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martedì 29 agosto 2017

wind of change

Ormai ci siamo.
Il borsone del mare, che in realtà non è stato molto sfruttato quest’anno, sta per essere riposto in maniera definitiva. Nell’aria l’odore di solari è stato sostituito da quello di matite, grembiulini e libri in attesa di essere rivestiti.
Avrei voluto rendere speciale l’ultima estate di libertà della Princi e della Pulci, per la quale si prospetteranno comunque almeno altre due tornate di vacanze totally free. E queste settimane noi tre sole, insieme, me le sto godendo interamente, nel bene e nel male di qualche momento di sclero collettivo.
Stiamo cercando di non far pesare l’inizio della primaria: per quello ci sono sempre gli altri, pronti con la solita infilata di «quando cominci?/adesso finisce la pacchia!/stai facendo il conto alla rovescia?».
Noi ci limitiamo a rispondere alle sue perplessità su come si svolgeranno le giornate o cerchiamo di “istruirla” spiegandole che a ricreazione per mangiare la merenda non starà seduta al tavolo e che potrà chiedere alla maestra di andare in bagno chiedendole «Posso uscire?» anziché dicendole «Devo fare la pipì»; e che poi, una volta fuori dall’aula, dovrà far tutto da sola, senza la bidella ad aiutarla.
Sarà un grosso, enorme cambiamento per lei e spero di aver fatto la scelta giusta senza sovraccaricarla di responsabilità che lei, comunque, cerca anche di prendersi. Come quando, a sua volta, spiega alla Pulci che se non mangerà gli gnocchi «O mangi questa minestra o salti dalla finestra», e che ci saranno pure lo yogurt e la banana, elencandole quindi i cibi che di solito evita con cura.
E, in tema di “Wind of change”, ormai due mesi fa avevo scritto, con i vecchi metodi di penna e foglio di carta, un po’ di righe sui prossimi cambiamenti. È il momento di trascriverli, prima che vada tutto perso.
Il 30 giugno sarebbe stato una sorta di D-Day, un ultimo giorno globale: di casa “vecchia”, di città “vecchia”, di asilo, di Mamma e Pulci da sole, di una routine rodata di orari, luoghi, persone. Quindi, ecco ciò che avevo scritto.

Un pomeriggio primaverile in casa nuova, work in progress

Siamo all’ultimo giorno.
Ultimo giorno di molte cose.
Di una casa che è stata la nostra, la prima.
Quella che ha conosciuto le mie paure: di diventare adulta, di non sapere come essere “coppia”, di come prendermene cura.
Di una casa che si è ristretta e allargata a seconda del momento.
Che ci ha visti crescere diventando “Noi” e in cui siamo diventati famiglia.
Che ha condiviso, silenziosa, un periodo difficile.
Dove vi siete annunciate e vi abbiamo conosciute.
Che è stata esplorata dalle vostre manine e testate.
Su cui resteranno scritti i segni delle vostre altezze.
Che ha sentito le vostre risate, sopportato i capricci, conosciuto le vostre lacrime, che vi ha viste ballare, abbracciarvi, picchiarvi, disegnare, cucinare.

È l’ultimo giorno di scuola materna, Princi.
Dove ti ho vista crescere, imparare a divertirti senza di noi, a socializzare e aprirti al mondo, restare talvolta ai margini. Dove sei entrata piccolissima con la mia paura di abbandonarti e sei uscita che già sai scrivere.





È l’ultimo giorno di te e me, Pulci.

La mattina da inventarci, i tuoi capricci da gestire. Gli angoli della città che hai imparato a conoscere e che ora lasceranno spazio a nuove routine. L’ultimo pranzo sole, tu e io. Poi, da settembre ci saranno i pranzi Princi e io. E sarà una nuova quotidianità, mai uguale come mi aveva scritto un amico cinque anni fa.

