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mercoledì 22 ottobre 2014

Ciao, semplicemente ciao


Un anno fa, a quest’ora, avevamo appena parcheggiato e stavamo salendo le scale dell’università. Non sapevo che, nel frattempo, mamma avesse telefonato al dottore che si era precipitato con insolita rapidità a casa ordinando di procurarsi una bombola a ossigeno.

Un anno fa, passate alcune ore in cui la Princi era stata spupazzata da un parente a un amico fin quasi ai professori, assistevamo alla proclamazione a dottoressa della zia Cucciolo, cominciando una sequenza di foto festose con tanto di corona che passava di testa in testa. E, negli stessi momenti, chissà cosa stesse facendo mamma e se fosse con qualcuno.

Un anno fa, dopo l’ufficialità della laurea, iniziava una serata in cui, se la festeggiata era appunto la zia, la protagonista era invece la Princi che si è divertita a completare il cartellone, a ridere a ogni intonazione di “Dottore, dottore…”, a infiammarsi per ogni ip ip urrà che veniva lanciato. A cinquanta chilometri di distanza, la nonna ansimava sempre più affannosamente.

Un anno fa, mentre tornavamo all’auto con la Princi sfinita nel passeggino e mentre riprendevamo la strada di casa, verso le 23 la nonna si era alzata per andare in bagno e, di ritorno, si era accasciata, pesante come un macigno impossibile da sollevare per la sola mamma: che, quindi, aveva chiamato lo zio. Poco dopo, adagiata nel letto, con un sospiro salutò chi le era vicino. E mentre il medico legale stava aspettando di vederla uscire per sempre da quella stanza in cui negli ultimi mesi aveva passato tante ore, noi, appena rientrati in casa, dovevamo fronteggiare la Princi che si era risvegliata urlando, piangendo inconsolabilmente con un capriccio che si è poi ripetuto nel cuore della notte: e solo dopo ho capito che era il suo modo per salutare la bisnonna.

Grazie alla tecnologia (il cellulare si era attaccato alla rete slovena), ho saputo cosa fosse successo solo la mattina dopo, e solo quando già stavo andando a casa di mamma: forse è stato un bene, perché tanto la sera non avrei potuto far nulla e avrei trascorso una notte ancor più angosciata di quella che ho passato cercando di frenare i caPrinci. Però il modo in cui ho avuto la notizia lo ricorderò per sempre. Ormai alle porte della città, la mamma è riuscita a finalmente a telefonarmi dicendomi di fare con calma perchè «Nonna non c’è più». Stavo guidando e ho urlato, pianto. Ha pianto anche lei e non sapendo cosa dire, mi ha passato lo zio: ma dopo poco ho riattaccato. Ogni volta che percorro e percorrerò quel tratto di strada ricorderò quel momento.

È trascorso già un anno e di cose ne sono successe parecchie.

La più importante direi che è la tenuta di mamma: tutti temevamo la partenza di nonna perché pensavamo sarebbe crollata. Invece no: si è buttata a capofitto nel mestiere di nonna forse anche alla ricerca di tutte quelle coccole e dolcezze che non ha – non abbiamo – ricevuto dalla nonna-bisnonna. La quale, però, fino all’ultimo momento aveva la Princi nel cuore, e per ricordarsi il suo nome lo aveva appuntato su un foglietto che abbiamo ritrovato nel portagioie. Era l’unica che riconosceva in un momento in cui, precisa e anti-filogattara com’era, non si rendeva neppure conto del gatto Billy e del signor Degas accoccolati ai suoi piedi per salutarla. E nei giorni successivi alla sua partenza, quando stendevo la Princi sul fasciatoio per cambiarla, lei guardava il soffitto e sorrideva, forse riconoscendo in alto il volto della nonna Carolina che, appena entrava in casa, correva a cercare nella sua stanza, rimasta chiusa per alcuni giorni. Quando è stata riaperta, la Princi ha subito chiesto dove fosse: «Qui, nel tuo cuoricino», le ho risposto prendendole la manina e appoggiandola sul petto: e ancora oggi, se le si chiede della nonna, risponde così.

