Visualizzazione post con etichetta Papa Francesco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Papa Francesco. Mostra tutti i post

martedì 14 maggio 2013

Giornate della MAMMA


Forse è per consultare la mia agendina che la Princi cerca sempre di arraffarmi la borsa.

Lo fa anche quando non mi vede per tutto il giorno: finge di venirmi incontro sorridente e a braccia aperte per riempirmi di baci e finisce per allungare le manine verso la tracolla cercando di sfilarmela. E dev’essere così che ha scoperto che domenica era la festa della mamma. O anche no, dato che seppure sotto sotto mi fa piacere se ricevo qualcosa per tramite del Papi, in realtà è una di quelle ricorrenze che non mi piacciono. Come San Valentino, la festa della donna, la festa del papà. C’è qualche merito nell’essere in coppia, nel portare i tacchi anziché i boxer, o nell’arrivare a una riunione di lavoro con la cravatta sbavata da un piccolo lumacone? C’è qualcosa da celebrare se si è/si ha qualcosa? Bene: vedo che è cominciata l’opera di demolizione delle feste in vista dell’approcciarsi del complecalzettone.

A parte queste divagazioni, è proprio da domenica che - con un’insistenza martellante superiore a quella di alcuni giorni prima – la Princi ha iniziato a ripetere «mamma!». Rientrati dalla gita in fattoria che ci aveva fatto ben sperare in un pisolo ristoratore di svariate ore dato che la Princi era caduta in catalessi appena acceso il motore dell’auto, è iniziato il refrain in modalità rap. Già perché appena entrati nel cortile di casa e girata la chiave nel cruscotto, la Princi ha sbarrato gli occhi. E così Lui è riuscito a riposare quasi due ore mentre la mamma ha continuato a essere festeggiata inseguendo il passeggino con Winnie Pooh in pigiama dal salotto alla cucina, dal bagno alla cameretta.

E al risveglio del Papi, mentre affettavamo la frutta  per la macedonia, la Princi dal mezzo della cucina, le sue gambette cicciottine che fuoriuscivano dal body ancora troppo largo, ha iniziato a martellare:

«Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!Mamma?!».

 

Al secondo «Dimmi amore» ho capito che non c’era niente da fare. Con intonazione interrogativa, simile a un robottino o a un Cicciobello parlante, ha proseguito la solfa per dieci minuti d’orologio. E Lui ha iniziato a imitarla: per cercare di disattivarla ma, forse, più per l’invidia di essere ancora confuso con il Papa e con Barbapapà.

giovedì 25 aprile 2013

di lettoni, pancioni e progressinci


Oggi di studiare non ho proprio voglia. Sarà che da diverse notti la Princi non ci fa dormire: che sia colpa di nuovi denti o ancora del vaccino a una settimana di distanza non lo potremo mai sapere.

Sappiamo però che se anche la mettiamo fiduciosi nel suo lettino dopo qualche ora dovremo spostarci ai margini del lettone per far spazio a lei, ai suoi calci addosso a noi, alle sue capocciate contro la testiera del letto (di legno), a tutta lei perché si mette in orizzontale giusto al livello dei cuscini. E poi dobbiamo fare spazio al sig. Degas, a Mr. Billy, convalescente dopo una lotta fra felini in cui (crediamo) ha avuto la peggio, a Gimpo, Gimpo grande o a entrambi (i pupazzi preferiti della Princi). Dobbiamo a questo punto ritenerci fortunati se, come accadeva in una pubblicità di qualche anno fa, non ci ritroviamo a letto con Fufi.

Sarà che sono contenta perché finalmente c’è il sole e se anche devo lavorare mezza giornata l’altra metà l’ho passata finalmente con Lui e la Princi facendo, per parafrasare Guido Gozzano, quelle piccole cose di grande gusto come vederla seduta dentro la doccia nella sua nuova vaschetta insieme a Pippo, Topolino, Pingu e lo squalo; vederla ballare secondo le note di una musica tutta interiore mentre si lascia scarrozzare sul suo triciclo con indosso gli occhiali da sole; lasciarmi trascinare ai margini della commemorazione del 25 aprile per dimenarsi al ritmo di “Bella ciao” (e qui si potrebbero fare commenti di destra e di sinistra); bere un aperitivo con lei in braccio.

