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domenica 8 dicembre 2019

bilancio


In questi mesi, le rare volte in cui ho scritto mi sono dedicata alla memoria di quella fantastica esperienza che è stata Londra e nemmeno sono riuscita a concludere il racconto.
Qualche giorno fa ho pensato che forse sarebbe più interessante e utile per me narrare il presente: più utile in nome di quella sorta di psicoanalisi che diventa la scrittura.
E così eccomi qui, alle 5.28 di un lunedì mattina, a riprendere i fili di questo periodo. Impossibile restare a dormire ancora, sul divano, in mezzo a un gatto nero e due bimbe di cui una ha inondato il letto proprio e quello della sorella in una scena tipo esorcista. E poi ci si è messa pure l'altra: dopo, però, essersi ricordata di non aver studiato per la verifica di inglese di oggi. Ecco, siccome è già capitato che dicesse di aver mal di pancia per prendersi una pausa poi individuata come tale, stanotte non le ho creduto subito, finchè non ho dovuto metterle davanti al volo una bacinella.
Insomma, una delle difficoltà del periodo è data dalla scuola e tutto l'ambaradan pomeridiano per conciliare compiti e attività che, obiettivamente, sono tante. Si comincia il lunedì con hip hop per la Princi, che martedì ha mezz'ora di teoria dopo che la Pulci ha ginnastica. Mercoledì la Princi ha chitarra, giovedì di nuovo ginnastica per la Pulci, venerdì altro hip hop e domenica mattina catechismo più Messa.
Personalmente sto sclerando: mi sembra di essere impegnata solo nel fare e disfare zainetti. Comprensibile che la pressione sia tanta per la Princi che, però, non ha ancora capito quanto più facile e veloce sarebbe se si concentrasse nel fare i compiti proprio come sembra fare a scuola. Dove, hanno detto le maestre, è molto brava, scrupolosa, educata. Forse troppo. Confesso di averla esortata, qualche giorno fa a esserlo meno in aula e più a casa, dove da qualche tempo sembra dominata da una sindrome premestruale ininterrotta che l'ha trasformata anzitempo in una cocciuta, scorbutica, maleducata e mai appagata adolescente. Come spiegare, poi, il brivido che mi ha percorso la schiena alle parole delle maestre? Ho ipotizzato che fossero le stesse lodi che si sentiva rivolgere mia mamma ai colloqui e ho tremato al pensiero di quanto mi sia costato dopo e, soprattutto, del fatto che questa sconfinata bravura a un certo punto, ancora non individuato, si sia inceppata facendomi diventare ciò che sono: una fallita, percezione che purtroppo non è ristretta a questo momento. Terrore che accada anche a lei; anche a loro.
La Pulci, dal canto suo, sta cercando pure lei ossessive attenzioni impegnandosi per imparare a scrivere con una serietà che fortunatamente dura meno di un'ora a tentativo mentre, anche per lei, sarebbe più auspicabile un miglioramento nei rapporti umani. Quale stupore ho provato al colloquio con le maestre, convinta che mi dicessero quanto sia brava con la mia replica “ma a casa non è proprio così” mentre invece mi hanno parlato della sua incapacità a verbalizzare le difficoltà nei rapporti con le compagne che riversa poi in disegni mal colorati!? Lei, che sembra tanto forte caratterialmente e che spesso pensiamo si stia forgiando nel continuo confronto/scontro con la sorella diventa invece la più remissiva e timida delle bambine in contesti esterni.
Dal canto mio, negli ultimi mesi mi sento totalmente inadeguata. Non riesco più a giocare con loro e penso a quanto fosse più semplice quando me le tenevo attaccate, sul divano, a leggere libri su libri. Talvolta mi chiedo che esempio sto dando con il mio comportamento, ben più incisivo di tante parole: sicuramente non è positivo vedere l'affanno in cui verso fra orari di lavoro pittoreschi, tentativi falliti di pulire casa, spesa, un ritaglio personale consistente nell'ora di palestra e occhiaie persistenti. E, soprattutto, con la costante altalena di sensazioni di non fare abbastanza per loro o non fare abbastanza per me.
Molte sarebbero le cose da aggiustare: ci vuole pazienza, voglia, ci vuole coraggio. E invece mi sento piuttosto provata da un anno che non ci ha risparmiato sotto vari punti di vista.
Ma, continuo a ripetermi per crederci davvero: era un anno dispari, e a me gli anni dispari non piacciono.

domenica 1 luglio 2018

l'anno che è passato

È già trascorso un anno.
Un anno di scuola, di asilo, di casa nuova. 