«Perché dobbiamo trasferirci sabato?»
Mi hai chiesto ieri con le lacrime agli occhi, Princi, prima di addormentarti. Vorrei tanto essere riuscita a rassicurarti ma non so se ne sono stata capace: mi assomigli troppo per non essere spaventata, in questo momento, quanto lo sono io.
Ma quando ti ho detto che troverai altri amici ero sincera. A scuola succede: succede che trovi amici che porti con te tutta la vita, nel cuore e non solo. E il fatto che la tua scuola sarà la mia mi fa ben sperare.
Che tante cose belle succederanno non posso, purtroppo, garantirtelo. Ma non te lo dirò. Almeno, non a voce.
Spero perdonerete la follia di questi giorni, in cui poco mancava vi togliessi i piatti da sotto il naso per impacchettarli o vi facessi uscire senza mutande perché già vi aspettavano nella casa nuova.


giovedì 8 giugno 2017

un altro anno è andato

Oggi si è praticamente chiuso un capitolo.

Il lato A del costume di scena
Non il primo, è chiaro: con un bambino di capitoli se ne chiudono quasi quotidianamente quando devi cambiare taglia di pannolino, quando passi alle pappette, quando inizia a mangiare da solo, a far pipì da solo...e ogni passo verso l’autonomia da un lato lo incoraggi così finalmente esce dalla fase “cozza attaccata allo scoglio” ma dall’altro lato nel tuo cuore spezza un filo, piccolo o grande a seconda del traguardo...
Oggi nell’asilo (ops: scuola materna) della Princi c’è stata la recita di fine anno: per lei l’ultima. A settembre, con sei mesi circa di credito, inizierà la scuola elementare (ops: primaria).
Sono stata orgogliosissima di lei, oggi e in questi tre anni.
Anni in cui è cambiata perché ha fatto il suo ingresso nel mondo e non ero più il suo solo punto di riferimento per l’educazione, il modo di parlare, le cose da imparare: giusto, naturale, e pure a volte spiazzante quando la senti chiederti alle sette di mattina «Mamma, è vero che i bambini nascono dalla patatina?». Non era più (e non lo sarebbe più stata) SOLO MIA.
Il lato B
Tre anni in cui ci sono stati alti e bassi, con il timore (mio) di lasciarla fino al pomeriggio perché così avremmo trascorso poco tempo assieme e il desiderio (suo) di tornare a casa per controllare cosa avessi fatto con la Pulci.
Tre anni in cui ha imparato come vivevano nei castelli, come vivono in paesi lontani, come si coltivano i fagioli.
Tre anni in cui i rapporti con gli altri bambini e i loro genitori non sono stati sempre facilmente leggibili e interpretabili.
Tre anni che sono passati in un soffio, come sempre quando si tratta di bambini: solo che loro (e noi alla loro età) non se ne accorgono e sembra che il momento di diventare grande non arrivi mai. Chissà poi perché lo si aspetta con tanta ansia, quel momento.

Due dei tanti disegni fatti prima della recita
Ma oggi, se fossi in grado di dirtelo e fartelo capire, cara Princi ti ho vista davvero grande. Con la tua vocina che si distingueva nitida in ogni canzone. Con i tuoi occhioni come fari che mi cercavano appena arrivata al tuo posto. Con l’orgoglio e la gioia di ricevere l’attestato di promozione.
Nei cinque anni trascorsi da quando sei allunata, avrei voluto più e più volte fermare il tempo perché mi sembrava tutto fosse perfetto: la tua dolcezza, i tuoi sorrisi, i nostri sguardi, le tue parole buffe, le tue manine nelle mie, il tuo modo di correre... Chissà quante altre volte vorrò fermarlo temendo tuttavia, in questa speranza, di ostacolare la tua indipendenza, la tua serenità, il tuo viaggio, i tuoi sogni.
Perdonami Princi: perdonami se mi sono tanto commossa stamattina e se sto piangendo a dirotto adesso mentre ti scrivo. Ma tu e la Pulci siete le “cose” più MIE che io abbia mai avuto, desiderato e amato. Siete, indubbiamente, le migliori esposizioni che possa mai presentare al mondo.
E vedervi crescere è uno spettacolo meraviglioso di cui sono una spettatrice privilegiata, affaticata ma estremamente felice.

La tua orgogliosissima Mammaconicalzettoni

sabato 17 ottobre 2015

aria di casa mia...?

