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lunedì 17 ottobre 2016

Sono le sei e tutto va bene (?!?)

Sono quasi le sei.
Sono sveglia già da un po’. Da quando la Pulci ha invocato aiuto per essere coperta. Poi è stata la volta della Princi, che non trovava Ih Oh: come se dormisse in un letto da due piazze e mezza. Ho compiuto il consapevole errore di guardare l’ora: sapevo che se fosse mancato relativamente poco all’ora del risveglio ufficiale mi sarei anche potuta alzare, magari per fare qualcosa di ciò a cui non riesco mai a dedicare del tempo.

Mi sento alla frutta. Energia sotto i tacchi, essenzialmente quella morale/psicologica/spirituale. Quella necessaria a farti sentire ed essere una buona mamma, soprattutto in periodi come questi. Periodi in cui le belve inghiottono tutte le tue giornate e non ne sono comunque sazie. Ti fanno capire che avresti potuto fare di più: giocare con loro, per esempio, interpretando i deliri da “Facciamo che tu sei... Facciamo finta che oggi sia...” o le complesse progettazioni per cui un pezzo di Lego da quattro bottoni dovrebbe reggere un castello di duecento piani e venti metri quadri. Avresti potuto fare di più: magari rinunciare a lavarti i denti per accompagnarle a scegliere i vestiti che vogliono loro perché non vanno bene quelli che hai scelto tu. Avresti potuto continuare a vivere avvolta dalla polvere, con la colonna di panni da infilare in lavatrice perennemente accumulata in bagno e portarle invece al parco.

Ecco: a volte preferisco fare lavatrici, fingere di essere una mamma-nonna Papera capace di impastare pizze e torte canticchiando come Biancaneve. E invece ti ritrovi a impastare con le piccole incollate al fianco che litigano per avere il posto d’onore per poter mescolare la farina e rompere le uova. Allora pensi che tu, da bambina, avresti tanto voluto che qualcuno ti lasciasse certe libertà per cui decidi di condividere il metro quadrato della cucina con il loro tavolino da invadere con improbabili ingredienti che poi, debitamente mescolati, pretenderanno di cucinare (e mangiare). Intanto il pavimento è bianco e scivoloso come una pista di pattinaggio (e loro, piccole Anna e Elsa, ne sono contente), appiccicoso e tu hai cercato di preparare la cena facendo la gimcana fra fornelli, armadi e cassetti che non si aprono causa lo spazio ristretto.
Nouvelle cousine
Mentre mi sento travolgere dai loro bisogni, dalle mille, troppe attenzioni nei confronti delle loro risposte emotive al mondo che le circonda e a ciò che accade in casa, abbino tutti questi pensieri ai falliti tentativi di stabilire un limite fra loro e me. Dove finiscono loro e posso iniziare io? Che, poi, io non sono solo io: c’è anche un noi. E in questo periodo è tutto così caotico, frenetico, indecifrabile. Spesso piango. Da sola, o con la mamma-nonna: perché in momenti così solo una mamma può capire. Già, ma mamma sono anch’io: e non capisco. È come se avessi perso il libretto delle istruzioni.
Mi chiedo costantemente come facciano le mamme che lavorano: perché se appena appena ho un impegno, lo sconto con crisi delle belve di vario ordine e grado.
Mi chiedo come facciano i genitori blogger: hanno uno studio fuori casa? Scrivono di notte? Si chiudono in cantina? O semplicemente accendono la tv per appiopparci davanti i bambini il tempo necessario? O, ancor più semplicemente, ignorano i loro “Mamma, ho sete! Mamma, ho fame! Mamma, pipì! Mamma, Pulci mi ha preso questo! Mamma, Princi ha fatto così! Mamma, tu non vuoi bene me!”.
Mi chiedo come facciano i genitori sempre lì sul pezzo, informati sui fatti di cronaca, sulle ultime serie tv. Qui non si sente un telegiornale per mesi: perché quando anche riusciamo a vederlo, per poterlo sentire l’audio dovrebbe essere a un volume tale che verremmo richiamati per disturbo della quiete pubblica.

Sono le sei e venti: non ho ancora deciso se stamattina andrò in palestra per tener fede all’abbonamento e abbattere le troppe calorie che mi circondano o tentare di essere una brava mamma che costruisce castelli e puzzle. Immagino che intanto dovrei essere felice del fatto che il pc, dopo un riscaldamento di mezz’ora, si sia acceso e mi abbia permesso questo sfogo.

Comunque: Buongiorno, mammaconizalzettoni.