Sono già trascorsi quarant'anni: di malinconie, difficoltà, malumori, solitudini, felicità, sorrisi, gioia, soddisfazioni. Il mio pessimismo di fondo bene è espresso dalle emozioni elencate per prime.

Era più o meno un mese che avrei voluto riprendere in mano il blog per lascare alle belve una testimonianza di questo compleanno tanto importante.
Alla mostra Gorizia Magica la scorsa estate
Il primo a cifra tonda insieme a loro.
Poi ci si sono messe le interferenze dell'anno che si stava compiendo, con le recite, gli spettacoli, i saggi, le feste finali.
E, oggi, festeggiamo pure il primo anno di vita a Gorizia.
Ci pensavo oggi, leggendo i molti – a mio avviso: scandalosamente troppi – commenti razzisti sui migranti. Senza dubbio uno dei motivi per cui sono felice di esserci trasferiti è il fatto che entrambe le bimbe abbiano delle classi con molti compagni stranieri. Impensabile a oggi immaginare un mondo chiuso, altrettano inconcepibile sparare sentenze su chi è diverso, dato poi che i diversi, in qualsiasi momento della vita e in qualsiasi circostanza, possiamo essere noi. Poi: diverso da chi e da cosa? Mi torna spesso in mente Shakespeare: «Ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano? Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo? E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?»

Certo tutto questo pone dei problemi: rispondere alle domande che la Princi quotidianamente mi sottopone anche in orari in cui manca la lucidità è davvero una bella sfida. Ma fa parte del gioco della sua curiosità, che è uno dei lati più preziosi del suo carattere.
L'anno scolastico appena concluso ci ha rivelato molte sorprese ed è stato ricco di emozioni.
Il primo giorno di scuola
Adesso è obiettivamente troppo presto per riuscirci a cuor leggero, ma tra qualche anno sono certa che rideremo dei pomeriggi alle prese con i compiti, a cui talvolta hanno preso parte anche i miei colleghi sollecitati dai dubbi che mi venivano sottoposti via whatsApp dalla nonna e che davano l'avvio a disperate ricerche su internet sulle caratteristiche dei frutti di stagione.
Ero certa che l'apprendimento non sarebbe stato un problema ma che qualche difficoltà in più l'avrebbe posta la sua sensibilità, per cui non me ne voglia la Princi, ma le sorprese maggiori ce le ha riservate la Pulci.

La gioia dei primi giorni dell'anno
Zitta zitta si è inserita senza problemi chiedendo dopo un paio di mesi di fermarsi a scuola fino al pomeriggio, cosa che la Princi aveva sempre vissuto come una punizione. E altrettanto in silenzio ci ha stupiti con i suoi disegni e lavoretti che, una volta a casa, ha replicato riempiendo il salotto di frammenti di carta, palline di skotch appiccicoso, scie di forbici, binari di pennarelli/matite/smalti per unghie usati come colori. E poi le lezioni di educazione stradale che impartiva durante le passeggiate, i resoconti dei libri letti dal signor M.F., rigorosamente citato con nome e cognome tanto da diventare "uno di casa", i primi fidanzatini soggetti a quotidiani aggiornamenti, i racconti su Pozzallo con i suoi due mari, il "cattello" e il "pesse" che se non lo mangi non ci puoi andare.

Come spesso accade, purtroppo, della vita ti rendi conto quando è gia passata, talmente sei risucchiato dalla routine e dai ritmi del "fai colazione/lavati i denti/vestiti/metti il giubbotto/sali in auto/bacio ci vediamo dopo/avanti: siediti e mangia/apri il quaderno/infila le scarpe/prima portiamo la Pulci a ginnastica/cambia le scarpe per pallavolo/sì, la doccia va fatta con i capelli/preparo la cena/mangiate la verdura/ok, potete un po' di cartoni/fate la pipì/infilatevi nel letto/buonanotte.

