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lunedì 17 ottobre 2016

Sono le sei e tutto va bene (?!?)

Sono quasi le sei.
Sono sveglia già da un po’. Da quando la Pulci ha invocato aiuto per essere coperta. Poi è stata la volta della Princi, che non trovava Ih Oh: come se dormisse in un letto da due piazze e mezza. Ho compiuto il consapevole errore di guardare l’ora: sapevo che se fosse mancato relativamente poco all’ora del risveglio ufficiale mi sarei anche potuta alzare, magari per fare qualcosa di ciò a cui non riesco mai a dedicare del tempo.

Mi sento alla frutta. Energia sotto i tacchi, essenzialmente quella morale/psicologica/spirituale. Quella necessaria a farti sentire ed essere una buona mamma, soprattutto in periodi come questi. Periodi in cui le belve inghiottono tutte le tue giornate e non ne sono comunque sazie. Ti fanno capire che avresti potuto fare di più: giocare con loro, per esempio, interpretando i deliri da “Facciamo che tu sei... Facciamo finta che oggi sia...” o le complesse progettazioni per cui un pezzo di Lego da quattro bottoni dovrebbe reggere un castello di duecento piani e venti metri quadri. Avresti potuto fare di più: magari rinunciare a lavarti i denti per accompagnarle a scegliere i vestiti che vogliono loro perché non vanno bene quelli che hai scelto tu. Avresti potuto continuare a vivere avvolta dalla polvere, con la colonna di panni da infilare in lavatrice perennemente accumulata in bagno e portarle invece al parco.

Ecco: a volte preferisco fare lavatrici, fingere di essere una mamma-nonna Papera capace di impastare pizze e torte canticchiando come Biancaneve. E invece ti ritrovi a impastare con le piccole incollate al fianco che litigano per avere il posto d’onore per poter mescolare la farina e rompere le uova. Allora pensi che tu, da bambina, avresti tanto voluto che qualcuno ti lasciasse certe libertà per cui decidi di condividere il metro quadrato della cucina con il loro tavolino da invadere con improbabili ingredienti che poi, debitamente mescolati, pretenderanno di cucinare (e mangiare). Intanto il pavimento è bianco e scivoloso come una pista di pattinaggio (e loro, piccole Anna e Elsa, ne sono contente), appiccicoso e tu hai cercato di preparare la cena facendo la gimcana fra fornelli, armadi e cassetti che non si aprono causa lo spazio ristretto.
Nouvelle cousine
Mentre mi sento travolgere dai loro bisogni, dalle mille, troppe attenzioni nei confronti delle loro risposte emotive al mondo che le circonda e a ciò che accade in casa, abbino tutti questi pensieri ai falliti tentativi di stabilire un limite fra loro e me. Dove finiscono loro e posso iniziare io? Che, poi, io non sono solo io: c’è anche un noi. E in questo periodo è tutto così caotico, frenetico, indecifrabile. Spesso piango. Da sola, o con la mamma-nonna: perché in momenti così solo una mamma può capire. Già, ma mamma sono anch’io: e non capisco. È come se avessi perso il libretto delle istruzioni.
Mi chiedo costantemente come facciano le mamme che lavorano: perché se appena appena ho un impegno, lo sconto con crisi delle belve di vario ordine e grado.
Mi chiedo come facciano i genitori blogger: hanno uno studio fuori casa? Scrivono di notte? Si chiudono in cantina? O semplicemente accendono la tv per appiopparci davanti i bambini il tempo necessario? O, ancor più semplicemente, ignorano i loro “Mamma, ho sete! Mamma, ho fame! Mamma, pipì! Mamma, Pulci mi ha preso questo! Mamma, Princi ha fatto così! Mamma, tu non vuoi bene me!”.
Mi chiedo come facciano i genitori sempre lì sul pezzo, informati sui fatti di cronaca, sulle ultime serie tv. Qui non si sente un telegiornale per mesi: perché quando anche riusciamo a vederlo, per poterlo sentire l’audio dovrebbe essere a un volume tale che verremmo richiamati per disturbo della quiete pubblica.

Sono le sei e venti: non ho ancora deciso se stamattina andrò in palestra per tener fede all’abbonamento e abbattere le troppe calorie che mi circondano o tentare di essere una brava mamma che costruisce castelli e puzzle. Immagino che intanto dovrei essere felice del fatto che il pc, dopo un riscaldamento di mezz’ora, si sia acceso e mi abbia permesso questo sfogo.

