per andare in bagno e, di ritorno, si era accasciata, pesante come un macigno impossibile da sollevare per la sola mamma: che, quindi, aveva chiamato lo zio. Poco dopo, adagiata nel letto, con un sospiro salutò chi le era vicino. E mentre il medico legale stava aspettando di vederla uscire per sempre da quella stanza in cui negli ultimi mesi aveva passato tante ore, noi, appena rientrati in casa, dovevamo fronteggiare la Princi che si era risvegliata urlando, piangendo inconsolabilmente con un capriccio che si è poi ripetuto nel cuore della notte: e solo dopo ho capito che era il suo modo per salutare la bisnonna.

Grazie alla tecnologia (il cellulare si era attaccato alla rete slovena), ho saputo cosa fosse successo solo la mattina dopo, e solo quando già stavo andando a casa di mamma: forse è stato un bene, perché tanto la sera non avrei potuto far nulla e avrei trascorso una notte ancor più angosciata di quella che ho passato cercando di frenare i caPrinci. Però il modo in cui ho avuto la notizia lo ricorderò per sempre. Ormai alle porte della città, la mamma è riuscita a finalmente a telefonarmi dicendomi di fare con calma perchè «Nonna non c’è più». Stavo guidando e ho urlato, pianto. Ha pianto anche lei e non sapendo cosa dire, mi ha passato lo zio: ma dopo poco ho riattaccato. Ogni volta che percorro e percorrerò quel tratto di strada ricorderò quel momento.

È trascorso già un anno e di cose ne sono successe parecchie.

La più importante direi che è la tenuta di mamma: tutti temevamo la partenza di nonna perché pensavamo sarebbe crollata. Invece no: si è buttata a capofitto nel mestiere di nonna forse anche alla ricerca di tutte quelle coccole e dolcezze che non ha – non abbiamo – ricevuto dalla nonna-bisnonna. La quale, però, fino all’ultimo momento aveva la Princi nel cuore, e per ricordarsi il suo nome lo aveva appuntato su un foglietto che abbiamo ritrovato nel portagioie. Era l’unica che riconosceva in un momento in cui, precisa e anti-filogattara com’era, non si rendeva neppure conto del gatto Billy e del signor Degas accoccolati ai suoi piedi per salutarla. E nei giorni successivi alla sua partenza, quando stendevo la Princi sul fasciatoio per cambiarla, lei guardava il soffitto e sorrideva, forse riconoscendo in alto il volto della nonna Carolina che, appena entrava in casa, correva a cercare nella sua stanza, rimasta chiusa per alcuni giorni. Quando è stata riaperta, la Princi ha subito chiesto dove fosse: «Qui, nel tuo cuoricino», le ho risposto prendendole la manina e appoggiandola sul petto: e ancora oggi, se le si chiede della nonna, risponde così.

Non abbiamo mai saputo se avesse capito davvero che stava per esserci un nuovo allunaggio e una cosa di cui mi sono pentita è non averle detto il nome che avevamo scelto per Briciolina: il nome di sua mamma, una donna forte e orgogliosa come spero diventi la mia cucciola. Ho pensato a nonna quando ero in sala parto: ho pensato a lei per convincermi che il dolore che stavo provando fosse nulla in confronto a quello che deve aver provato lei. Mi è mancato non vederla in ospedale a conoscere Briciolina, mi fa male pensare che non senta le sue risate e veda i suoi occhioni: ma in realtà so che sente e vede prima di noi.

Mi manca? Non lo so, a dire il vero: in realtà sembra che la vita sia sempre stata così, senza di lei. E forse in parte è vero: con le sofferenze che avevano costellato la sua esistenza, aveva in qualche modo tarpato gran parte degli aneliti di gioia, dei sogni e dei desideri di ognuno, anche il semplice desiderio di stare insieme creando quella famiglia sfondata in cui mi trovo tanto a mio agio. E così la vita, quella fatta di condivisione, amici, pranzi e cene in compagnia, caffè bevuti al bar per incontrarsi, viaggi, semplici corsi di ginnastica e computer è in qualche modo iniziata da un anno a questa parte: per mamma senz’altro.

Sembrerò impietosa e ingiusta verso la persona che tanto mi ha dato e a cui devo tanto: e infatti ritrovo in me molti suoi atteggiamenti, soprattutto quell’ansia di perfezione per la casa che la contraddistingueva. Ma a dire il vero, se tante volte sacrifico del tempo con Lui o le bimbe per pulire e ramazzare, tante altre giro le spalle o, come adesso, mi siedo e scrivo: di lei, a cui ho voluto e vorrò sempre tanto bene.