So di avervi messo ansia in molti momenti, altrettanta è quella che ho provato nel sapervi a contatto con sfide tanto grandi. È stato un banco di prova per tutti. Spero solo che mi abbiate creduta le volte in cui vi ho detto, fra un urlo e l'altro, quanto fossi orgogliosa di voi.

lunedì 2 aprile 2018

ansie mattutine

Eccomi qui.
Mi sono alzata alle 4.20, ero sveglia dalle 3 credo.
Non so perchè.
Non ho pensieri particolari: se non che continuo a ingrassare, che vorrei non mangiare, che sto trascurando le bimbe, che sto trascurando Lui, che sono nervosa, stanca, che non sono coerente nel comportamento con ciò che cerco di insegnare (ma c'è qualcuno che lo sia?).
Beh, in effetti mi pare già sufficiente per svegliarsi in piena notte.
Penso alle tante cose che vorrei fare senza riuscirci: e forse, se ne facessi solo una di questa interminabile lista, le cose potrebbero andar meglio.
Scrivere.

Cavolo: è da quando ero adolescente, da quando potevo immaginare recensioni che iniziavano con «Questa giovanissima scrittrice» che mi scorrono nella mente frasi del romanzo della mia vita, poi di quella degli altri. Ma scorrono: e a volte sono così veloci che non riesco a catturarle, o non trovo mai il giusto tempo per mettermi seduta a pensarci, o mi lascio deviare dalla fatica che comporterebbe scrivere veramente.
Fatica emotiva, mentale.
Eppure so che dovrei svuotarmi, che magari così riuscirei a sciogliere questo nodo che sento costantemente dentro, questa insoddisfazione perdurante, questo desiderio di fare pulizia di sentimenti ingombranti.
E allora intanto scriviamo qui sul blog.
Di questo periodo difficile per la ripresa del lavoro, per la riorganizzazione di tempi e spazi che hanno stravolto la routine imponendo una quotidianità più faticosa, arrancante, che si è arricchita di soddisfazioni (non moltissime a dire il vero, ma alcune significative) e di nuove persone.
Ne abbiamo risentito tutti di questi nuovi ritmi, con week end completamente stravolti e passati scollegati, pomeriggi incentrati quasi esclusivamente sui compiti, mattinate impostate sul ritmo di continui «Forza che facciamo tardi!» e musi/capricci per il poco e brutto tempo passato insieme.
Spesso in questi mesi ho sperato di essere una mamma da copertina, di quelle da “Come fa a far tutto?” sempre pimpante, allegra e capace di non far pesare la casa da sistemare, gli incastri da organizzare, la spesa da riordinare.
Credo di non esserci mai riuscita.
Ho troppo spesso privilegiato la facciata rispetto al sentimento vero, l'organizzazione di feste che forse nemmeno ricorderanno e di pomeriggi con le amichette che mi sono costati qualche sclero per le pulizie pre e post gioco.
Ho cercato di continuare a essere una mamma che risponde, racconta, spiega, anche il perchè sia tanto importante lavorare. Non sempre sono riuscita ad ascoltare, guardare, vedere cosa stesse succedendo, a non arrabbiarmi o urlare. Mi sono detestata per tutto questo e continuo a farlo.
Senza contare la sensazione di disfatta per il tempo che mi sta sfuggendo dalle mani mentre loro crescono: cosicchè tra poco lo sporadico «Sei la mamma più peggiore del mondo!» non verrà blandito da «Ma sei la più bella delle mamme» così come «Odio la famiglia» (entrambe perle della Pulci) manterrà una sua perdurante stabilità.
Spero, per scaricarmi la coscienza, di non essere stata così terribile come sembro secondo il mio implacabile metro di giudizio.
Il dubbio, però, è di esserlo stata ancor di più. Anche perché loro hanno continuato a regalarmi emozioni.

domenica 10 settembre 2017

Cuore

Vi ho lasciate addormentate solo una decina di minuti fa.
Nonostante vi avessi accompagnate in camera un’ora prima.

Il pigiama ancora da infilare alla Pulci, Princi che ha iniziato con il solito «Non ce la faccio a dormire!», detto a voce sempre più alta per la stanchezza ormai indomabile. Poi hai iniziato a urlare «Ma non so quale libro scegliere!». Allora ho scelto io, due libri adatti a questo momento importante per entrambe, anzi: per tutti noi. Due libri che parlano di come sia bello e difficile crescere.
Verità che a un certo punto ho cercato di spiegarvi chiedendovi di mettervi per un attimo nello stesso letto perché così avrei potuto parlarvi guardandovi negli occhi. Enormi. Spalancati come sempre e sempre penetranti: al punto che temo possiate aver letto entrambe che l’ansia maggiore, questa sera e domattina, è stata e sarà la mia.

Ho cercato di dirvi quanto sarà divertente andare a scuola, dove conoscerete tanti bambini: alcuni simpatici, altri meno, con alcuni vi prenderete in giro ma non servirà che stiate con loro.