Comunque: Buongiorno, mammaconizalzettoni.

mercoledì 20 gennaio 2016

angoscia

Mercoledì: lo aspetto per tutta la settimana. Questa è la serata in cui posso incontrare i detective Benson, Amaro, Flinn. Ma ho bisogno di scrivere, un bisogno impellente, assoluto. Altrimenti scoppio a piangere, senza freno. E oggi ho già iniziato a farlo diverse volte.
Reduce da un week end impegnativo: un sabato costellato di capricci alternati, con l’apice toccato da Briciolina al centro commerciale dove ho temuto chiamassero il Telefono Azzurro. Niente di chè, l’avevo solo allontanata dal negozio di giocattoli dove aveva preso in ostaggio un Bugs Bunny e un passeggino per bambole. La domenica è andata meglio, con l’attesa della gita a Trieste per lo show di Masha e Orso: non un granchè, a dire il vero, soprattutto per la discutibile mise del corpo di ballo, con le ragazze in calze autoreggenti e i ragazzi strizzati in tutine simil tirolesi che lasciavano poco all’immaginazione. Ma le bimbe si sono divertite: hanno ballato sulle nostre ginocchia per l’intera durata dello spettacolo e abbiamo cercato di prendere a pugni un discreto numero di bambini e genitori per avvicinarci ai pupazzoni una volta calato il sipario.
Piccola chef al lavoro
Poi è iniziata la settimana: tutti i programmi mentali sulle cose da fare l’indomani si sono dissolti di fronte ai lamenti di Briciolina che, la sera di domenica, non voleva saperne di dormire, nella notte si è svegliata le solite due-tre volte finchè di mattina ho capito che poteva avere un’infezione urinaria. Quindi: mattinata dal pediatra. Il tempo di pranzare per correre poi a prendere la Princi. E per tutto il pomeriggio (sola con loro) tira fuori giochi, risistemali, sclera, lascia che la Princi si lanci nell’idea di lavare il pavimento del salotto perché la sera ci sarà la festa per papi (?), prepara i muffin per la festa (così li testiamo in vista del bis compleanno), lascia leccare i cucchiai, lasciale impiastricciare di cioccolato che spalmano sul pavimento, lanciale entrambe sotto la doccia prima che chiazzino tutta la casa, comincia a preparare la cena e per avere un attimo di pace dispensa pentole, pasta, pomodorini e mestoli per farle giocare.
Una piccola porzione dei libri che vorrei/dovrei leggere
Martedì lascia la Princi a scuola fino alle tre e mezza, così puoi leggere e iniziare a prepararti in incredibile ritardo per la visita guidata di sabato prossimo. E quando riporti a casa la Princi con la vaga idea di andare poi tutte assieme in ludoteca in attesa del colloquio con le maestre, ecco la crisi, replicata pure oggi con l’aggravante della presenza di Lui. Ecco: ieri sono riuscita a mantenermi straordinariamente calma, oggi inizialmente un po’ meno perché la crisi è iniziata a casa di un’amichetta. Non esagero se dico che mi sembrava di contenere una bambina schizofrenica, o autistica. Non esagero se dico che ho temuto si potesse fare veramente del male strofinandosi e grattandosi come faceva. Non esagero se dico che mi sento impotente, fallita. Perché non so cosa fare per evitare questi momenti, dovuti (ormai lo sappiamo) a stanchezza. Il punto è che vorrei/avrei bisogno che stesse a scuola fino al pomeriggio per abituarsi alla mia minor presenza in vista del lavoro che dovrei iniziare nelle prossime settimane. Ma non sono certo nello spirito adatto per intraprendere questa avventura. D’altronde se rinunciassi so che prima o poi, magari inconsciamente, lo rinfaccerei alle piccole.
Che non se lo meritano, anche se mi stanno risucchiando ogni energia.
Anche se mi fanno sentire spremuta come un limone.
Anche se le giornate ruotano attorno alla ricerca del loro benessere: che però non è mai abbastanza, evidentemente.
Anche se imputo a loro la forma sformata che ho.