Sarà che sono contenta perché sto contando le ore che mancano all’uscita con gli amici, faticosamente organizzata e che mi mancava un sacco: perché mi mancano loro e le loro vite, mi manca uscire assieme e sparare qualche cavolata, mi manca cenare con loro, un aperitivo con loro. A dire il vero, mi mancano gli aperitivi con Lui, con Lui e la Princi, con gli amici, con gli amici e la Princi… se dovessi rifarmi di tutti quelli che mi mancano si aprirebbero per me le porte della riabilitazione.
 
 
 
Sarà che ho appena letto un articolo che mi ha colpita e che ho effettivamente invidiato per il modo lucido, incisivo e sincero con cui sono scritte cose per le quali sono stata giudicata all’inizio del mio blog: e non le avevo neppure scritte con la stessa acutezza e precisione. Leggere quell’articolo mi ha fatto pensare a qualcosa su cui, in realtà, rifletto quotidianamente.

Perché ogni giorno confronto la vita a. P. (ante Princi) con quella d. P. (dopo Princi), sia la mia personale sia quella di coppia. Perché ogni giorno cerco di ricordare come mi sentivo da figlia se mia mamma si comportava con me come io mi comporto con lei. Perchè ogni giorno mi chiedo quali sono le immagini e i ricordi che vorrei lei avesse di me una volta cresciuta. Perché ogni giorno, prima di fare qualsiasi cosa, metto sulla bilancia lei e me: la porto in ludoteca o andiamo in città per vedere le amiche? le preparo qualcosa di buono per cena o le leggo un libro?  la porto in piscina o vado ad aerobica? vedo dove vuole portarmi ora che mi ha preso per mano o vado a fare pipì?

Forse avevo cercato di rimuoverlo ma mi è tornato in mente qualche settimana fa, parlando con Lui. Quando la Princi è nata, nell’atmosfera sospesa e paradossale dei giorni in ospedale, quando da un alto non vedi l’ora di tornare a casa e dall’altro temi alla follia quel momento, la gioia di conoscerla si è mescolata all’incredulità.

Incredulità di averla accanto e pensare fosse “mia”: la bambina di una bambina, non anagraficamente parlando, è ovvio. E così, lo scrivo con le lacrime agli occhi, c’è voluto un giorno e mezzo perché trovassi il coraggio di chiamarla. Di chiamarla Princi ma soprattutto “amore”, o “cucciolo”. Di riuscire a tranquillizzarla rivolgendomi a lei più direttamente e teneramente che con un asettico “SSh!”. Di riuscire a cantarle l’unica canzoncina che ricordo per intero della mia infanzia.

Ero totalmente stranita. E lo ero ancor più a vedere la tranquillità di Lui, che se la stringeva addosso come fosse una bambola e io invece avevo paura di quella minuscola appendice che chiedeva e non sapevo cosa.

Ancora adesso a volte ho paura di lei. Anzi: di me. Di non sapere giocare e stare con lei. Di privilegiare la sua cura materiale (vestirla, lavarla, nutrirla) piuttosto che il suo divertimento.

Poi la guardo con gli occhi di Lui, che mi ripete quante cose le stia insegnando e come mi sia attaccata.

E allora rido.
Perché seduta sul fasciatoio mi indica il piumino della cipria per passarselo sulle gote arrossate o muove il ditino davanti alle labbra per dirmi di darle il burro cacao.

Perché almeno una volta al giorno si ferma davanti alla libreria dell’ingresso e, seria seria, inizia a estrarre uno alla volta i cataloghi dei nostri amici pittori e l’opuscolo della Risiera portandomeli perché glieli spieghi.

Perché quando entra in bagno manovra il pomolo della lavatrice e sa con precisione dov’è la vaschetta per il detersivo e, in cucina, chiude il cassettino del sapone e si dirige sicura sotto il lavello quando deve buttare qualche cartaccia recuperata chissà dove.

Perché quando vede la Nonna-Bisnonna con la lima in mano inizia a strusciarsi l’uno contro l’altro gli indici.

Perché quando gli chiediamo se fuori è freddo stringe i pugni e finge di tremare, mentre se ho in mano la tazza bollente avvicina la manina scostandola subito e portandola al viso per non scottarsi.