E quante cose imparerete: alcune vi piaceranno, altre un po’ meno ma dovrete cercare di impararle ugualmente perché sennò non potrete essere promosse.
Non dico che non sarà difficile: e qui è scattato il tuo pianto Princi, corredato dal refrain «Ecco: non ce la farò! All’asilo non mollavo mai...» e quindi, perché dovresti mollare adesso? Poi sarà tutto bello e sai perché? Perché ci saranno mamma, nonna anche la zia ad aiutarti. (Nota per il lettore: papàconinfradito non è nell’elenco per motivi di orario legati al lavoro. Ma per la matematica spero onestamente che sia molto presente...).
Non dico che non sarà difficile, ma sarà divertente.

Ho provato a dimostrarvelo raccontandovi di quanto fossi felice di tornare a scuola dopo l’estate, delle pallonate al neon del corridoio e alla finestra del cortile che solo ieri sera mi ha ricordato un compagno di scuola. Perché la cosa più bella sarà che, ne sono certa, incontrerete amici che porterete nel cuore e in qualche caso al vostro fianco per tutta la vita.
E vi ho raccontato il mio primo giorno di scuola, in un’atmosfera che a pensarci adesso fa tanto libro “Cuore”: il maestro Giorgio dietro la cattedra, tutti noi rossi e imbarazzati stretti davanti ai nostri genitori, titubanti nel rispondere «Sì» all’appello.
Domani sarà il vostro giorno, ma so già che in voi vedrò me, bambina. Soprattutto in te, Princi: così spavalda ma impaurita, timorosa di non riuscire quando noi tutti siamo certi che ce la farai e che ti piacerà.


Certamente se ve l’avessi detto non mi avreste creduta, ma sono sicura che la cosa più difficile domani e nei prossimi mesi sarà stare una senza l’altra, anche se per poche ore. Perché, come ha detto la Pulci rispondendo alla maestra di pattinaggio, voi vi chiamate “EMMASOFIA”. Un’entità unica, che a volte entra in conflitto con sé stessa.
Avete lottato con il cuscino e il lenzuolo, che tu, Princi, hai ridotto a una sorta di serpentone che ti avvolge la gambetta. Tu, Pulci, avevi a tuo (e mio) svantaggio il pisolino del pomeriggio, ancora indispensabile ma di ostacolo allo spegnimento della luce serale. Il bacio della buonanotte ve lo darò quando andrò a letto pure io: prima avevo paura di svegliarvi.
E se poteste alzarvi vedreste che anche io mi rigirerò nel letto più e più volte prima di addormentarmi: come è sempre successo la sera prima dell’inizio della scuola.
Avrete il vestitino bello e una giornata speciale.

La prima di tante altre. 
Ps: avevo pensato di venire in cucina per preparare dei muffin in modo da garantirvi una merenda casalinga sana : le brave mamme lo fanno. Ma poi ho preferito scrivere: così negli anni potrò ricordare insieme a voi questa sera e le sue emozioni.

lunedì 17 ottobre 2016

Sono le sei e tutto va bene (?!?)

Sono quasi le sei.
Sono sveglia già da un po’. Da quando la Pulci ha invocato aiuto per essere coperta. Poi è stata la volta della Princi, che non trovava Ih Oh: come se dormisse in un letto da due piazze e mezza. Ho compiuto il consapevole errore di guardare l’ora: sapevo che se fosse mancato relativamente poco all’ora del risveglio ufficiale mi sarei anche potuta alzare, magari per fare qualcosa di ciò a cui non riesco mai a dedicare del tempo.

Mi sento alla frutta. Energia sotto i tacchi, essenzialmente quella morale/psicologica/spirituale. Quella necessaria a farti sentire ed essere una buona mamma, soprattutto in periodi come questi. Periodi in cui le belve inghiottono tutte le tue giornate e non ne sono comunque sazie. Ti fanno capire che avresti potuto fare di più: giocare con loro, per esempio, interpretando i deliri da “Facciamo che tu sei... Facciamo finta che oggi sia...” o le complesse progettazioni per cui un pezzo di Lego da quattro bottoni dovrebbe reggere un castello di duecento piani e venti metri quadri. Avresti potuto fare di più: magari rinunciare a lavarti i denti per accompagnarle a scegliere i vestiti che vogliono loro perché non vanno bene quelli che hai scelto tu. Avresti potuto continuare a vivere avvolta dalla polvere, con la colonna di panni da infilare in lavatrice perennemente accumulata in bagno e portarle invece al parco.

