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giovedì 22 settembre 2016

vai, supermamma

Il pavimento dell'atelier
Oggi è andata così: ho proposto di sanare con una spessa pennellata di arancione un errore di ortografia della Princi (che aveva invertito le lettere del suo nome) su un cartoncino a forma di zucca in preparazione di Avovin (nel vocabolario Pulci-italiano: Halloween).
Poi i colori hanno preso il sopravvento: sulle mani, i piedi, il sedere, il pavimento e i mobili di tutta la casa. La Princi ha sperimentato la Frozen-art, ossia un pattinaggio su ghiaccio dove le veci del ghiaccio erano giocate dal cartoncino finale dell’album. Poi ha anche involontariamente saggiato la Chiapp-art, andandosi letteralmente a sedere nel piattino dove mescolava i colori, all’inizio usando i pennelli, poi adoperando direttamente le varie parti del corpo.
Piccoli piedi da Picasso
Quindi, dopo una lunga puntata in bagno per riassettarsi, siamo passate alla cucina, dove ci siamo cimentate in una torta: tra pianti di stanchezza, moccoli (che mi auguro non siano scivolati nell’impasto in un momento di distrazione) e tentativi di scipparsi i compiti della brava cuoca. Ma questa è solo la facciata: dietro ci sono vagonate di sapone per i pavimenti, litri di sgrassatore e quintalate di bagnoschiuma.
Il tutto per cercare di tenerle lontane dalla tv e non farle picchiare e/o annoiare.
Mani e piedi d'artista
Proprio oggi ho letto qualche frammento di un post condiviso da un’amica mamma, (http://www.huffingtonpost.it/bunmi-laditan/sono-stufa-di-dover-rendere-linfanzia-dei-miei-figli-magica_b_8175018.html) parole che spesso mi ripeto soprattutto se penso alla mia, di infanzia. Che è stata magica, nonostante nessuno mi facesse pasticciare con la pasta per la pizza o la farina per torte, o giocare con il pongo facendolo finire in ogni anfratto, o dipingere a freno libero, o foderare di stickers i mobili di tutta la casa. E anche se i compleanni non erano a tema, pieni di festoni, invasi da gonfiabili, da panini imbandierati con la faccia di Biancaneve, con i bambini camuffati da pirati/pesci pagliaccio/unicorni/principesse.
E allora spesso mi chiedo per chi facciamo tutto questo, quando – come dice il papàconinfradito – ai bambini per divertirsi basta un pallone, qualche pizzetta, patatine e un’aranciata. Siamo noi mamme, la colpa di questa schiavitù verso la felicità dei figli: noi mamme con il nostro desiderio di essere le migliori, di far vedere quanto siamo brave, di primeggiare, nascondendoci dietro la scusa della felicità dei cuccioli. Ci penso, a questo così come a molte altre cose, ogni giorno: ma poi ci ricasco, inevitabilmente. Ma penso anche che, se qualcuno avesse fatto con me almeno una di queste cose, me lo ricorderei ancora adesso.







mercoledì 22 ottobre 2014

Ciao, semplicemente ciao


Un anno fa, a quest’ora, avevamo appena parcheggiato e stavamo salendo le scale dell’università. Non sapevo che, nel frattempo, mamma avesse telefonato al dottore che si era precipitato con insolita rapidità a casa ordinando di procurarsi una bombola a ossigeno.

Un anno fa, passate alcune ore in cui la Princi era stata spupazzata da un parente a un amico fin quasi ai professori, assistevamo alla proclamazione a dottoressa della zia Cucciolo, cominciando una sequenza di foto festose con tanto di corona che passava di testa in testa. E, negli stessi momenti, chissà cosa stesse facendo mamma e se fosse con qualcuno.

Un anno fa, dopo l’ufficialità della laurea, iniziava una serata in cui, se la festeggiata era appunto la zia, la protagonista era invece la Princi che si è divertita a completare il cartellone, a ridere a ogni intonazione di “Dottore, dottore…”, a infiammarsi per ogni ip ip urrà che veniva lanciato. A cinquanta chilometri di distanza, la nonna ansimava sempre più affannosamente.