E questo mi riporta alle prime lacrime della giornata, a stento trattenute. Oggi ho finalmente esaurito gli ingressi nella vecchia palestra: quella che ho iniziato a frequentare appena abbiamo iniziato a convivere; che mi ha vista cercare le perfezione in vista del matrimonio; che mi ha vista affogare la preoccupazione per la malattia di Lui nelle ore di acquagym; che mi ha permesso di respirare e incontrare persone in carne e ossa mentre ne incontravo a bizzeffe, mute, sui libri durante il dottorato; nei cui specchi ho incrociato il mio sguardo di disappunto quando cercavo di bilanciare con l’allenamento il progressivo sbocciare dei pancioni. Una vita, anzi, tante vite che si chiudono. E io che ancora non mi percepisco pienamente mamma.
Ma lo sono. 

E cerco di fare il meglio che posso. Il che non significa necessariamente che sia il meglio per loro. ma non so neppure quale sia il bene per me. Sarei tentata di buttare all’aria, rimandare tutti gli impegni di lavoro che si profilano all’orizzonte ormai non troppo lontani. Ma non è giusto: sono arrivati senza che neanche li cercassi e mi pentirei. Ma al momento ho in testa solo quel pianto straziante, quelle urla che non sempre ho la pazienza di arginare nel modo giusto. E intanto il cuore va in frantumi. E vorrei una mano sulla spalla, vorrei ricordare le parole di chi mi dice che con loro sto facendo un buon lavoro: ma soprattutto vorrei crederci. Per oggi, intanto, mi accontento di pensare che il momento più esaltante della giornata è stato mettermi la crema sui piedi.

venerdì 13 giugno 2014

quattro mesi di noi quattro


Bene. Belve insolitamente addormentate: entrambe a un’ora decente, entrambe nel proprio letto. Marito altrettanto insolitamente fuori casa. Tv che, invece, come al solito non trasmette nulla di buono. Mamma-con-i-calzettoni che, infilata la canotta-pigiama di Minnie, dopo un attimo di smarrimento ed ebbrezza del tipo «E mo’ che faccio?» si ricorda di avere un blog che non aggiorna da tempo. Da quando cioè quel fagottino rosa dal sorriso sdentato e gioioso, dal faccino tondo incoronato da un boschetto di capelli nerissimi è arrivato a scuotere quella che ormai rischiava di diventare una routine. 

Ovviamente abbiamo glissato questo pericolo: e ora che la Pulci ha 4 mesi possiamo dire che siamo ancora, e costantemente, in fase di rodaggio.

Perché la Princi frigna e fa capricci di continuo.
Perché la Pulci ora si è calmata (e so che mi pentirò di averlo scritto perché subito verro smentita) ma nei suoi primi sessanta giorni non ha fatto che piangere, tutto il giorno, tutti i giorni: e grazie alle braccia della mamma-nonna che, proprio a seguito di questa “manovalanza”, ha costruito un rapporto di speciale intesa con lei.
Perché Lui reclama a sua volta attenzioni e, a ragione, dice che sono diventata insopportabile.

Perché io piango perlomeno una volta a settimana, più spesso due:  perché mi sento in colpa del fatto di esserci troppo, troppo poco per l’una o per l’altra, di esserci male; perché non gioco con una e non coccolo/porto in piscina/a fare i massaggini/canto all’altra; perché ogni tanto faccio volare qualche sculaccione o sgrido una e ogni tanto sbotto con continui «Basta! Basta!» nei confronti dell’altra che magari sta solo piangendo per fame.

Perché vorrei avere il tempo di scrivere: per raccontare finalmente come è andata in quella splendida mattina di sole in cui è arrivata la Pulci; per cercare vanamente di descrivere la gioia dei suoi occhi quando incrocia i miei o l’effetto calmante che produce la vista della Princi anche quando le sue intenzioni non siano bellamente pacifiche; per fissare a futura memoria le frasi e le buffe parole che quotidianamente sforna la Pulci: che ora, a parte essere impinzata per i Mistogatti, in pieno clima mondiale ogni tanto borbotta «dell’elmo di Scipio, cinta testa».

Ma soprattutto, oltre a mantenere una certa salute mentale e una parvenza di contatto con il mondo esterno, scrivere potrebbe aiutarmi una volta di più a fermarmi per mettere a fuoco quanto siano meravigliose, entrambe: nonostante i loro capricci, pianti, incubi notturni e miei mal di testa. Perché un giorno, non troppo lontano, tutto questo mi mancherà: e già ora mi trovo a pensare che vorrei il tempo si fermasse: ovviamente, nei momenti in cui la Pulci ride e la Princi imita le posizioni di danza che le sto insegnando.

sabato 22 febbraio 2014

Tu chiamale, se vuoi, emozioni


Da dove cominciare?
Da otto giorni fa, da oggi, da lunedì prossimo?