Ecco: a volte preferisco fare lavatrici, fingere di essere una mamma-nonna Papera capace di impastare pizze e torte canticchiando come Biancaneve. E invece ti ritrovi a impastare con le piccole incollate al fianco che litigano per avere il posto d’onore per poter mescolare la farina e rompere le uova. Allora pensi che tu, da bambina, avresti tanto voluto che qualcuno ti lasciasse certe libertà per cui decidi di condividere il metro quadrato della cucina con il loro tavolino da invadere con improbabili ingredienti che poi, debitamente mescolati, pretenderanno di cucinare (e mangiare). Intanto il pavimento è bianco e scivoloso come una pista di pattinaggio (e loro, piccole Anna e Elsa, ne sono contente), appiccicoso e tu hai cercato di preparare la cena facendo la gimcana fra fornelli, armadi e cassetti che non si aprono causa lo spazio ristretto.
Nouvelle cousine
Mentre mi sento travolgere dai loro bisogni, dalle mille, troppe attenzioni nei confronti delle loro risposte emotive al mondo che le circonda e a ciò che accade in casa, abbino tutti questi pensieri ai falliti tentativi di stabilire un limite fra loro e me. Dove finiscono loro e posso iniziare io? Che, poi, io non sono solo io: c’è anche un noi. E in questo periodo è tutto così caotico, frenetico, indecifrabile. Spesso piango. Da sola, o con la mamma-nonna: perché in momenti così solo una mamma può capire. Già, ma mamma sono anch’io: e non capisco. È come se avessi perso il libretto delle istruzioni.
Mi chiedo costantemente come facciano le mamme che lavorano: perché se appena appena ho un impegno, lo sconto con crisi delle belve di vario ordine e grado.
Mi chiedo come facciano i genitori blogger: hanno uno studio fuori casa? Scrivono di notte? Si chiudono in cantina? O semplicemente accendono la tv per appiopparci davanti i bambini il tempo necessario? O, ancor più semplicemente, ignorano i loro “Mamma, ho sete! Mamma, ho fame! Mamma, pipì! Mamma, Pulci mi ha preso questo! Mamma, Princi ha fatto così! Mamma, tu non vuoi bene me!”.
Mi chiedo come facciano i genitori sempre lì sul pezzo, informati sui fatti di cronaca, sulle ultime serie tv. Qui non si sente un telegiornale per mesi: perché quando anche riusciamo a vederlo, per poterlo sentire l’audio dovrebbe essere a un volume tale che verremmo richiamati per disturbo della quiete pubblica.

Sono le sei e venti: non ho ancora deciso se stamattina andrò in palestra per tener fede all’abbonamento e abbattere le troppe calorie che mi circondano o tentare di essere una brava mamma che costruisce castelli e puzzle. Immagino che intanto dovrei essere felice del fatto che il pc, dopo un riscaldamento di mezz’ora, si sia acceso e mi abbia permesso questo sfogo.

Comunque: Buongiorno, mammaconizalzettoni.

mercoledì 17 febbraio 2016

lavoro, lavoro, lavoro

Dire «Puoi lavorare tranquillamente da casa» è un grosso ossimoro. O equivoco. O entrambi.
Tranquillamente lo puoi fare se non hai due saette che chiamano «Mamma! Mamma! Mamma!» ogni mezzo minuto. O che, appena acceso il computer, supplicano «Mamma, giochi con me?», facendo scivolare l’indice di mammitudine sotto i tacchi se rispondi «No, amore: devo lavorare», o facendoti sembrare che stai lavorando da diverse ore mentre ti sei soltanto seduta al tavolo.
Forse, in realtà, tranquillamente si lavora fuori casa.
In un posto in cui arrivi dopo un tragitto, a piedi o in auto poco importa.
In un luogo in cui chiudi la porta e – si spera almeno per qualche minuto – lasci i pensieri dalla parte del muro opposta alla tua; non hai fornelli da controllare, pavimenti da aspirare, lavatrici da caricare mentre aspetti che si accenda il computer.
Non devi scrivere con in sottofondo una playlist di Alvin superstar.
Non devi sorvegliare il lavoro della Princi che, non volendo essere da meno, tira fuori il mini computer mentre Briciolina sfodera il proprio"tabre" (=tablet).
Non devi alzarti per prendere acqua, accompagnare in bagno, distribuire merende.
Insomma: questa, in grande sintesi, è la situazione degli ultimi giorni.
Sto sclerando. Mi sto sentendo la peggiore mamma, moglie, figlia e amica del mondo. Speriamo duri fino all’avvio della mostra. Speriamo di far funzionare i tempi, le richieste e le necessità di ognuno quel che basta per la sopravvivenza. 

domenica 5 gennaio 2014

Houston, abbiamo un problema




«Mi raccomando: non stia in piedi più di un’ora e mezza consecutiva». Questa la raccomandazione del dottor D. alla visita di ieri.