Un anno fa, mentre tornavamo all’auto con la Princi sfinita nel passeggino e mentre riprendevamo la strada di casa, verso le 23 la nonna si era alzata per andare in bagno e, di ritorno, si era accasciata, pesante come un macigno impossibile da sollevare per la sola mamma: che, quindi, aveva chiamato lo zio. Poco dopo, adagiata nel letto, con un sospiro salutò chi le era vicino. E mentre il medico legale stava aspettando di vederla uscire per sempre da quella stanza in cui negli ultimi mesi aveva passato tante ore, noi, appena rientrati in casa, dovevamo fronteggiare la Princi che si era risvegliata urlando, piangendo inconsolabilmente con un capriccio che si è poi ripetuto nel cuore della notte: e solo dopo ho capito che era il suo modo per salutare la bisnonna.

Grazie alla tecnologia (il cellulare si era attaccato alla rete slovena), ho saputo cosa fosse successo solo la mattina dopo, e solo quando già stavo andando a casa di mamma: forse è stato un bene, perché tanto la sera non avrei potuto far nulla e avrei trascorso una notte ancor più angosciata di quella che ho passato cercando di frenare i caPrinci. Però il modo in cui ho avuto la notizia lo ricorderò per sempre. Ormai alle porte della città, la mamma è riuscita a finalmente a telefonarmi dicendomi di fare con calma perchè «Nonna non c’è più». Stavo guidando e ho urlato, pianto. Ha pianto anche lei e non sapendo cosa dire, mi ha passato lo zio: ma dopo poco ho riattaccato. Ogni volta che percorro e percorrerò quel tratto di strada ricorderò quel momento.

È trascorso già un anno e di cose ne sono successe parecchie.

La più importante direi che è la tenuta di mamma: tutti temevamo la partenza di nonna perché pensavamo sarebbe crollata. Invece no: si è buttata a capofitto nel mestiere di nonna forse anche alla ricerca di tutte quelle coccole e dolcezze che non ha – non abbiamo – ricevuto dalla nonna-bisnonna. La quale, però, fino all’ultimo momento aveva la Princi nel cuore, e per ricordarsi il suo nome lo aveva appuntato su un foglietto che abbiamo ritrovato nel portagioie. Era l’unica che riconosceva in un momento in cui, precisa e anti-filogattara com’era, non si rendeva neppure conto del gatto Billy e del signor Degas accoccolati ai suoi piedi per salutarla. E nei giorni successivi alla sua partenza, quando stendevo la Princi sul fasciatoio per cambiarla, lei guardava il soffitto e sorrideva, forse riconoscendo in alto il volto della nonna Carolina che, appena entrava in casa, correva a cercare nella sua stanza, rimasta chiusa per alcuni giorni. Quando è stata riaperta, la Princi ha subito chiesto dove fosse: «Qui, nel tuo cuoricino», le ho risposto prendendole la manina e appoggiandola sul petto: e ancora oggi, se le si chiede della nonna, risponde così.

Non abbiamo mai saputo se avesse capito davvero che stava per esserci un nuovo allunaggio e una cosa di cui mi sono pentita è non averle detto il nome che avevamo scelto per Briciolina: il nome di sua mamma, una donna forte e orgogliosa come spero diventi la mia cucciola. Ho pensato a nonna quando ero in sala parto: ho pensato a lei per convincermi che il dolore che stavo provando fosse nulla in confronto a quello che deve aver provato lei. Mi è mancato non vederla in ospedale a conoscere Briciolina, mi fa male pensare che non senta le sue risate e veda i suoi occhioni: ma in realtà so che sente e vede prima di noi.

Mi manca? Non lo so, a dire il vero: in realtà sembra che la vita sia sempre stata così, senza di lei. E forse in parte è vero: con le sofferenze che avevano costellato la sua esistenza, aveva in qualche modo tarpato gran parte degli aneliti di gioia, dei sogni e dei desideri di ognuno, anche il semplice desiderio di stare insieme creando quella famiglia sfondata in cui mi trovo tanto a mio agio. E così la vita, quella fatta di condivisione, amici, pranzi e cene in compagnia, caffè bevuti al bar per incontrarsi, viaggi, semplici corsi di ginnastica e computer è in qualche modo iniziata da un anno a questa parte: per mamma senz’altro.