Scrivo, altrimenti perdo anche questo come tanti altri attimi.
In questo ultimo mese, ovviamente in coincidenza con l’avvio della scuola, la ripresa della mia collaborazione (molto lenta e sporadica, vabbè: ma per me è sempre un impegno mentale), la ricerca di un attività principesca pomeridiana, la ricomparsa dei pidocchi, un periodo di briciolesche e inspiegabili notti in bianco... sono finalmente iniziati i lavori alla casa della mamma-nonna. Non ne ho ancora mai parlato in modo disteso.
Dunque, il la è venuto da Lui in risposta ai taciti interrogativi su cosa avrebbe fatto la mamma-nonna in una casa tanto grande e dispendiosa a livello di bollette. Tra le varie ipotesi: venderla per farla avvicinare a casa nostra in un appartamento, oppure vendere noi e cercare una casa vicino a lei. O, infine, modificare la casa esistente per viverci tutti assieme. Orbene. Sono subito nati dei quesiti dovuti al fatto che:
a.   persino il sacerdote che ci ha sposati durante il corso prematrimoniale ha caldamente sconsigliato una convivenza con i suoceri, di qualsiasi parte fossero;
b.   nei miei pensieri, ho sempre rifiutato quella casa e mi sono sempre opposta a chiunque dicesse che «la soluzione migliore per tutti è che ci andiate a stare voi».

Ma, ovviamente, come per molte altre scelte compiute, ho risposto garibaldinamente: «Obbedisco». Come ha detto qualcuno, ho preso una decisione adulta; senza pensare che già al momento dell’acquisto di quella casa era stato il mio giudizio a pesare facendola comprare perché – anche quella volta, a tredici anni – avevo compiuto una scelta adulta sollevando gli altri membri della famiglia da un pensiero ulteriore a quelli, pesanti, che già c’erano. Ora la decisione adulta era sapere che è un bene stare vicino alla mamma-nonna per le necessità di tutti e che una casa con il giardino è un paradiso per le belve: che infatti vogliono farci uno zoo, con tanto di giraffa che parla.

A parte questo, a parte il mio distacco indifferente dei mesi scorsi – anche perché impegnati nello svuotamento della casa e la ricerca di spazi, per quanto piccoli, per la mamma-nonna nel nostro appartamento – è subentrato il malumore di quest’ultima. Ma non ho capito perché. Credo non lo sappia neppure lei. Parlandone con Lui, ho chiarito nella mia mente che ci sono due diversi livelli della questione.
Quello razionale, per cui ci sarà un’ottimizzazione delle spese e del tempo oltre che una vicinanza positiva sia dal punto di vista logistico che affettivo.

E un livello emotivo, che purtroppo tende ora a prevalere. A me ha fatto sempre rifiutare quella casa proprio per il motivo di cui sopra: è come la visualizzazione del momento esatto in cui sono stata costretta a diventare adulta, mentre dal punto di vista sentimentale “la” Casa, la MIA Casa, era e continuerà per sempre a essere quella in cui sono cresciuta, quella in cui non conoscevo i problemi degli adulti, quella in cui vivevo come Laura della “Casa nella prateria”, immaginandomi protagonista di mille splendide avventure. La casa nuova, invece, è stata subito associata a momenti cupi, che me la facevano osservare da fuori con ribrezzo per l’ipocrisia dei suoi muri bianchi, luminosi, a contrasto con il pesante grigiore che assaliva chiunque entrasse. Come se sull’ingresso fosse scolpito il dantesco «Lasciate ogni speranza o voi che entrate».
Tuttavia, proprio perché ormai anagraficamente dovrei aver ben varcato la soglia dell’età adulta, ho accettato. Ma non mi sono lasciata troppo invischiare da come sarebbe stato il portone d’ingresso, la distribuzione delle camere, il tipo dei serramenti. Era ed è ancora Lui a decidere e pensare a tutto, ed è fantastico nel farlo. Se qualche decisione l’ho presa – perché mi è toccato – è stata in qualche modo pilotata, dopo giorni in cui mi ripeteva cosa avrei dovuto scegliere. E non solo perché quando mi parlava dovevo fronteggiare caprinci e dondolare Briciolina mentre spadellavo e rimescolavo pentole.
Tuttavia ora qualcosa sta cambiando.
I lavori sono entrati nel vivo, una situazione spinosa si è risolta grazie a un mio contributo, è iniziata l’eccitante fase di scelta di piastrelle, mobili e affini tanto che lunedì abbiamo mollato le belve alla mamma-nonna e alla cuginetta G. per scegliere cucina e cameretta.
E mentre la ragazza del mobilificio progettava parlando di ante, cappa, controsoffitti, la mia mente immaginava la vita in quelle stanze. Con le bimbe ormai adolescenti. A litigarsi i trucchi appoggiati sul bordo della scrivania e scambiarsi cappotti e minigonne prese a prestito nell’armadio dell’altra. «Forse servirebbe anche un comò», ho azzardato pensando allo spazio per i collant e per i segreti che dovranno difficilmente nascondere ai miei occhi. E quelle piccole porzioni di parete lasciate libere dalla selva di mobili di cui le abbiamo circondate le ho viste intrise di poster (ma andranno ancora di moda?), cartoline di spettacoli, biglietti di concerti.
Poi ci ho pensate in cucina, appollaiate sugli sgabelli a ridosso del bancone a bere il caffelatte una accanto all’altra.
Adesso, lo ammetto, non vedo l’ora di vederci vivere in quei nuovi spazi.