Piano per la giornata: Lui deve portare l’auto della Mamma-nonna a cambiare le scarpette alle 9; intanto, insieme alla Princi, preparo il pranzo e quando torna gliela mollo così continuano a dipingere sul cartone tutti quegli addobbi a forma di Peppa e Barbavari con cui è iniziata una nuova fase creativa. Io intanto stiro: non più di un’ora e mezza, giuro.  O sennò, per portare a termine l’impresa, mi metto seduta. Poi doccia; pranziamo, lei dorme, usciamo per andare a comprare l’aspirapolvere: il nostro ha deciso di cessare la sua attività giusto il 31 dicembre. Come dire: “anno nuovo, aspirapolvere nuovo”.

Questo era nel  regno delle ipotesi, delle speranze e delle illusioni.

Ecco la realtà.
Dopo una piacevole ma comunque lunga serata (finita a mezzanotte e tre quarti: oltre l’orario del nostro Capodanno) trascorsa con Ciccipò (che, poco dopo le 22 mi ha preso per mano per essere accompagnata a dormire: fosse così ogni sera!), la Mamma-nonna e la zia L., con Lui in libera uscita a vedere “Capitan Harlock”, la notte è stata costellata da una serie di levatacce per controllare la Princi che si lamentava nel sonno chiamando a raccolta, in momenti diversi, tutti i membri della famiglia, umana e animale. Verso le 7, ci siamo alzate e abbiamo iniziato a leggere, fare i lavori, sgridarla per rimettere a posto, cucinare: la mezz’ora in cui Lui doveva andare dal gommista si è trasformata in due ore dopo le quali mi ha ritrovata in pigiama e piuttosto provata. Per carità: la Princi è stata anche brava, non ha mai chiesto di vedere la tv (cosa che con Lui accade o che, comunque viene accesa perché «Oggi è stata brava; oggi è festa; oggi è stanca; oggi… ha le sue cose») ma oltre a badare a lei ho appunto preparato il pranzo, pulito, l’ho vestita e lavata…

Ma non è finita: di dormire non aveva proprio l’intenzione. Così, mentre Lui si è illuso di poterla addormentare adagiandosi a fianco a lei e addormentandosi effettivamente, io ho dovuto cullarla in braccio dopo averla vista zampettare per un’ora sul suo lettino nell’attesa di un sonno che non arrivava. E poi me ne sarei stata volentieri a casa: invece dopo 40 minuti spaccati di pisolo, si è risvegliata stile sirena dei pompieri, con una frigna che Lui – come sempre – ha pensato di placare mettendola in modalità cartoni. Poi per fortuna si è lasciata convincere a spegnere e siamo usciti, a cercare il famigerato aspirapolvere: e quando si è addormentata in auto sulla strada del ritorno, ho iniziato a sudare freddo al pensiero di una frigna bis. Perché le frigne arrivano sempre al momento del risveglio dal pisolo, breve o lungo che sia.

In realtà il resto della serata non è andato male, ma ammetto di aver avuto per tutto il giorno le scatole di traverso: con Lui, tanto per cambiare. Perché ventiquattr’ore prima, davanti al dottor D., era un concentrato di preoccupazione per me e la Pulci e un raccomandarsi successivo di stare a riposo e non strapazzarmi. Poi è stato fuori tutta la mattina, è arrivato e si è trovato il pranzo in tavola,  ha dormito lui e non io… il motivo è che era stanco e si era dovuto svegliare presto (in realtà dopo di noi). Bene: non oso pensare come sarà quando tra poco tornerà a lavorare e si dovrà effettivamente alzare all’alba.
 