Sembrerò impietosa e ingiusta verso la persona che tanto mi ha dato e a cui devo tanto: e infatti ritrovo in me molti suoi atteggiamenti, soprattutto quell’ansia di perfezione per la casa che la contraddistingueva. Ma a dire il vero, se tante volte sacrifico del tempo con Lui o le bimbe per pulire e ramazzare, tante altre giro le spalle o, come adesso, mi siedo e scrivo: di lei, a cui ho voluto e vorrò sempre tanto bene.


E finalmente, a un anno di distanza, le ho dedicato dei pensieri.

giovedì 16 ottobre 2014

otto mesi di mamma



Dunque: le belve dormono già da un’oretta circa, quindi non ho ancora molta autonomia.
Riprendere a scrivere dopo esattamente quattro mesi e un giorno dall’ultimo post mi pare grandioso, soprattutto tenendo conto che in questi mesi i miei pensieri hanno continuato a plasmarsi in “formato blog”.
Ma:
1.     tra la Princi e Briciolina (alias la Pulci, così ribattezzata perché sa –e in qualche modo deve – accontentarsi delle briciole di attenzioni che le riserviamo);
2.    la casa che si sporca con una velocità inversamente proporzionale alle volte in cui riesco a pulirla come si deve;
3.    i caPrinci da gestire (capricci della princi),le regrePrinci (regressioni della Princi);
4.    l’avvio della scuola (l’asilo dei “miei tempi”);
5.    e i fortunatamente numerosi seppur piccoli impegni di lavoro che ho avuto e ho…

beh, “grazie” a tutto questo finora i pensieri-formato-blog sono rimasti nella mia mente. E alcuni di questi non ne usciranno, purtroppo: passati nel dimenticatoio, surclassati da pensieri e preoccupazioni più fresche e aggiornate.

Comunque ora, non sapendo ancora quanto tempo ho a disposizione (ogni riposino equivale a un timer che solitamente scatta all’apertura del pc), volevo semplicemente scrivere che sì, mamma-con-i-calzettoni c’è ancora: più calzettona (perché dire che mi vesto casual –e quindi con calzettoni – suona come un elogio al mio abbigliamento degli ultimi mesi) ma soprattutto più mamma di prima. Perché nonostante il poco tempo che riesco a dedicarle, è da quando è arrivata Briciolina che mi sento davvero mamma; forse perché, contemporaneamente, ho dovuto fronteggiare e sto ancora fronteggiando le prese di posizioni della Princi. Che non sono poche, che sono toste e che necessitano di una vera mamma per essere arginate.

E quindi: eccomi.

la Princi vista dalla prospettiva di mamma-con-i-calzettoni scrivente


p.s: come volevasi dimostrare, il timer è scattato e quindi la pubblicazione del post avviene con la Princi e Ih Oh spalmati sul mio fianco sinistro

giovedì 13 giugno 2013

appalto con colpa



Ultimamente sono successe tante cose: dentro e fuori di me, dentro e fuori la Princi e me, dentro e fuori la Princi, me e Lui.