Diciamo da oggi.

Oggi che, a qualche giorno di distanza dal soggiorno-villeggiatura in ospedale (durato troppo poco per farmi coccolare e riposare a dovere) trascorro di nuovo qualche ora da sola con la Pulci, complice una festa di compleanno a cui Lui ha portato la Princi capendo (finalmente) i motivi della mia non voglia e scusandoli con un «Hai ragione: meglio se stai a casa a riposare».
Oggi in realtà non ho riposato molto, ma va bene così: sia perché la Pulci stanotte mi ha regalato un solo risveglio/poppata, sia perché ho voluto prendermi un po’ cura della casa, fatto che non credo si ripeterà con tanta frequenza d’ora in poi.

Mi sembra tutto così strano: pensare che appunto una settimana fa ero in ospedale; che otto giorni fa ho vissuto quell’incredibile esperienza dell’allunaggio – esperienza completamente diversa dal primo approdo; che in pochi giorni siano cambiate tante cose e che giovedì pomeriggio, pur presentendolo, non potevo affermare con sicurezza che di lì a breve avremmo assistito a tanti cambiamenti.

Come mi sento oggi?
E’ una strana sensazione sentirselo chiedere dalla mamma-nonna, solitamente più attenta allo stare fisico anziché psicologico; più “normale” sentirselo chiedere dalla Nonna 2; piacevole sentirselo domandare dalla zia M. e da chiunque possa, per vari motivi, ritenersi insospettabile a certe curiosità e attenzioni.

Mi sento…
che spesso mi viene da piangere: perché guardo il sorriso e la felicità della Princi e temo di averle fatto un torto “regalandole” la Pulci, temo di non riuscire ad amarla quanto merita, di non poterle dedicare le attenzioni che dovrei e vorrei: e questo ora che è Lui a occuparsi principalmente di lei; e mi chiedo come sarà lunedì quando tornerà al lavoro.

Mi sento…
che ho paura al pensiero che, appunto, da lunedì Lui non sarà presente h24 al mio fianco: per prendersi cura della Princi, giocare con lei, prendersi cura di me preparandomi mezzo chilo di insalata come ha fatto ieri sera o pulendo la casa senza che io glielo chieda. E per tutto questo aiuto, auspicato ma di cui tutto sommato non lo credevo capace, passa davvero in quarto piano il fatto che non mi abbia portato nemmeno una rosa in ospedale.

Mi sento…
che guardo la Pulci e mi viene da piangere: perché è così piccola, bella, perfetta, con ogni cosa al posto giusto, così simile alla Princi eppure così diversa. Perché come ha detto la dottoressa A., con cui siamo riusciti a parlare in extremis giovedì pomeriggio prima dell’allunaggio, ogni figlio è diverso perché arriva in un momento diverso, quando noi siamo diversi. La guardo e mi viene da piangere perché mi sembra impossibile sia stata lei a farmi sentire un dirigibile, a farmi muovere come un pachiderma con l’artrosi, a provocarmi tante nausee nei primi tre mesi, a farmi sentire infinitamente stanca e con forze talmente ridotte da non riuscire a star dietro alla Princi.

Piccola fotografa all'opera: particolare di piedini e frammento di gatto
Mi sento…
che mi viene da piangere pensando agli ultimi giorni trascorsi a tu per tu con la Princi: giorni che rimpiango perché eravamo appiccicosamente, forse troppo ossessivamente io e lei, con una piacevole routine che superava gli scogli dei capricci che di tanto in tanto ci regalava. E quando ora – la mattina – riesco a leggerle un libro sedute vicine sul divano mi sembra un deja vù ma tutto diverso.

Mi sento…
che mi viene da piangere perché sono entrambe così speciali, belle, divertenti, mie: perché in questo secondo allunaggio non ho dovuto imparare il senso di maternità, aspettare che si manifestasse scovandolo da chissà quale angolo di me. Questa volta mi sono sentita subito mamma, e non perché lo fossi già. O, almeno, non solo per quello. Sapendo cosa stesse per succedere “oggettivamente” prima dell’approdo, sapendo che non si sarebbe rotta prendendola in braccio la prima volta, sapendo dove mettere le mani per cambiarle il primo pannolino, sapendo gestire le perdite del post parto, i super sexy mutandoni di rete, i reggiseni da allattamento: sapendo tutto questo ho potuto concentrarmi sulle emozioni, le sensazioni di questa seconda ma nuova esperienza. Così da riuscire a chiamarla «Amore» appena l’ho vista.