Non abbiamo mai saputo se avesse capito davvero che stava per esserci un nuovo allunaggio e una cosa di cui mi sono pentita è non averle detto il nome che avevamo scelto per Briciolina: il nome di sua mamma, una donna forte e orgogliosa come spero diventi la mia cucciola. Ho pensato a nonna quando ero in sala parto: ho pensato a lei per convincermi che il dolore che stavo provando fosse nulla in confronto a quello che deve aver provato lei. Mi è mancato non vederla in ospedale a conoscere Briciolina, mi fa male pensare che non senta le sue risate e veda i suoi occhioni: ma in realtà so che sente e vede prima di noi.

Mi manca? Non lo so, a dire il vero: in realtà sembra che la vita sia sempre stata così, senza di lei. E forse in parte è vero: con le sofferenze che avevano costellato la sua esistenza, aveva in qualche modo tarpato gran parte degli aneliti di gioia, dei sogni e dei desideri di ognuno, anche il semplice desiderio di stare insieme creando quella famiglia sfondata in cui mi trovo tanto a mio agio. E così la vita, quella fatta di condivisione, amici, pranzi e cene in compagnia, caffè bevuti al bar per incontrarsi, viaggi, semplici corsi di ginnastica e computer è in qualche modo iniziata da un anno a questa parte: per mamma senz’altro.

Sembrerò impietosa e ingiusta verso la persona che tanto mi ha dato e a cui devo tanto: e infatti ritrovo in me molti suoi atteggiamenti, soprattutto quell’ansia di perfezione per la casa che la contraddistingueva. Ma a dire il vero, se tante volte sacrifico del tempo con Lui o le bimbe per pulire e ramazzare, tante altre giro le spalle o, come adesso, mi siedo e scrivo: di lei, a cui ho voluto e vorrò sempre tanto bene.


E finalmente, a un anno di distanza, le ho dedicato dei pensieri.

domenica 30 giugno 2013

gatti in fuga


Da qualche giorno il Signor Degas e Mr. Billy sono in villeggiatura.

A casa della Mamma-nonna, a parte i rimbrotti della Nonna-bisnonna che «non vado a dormire se loro sono dentro», a parte i divani ricoperti di lenzuola, le sedie rivestite di cuscini anti-graffio, le porte costantemente chiuse… a casa della Mamma-nonna, dicevo, stanno bene. Hanno il giardino in cui avventurarsi, degli amici a quattrozampe che si ricordano di loro e li aspettano fuori della porta.

Però forse non basta.

Ieri sera eravamo invitati dalla Mamma-nonna per “l’ultima cena”: muso lungo perché «come farò senza vederla per due settimane?». Alla Princi, ovviamente; di noi, ormai, non se ne importa più nessuno. E vai a spiegarle che al ritorno avrà un surplus di baby sitteraggio da fare: niente, il muso lungo e affranto è rimasto.

Fatto sta che a un certo momento ci siamo decisi a fare un giro in centro: di solito, il sabato, un po’ di vita c’è e ieri ancor più del normale visto l’avvio dell’atteso torneo di basket cittadino. Ci incamminiamo con la Princi bellamente spaparanzata nel passeggino.

Quand’ecco che Mr. Billy zompa oltre il recinto e comincia a seguirci.

Ok, pensiamo: si fermerà prima di attraversare la strada. No. Va bene: tornerà indietro ora che c’è il parcheggio. No. Con la sua andatura saltellante e qualcuno dei suoi miagolii effemminati, continuava a seguirci; in qualche caso anche a precederci controllando sempre che fossimo lì vicino a lui. Torniamo indietro.

 

Anche il Signor Degas aveva preso il coraggio a due mani e stava per attraversare la strada.

Li rispediamo dentro il recinto ma niente da fare: Mr. Billy ricomincia l’inseguimento, si ferma di tanto in tanto, ci guarda con i suoi occhioni smarriti.

Mi ha fatto una tenerezza infinita: il prezzo della libertà non è nulla all’affetto che vuole da noi. Nonostante i tiraggi di coda e le spelature manuali della Princi, che poi compensa appoggiando dolcemente la testa sul suo panciotto e cospargendogli il naso di bacini.

E poi vederlo camminare con le zampette incrociate a ogni passo mi ha ricordato perché gli abbiamo dato quel nome: quello che originariamente doveva essere la gattina Amélie, appena scoperto il qui pro quo si è trasformato in Billy, proprio come Billy Elliot. E mai scelta è stata più azzeccata, vista la sua andatura che ricorda il pas de quatre del Lago dei cigni.