sandaletti da...casa della mamma-nonna
Sono successe tante mostre, incontri, serate, in cui la Princi ha catalizzato l’attenzione e avrei potuto raccontare la storia dell’orso anziché rispolverare il manuale di mitologia per fare citazioni dotte. Sono successe ma oggi ho riflettuto che bisogna metterci dei paletti: perché farsi conoscere va bene, stringere nuovi possibili agganci lavorativi va bene, ma che lavorativi siano. Alias: mettiamo da parte il lavoro pro bono. Sebbene mi piaccia e mi elettrizzi tutto questo, sebbene veda che l’impressione sia quella della ruota che finalmente sta girando,  tuttavia so che stare con la Princi e con Lui è di gran lunga più importante e benefico per il mio spirito. Per cui, ok: presento, curo, scrivo, allestisco ma d’ora in poi cerchiamo di fare in modo che la lontananza da loro fruttifichi in qualcosa di diverso dalla sola gratificazione.
Sono successe più lezioni di aerobica e sedute di palestra. Circa un mese fa ho rivisto alcuni passaggi del film “Sex and the City”: rimasta inaspettatamente incinta poco tempo dopo aver adottato la tenera Lily, Charlotte decide di non dedicarsi più allo jogging per timore di interferire con questa gravidanza tanto a lungo sognata e desiderata. Preoccupato, il marito ne parla con Carrie che si precipita a trovare l’amica per “strattonarla”, facendole capire che la corsetta quotidiana a Central Park è parte ineliminabile di Charlotte; che Charlotte È lo jogging a Central Park. E lì ho avuto una visione: ho capito quanto sia importante per me muovermi, che dopo quindici anni di danza e quasi altrettanti di iscrizione in palestra non potevo/dovevo rinunciare a qualcosa che, è vero, a volte coltivo solo dar seguito al pensiero di DOVER zampettare per smaltire il gelato della sera prima. Ma, anche in quel caso, muovermi e incontrare delle persone diverse da quelle che frequento/vedo abitualmente mi lascia un senso di benessere mentale e fisico. Quindi: da un paio di settimane mi sono imposta di andarci almeno due volte a settimana.

Il problema è solo uno: a chi lasciare il senso di colpa per l’abbandono della Princi?

E così ecco la terza cosa che è successa. Sono due giorni che appalto la Princi alle nonne. Che, ovviamente, sono felici di stare con lei, di vedere i suoi quotidiani aggiornamenti di espressioni, borbottii, paroline, imitazioni gestuali (ossia: ciò che vede fare, subito ripete). Ieri la questione era più soft nel senso che l’appalto alla mamma-nonna è andato dalle 10 alle 15.30 e, a parte la palestra, era motivato anche da una visita.

pettinando la nonna-bisnonna
Oggi la questione è diversa.

Dato che Lui aveva un impegno in zona nonna2, ho pensato potesse depositare il pacchettino infiocchettato in gonnellina di jeans già di prima mattina: così sarei potuta andare in palestra e dar fondo alla montagna di panni accatastati nell’armadio in attesa di essere stirati. Ovviamente, quando ne ho parlato con lui mi ha detto che sarebbe stata un’ottima idea; quando ho chiesto alla nonna2 e alla zia Cucciolo di prolungare la loro disponibilità oraria di baby sitteraggio (era infatti già programmato il pomeriggio dato che avrei lavorato) c’è stato un sì entusiastico.

Ma io da ieri ho cercato mille modi per giustificarmi: pensando che se metto in stand by la modalità mamma per una decina di ore dopo starò ancora meglio con lei; che comunque un motivo sarebbe stato prendermi cura della casa senza farlo mentre la Princi mi trotterella intorno in cerca di attenzioni; che ci sono tante mamme che “abbandonano” i loro piccoli per studiare/lavorare lontano da casa, per mandarli in ferie con nonni/zii; che comunque fra due settimane andiamo in vacanza e staremo cheek to cheek ventiquattr’ore al giorno, completamente al suo servizio.

Eppure non è bastato: è vero che in tutta la giornata non c’è stato un momento in cui mi sia seduta per riposare, ma non sarei nemmeno riuscita a farlo perché la mente era sempre e solo su di lei. E non perché sia preoccupata che sia stata male, o non si sia divertita: so che avrà giocato, cantato e saltato come una cavalletta.

Il pensiero, la sensazione è che mi manca l’aria. Sentire il completo silenzio in casa, dover preparare il pranzo solo per me, sedermi a tavola da sola, fare i lavori di casa da sola non è stato com’era a.P.: ante Princi. Lei mancava: era un vuoto reale, in cui a momenti ho avuto la tentazione di girarmi e dire “Bau” a qualcuno di invisibile perché avevo appena visto un cane in tv. In fondo, mi sono anche detta, se lavorassi a tempo pieno dieci ore fuori casa e lontano da lei ci dovrei stare comunque e molto più spesso.