Perché quando l’altra sera Lui ha steso i panni lei li tirava fuori dalla bacinella e li scuoteva.
Perché quando gli si chiede come fa lo zio E. lei prorompe in un «Boh!» assai simile ai suoi.
Perché l’altro giorno mi sono accorta che eravamo vestite allo stesso modo.
 
Perché venerdì, attenta al tg, ha esultato vedendo Papa Francesco iniziando a blaterare «Papa, Papa!».

Perché ci sta facendo conoscere il suo carattere testardo e smorfiosetto, finto timido e dolcissimo.

E se anche ogni giorno è uguale, in realtà ogni giorno è diverso: lei cerca quotidianamente di spiegarcelo, in quella lingua arabo-tedesca-principesca-felina che per ora e per sempre rimarrà un mistero.

domenica 24 marzo 2013

annaspando fra i puntini








Rieccomi.
Riemergo a fatica da un periodo faticoso, in cui continuo a ripetermi quella che, parafrasandola, dovrebbe essere una frase di John Lennon: la vita è quello che ti accade mentre sei impegnato a fare altro.
Unica costante presenza di questo periodo sono sempre loro: i sensi di colpa. Che, fra l’altro, mi fanno sentire ancora più a terra per il fatto di essere a terra. Senza, cioè, che sia successo nulla di così grave da giustificarlo. Però rimango a terra.
In verità in questo periodo un po’ di cose sono capitate.
 
Per esempio, è stato eletto un nuovo Papa.
Lo ammetto: come (credo) la maggior parte delle persone oggi, sono cattolica ma seguo una fede mia, fatta di rare visite in chiesa e opinioni personali spesso in combutta con quanto predicato dagli altari. Eppure quando in auto, alla radio, ho sentito che c’era stata la fumata bianca, ho deciso che avrei voluto seguire questo evento e costringere Lui e la Princi a fare altrettanto. Ed ecco il primo miracolo di Papa Francesco: se la Princi non aveva possibilità di scelta (nonostante sappia già manovrare il telecomando!) Lui non ha battuto ciglio di fronte a questa mia decisione. Anzi: ci siamo ritrovati tutti e tre stretti davanti alla tv a incantarci di fronte a questo uomo, ancora sconosciuto, con la Princi che rideva e batteva le mani. Non so come mai la sua elezione mi abbia così interessata: forse, come accade per tante altre cose da quando sono mamma, l’ho vissuta come un evento storico da ricordare per dirle un giorno “Tu quella volta avevi poco più di un anno e già avevi capito, con il tuo entusiasmo, che persona  fantastica sarebbe stata”. Perché credo sarà così.
Passando dal sacro al profano e anche se in ordine di tempo è l’accadimento più recente, c’è stata la sesta malattia.
Anzi. Se vogliamo seguire la progressione temporale, tra fine febbraio e inizio marzo è stato un pellegrinaggio pediatra-reparto di pediatria-pediatra privata-uffici vaccinazioni vari. Se quest’ultima meta è dovuta al tentativo, finora andato a vuoto, di recuperare il richiamo dell'esavalente per il resto si è trattato di dare un nome all’eruzione cutanea che ha colpito il retro della gambetta sinistra passando poi, per simpatia, a quella destra. Diagnosi: in due occasioni apec (alias dermatite asimmetrica senza causa, cura, durata precise) ribattezzata come fungo in una terza e più realistica opzione.
E quando ancora stavamo spalmando la Princi di antimicotico, è esplosa la febbre: ed è arrivata così la sesta malattia.
Ora: se leggiamo una qualsiasi enciclopedia medica di bambini si trova scritto che il nome è dovuto al fatto che è la sesta dopo le canoniche rosolia, varicella etc., “inventata” peraltro in tempi piuttosto recenti dato che sul volumone in possesso della mamma-nonna per documentare le mie malattie questa non figura nemmeno. Nel nostro caso, invece, possiamo dire che sesta sia dovuto al fatto che è, per essere difettosi nel conteggio, la sesta malattia che si prende la Princi da ottobre a questa parte. È da ottobre, infatti, che non varchiamo più la soglia della piscina, che frequentiamo la ludoteca a spizzichi e bocconi, che progettiamo di andare al cinema o a cena in tete-a-tete senza riuscirci. Tanto per gettare benzina sul fuoco dei sensi di colpa, forse è perché abbiamo egoisticamente iniziato a pensare di ritagliarci degli spazi a due che succede tutto ciò.