Venendo alla Pulci e alla visita di controllo, ha allarmato un po’ tutti. A dire il vero io sto tenendo botta e la preoccupazione principale è stata innescata dal rinverdirsi del dolore causato dalle visite pre e post parto, un dolore che presto si rinnoverà ed eviterei volentieri. A parte il fatto che l’ostetrica sgaia ha cannato in pieno il conteggio dei giorni (per fortuna azzeccando quello delle settimane), a parte il fatto che stavolta sono stata pesata con un bilancia modello Cecco Beppe che ha dato un responso prevedibile ma ugualmente spaventoso (eh beh: venire pesata il 2 gennaio è una goduria con tutte le feste sulle spalle), ho sentito varie sviolinate sul fatto che ho la pressione bassa e dovrei bere due litri di acqua al giorno (e chi ha tempo di ricordarsi di farlo??) e poi che dovrei mangiare carne. Fra l’altro, mentre mi preparavo per la visita, il dottor D. ha confabulato sottovoce con Lui informandosi su quanto e come mangio: che è sempre uno schifo, se possibile con le feste ancor di più a causa dei dolci.
 

Ciò che però ha colpito tutti scatenando un’allerta meteo-parto anche fra i familiari è stato che l’estrema delicatezza del dottor D. nel visitarmi ha confermato ciò che io sentivo da tempo: la Pulci è già sulla rampa di lancio.
«Ma la sente che è bassa?» Certo che la sento, così come ultimamente sento i dolori concentrarsi in zona uscita di sicurezza; ma in quel momento avrei voluto rispondere che sentivo un male cane, che era la verità.

E quindi da ora ogni momento è buono: «La testa è in posizione e qui se salta il tappo, parte tutto!». Non so se e quanto prestar fede alle sue parole dato che è un po’ allarmista: ma anche se mi baso sul mio sesto senso e su ciò che sento, credo anche io che lo sgancio dello shuttle sia più imminente del 17 febbraio.

Questo ha mandato in crisi Lui perché così non nascerebbe acquario; ha mandato in crisi la Mamma-nonna che teme io le risponda già dalla sala travaglio (come successo per Ciccipò) e che è in estrema agitazione per cosa succederà all’ora x. E a questo penso pure io, nel senso che mi preoccupo se sarò sola o con qualcuno, come farò a raggiungere l’ospedale, dove collocherò la Princi… ma cerco di non pensarci troppo e per ora il piano di battaglia prevede giornalieri spostamenti a casa della Mamma-nonna in modo da essere vicina al campo base e in modo che la Princi sia già dove deve essere; e poi mi affido alla speranza che tutto succeda quando c’è pure Lui e che accada con la tranquillità della prima volta.

sabato 19 ottobre 2013

di convegni, pianti, passato e futuro


 






Il post precedente era di qualche giorno fa, ma non ero riuscita né a terminarlo né a pubblicarlo. E se anche adesso non ricordo dove volessi andare a parare né come intendessi continuarlo, ho pensato che valesse comunque la pena di inserirlo nel blog.

Perché oggi è una giornata leggermente diversa.

Intanto il tempo: un sole splendido. Ma, ovviamente, io lavoro. Domani è previsto un peggioramento: e, altrettanto ovviamente, sarò libera.

Poi è passata la “bufera convegno”. In realtà non so come l’avessi preso questo impegno: ci tenevo molto e sono effettivamente contenta di come sia andato nonostante i commenti del moderatore che, non avendomi fra le sue pupille, ha avuto da ridire sul mio intervento. Viste però le condizioni in cui mi ci sono presentata, direi che sono stata grande e, se ora mi fossi rilassata e fossi tranquilla, ne dovrei essere orgogliosa. Perché ieri, guidando sulla Costiera che tanto amo, quasi non mi sono accorta del tessuto blu del mare che adoro ammirare dall’alto: ero tutta concentrata sulla strada davanti a me che, a momenti, si velava fra le lacrime. In questo periodo va così: la stanchezza fisica, mentale, psicologica, si sposa a mille andirivieni per lavorare, sistemare la Princi, preoccuparsi che la spesa sia fatta, la casa sufficientemente ma mai abbastanza pulita, il frigo sufficientemente rifornito, la cena pronta prima di rientrare a casa, i panni che non riesco a stirare e che ormai ingolfano l’armadio… tanto per dire: la Princi ha un numero di maglie che credo superi la somma delle mie e quelle di Lui ed è rimasta quasi a secco.