Noi quattro, la mamma-nonna nella porta accanto, Mr. Billy e il signor Degas e magari il cane Banana sognato dalla Princi.

mercoledì 6 maggio 2015

crescere

Uno degli ultimi disegni della Princi: la famiglia di Mulan

Al solito, dovrei fare altro: ma sono rimasta indietro di un troppo che urge in modo prepotente e che, in parte, è il motivo per cui ho tempo di scrivere.Oggi è infatti il secondo giorno in cui la Princi resta a scuola anche al pomeriggio. Bella roba, potrebbe dire qualcuno:la lasci di più proprio alla fine dell’anno. Il punto è proprio il lasciarla: cosa che se non avessi così tanta voglia di scrivere e se Briciolina non si fosse appena addormentata, correrei a prenderla. Ci pensavo già da tempo, all’eventualità di farle sperimentare pure il pomeriggio: ma dopo i mesi di malattia quasi ininterrotta, la ripresa è stata piuttosto difficoltosa e forse ne abbiamo degli strascichi nei frequenti risvegli notturni con finale salto nel lettone che ancora si stanno verificando ( e che ormai avvallo tacitamente per poter dormire almeno un po’). 
I guardiani della cameretta 
Poi però qualche settimana fa è comparso sulla vetrata d’ingresso l’annuncio di un laboratorio sul riciclo effettuato in tre pomeriggi: e allora l’idea ha preso più corpo, sostenuta anche dalla maestra S. secondo cui lasciandola in giornate normali c’era il rischio che si addormentasse visto che spesso, tornata a casa, se ne va da sola in cameretta per due ore di catalessi. Lo sciopero di ieri ha fatto anticipare il laboratorio di un giorno, a sorpresa: e così lunedì mattina mi sono trovata a decidere su due piedi, anche se a favore del tempo prolungato giocavano gli impegni che avevo e chi mi avrebbero costretta a delle corse per recuperarla senza mandare in crisi la mamma-nonna. Ed eccomi nell’atrio dell’asilo con lei davanti che se ne frega altamente di cosa le sto dicendo mentre io continuo a rassicurarla: «Amore, oggi farete un’opera d’arte, ma di pomeriggio, quindi la mamma viene a prenderti più tardi, va bene? Ok? E quando vengo sarà ora di merenda, non vengo subito dopo pranzo come sempre … vengo all’ora di merenda e magari andiamo a prendere il gelato.» Parola magica che risveglia la sua attenzione: subito inizia a richiamare bidella e compagni urlando «Dopo vado a prendere il gelato!!». E io che quasi quasi stavo per mettermi a piangere. Come starei per fare ora. Perchè mi sento una mamma degenere, come l’avessi abbandonata in mezzo alla strada anziché in un posto dove – tra l’altro – si diverte e si è divertita pure nel tempo prolungato. Perché sta crescendo troppo rapidamente, e non so se sono pronta.
La prossima volta che mi chinerò ad allacciarle le scarpe, alzandomi mi renderò conto che ha diciotto anni. E quella volta dirà seriamente di non sopportarmi come ha iniziato a fare quando è stizzita perché la rimprovero o perché è troppo stanca per addormentarsi. E chissà cosa dirà a quel tempo del mio modo di vestire (che chissà come sarà) visto che già ora mi critica se non metto la gonna o una maglia bella come la sua: che ad averne, di maglie belle come le sue, le metterei pure. È che ora comincio a non servirle più: e se finchè sei indispensabile non vedi l’ora che raggiungano l’autonomia, poi quando riescono a fare da soli, e te lo dicono pure, ci rimani male. E allora adesso, fra i mille momenti di corsa e i doveri della giornata, mi regalo ogni tanto qualche secondo per indugiare nei suoi occhioni, per cercare invano di fissare quello sguardo nella memoria dato perché spesso mi accorgo di aver dimenticato le sue espressioni di bimba più piccola.
Crescere: sta crescendo lei, stiamo crescendo noi come genitori e stiamo invecchiando come persone. Non sono pronta a tutto questo, ma temo non ci sia soluzione. La vita è una malattia da cui si guarisce solo con la morte, diceva Italo Svevo: e purtroppo è così.