Idem per Degas: l’appropriatezza del nome è costantemente confermata dal suo rifugiarsi dietro i libri d’arte nel mobile del salotto. E ogni volta ci chiediamo come faccia a infilarsi in quello spazietto angusto. Forse, a dire il vero, sarebbe stato più adatto chiamarlo Houdinì.

giovedì 13 giugno 2013

appalto con colpa



Ultimamente sono successe tante cose: dentro e fuori di me, dentro e fuori la Princi e me, dentro e fuori la Princi, me e Lui.

sandaletti da...casa della mamma-nonna
Sono successe tante mostre, incontri, serate, in cui la Princi ha catalizzato l’attenzione e avrei potuto raccontare la storia dell’orso anziché rispolverare il manuale di mitologia per fare citazioni dotte. Sono successe ma oggi ho riflettuto che bisogna metterci dei paletti: perché farsi conoscere va bene, stringere nuovi possibili agganci lavorativi va bene, ma che lavorativi siano. Alias: mettiamo da parte il lavoro pro bono. Sebbene mi piaccia e mi elettrizzi tutto questo, sebbene veda che l’impressione sia quella della ruota che finalmente sta girando,  tuttavia so che stare con la Princi e con Lui è di gran lunga più importante e benefico per il mio spirito. Per cui, ok: presento, curo, scrivo, allestisco ma d’ora in poi cerchiamo di fare in modo che la lontananza da loro fruttifichi in qualcosa di diverso dalla sola gratificazione.
Sono successe più lezioni di aerobica e sedute di palestra. Circa un mese fa ho rivisto alcuni passaggi del film “Sex and the City”: rimasta inaspettatamente incinta poco tempo dopo aver adottato la tenera Lily, Charlotte decide di non dedicarsi più allo jogging per timore di interferire con questa gravidanza tanto a lungo sognata e desiderata. Preoccupato, il marito ne parla con Carrie che si precipita a trovare l’amica per “strattonarla”, facendole capire che la corsetta quotidiana a Central Park è parte ineliminabile di Charlotte; che Charlotte È lo jogging a Central Park. E lì ho avuto una visione: ho capito quanto sia importante per me muovermi, che dopo quindici anni di danza e quasi altrettanti di iscrizione in palestra non potevo/dovevo rinunciare a qualcosa che, è vero, a volte coltivo solo dar seguito al pensiero di DOVER zampettare per smaltire il gelato della sera prima. Ma, anche in quel caso, muovermi e incontrare delle persone diverse da quelle che frequento/vedo abitualmente mi lascia un senso di benessere mentale e fisico. Quindi: da un paio di settimane mi sono imposta di andarci almeno due volte a settimana.

Il problema è solo uno: a chi lasciare il senso di colpa per l’abbandono della Princi?

E così ecco la terza cosa che è successa. Sono due giorni che appalto la Princi alle nonne. Che, ovviamente, sono felici di stare con lei, di vedere i suoi quotidiani aggiornamenti di espressioni, borbottii, paroline, imitazioni gestuali (ossia: ciò che vede fare, subito ripete). Ieri la questione era più soft nel senso che l’appalto alla mamma-nonna è andato dalle 10 alle 15.30 e, a parte la palestra, era motivato anche da una visita.

pettinando la nonna-bisnonna
Oggi la questione è diversa.

Dato che Lui aveva un impegno in zona nonna2, ho pensato potesse depositare il pacchettino infiocchettato in gonnellina di jeans già di prima mattina: così sarei potuta andare in palestra e dar fondo alla montagna di panni accatastati nell’armadio in attesa di essere stirati. Ovviamente, quando ne ho parlato con lui mi ha detto che sarebbe stata un’ottima idea; quando ho chiesto alla nonna2 e alla zia Cucciolo di prolungare la loro disponibilità oraria di baby sitteraggio (era infatti già programmato il pomeriggio dato che avrei lavorato) c’è stato un sì entusiastico.

Ma io da ieri ho cercato mille modi per giustificarmi: pensando che se metto in stand by la modalità mamma per una decina di ore dopo starò ancora meglio con lei; che comunque un motivo sarebbe stato prendermi cura della casa senza farlo mentre la Princi mi trotterella intorno in cerca di attenzioni; che ci sono tante mamme che “abbandonano” i loro piccoli per studiare/lavorare lontano da casa, per mandarli in ferie con nonni/zii; che comunque fra due settimane andiamo in vacanza e staremo cheek to cheek ventiquattr’ore al giorno, completamente al suo servizio.