Certo: non mi sarebbe dispiaciuto trascorrere un giorno in più nella bambagia dell’ospedale, circondata dalle attenzioni di tutto il personale, della famiglia e degli amici per dirottare le attenzioni che ricevevo verso la Pulci, dedicandomi solo a lei e a conoscerla. Perché, a ben vedere, quei tre giorni sono stati gli unici in cui io sono stata solo sua e lei solo mia.

Ma è stato forse più giusto dissolvere la bolla di sapone per tornare alla realtà e alla Princi: che di giorno fa la dura e cerca solo papà, ma di notte si sveglia chiamando mamma. E riuscire a giostrarmi fra lei e le poppate della Pulci è un rebus in via di risoluzione, mai definitiva.

sabato 19 ottobre 2013

di convegni, pianti, passato e futuro


 






Il post precedente era di qualche giorno fa, ma non ero riuscita né a terminarlo né a pubblicarlo. E se anche adesso non ricordo dove volessi andare a parare né come intendessi continuarlo, ho pensato che valesse comunque la pena di inserirlo nel blog.

Perché oggi è una giornata leggermente diversa.

Intanto il tempo: un sole splendido. Ma, ovviamente, io lavoro. Domani è previsto un peggioramento: e, altrettanto ovviamente, sarò libera.

Poi è passata la “bufera convegno”. In realtà non so come l’avessi preso questo impegno: ci tenevo molto e sono effettivamente contenta di come sia andato nonostante i commenti del moderatore che, non avendomi fra le sue pupille, ha avuto da ridire sul mio intervento. Viste però le condizioni in cui mi ci sono presentata, direi che sono stata grande e, se ora mi fossi rilassata e fossi tranquilla, ne dovrei essere orgogliosa. Perché ieri, guidando sulla Costiera che tanto amo, quasi non mi sono accorta del tessuto blu del mare che adoro ammirare dall’alto: ero tutta concentrata sulla strada davanti a me che, a momenti, si velava fra le lacrime. In questo periodo va così: la stanchezza fisica, mentale, psicologica, si sposa a mille andirivieni per lavorare, sistemare la Princi, preoccuparsi che la spesa sia fatta, la casa sufficientemente ma mai abbastanza pulita, il frigo sufficientemente rifornito, la cena pronta prima di rientrare a casa, i panni che non riesco a stirare e che ormai ingolfano l’armadio… tanto per dire: la Princi ha un numero di maglie che credo superi la somma delle mie e quelle di Lui ed è rimasta quasi a secco.

E così ogni tanto piango. Anzi, spesso. Anche ieri sera. Sempre senza motivo apparente.
I pensieri sono stati tanti: sperare di trovarsi di fronte ai convegnisti senza intonare «Buongiorno a questo giorno che…» aspettando che la Princi intervenga con il suo «zum zum!»; sperare di produrre un discorso che fili liscio e sia sincronizzato con il power point; pensare quando e quanto rimanere ad assistere agli interventi degli altri senza tornare a casa bisognosa di una flebo di ricostituente per lo strapazzo delle ore trascorse fuori; rivedere nella mente i volti della nonna-bisnonna e della mamma-nonna sperando che quest’ultima si convinca finalmente a chiedere un aiuto; chiedersi di continuo quanto sia egoista nel continuare a portare la Princi da loro vista l’aria che tira; chiedersi, conseguentemente, se sia il caso di ricorrere al nido “a ore”; interrogarsi quotidianamente su come saranno i prossimi mesi e temere l’esplosione; sperare che, all’uscita dall’ospedale o poco dopo, possa avere delle occasioni di lavoro che mi mettano in un mood positivo, anche se inizio a chiedermi come e se ce la farò a rispettare gli impegni che già sono nell’aria; sperare – lo so: non è il massimo da auspicare – che alla visita di lunedì il dottor D. mi chieda se preferirei saltare quest’ultimo mese di lavoro.