E finalmente, a un anno di distanza, le ho dedicato dei pensieri.

giovedì 16 ottobre 2014

otto mesi di mamma



Dunque: le belve dormono già da un’oretta circa, quindi non ho ancora molta autonomia.
Riprendere a scrivere dopo esattamente quattro mesi e un giorno dall’ultimo post mi pare grandioso, soprattutto tenendo conto che in questi mesi i miei pensieri hanno continuato a plasmarsi in “formato blog”.
Ma:
1.     tra la Princi e Briciolina (alias la Pulci, così ribattezzata perché sa –e in qualche modo deve – accontentarsi delle briciole di attenzioni che le riserviamo);
2.    la casa che si sporca con una velocità inversamente proporzionale alle volte in cui riesco a pulirla come si deve;
3.    i caPrinci da gestire (capricci della princi),le regrePrinci (regressioni della Princi);
4.    l’avvio della scuola (l’asilo dei “miei tempi”);
5.    e i fortunatamente numerosi seppur piccoli impegni di lavoro che ho avuto e ho…

beh, “grazie” a tutto questo finora i pensieri-formato-blog sono rimasti nella mia mente. E alcuni di questi non ne usciranno, purtroppo: passati nel dimenticatoio, surclassati da pensieri e preoccupazioni più fresche e aggiornate.

Comunque ora, non sapendo ancora quanto tempo ho a disposizione (ogni riposino equivale a un timer che solitamente scatta all’apertura del pc), volevo semplicemente scrivere che sì, mamma-con-i-calzettoni c’è ancora: più calzettona (perché dire che mi vesto casual –e quindi con calzettoni – suona come un elogio al mio abbigliamento degli ultimi mesi) ma soprattutto più mamma di prima. Perché nonostante il poco tempo che riesco a dedicarle, è da quando è arrivata Briciolina che mi sento davvero mamma; forse perché, contemporaneamente, ho dovuto fronteggiare e sto ancora fronteggiando le prese di posizioni della Princi. Che non sono poche, che sono toste e che necessitano di una vera mamma per essere arginate.

E quindi: eccomi.

la Princi vista dalla prospettiva di mamma-con-i-calzettoni scrivente


p.s: come volevasi dimostrare, il timer è scattato e quindi la pubblicazione del post avviene con la Princi e Ih Oh spalmati sul mio fianco sinistro

martedì 14 maggio 2013

Giornate della MAMMA


Forse è per consultare la mia agendina che la Princi cerca sempre di arraffarmi la borsa.

Lo fa anche quando non mi vede per tutto il giorno: finge di venirmi incontro sorridente e a braccia aperte per riempirmi di baci e finisce per allungare le manine verso la tracolla cercando di sfilarmela. E dev’essere così che ha scoperto che domenica era la festa della mamma. O anche no, dato che seppure sotto sotto mi fa piacere se ricevo qualcosa per tramite del Papi, in realtà è una di quelle ricorrenze che non mi piacciono. Come San Valentino, la festa della donna, la festa del papà. C’è qualche merito nell’essere in coppia, nel portare i tacchi anziché i boxer, o nell’arrivare a una riunione di lavoro con la cravatta sbavata da un piccolo lumacone? C’è qualcosa da celebrare se si è/si ha qualcosa? Bene: vedo che è cominciata l’opera di demolizione delle feste in vista dell’approcciarsi del complecalzettone.

A parte queste divagazioni, è proprio da domenica che - con un’insistenza martellante superiore a quella di alcuni giorni prima – la Princi ha iniziato a ripetere «mamma!». Rientrati dalla gita in fattoria che ci aveva fatto ben sperare in un pisolo ristoratore di svariate ore dato che la Princi era caduta in catalessi appena acceso il motore dell’auto, è iniziato il refrain in modalità rap. Già perché appena entrati nel cortile di casa e girata la chiave nel cruscotto, la Princi ha sbarrato gli occhi. E così Lui è riuscito a riposare quasi due ore mentre la mamma ha continuato a essere festeggiata inseguendo il passeggino con Winnie Pooh in pigiama dal salotto alla cucina, dal bagno alla cameretta.

E al risveglio del Papi, mentre affettavamo la frutta  per la macedonia, la Princi dal mezzo della cucina, le sue gambette cicciottine che fuoriuscivano dal body ancora troppo largo, ha iniziato a martellare:

«Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!».

 

Al secondo «Dimmi amore» ho capito che non c’era niente da fare. Con intonazione interrogativa, simile a un robottino o a un Cicciobello parlante, ha proseguito la solfa per dieci minuti d’orologio. E Lui ha iniziato a imitarla: per cercare di disattivarla ma, forse, più per l’invidia di essere ancora confuso con il Papa e con Barbapapà.