mercoledì 6 maggio 2015

crescere

Uno degli ultimi disegni della Princi: la famiglia di Mulan

Al solito, dovrei fare altro: ma sono rimasta indietro di un troppo che urge in modo prepotente e che, in parte, è il motivo per cui ho tempo di scrivere.Oggi è infatti il secondo giorno in cui la Princi resta a scuola anche al pomeriggio. Bella roba, potrebbe dire qualcuno:la lasci di più proprio alla fine dell’anno. Il punto è proprio il lasciarla: cosa che se non avessi così tanta voglia di scrivere e se Briciolina non si fosse appena addormentata, correrei a prenderla. Ci pensavo già da tempo, all’eventualità di farle sperimentare pure il pomeriggio: ma dopo i mesi di malattia quasi ininterrotta, la ripresa è stata piuttosto difficoltosa e forse ne abbiamo degli strascichi nei frequenti risvegli notturni con finale salto nel lettone che ancora si stanno verificando ( e che ormai avvallo tacitamente per poter dormire almeno un po’). 
I guardiani della cameretta 
Poi però qualche settimana fa è comparso sulla vetrata d’ingresso l’annuncio di un laboratorio sul riciclo effettuato in tre pomeriggi: e allora l’idea ha preso più corpo, sostenuta anche dalla maestra S. secondo cui lasciandola in giornate normali c’era il rischio che si addormentasse visto che spesso, tornata a casa, se ne va da sola in cameretta per due ore di catalessi. Lo sciopero di ieri ha fatto anticipare il laboratorio di un giorno, a sorpresa: e così lunedì mattina mi sono trovata a decidere su due piedi, anche se a favore del tempo prolungato giocavano gli impegni che avevo e chi mi avrebbero costretta a delle corse per recuperarla senza mandare in crisi la mamma-nonna. Ed eccomi nell’atrio dell’asilo con lei davanti che se ne frega altamente di cosa le sto dicendo mentre io continuo a rassicurarla: «Amore, oggi farete un’opera d’arte, ma di pomeriggio, quindi la mamma viene a prenderti più tardi, va bene? Ok? E quando vengo sarà ora di merenda, non vengo subito dopo pranzo come sempre … vengo all’ora di merenda e magari andiamo a prendere il gelato.» Parola magica che risveglia la sua attenzione: subito inizia a richiamare bidella e compagni urlando «Dopo vado a prendere il gelato!!». E io che quasi quasi stavo per mettermi a piangere. Come starei per fare ora. Perchè mi sento una mamma degenere, come l’avessi abbandonata in mezzo alla strada anziché in un posto dove – tra l’altro – si diverte e si è divertita pure nel tempo prolungato. Perché sta crescendo troppo rapidamente, e non so se sono pronta.
La prossima volta che mi chinerò ad allacciarle le scarpe, alzandomi mi renderò conto che ha diciotto anni. E quella volta dirà seriamente di non sopportarmi come ha iniziato a fare quando è stizzita perché la rimprovero o perché è troppo stanca per addormentarsi. E chissà cosa dirà a quel tempo del mio modo di vestire (che chissà come sarà) visto che già ora mi critica se non metto la gonna o una maglia bella come la sua: che ad averne, di maglie belle come le sue, le metterei pure. È che ora comincio a non servirle più: e se finchè sei indispensabile non vedi l’ora che raggiungano l’autonomia, poi quando riescono a fare da soli, e te lo dicono pure, ci rimani male. E allora adesso, fra i mille momenti di corsa e i doveri della giornata, mi regalo ogni tanto qualche secondo per indugiare nei suoi occhioni, per cercare invano di fissare quello sguardo nella memoria dato perché spesso mi accorgo di aver dimenticato le sue espressioni di bimba più piccola.
Crescere: sta crescendo lei, stiamo crescendo noi come genitori e stiamo invecchiando come persone. Non sono pronta a tutto questo, ma temo non ci sia soluzione. La vita è una malattia da cui si guarisce solo con la morte, diceva Italo Svevo: e purtroppo è così.

Crescere: fare i conti di quanti anni sono passati da quando frequentavi l’università, da quando hai conosciuto quella ragazza con una foresta di capelli mossi e scuri che, come te, si schiacciava fra il finestrino, uno schienale e la folla di vecchietti bestemmianti sul numero trenta per andare a lezione di Letteratura Italiana. Una vita fa, anzi, parecchie vite fa: perché nel frattempo sei diventata una laureata, una lavoratrice precaria con molteplici contratti e mansioni, una moglie, una dottoranda, una dottoressa di ricerca disoccupata che si è inventata il mestiere di mamma. E che quando ha scoperto di stare per diventarlo, ha ritrovato quell’amica. E finalmente, dopo tre anni di «Dai, dobbiamo vederci», l’ha rivista davvero; e A., invece che riconoscere me, ha riconosciuto la Princi senza averla mai incontrata prima.

Crescere: fare i conti con i propri errori. Colossali, a volte. Pesantissimi anche quando compiuti per leggerezza e senza accorgersene. Poi succede qualcosa: succede magari che qualcuno cresce prima di te e ti viene incontro perché tu sei schiacciato dalla paura. Paura di un rifiuto, che sarebbe troppo difficile sopportare perché la voglia di rivedersi e di riavvolgere il nastro sarebbe talmente tanta che ogni poco ritrovi quella persona nei sogni. A questi tre anni di mammitudine è sempre mancato qualcosa, era come se questa entusiasmante, terrificante esperienza non fosse completa. E così ora, una settimana fa, ho scoperto come sarebbe stata e sarebbe dovuta essere: distanza chilometrica permettendo, ci saremmo ritrovate più volte sedute sul divano a parlare di cuccioli, di Lui, di noi. Come sarebbe stato rivedersi? Ci ho pensato lungo tutta la strada: cosa avrei detto? Ne avremmo parlato o sarebbe stato meglio far finta di niente? Non c’è stato bisogno di pensarci, solo di superare l’attimo di incredulità per riconoscere in quei quattro genitori gli amici di prima, quelli di sempre, come se la birra appoggiata anni prima fosse la stessa che stavamo sorseggiando ora. E come se in quell’abbraccio silenzioso, lungo, avvolto da lacrime reciprocamente non viste, ci fosse tutto il non detto di questo tempo.