Crescere: fare i conti di quanti anni sono passati da quando frequentavi l’università, da quando hai conosciuto quella ragazza con una foresta di capelli mossi e scuri che, come te, si schiacciava fra il finestrino, uno schienale e la folla di vecchietti bestemmianti sul numero trenta per andare a lezione di Letteratura Italiana. Una vita fa, anzi, parecchie vite fa: perché nel frattempo sei diventata una laureata, una lavoratrice precaria con molteplici contratti e mansioni, una moglie, una dottoranda, una dottoressa di ricerca disoccupata che si è inventata il mestiere di mamma. E che quando ha scoperto di stare per diventarlo, ha ritrovato quell’amica. E finalmente, dopo tre anni di «Dai, dobbiamo vederci», l’ha rivista davvero; e A., invece che riconoscere me, ha riconosciuto la Princi senza averla mai incontrata prima.

Crescere: fare i conti con i propri errori. Colossali, a volte. Pesantissimi anche quando compiuti per leggerezza e senza accorgersene. Poi succede qualcosa: succede magari che qualcuno cresce prima di te e ti viene incontro perché tu sei schiacciato dalla paura. Paura di un rifiuto, che sarebbe troppo difficile sopportare perché la voglia di rivedersi e di riavvolgere il nastro sarebbe talmente tanta che ogni poco ritrovi quella persona nei sogni. A questi tre anni di mammitudine è sempre mancato qualcosa, era come se questa entusiasmante, terrificante esperienza non fosse completa. E così ora, una settimana fa, ho scoperto come sarebbe stata e sarebbe dovuta essere: distanza chilometrica permettendo, ci saremmo ritrovate più volte sedute sul divano a parlare di cuccioli, di Lui, di noi. Come sarebbe stato rivedersi? Ci ho pensato lungo tutta la strada: cosa avrei detto? Ne avremmo parlato o sarebbe stato meglio far finta di niente? Non c’è stato bisogno di pensarci, solo di superare l’attimo di incredulità per riconoscere in quei quattro genitori gli amici di prima, quelli di sempre, come se la birra appoggiata anni prima fosse la stessa che stavamo sorseggiando ora. E come se in quell’abbraccio silenzioso, lungo, avvolto da lacrime reciprocamente non viste, ci fosse tutto il non detto di questo tempo. 