Che, poi, si mescola alle due influenze di Lui tra Natale e metà gennaio, i suoi problemi al ginocchio, un normale up and down di notti interrotte e notti in cui si dorme.

In mezzo: una ripresa – di cui sono ovviamente contenta – di lavoro extra con mostre, articoli, artisti da presentare; il pensiero di lavoro extra – di cui invece non sono affatto contenta – per l’approssimarsi di corsi sulla sicurezza che si terranno, com’è ovvio, nell’unico giorno libero della settimana;  le assenze di Lui per impegni sindacali; la mamma-nonna e la nonna-bisnonna influenzate…
Può solo questo giustificare il fatto che, essendomi appena vista nello specchio, mi è sembrato di vedermi come se indossassi gli occhiali su cui sono disegnati gli occhi aperti?

Frattanto in questi giorni la Princi, simile alla Pimpa, ha sviluppato una frigna mista a mammite e papite da paura. Speriamo le passi insieme alle macchioline anche perché di solito si accende a ogni cambio, indipendentemente dalle spalate di cacchina santa cui mi costringe e da cui pare non volersi separare al punto da rigirarsi sul fasciatoio come un wurstel per finire con il culetto ritto per aria. Però poi la mattina, dopo il bagnetto – anche questo intervallato da frigne immotivate che oggi possono essere perché non vuole farlo, domani perché non vuole uscirne – si accoccola stretta stretta a me e così rimane per qualche bellissimo, tenerissimo, gratificante e rigenerante minuto. Proprio come i baci di cui mi riempie la labbra.

 
Se la frigna ci auguriamo sparisca insieme al rossore, siamo tuttavia consapevoli che rimarrà quel caratterino deciso e capriccioso che sta sviluppando e che tante volte mi fa pensare “E questa da dove le è venuta fuori?”.
Perché ogni sera corre sul divano per cercare di scaravoltarsi a testa in giù sfruttando la complicità del bracciolo. Perché quando è sazia e non vuole più mangiare non lascia tutto sul ripiano del seggiolone e stop ma fa precipitare pezzi di cibo sul pavimento pensando che forse aprano il paracadute. Idem con il bicchiere dell’acqua: e i vicini sotto di noi ringraziano. Perché dopo aver appoggiato la testa su Mr. Billy in un impeto di affettuosità gli tira la coda e gli fa massaggi shiatzu sulla pancia, caldamente ripagati con (per ora innocui) morsi. Perché tra tutti i versi di animali possibili ha imparato per primi elefante e scimmia. Perché, accanto a un comprensibile apprezzamento della pubblicità con il pinguino che canta (comprensibile in quanto è un animale) si anima anche quando vede quella in cui Casanova è inseguito da una pseudo donna. Perché se le do una borsa che non uso non ci gioca mentre impazzisce se le metto in mano quella che adopero ogni giorno (e che, per la mancanza del tempo necessario a fare travasi, ho impiegato per tutto l’inverno).
 
Ci sono poi i capricci, ormai canonici, perchè non le facciamo provare i giochini nei centri commerciali, perché la devo portare via dalla ludoteca che sta chiudendo: capricci che si risolvono in quelle scene altrettanto canoniche di una mamma, additata come perfida dagli altri,  che si allontana dal luogo del misfatto con in braccio una bambina-anguilla urlante. E con, in sottofondo, la frase appena sussurrata: “Guarda che tu sei tosta ma io lo sono di più”.

E se in quei momenti vorrei tanto scomparire o schioccare nella bocca della Princi un bel mega ciuccio silenziatore in realtà sono fiera di lei. È vero: ha un bel caratterino. Ma sono contenta che lo abbia. Perché le auguro, in questo modo, di riuscire a perseguire tutti i traguardi che si porrà. Tuttavia spero che queste ultime righe le legga più tardi possibile.
p.s: alle sfighe del periodo ne aggiungo, in diretta l'ultima. Stamattina Clementina non partiva. Evidentemente venerdì, quando l'ho usata, ho trasfuso la stanchezza da me a lei dimenticandomi di spegnere le luci. E giusto ieri avevo discusso con Lui perchè vorrei, almeno una volta a settimana, riuscire ad andare in palestra.