Eppure non è bastato: è vero che in tutta la giornata non c’è stato un momento in cui mi sia seduta per riposare, ma non sarei nemmeno riuscita a farlo perché la mente era sempre e solo su di lei. E non perché sia preoccupata che sia stata male, o non si sia divertita: so che avrà giocato, cantato e saltato come una cavalletta.

Il pensiero, la sensazione è che mi manca l’aria. Sentire il completo silenzio in casa, dover preparare il pranzo solo per me, sedermi a tavola da sola, fare i lavori di casa da sola non è stato com’era a.P.: ante Princi. Lei mancava: era un vuoto reale, in cui a momenti ho avuto la tentazione di girarmi e dire “Bau” a qualcuno di invisibile perché avevo appena visto un cane in tv. In fondo, mi sono anche detta, se lavorassi a tempo pieno dieci ore fuori casa e lontano da lei ci dovrei stare comunque e molto più spesso.

Però il fatto che la mattina, appena sveglia, non dica più “Mamma!” ma “Mao!” per salutare il signor Degas mi impensierisce.

domenica 28 aprile 2013

un nuovo Stadio?


Sorprendimi, dice una loro canzone.

E in effetti mi sono sorpresa, come non mai.

Perchè fino all’ultimo non ci volevo credere; perché di questa serata non parlavo o lo facevo sottovoce e incrociando sempre le dita; perché tutto è andato bene sia prima sia durante sia dopo. Sfatando così il mito, in cui comunque continuo a credere fermamente, che a ogni cosa bella ne segua una brutta.
 
Era da un mese che questa serata era nell’aria anche se, per scaramanzia, non la sognavamo e sembrava l’avessimo dimenticata. Non l’abbiamo riportata sul calendario e credevo Lui se ne fosse ampiamente scordato. Ci siamo limitati a pianificarla quasi a gesti pensando soprattutto a come organizzarci con la Princi. Questo perché quando, alcuni mesi fa, abbiamo iniziato a pensare e a dirci che saremmo potuti andare qualche volta al cinema – ovviamente di pomeriggio, per non vanificare i soldi del biglietto ronfando sulle poltroncine – beh, da quella volta la Princi ne ha avuta una alla settimana. Febbre. Poi: denti. Quindi: rifebbre. Poi: dermatiti sospette. E di nuovo: febbre. Poi: sesta malattia. Insomma: una congiura.


Poi, un mese e mezzo fa, il Caso ha operato per noi. In una delle periodiche gite oltreconfine per procacciare pannolini, creme e/o vestiti, noto un cartellone che annuncia:

Stadio, 26/04/2013.

Lo dico a Lui, senza molta convinzione. Lui risponde, con pari slancio. Ma pian piano e a fatica mi convinco: perché anche lasciare la Princi mezz’ora in più dalla Nonna2 per andare a prenotare i biglietti mi fa sentire una criminale. Ogni volta che faccio qualcosa senza di lei, lavoro escluso, mi sento come una criminale sul punto di essere colta in flagrante. Da chi non lo so: lei certo non se ne ricorderà e tutti, almeno a parole, convengono della necessità di ricavarci degli spazi per mettere una pezza a quella coppia inevitabilmente slabbrata dal suo arrivo.

 
Ok, biglietti presi. Tra un mese usciamo. Un mese… è una vita, in cui può succedere di tutto. Per esempio la Princi ha messo tre denti insieme, stavolta miracolosamente senza cataclismi. Più impattante può essere il vaccino che in effetti, mandando a rotoli quella certezza di orari e quella tranquillità (soprattutto notturna) acquisita nelle ultime settimane, mette a dura prova la nostra capacità di resistere a qualsiasi cosa oltre le otto di sera. E ci credo: dopo essersi alzati tre/quattro volte per notte per cullare, cedere al posizionamento nel lettone, riposizionare nel lettino dopo essere stati presi abbondantemente a calci…
http://youtu.be/RafMD-sjHes
Intanto il giorno si avvicina. Comincio a favoleggiare su come vestirmi, bisbiglio alla Mamma-Nonna le istruzioni sull’uso serale della Princi, a mezze parole Lui mi prospetta una cenetta in un locale che ci piace tanto. Dato l’approssimarsi di un altro evento che, per ora, rimane scaramanticamente top secret, venerdì pomeriggio eccoci uscire tutti e cinque di casa: Lui, la Princi, io, il signor Degas e Mr. Billy che, poverino, ha rischiato di mettere lo zampino nei nostri piani pensando di azzuffarsi con un altro quadrupede pochi giorni prima.