giovedì 9 aprile 2015

Di viaggi, biciclette e blog




Silenzio. “La Bella Addormentata” ha steso la grande, “Raggio di sole” ha messo ko la piccola: divertente vederle a poco poco chiudersi gli occhi mentre la cullo.
Mi metto sul divano: finalmente posso accendere il pc per scrivere qualcosa. Apro l’agendina (sì: non sono mentalmente pronta ad abbandonare quella cartacea né avrei la pazienza di aggiornare gli appuntamenti sul cellulare… Ops: i-phone). Il segnalibro è rimasto incastrato fra le giornate di sabato e Pasqua. Tanto per dirne una su questo periodo.
Ma siccome oggi mi sento positiva, non ho voglia di parlarne, ma piuttosto di raccontare il perché di questo insolito ottimismo in un momento in cui vedo tendenzialmente tutto grigio-nero e non ho voglia di fare nulla. E, probabilmente, prendermi cura delle belve e di Lui lo faccio solo perché devo.
Comunque
Comunque l’ottimismo è iniziato qualche giorno fa, quando Lui – dopo avergli detto che la mamma-nonna e io stavamo pensando di andare in Toscana - ha annunciato che avrebbe potuto prendere ferie per venire con noi. E così, via a progettare il viaggio, anche durante la notte. Ed era una delle notti in cui già mi ero alzata diverse volte per la tosse di Briciolina e l’ansia da solitudine della Princi. Ma poi tornavo a letto e non riuscivo a dormire perché la mente correva a quando potremmo partire, a come organizzare la vacanza, a cosa ci servirà, a come faremo a stipare nel Mostro (l’auto grande, ndr) due belve, una mamma-nonna e il necessario per tutti, passeggini compresi.
Poi c’è stato ieri. Nel tentativo di far ingurgitare qualcosa alla Princi (che da gennaio a ora è diventata iper selettiva con il cibo: vuoi perché sta male, vuoi per impuntarsi su ogni cosa che non le va - ed evidentemente sono molte), ho pensato di uscire per prendere un gelato. E nonostante ci fosse la mamma-nonna, ho attivato i sensi da Super mamma: con un occhio stavo attenta a evitare che Briciolina si spalmasse sul tavolino dopo aver ribaltato bottiglie, tazzine e patatine; con l’altro tenevo sotto controllo il gocciolamento del cono della Princi per evitare di infilarla così com’era nella lavatrice; con il terzo (occhio) osservavo ridendo sotto i baffi le bambine che soffiavano la bici alla Princi che abbozzava. Nel contempo, cercavo di impartirle lezioni sul fatto di condividere i giochi non solo con chi – benevolmente – glieli stava soffiando sotto il naso, ma anche con quella che chiama, raramente e in genere dopo averle strappato tazzine e pupazzi, «la sua sorellina». Goffamente mescolata alle bimbe della vicina scuola materna, la Princi si barcamenava tra il suo gelato alla ciliegia (!) e l’osservazione di chi le sfrecciava davanti, forse con una punta di invidia per tanto affiatamento: che io, per conto mio, invidiavo fra le mamme. E proprio quando stavano procedendo alla raccolta della prole, una di queste, con piccolina abbarbicata in braccio, mi apostrofa:
«Ah: complimenti per il blog».
Io: «??»
Lei: «Mammaconicalzettoni, vero? Complimenti, ti leggo sempre. Mi sono molto rispecchiata nel post sull’influenza intestinale!»
Io: sorriso a 252 denti, un po’ sconcertata, iper felice «Orpo! Mi sento famosa!»
Che bello sarebbe se fosse così, se le persone mi riconoscessero come Mammaconicalzettoni. Il mio essere mamma avrebbe un senso ulteriore, anzi, darebbe un senso a ciò che sono come persona. Ci sto lavorando: piano piano e molto a livello mentale, ma vediamo.
At last, but not least reason for my optimism: il ritorno alla scuola materna. Contrariamente al parere della pediatra, che aveva suggerito di tenerla a casa ormai tutta la settimana, oggi ho portato la Princi a scuola. Ne ho bisogno io: per poter accudire e coccolare di più Briciolina, che ultimamente reclama a gran urla i suoi spazi di attenzione; per ridare un ritmo alle giornate; per potermi sentire un po’ più leggera (e qui monta il senso di colpa) e poter sperare di fare qualcosa per me, in primis il blog e un lavoro che, ancora intonso, sta per giungere a scadenza.
Ma ne ha bisogno soprattutto lei: per riprendere a confrontarsi con gli altri bambini, per ricominciare a guardare nel piatto do persone diverse da noi trovandoci magari qualcosa di interessante, per reimparare le cose che già sapeva e a volte sembra aver scordato. Visto che è ancora ben imbevuta di tosse e raffreddore, non so quanto e se durerà fino alla nuova settimana: ma intanto lasciatemi illudere. Perché, come diceva una mia compagna di liceo, chi vive sperando

giovedì 16 ottobre 2014

16 ottobre

E intanto oggi, dalla scuola materna, è arrivato il primo lavoretto: un pesciolino-collana con cui i “grandi” hanno accolto i “cuccioli”

venerdì 7 febbraio 2014

Peppa-pleanno (con annessi e connessi)