Però il fatto che la mattina, appena sveglia, non dica più “Mamma!” ma “Mao!” per salutare il signor Degas mi impensierisce.

martedì 29 gennaio 2013

up and down ovvero: un anno fa, tra un anno



Un anno fa, come oggi, avevamo fatto il penultimo monitoraggio, quello in cui Lui –aspettando che la Princi si degnasse di dare qualche cenno – aveva chiesto all’ostetrica E. se potesse potuto assistere al parto con una visione diretta in alta risoluzione.

Un anno fa, come oggi, siamo poi andati a casa dei futuri nonni per festeggiare il compleanno della bisnonna, tra il timore di dover annunciare a tutti che non ci saremmo potuti essere perché stavamo volando in ospedale scatenando magari ansie e attese inopinate dato che volevamo fare tutto in sordina e dare la notizia ad allunaggio avvenuto. Ed è stato poi in quell’occasione, occasione di cui – al solito – avrei volentieri fatto a meno, che qualcuno ha scoperto che la mamma della futura nipotina sarei stata io, chiedendomi per la prima volta come mi sentissi e se avessi qualche sintomo.

Oggi invece stiamo per andare a saccheggiare il supermercato in vista del primo ComplePrinci. Oggi, invece, abbiamo una sveglia che tutte le mattine anziché suonare gorgheggia (nella migliore delle ipotesi).

Oggi invece, ai nostri mal di schiena risponde una piccola massaggiatrice che con i suoi piedini percorre i nostri corpi che cercano inutilmente di placcarla (sì, con due “c”) nel lettone.

Oggi abbiamo un faccino rotondo che sorride ogni volta che impara qualcosa e ci fa ridere per la sua nuova conquista: stringe i pugni e agita le braccine per dire “che freddo!”, finge di scottarsi toccando la stufa, comincia a mangiare da sola con risultati davvero soddisfacenti, si spazzola i denti e li spazzola anche a Mr. Billy, sta imparando a spazzolarsi gli ancora pochi capelli, tenta di imitare lo schiocco delle dita quando le accenno la sigla della famiglia Addams, musica che allestisco quando la vesto e vado alla ricerca della sua manina rimasta incastrata nella maglia.

Sarà una banalità, ma a vedere le foto di alcuni mesi fa è incredibile quanto rapidamente si sia trasformata da quella ranocchietta che era in una personcina con il suo bel caratterino. Finalmente? Mi rendo conto ogni giorno che per qualsiasi azione che si compie da soli mi chiedo quando finalmente la farà in autonomia per poi ritrovarmi a pensare, con una punta di nostalgia e senso di incipiente inutilità: «Oddio, questo fino a ieri lo facevo io per lei».

Ieri è stata una giornata un po’ così. Siamo rimaste prigioniere delle mura di casa non avendo l’auto (causa tagliando) ed essendoci un tempo schifosetto con pioggerellina che, se fossimo uscite, si sarebbe tramutata in acquazzone. Però è stata una giornata che mi è servita. Mi è servita a stare con lei senza fretta, senza doversi sbrigare perché qualcuno ci aspetta, facendo sempre e solo conto su di me e con la mia paura, che a volte ritorna «Che caspita faccio ora con lei?!».

Ammetto che molta parte della giornata è andata nel riassetto della casa ma con la sua collaborazione, felice e fattiva. Preparavo il pranzo e lei inventariava più e più volte il contenuto del cassetto; svuotavo la lavastoviglie e lei si immergeva nell’acqua rimasta sul fondo; passavo l’aspirapolvere e lei mi indicava dove; spolveravo e lei mi accendeva la luce per farmi vedere meglio. Abbiamo pranzato insieme; dormito insieme in una stanza che sembrava un dormitorio, dato che vicino a me c’erano pure i due felini; ballato insieme; letto il suo nuovo libro con i versi degli animali.