Arriviamo dalla Mamma-Nonna e subito la Nonna-Bisnonna comincia con i suoi cavalli di battaglia, sottoposti poi a innumerevoli varianti: «Ma adesso, quando vanno via loro dove la metti (sottinteso: la Princi)?» e «Stasera voglio proprio vedere cosa succede».

Invece la Princi, dopo qualche attacco di mammite acuito dall’assenza di Peppa Pig (che indica con un sonoro grugnito), si è lasciata trasportare dagli eventi. E quindi lo sguardo imbambinito che mi ha rivolto quando mi ha vista con i tacchi, il vestitino e un trucco un po’ più vistoso del solito dev’essere stato causato proprio dall’eccezionalità di vedermi così bardata piuttosto che dallo stordimento per aver capito che sarebbe stata abbandonata.

Come due fuggiaschi che abbiano appena commesso una rapina, approfittando di un’uscita in cortile, Lui e io abbiamo imboccato la porta opposta per dileguarci. Così, in silenzio, senza salutarla. Credo sia stata la cosa che mi è dispiaciuta di più e che mi pesa anche quando la lascio per andare a lavorare. Mi pare di ingannarla. E credo lei ne sia consapevole.

 

Ma intanto eccoci in città, come due fidanzatini. Perché vestiti e curati come facevamo solo quando ognuno viveva a casa sua e perché da soli. E questo è un punto dissonante. Perché quando si è da soli sembra che le carrozzine, i passeggini, i tricicli in giro si moltiplichino. Allora nel viso di quel bimbo per mano ai genitori vedi il suo sorriso; ti chiedi che espressione farebbe se vedesse quei ragazzini che giocano a palla; vedi un cane e ti ritrovi a chiamarlo “bau” immaginando la felicità dipinta sul suo viso appena lo intravede.

E  allora ti chiedi cosa ci fai fuori senza di lei. E senti che ti manca qualcosa. Che ne so? Un braccio, una gamba. Un pezzo di cuore.

Poi vedi che non sono pensieri solo tuoi ma che la Princi ingombra anche le sue parole. Ti senti meno strana. E cominci a sentire che questa sera è vostra. Vostra ma pure sua perché ormai se siamo così è grazie a lei.

Che una serata così mancasse da tanto si è capito sin dal momento in cui ho infilato i tacchi e stavo per spiaggiarmi sul pavimento. Poi è toccato all’aperitivo: uno spritz aperol che mi ha immediatamente infuocato le guance e mescolato le lettere nelle mie parole.

La cena, il concerto… tutto è scivolato via rapido, perfetto soprattutto perché scandito da tanti discorsi: quelli che non riusciamo mai a condire con la dovuta attenzione perché interrotti dal verso del lupo che annuncia a Cappuccetto Rosso il suo arrivo dalle pagine del libro sonoro o dal doversi chinare per raccogliere l’orto di verdure sparpagliato attorno al seggiolone.
 
Il tempo, poi, sembrava aver rimesso indietro le lancette. Era la terza volta che vedevamo gli Stadio e anche se il passare degli anni qualche segno l’ha lasciato, è stato come rivivere le prime due serate o come rivedermi seduta sul letto a guardare “I ragazzi del muretto”, più simili a una ragazza-con-i-calzettoni di quanto non fossero Brenda e Dylan.

Poi è stato un attimo, ma un attimo di angoscia.

Se stava andando tutto così bene, cosa mi sarei dovuta aspettare una volta a casa?

Nella migliore delle ipotesi, l’indomani mattina mi sarei sentita i racconti stile “L’esorcista” da parte della Nonna-Bisnonna che con i suoi soliti «Non ho mai sentito una bimbetta piangere a quel modo» avrebbe ingigantito qualche frigna e il mio serpeggiante senso di colpa. Nella peggiore (ma, in realtà, non saprei dire cosa sarebbe stato più devastante emotivamente) avremmo trovato la Princi ancora bella pimpante e la Mamma-Nonna addormentata e distrutta accanto a lei.