Nel frattempo ci sono stati vari eventi; e da 36 adesso siamo a 38 più due.
Insomma: il timore che nascesse in anticipo, poi lentamente trasformatosi in speranza, sta ora diventando una quasi certezza che la Pulci arriverà in ritardo (o quasi). Anche se in questi ultimi due giorni sento più forti quelle sensazioni di imminente corsa all’ospedale che mi accompagnano da tempo e che vanno a braccetto con l’auspicio che, se proprio è il giorno dell’allunaggio, sia un giorno in cui ho dormito a sufficienza per non rischiare l’abbiocco in sala parto. 
Comunque: nell’elenco degli avvenimenti, senza dubbio in pole position ci sono stati i preparativi e poi i festeggiamenti per il comple-Princi, quest’anno trasformatosi in Peppa-pleanno. Da tempo cercavo su internet idee su come realizzarlo non spendendo una fortuna dato che 8 piattini o 8 bicchieri costano quasi 5 euro: allucinante per cose che poi finiscono nella spazzatura. E così ho optato per festoni homemade, tovaglia plastificata con la stampa di maiali vari (questa sì comprata), Peppa-corone e Peppa-torte. A questo proposito, si è mobilitata pure la Princi che ha subito imparato cosa dire al suo pasticcere di fiducia, il cui nome è stata credo la seconda parola che ha pronunciato dopo mamma. Quindi la “filastrocca” era questa:
mamma: «Signor…»
Princi: «C…»
mamma: «dovremmo ordinare due torte… »
Princi:«Moolto dandi» (il tutto accompagnato da braccine che si aprivano a dismisura
mamma: «E molto…»
Princi: «Bone»
mamma: «A forma di….»
Princi: «Peppa!»
Ovviamente davanti al pasticcere, da lei chiamato a gran voce nel mezzo del negozio colmo di clienti, la Princi si è chiusa nel silenzio stampa. Però il risultato è stato ottimo: tutti le hanno onorate con il bis, complice la curiosità per i loro diversi gusti.

Comunque prima di arrivare alla festa vera e propria ci sono stati i preparativi per i festoni e gli inviti, approntati con circa un mese di anticipo, colorati e ritagliati a tappe, appesi circa tre giorni prima per avvantaggiarmi con il lavoro: e se parlo al singolare un motivo c’è dato che Lui ha avuto un minimo ruolo nell’organizzazione del tutto. Ammetto che sia successo perché mi piace avere tutto sotto controllo, sentirmi fiera e soddisfatta se le cose poi filano liscio e riescono bene; però finchè non sono stati messi in tavola i vassoi non sapeva nemmeno cosa avrei preparato. Già, perché ho pure preparato io le cibarie, che comunque è stato un divertimento come tutto il resto: ma quanto avrei apprezzato che invece di chiedermi «Serve una mano?» (frase che ho iniziato a detestare da tempo) spaparanzato sul divano mentre mi inerpicavo sulla scala per appendere il terzo Peppa-festone, si fosse alzato dicendomi «Faccio io, tu riposati». Ha effettivamente prestato le sue braccia al trasporto della spesa, all’apertura del tavolo e alla sistemazione delle sedie. Poi stop. Ho dovuto persino ricordargli di cambiarsi i vestiti dieci minuti prima dell’arrivo degli invitati. E così, alla soddisfazione per la buona riuscita dell’esperimento di avere circa trenta persone in venti metri quadrati di salotto, si è unita la stanchezza di un pomeriggio in piedi a spalmicciare salse su tramezzini e tartine.

Ma tutto è andato per il meglio, la Princi (che ha indossato per un nano secondo la coroncina preparatale con tanta passione) si è divertita come una pazza. Ma come sempre, quando c’è di mezzo Peppa Pig, il tutto si è concluso in gloria, alias: febbre post festa. Insomma: tre Peppa avvenimenti su tre che culminano in malanni mi danno seriamente da pensare sul fatto che questa maialina porti sfiga, almeno alla Princi: che, quindi, non so se spedirò con qualche accompagnatore non ancora identificato allo spettacolo teatrale di fine aprile dedicato alla famiglia rosa.