Perché effettivamente è ciò che vorrei.
Perché avrei bisogno di una pausa. Dei weekend completamente liberi, di giornate in cui non è necessario preparare in fretta la Princi perché DEVO portarla dalla nonna ma posso prepararla con calma perché VOGLIO portarla da lei; di giornate in cui andare in piscina; di settimane in cui posso portarla ogni giorno previsto in ludoteca; di pomeriggi in cui passeggiare al centro commerciale; di serate in cui possiamo invitare gli amici; di serate in cui possiamo uscire con gli amici; di serate in cui possiamo andare a teatro o al cinema.

ma qualcosa che si muove c’è.
L’evento principale è che finalmente la mamma-nonna ha chiamato una signora per farsi aiutare con la nonna-bisnonna. Certo è che questo non cambia molto il mio stato d’animo rispetto alla situazione generale, ma almeno mi fa essere un po’ più tranquilla anche – egoisticamente – sulla possibilità che possa trascorrere qualche ora con la Princi fuori casa godendosi entrambe gli ultimi sprazzi di sole.

A proposito di teatro, già la scorsa settimana mi sono assicurata due biglietti per i Trocks: appuntamento a fine novembre e non vedo l’ora!
Relativamente al convegno, devo dire che ero molto più “presente” il primo giorno di lavori, quello in cui mi sono trovata fra studiosi che conosco e che mi hanno instillato un barlume di speranza rispetto a future possibili collaborazioni…se solo ci fossero i soldi per queste.
E poi che strana sensazione: Lui che la sera prima vuole prendere il mio posto nel lettone perché la Princi non mi disturbi durante la notte; Lui che la lava, veste e porta dalla mamma-nonna mentre io mi dedico all’operazione disboscamento, trucco, parrucco (poco parrucco, viste le attuali dimensioni della capigliatura), vestizione, cappotto, valigetta ed eccomi in strada verso la stazione. Ho quasi paura di non ricordare come si sale sul treno: in fondo, quando lo prendevo per andare all’università era un’altra vita, anzi pure due vite fa. Vedere gli studenti che parlano della matura, fresco ricordo di qualche mese prima; vedere “adulti” (già: ma ora nella categoria rientrerei pure io!) che consultano documenti di lavoro; ritrovarsi in una stazione quasi completamente trasfigurata…

E poi pensare che vorrei tanto tornare un giorno con calma senza chiedersi cosa stia facendo la Princi perché lei è con me a passeggiare sulle Rive; e pensare pure se sia normale scendere dal treno e avviarsi verso la Soprintendenza con nella mente «Il treno del nonno fa ciuf ciuf…».
Direi l’inconscio ho scelto il mio mestiere senza avvisarmi preventivamente: la gioia di aver svolto un buon lavoro, di non essermi incartata mentre parlavo, di non aver inciampato pur indossando le ballerine è nulla in confronto a quella provata quando – aprendo la porta – ho trovato la Princi che mi correva incontro urlando “Mamma!”, pronta ad abbracciarmi facendomi “pat pat” sulla schiena. E poco importa che in queste ultime sere si sia girata sul divano per ore prima di prendere sonno solo perchè voleva rimanere il più a lungo possibile con noi.

p. s: una nota che si lega al post precedente. La moderatrice della prima giornata, dopo avermi parlato per mezz’ora, ha capito di trovarsi davanti a una navicella madre solo perchè qualcuno mi ha chiesto come stessi. Devo quindi ancora capire quanto grande sia il cocomero…

giovedì 25 luglio 2013

finalmente ferie!! ferie?!?


Un mese? Più o meno è questo il tempo dall’ultimo post. In mezzo ci sono state quasi due settimane di ferie e, ora, il recupero post vacanza. Alias: immediato rientro al lavoro con circa una decina di lavatrici da caricare/stendere/stirare (in parte sono ancora lì che attendono di essere sistemate), novità inattese da gestire/accudire/decidere, novità non tanto nuove e positive con cui fare i conti perché a rimanere impassibile io, proprio, non ci riesco.

Comunque mi ero ripromessa una sorta di diario dettagliato delle ferie che ora - vuoi perché è passato del tempo, vuoi perché ci sono tante altre cose di cui raccontare - subirà un drastico ridimensionamento.

Alcune perle però non si possono trascurare, come il fatto che – partiti alle 4 di mattina per viaggiare con la Princi dormiente – soltanto a Bologna ci (mi) siamo (sono) resa conto che sul sedile posteriore era appoggiata una borsetta sigillata che assomigliava tanto al sacchetto dell’umido che avevo chiesto a lui di buttare nel cestino della strada, sotto casa. «Ma cosa vuoi che capisca alle quattro di mattina?».