Niente di tutto ciò. La Nonna-Bisnonna era a letto, la Mamma-Nonna era in cucina a vedere la tv in  modo da sentire un eventuale risveglio della Princi che, vispa fino alle dieci e mezza, era poi crollata. Salgo a lavare i denti, a togliere il cerone e quando entro in camera la vedo seduta sorridente sul lettone fra le braccia del Papi. Ma dura poco. Spegniamo la luce e appena si appesantisce il sonno la rimettiamo al suo posto. E, dopo il vaccino di dieci giorni fa, è stata la prima notte in cui ha dormito di fila.

Che questo debba suggerirmi qualcosa?

http://youtu.be/oVGZa_r_AU4
p. s: un risvolto negativo, in realtà c’è. Alle notte di sonno della Princi ha corrisposto una notte di veglia a causa del signor Degas che, verso le 5, ha iniziato a piangere costringendoci a turno ad alzarci per buttarlo fuori casa e rimetterlo in casa senza riuscire a stoppare il suo piagnisteo. Che, ovviamente, ha finito per svegliare la Mamma-Nonna. Ma è stato un bel momento: ritrovarsi lei, la Princi e io a fare colazione insieme con me che cercavo di raccontarle la serata e lei che rispondeva facendo facce buffe e versacci verso la Pallina. Che, poi, si è divertita un sacco a sguazzare nella vasca piena di schiuma.

lunedì 1 aprile 2013

sorprese sorprendenti



Sabato avrei scritto un post grondante tristezza, disappunto e amarezza. Chi mi conosce sa che l’approssimarsi delle feste sarebbe potuto essere la goccia che fa traboccare il vaso.
Un vaso fatto di amarezza: perchè mi sarebbe piaciuto che noi tre riuscissimo a mollare gli ormeggi per andar via qualche giorno, magari finalmente alle terme; perché le ferie stanno diventando qualcosa di simile a un miraggio condito di molti turni supplementari, giornate in più da trascorrere nel ciclone d’ansia generato dal dover sistemare, cucinare, pulire, lavorare, andare e venire per posizionare la Princi in mani sicure, deplorare la mancanza di tempo da dedicarsi e giornate in meno da trascorrere in tranquillità con Lui e la Pallina; perché a volte (spesso) parlo con Lui e mi sembra di sussurrare al vento, benchè la mia voce in quei momenti sia tutt’altro che simile a un sussurro; perché aprendo anticipatamente l’uovo di Pasqua ci ho trovato dentro un bel corredo di mal di gola, raffreddore, tosse, stanchezza; perché, come sempre, la vigilia della festa era tormentata dall’indecisione su cosa si sarebbe fatto, aggravata come per tutti dal tempo incerto e comunque inclemente.
Insomma: ‘no schifo.

Poi per fortuna non ho scritto. Ma, tornata a casa dal lavoro, ho stirato. E parlato. E poi siamo usciti. E anche se siamo usciti alle 17 per lasciar recuperare alla Princi una mattina di giochi, corse e disegni al seguito della cuginetta, è stato un sabato fantastico. Passato nella ressa pian piano digradante di un centro commerciale (data la pioggia che, per converso, man mano aumentava) dove la Princi mi ha costretto a maratone all’interno dei negozi perchè doveva analizzare la moda della prossima stagione, mimare la marcetta di Topolino vedendolo riprodotto sulla copertina di un libro, portandomi poi a deludere le commesse che,  sperando in un ultimo incasso, si sono viste rispondere :«No, scusate: è entrata lei». Ma forse è stata una strategia: il modo cioè che ha avuto la Princi per dirmi che sarebbe d’accordo pure lei se rimeditassi il mio guardaroba come dico di fare da mesi.
Poi, giusto per farmi smaltire la cena già in parte digerita proprio grazie a queste passeggiate da e per il tavolo ai vari negozi, il fitness è proseguito in un’altra zona del centro commerciale: e allora un giro sui carrelli-automobilina solidamente parcheggiati, continui cucù da dietro gli striscioni pubblicitari dei caffè, una visita alle vetrine per suggerirmi una borsetta un po’ kitsch, giri a cavalluccio con le sue risate che mi risuonavano nelle orecchie e le braccine spalmate sulle spalle. E a impreziosire una serata già bellissima, l’incontro con un vecchio amico che non vedevo e sentivo da tempo: uno di quelli che mi ha criticata quando ho iniziato a scrivere il blog perché, così mi ha detto di persona, era troppo negativo; detto da lui, che l’altra sera, prima di soffermarsi sulla Princi, mi ha salutata con un puntuale quanto sommario elenco delle ultime magagne della sua esistenza. Ma sono stata felice di vederlo. E pure la Princi, che continuava a salutarlo e a mandargli baci a distanza.
Quindi, ieri. E’ stata una vera Pasqua di resurrezione. E una giornata di sole. Metaforico, ovviamente.