A onor del vero la causa potrebbe essere un’altra, ben più tangibile rispetto alla generica sfiga: il fatto, cioè, che tre giorni prima siamo andate a visitare una scuola materna dove per contare i nasi colanti non erano sufficienti le dita di due mani. Intendiamoci: l’occasione è stata importante, il mio – anzi, il nostro – primo tuffo nel mondo strutturato delle mamme e dei papà e il suo primo approccio con quella strana cosa che è la scuola, da cui al momento pare tanto attratta. Si è divertita parecchio, fiondandosi immediatamente nel tubo di plastica, nella casetta facendomi cucù da dietro le tendine, venendo a cercarmi ogni istante seppure fossi nella stessa stanza non appena le si avvicinava un bambino. Ma se il risultato di un’ora di scuola materna sono due giorni di febbre con raffreddore e tosse non oso immaginare come sarà quando dovrà effettivamente frequentarla. Credo che il respiro di libertà tanto atteso tarderò a emetterlo; o sarà un respiro a singhiozzi, e non solo perché nel frattempo ci sarà la Pulci che – tanto per gradire – si accatterà tutto ciò che le porterà la sorella.

Sorella che, come mi è stato diagnosticato, probabilmente sente odore di cicogna in iper avvicinamento: e così, raffreddore a parte, sono circa dieci giorni che non dorme nel suo letto, nella sua stanza ma in mezzo a noi. E per sopravvivenza ho ceduto pure io, che finora ho sempre preferito alzarmi per riaddormentarla nel suo lettino anziché trasportarla nel nostro. Sotto questo profilo mi sento sconfitta, demoralizzata: ma mi pare anche una battaglia persa insistere sia perché la mia stanchezza, già notevole, centuplicherebbe, sia perché comunque nei giorni che trascorrerò in ospedale dormirà nel lettone con Lui. Quindi, tutto rimandato al momento del ritorno a casa: quando dovremo capire (plurale maiestatis) se sarà meglio tenere una belva in camera con noi e una nella stanza a fianco o provare immediatamente ad accoppiarle. Con il rischio che la grande infili il ciuccio del suo nuovo Cicciobello nella gola della piccola.

martedì 4 febbraio 2014

le tre P: paranoie, pre-ricovero, paure



Siamo a 36 (più 4): questa condizione di station wagon comincia a starmi davvero stretta; o forse larga, dipende dai punti di vista. Certo ieri sera ho pensato con un brivido di ansia a quando dovrò ricominciare a confrontarmi con la pancetta a mio parere troppo evidente sotto il vestito. Perché che quella di adesso sia molto evidente è un dato di fatto, anche se c’è ancora qualcuno che dubita io sia al nono mese.
Però mi ci sento, eccome: ho l’andatura gongolante, dondolante e affaticata che in precedenza ho tanto commiserato nelle altre mamme. Insomma: continua a tornarmi in testa il paragone con «Il gran pancione di papà Pig». Tra l’altro non si ha un’idea di quanto durerà ancora questa situazione: alla scadenza ufficiale mancano ancora tre settimane circa, ma da quanto dicevano i medici, da quanto sento e spero io pensavo fosse imminente.

Invece mercoledì, al pre-ricovero (pesantemente defalcato il numero dei controlli causa protocolli internazionali e ministeriali all’insegna della spending review) non c’è stata nessuna avvisaglia di possibile, imminente allunaggio. Nulla di nulla. E adesso, sempre in nome del taglio del budget, il prossimo controllo avverrà appena in coincidenza con la data presunta del “viaggio finale”.
Da un lato meglio così: almeno stiamo scafando la concomitanza con altri compleanni familiari, c’è una buona probabilità di riuscire a festeggiare il Comple-princi e – soprattutto – così riuscirò a presenziare agli incontri di scuole aperte prima dell’iscrizione della Princi alla materna.
Oddio… quanto è passato in fretta.
Una delle paure di questi mesi è quella di trascurarla, di non riuscire più a farle sentire quanto la amo: e così ora approfitto della quotidiana lotta per il riposino pomeridiano per cullarla, stringerla e sbaciucchiarla anche se questo comporta un’apnea non indifferente: passeggiare trasportando circa 25 chili in più appoggiati sulla pancia (peso delle due bimbe sommato, ovviamente).

Questo scrivevo ormai due settimane fa. Nel frattempo…