E così ogni tanto piango. Anzi, spesso. Anche ieri sera. Sempre senza motivo apparente.
I pensieri sono stati tanti: sperare di trovarsi di fronte ai convegnisti senza intonare «Buongiorno a questo giorno che…» aspettando che la Princi intervenga con il suo «zum zum!»; sperare di produrre un discorso che fili liscio e sia sincronizzato con il power point; pensare quando e quanto rimanere ad assistere agli interventi degli altri senza tornare a casa bisognosa di una flebo di ricostituente per lo strapazzo delle ore trascorse fuori; rivedere nella mente i volti della nonna-bisnonna e della mamma-nonna sperando che quest’ultima si convinca finalmente a chiedere un aiuto; chiedersi di continuo quanto sia egoista nel continuare a portare la Princi da loro vista l’aria che tira; chiedersi, conseguentemente, se sia il caso di ricorrere al nido “a ore”; interrogarsi quotidianamente su come saranno i prossimi mesi e temere l’esplosione; sperare che, all’uscita dall’ospedale o poco dopo, possa avere delle occasioni di lavoro che mi mettano in un mood positivo, anche se inizio a chiedermi come e se ce la farò a rispettare gli impegni che già sono nell’aria; sperare – lo so: non è il massimo da auspicare – che alla visita di lunedì il dottor D. mi chieda se preferirei saltare quest’ultimo mese di lavoro.

Perché effettivamente è ciò che vorrei.
Perché avrei bisogno di una pausa. Dei weekend completamente liberi, di giornate in cui non è necessario preparare in fretta la Princi perché DEVO portarla dalla nonna ma posso prepararla con calma perché VOGLIO portarla da lei; di giornate in cui andare in piscina; di settimane in cui posso portarla ogni giorno previsto in ludoteca; di pomeriggi in cui passeggiare al centro commerciale; di serate in cui possiamo invitare gli amici; di serate in cui possiamo uscire con gli amici; di serate in cui possiamo andare a teatro o al cinema.

ma qualcosa che si muove c’è.
L’evento principale è che finalmente la mamma-nonna ha chiamato una signora per farsi aiutare con la nonna-bisnonna. Certo è che questo non cambia molto il mio stato d’animo rispetto alla situazione generale, ma almeno mi fa essere un po’ più tranquilla anche – egoisticamente – sulla possibilità che possa trascorrere qualche ora con la Princi fuori casa godendosi entrambe gli ultimi sprazzi di sole.

A proposito di teatro, già la scorsa settimana mi sono assicurata due biglietti per i Trocks: appuntamento a fine novembre e non vedo l’ora!
Relativamente al convegno, devo dire che ero molto più “presente” il primo giorno di lavori, quello in cui mi sono trovata fra studiosi che conosco e che mi hanno instillato un barlume di speranza rispetto a future possibili collaborazioni…se solo ci fossero i soldi per queste.
E poi che strana sensazione: Lui che la sera prima vuole prendere il mio posto nel lettone perché la Princi non mi disturbi durante la notte; Lui che la lava, veste e porta dalla mamma-nonna mentre io mi dedico all’operazione disboscamento, trucco, parrucco (poco parrucco, viste le attuali dimensioni della capigliatura), vestizione, cappotto, valigetta ed eccomi in strada verso la stazione. Ho quasi paura di non ricordare come si sale sul treno: in fondo, quando lo prendevo per andare all’università era un’altra vita, anzi pure due vite fa. Vedere gli studenti che parlano della matura, fresco ricordo di qualche mese prima; vedere “adulti” (già: ma ora nella categoria rientrerei pure io!) che consultano documenti di lavoro; ritrovarsi in una stazione quasi completamente trasfigurata…

E poi pensare che vorrei tanto tornare un giorno con calma senza chiedersi cosa stia facendo la Princi perché lei è con me a passeggiare sulle Rive; e pensare pure se sia normale scendere dal treno e avviarsi verso la Soprintendenza con nella mente «Il treno del nonno fa ciuf ciuf…».
Direi l’inconscio ho scelto il mio mestiere senza avvisarmi preventivamente: la gioia di aver svolto un buon lavoro, di non essermi incartata mentre parlavo, di non aver inciampato pur indossando le ballerine è nulla in confronto a quella provata quando – aprendo la porta – ho trovato la Princi che mi correva incontro urlando “Mamma!”, pronta ad abbracciarmi facendomi “pat pat” sulla schiena. E poco importa che in queste ultime sere si sia girata sul divano per ore prima di prendere sonno solo perchè voleva rimanere il più a lungo possibile con noi.

p. s: una nota che si lega al post precedente. La moderatrice della prima giornata, dopo avermi parlato per mezz’ora, ha capito di trovarsi davanti a una navicella madre solo perchè qualcuno mi ha chiesto come stessi. Devo quindi ancora capire quanto grande sia il cocomero…