Vista la pioggia, per fortuna non a secchiate come quella che ci ha scortati fino a casa sabato sera, abbiamo accantonato l’idea dello zoo. Un’idea che, tanto per inserire una punta di attualità nel blog, nei giorni scorsi mi martellava la mente con il ritornello “Si potrebbe andar tutti quanti allo zoo comunale”. E Jannacci ci ha salutato con un “Vengo anch’io! No tu no”.


Opzione b: acquario. Certo: il tempo non era granchè neanche per quello; poi, con una bimba piccola… Ma se c’è una cosa che ho imparato da Lui e che viceversa Lui spesso sembra essersi dimenticato è che tutto è possibile. E allora eccoci, pronti a sfidare la pioggerellina battente e incessante e pure la bora con cui non avevamo fatto i conti per assicurarci una Pasqua degna di essere ricordata come giornata di festa. Anche se la festa maggiore è stata vedere le reazioni della Princi di fronte alle vasche: continui “Uhhh!” di ammirazione accompagnati da quei gesti delle manine che sembrano voler dire “Ma cosa sta succedendo?!”, scorribande avanti e indietro nelle sale per mimare il verso dei pesci, salutare gli altri visitatori, prenderci per mano per portarci a vedere qualcosa, intrattenersi con dei turisti tedeschi perché prima si comincia a studiare le lingue meglio è.
Poi il pranzo. Niente pesce né agnello. Pizza. Perché da qualche settimana avevo detto a Lui di volerla mangiare in quella catena di pizzerie una delle quali, guarda caso, fronteggia proprio l’acquario. E così la Princi ha ben intinto la manica nel pomodoro, inviato baci al cameriere, sdiluviato la mia bruschettina, apprezzato i dolci di entrambi. Perché ieri ho detto “che cavolo! È Pasqua e il dolce ci sta” e me lo sono mangiato. Dopo pranzo, un po’ di arte. E allora eccola osservare attenta le macchie di colore che inondano le tele, prorompere in inaspettati “ba(u)!” vedendo i cani nel video che racconta una città che non c’è più per poi crollare con un colossale pisolo che la riporta a casa.

Pisolo rigenerante, non c’è che dire. Perché mentre Lui è collassato sul letto in compagnia del composto e sarafico Signor Degas, la Princi mi ha aiutata a preparare la macedonia e la frittata, ha risistemato il cassettino della cucina dove, un tempo ormai lontano, tenevo ordinatamente tè, camomilla, zucchero, biscotti. E ha ballato. Mentre sbucciavo la frutta la vedo stendere in avanti le braccia, poi chiudere la manina in un pugno, toccarsi la testolina…oh cavolo! Sta ripetendo la coreografia che le hanno insegnato la Nonna due e la zia Cucciolo! e balla pure senza musica! Povera Princi! Il lavaggio del cervello sulla danza dev’essere stato finora davvero incisivo! ma, forse, sis ta semplicemente preparando ai balli di gruppo sulla spiaggia.

Ma tornando all’affermazione iniziale, questa Pasqua è stata di resurrezione anche per altri versi. Non solo mi ha rigenerata passare del tempo, bene e felicemente, con Lui e la Princi, ma mi ha ricordato quanto mi piacciano le visite ai musei, quanto vorrei riprendere a studiare e per pigrizia non lo faccio. E allora intanto cominciamo dalla forma. In fondo all’armadio c’era una foderina celeste, aperta solo quando l’ho ricevuta. Poi stop. Perché usare una borsa tanto bella per lavori tanto precari non ha senso. Ci vuole l’occasione giusta.
«Ma se aspetto di usarla per quando sarò conservatrice agli Uffizi sto fresca!».
«Era per questo che la conservavi?»
E allora ieri sera, messa a letto la Princi, ho finalmente riempito la borsa strafiga che mi hanno regalato le mie sorelline per il dottorato. Quasi due anni fa. E una vita fa. Cioè: una Princi fa. E chissà che ora non sia venuto il momento di riempirla di buone occasioni e realizzazioni, non solo progetti.