I primi due giorni, poi, ci hanno fatto dubitare della bontà della vacanza: personalmente sarei stata intenzionata a riprendere l’auto e tornare a casa. Come saremmo sopravvissuti quattordici giorni con una Princi urlante? Perché questo ha fatto per le prime sere: strillare. Come se stesse male; come se la stessimo scuoiando; come quando ha avuto l’otite. La prima sera per evitare di farci cacciare dall’albergo abbiamo pensato di placarla passeggiando finchè non si fosse addormentata: Lui è uscito per ben due volte, la terza mi sono accodata pure io e siamo andati avanti – sotto gli occhi penosi del portiere notturno sbigottito di questo andirivieni – fino a mezzanotte inoltrata. Il giorno successivo la scena è stata anticipata al sonnellino pomeridiano, con replica serale. Ma in entrambi i casi, seppure a malincuore tanto nei confronti suoi, nostri e dei vicini di stanza, ho tenuto duro: un po’ per merito de “La donna cannone”, un po’ per quello di Santa Peppa (così ribattezzata da una delle tante nonne in vacanza da sola con i nipotini), un po’ grazie allo sciroppo calmante preso in farmacia, l’emergenza è rientrata. Emergenza che, fra l’altro, non abbiamo attribuito solo al cambio di clima e ambiente ma soprattutto agli effetti post vaccino morbillo-rosolia-parotite e meningococco: eravamo stati avvertiti che si sarebbero potuti manifestare dopo due settimane che, guarda la fortuna!, coincidevano proprio con la partenza per le ferie. Partenza che, tanto per dirla tutta, si è svolta con una febbre principesca a 39°.
 
Princi Pig in riva al mare
Il resto della vacanza si è svolto alla perfezione: una perfezione che, dallo scorso anno, fa i conti con qualche pianto/capriccio sulla spiaggia;  due lettini noleggiati inutilmente dato lo scarso tempo che ci abbiamo trascorso seduti (lasciamo stare sdraiati); un programma giornaliero di fitness comprendente passeggiate in riva al mare a riempire di “quacqua” il secchiello di Peppa Pig; passeggiate ai giochini con relativo sollevamento Princi e spinte al dondolo-coccodrillo che è risultato in assoluto il suo preferito; ripescaggi sotto gli ombrelloni dei vicini; corse e lotte serali per farsi tenere per mano mentre faceva scorribande nelle vie del centro; passeggiate pomeridiane chilometriche per tentare, quasi sempre invano, di addormentarla e collassare accanto a lei; zuffe per la doccia.

Sul trenino per Gradara
Ma a questa perfezione si sono aggiunti dei momenti davvero d’oro. Avere un bambino significa moltiplicare le occasioni di conoscenza e scambi di opinioni, in albergo e sulla spiaggia; significa essere sempre guardati con un sorriso, fortunatamente nel nostro caso di soddisfazione visto che, passati i primi due giorni di fuoco, la Princi è tornata in sé ed è stata occasione di lodi da parte di molti; significa sentirsi a un metro da terra quando ti dicono di aver fatto un ottimo lavoro come genitori; significa guardarla andare in giro completamente indifferente alla nostra presenza per scoprire il mondo e meravigliarsi di ogni più piccola cosa, dal trenino che attraversa la città alle fontane in cui si è schizzata da capo a piedi.


I momenti d’oro per la coppia e per il singolo sono invece sempre più risicati: e allora allunghi la doccia anche se ti sei già lavata e sciacquata tre volte i capelli; cerchi di non sentirti in colpa se hai mollato la pallina già da mezz’ora nelle braccia del papi; ti suddividi i momenti della giornata riuscendo così anche a leggere il quotidiano (cosa che a casa non succede mai) sotto il gazebo della spiaggia, e scopri così che le notizie di politica tanto noiose  non sono se ti permettono di avere cinque minuti in più per te; e ti chiedi per quale balzana idea Lui abbia infilato nella borsa del mare le carte per giocare (e battermi, come faceva sempre) a scala 40.
 
Sullo scivolo
 

Insomma: le vacanze non sono più le stesse. Meglio quelle di una volta? Quando rincorri la Princi sulla spiaggia, devi contenere i suoi urli sotto la doccia, devi arginare i suoi capricci perché vuol salire sulla giostrina…, per un attimo pensi di sì. Ma non sono né meglio né peggio: sono diverse. Perché, ora sì, siamo una famiglia.