E poi ha camminato. Sì, per la prima vera volta.
Anche se tre passetti erano spuntati già il 26 dicembre a casa della mamma-nonna e si sono ripetuti sabato sera per riuscire a raggiungere il Sig. Degas fra le mie braccia, ieri la Princi ha veramente camminato da sola. Questa volta, intendo dire, si è accorta di cosa stesse succedendo. Poi, ovviamente, questa volta è più valida perché stava venendo da me, con uno sguardo fra allibito (per la serie: «Cosa cavolo sta succedendo, mamma?») e spaventato. Infatti purtroppo la performance non ha avuto un grosso seguito nonostante le mie acclamazioni di bravura: perché faticare tanto se posso andare da A a B strisciando nel mio solito modo da swiffer?
Poi, qualche ora dopo questa emozione, la batosta: perché, come ha postato qualcuno pochi giorni fa su fb trovando la mia immediata comprensione, una giornata non può essere bella e punto. No, la batosta arriva sempre. E anche se in qualche modo già ci pensavo, sapere mi ha dato un bel colpo. Pensare non più a “un anno fa, a quest’ora” ma a “tra un mese/due mesi/sei mesi/un anno, a quest’ora”. Pensare che la storia si possa ripetere ancora e ancora e ancora; e sentirsi vuota, arrabbiata perché va sempre tutto così. Perché pensi alle statistiche sull’incidenza delle malattie e con il sorriso sulle labbra ti dicono uno su un milione; ma quel milione forse ha lasciato fuori la tua famiglia. Perché pensi che sì, è vero, la vita avrebbe comunque fatto il suo corso: ma questa non è la vita, è la malattia. E allora, inutilmente, ti incazzi. Pensi che vorresti buttare giù a sprangate le porte, spaccare tutti i piatti e bicchieri di casa e ti accorgi che in verità lo faresti non tanto e non solo perché è quella persona ma perché è comunque, ancora, una persona vicina. Perché si tratterà di rivivere un copione già vissuto tante volte. Scende una lacrima, una seconda; stai per iniziare a singhiozzare quando la voce di Romina Power che canta il “Ballo del qua qua” ti riporta a oggi, a quella pallina che finge di non essersi accorta della tua tristezza salvo poi spalmartisi addosso e stringerti a sé.

sabato 26 gennaio 2013

di complePrinci, Carnevale e Princi-progressi





Un anno fa, come oggi, accompagnavo Lui a una visita di controllo e mi sentivo chiedere se fossi al sesto mese. Un anno fa, come domani, partiva il countdown per l’allunaggio la cui data prevista era appunto il 27 gennaio.
Oggi…
Oggi sono stata al lavoro tutto il giorno, con il pianto nel cuore perché stamattina la Princi mi ha salutata riempiendomi di bacini volanti dal divano seguiti, subito dopo, da una faccina triste. Oggi ho provato a trovare il modo in cui trascorrere con lei il suo primo ComplePrinci. Per la gran parte del giorno saremo sole dato che ho avuto la fortuna di scegliere un turno di lavoro che mi permettesse di rimanere con lei mentre Lui, purtroppo, lavora con il solito orario e potremmo festeggiare insieme solo a cena.
 
Cosa faremo allora la Princi e io?
Certo, gennaio è un mese un po’ sfigato per cui l’idea di portarla a vedere gli animali nelle fattorie didattiche o allo zoo è impraticabile causa chiusura invernale. Cosa resta? Sarò priva di fantasia ma non mi viene in mente molto. Dipenderà dal tempo e, se lo permetterà, magari potrei portarla a fare una passeggiata al mare. Oppure un giro in uno dei soliti centri commerciali, concedendole magari un giro sui giochini, esperienza per lei ancora inedita. Oppure una mezza giornata di ludoteca dove, vuoi per la bronchite, vuoi per il lavoro, andiamo piuttosto raramente.
 
Nel frattempo proseguono i preparativi del ComplePrinci “ufficioso”, la festa – cioè - sfasata di due giorni rispetto alla sua nascita. Sebbene fino a pochi giorni fa ero convinta della mise principesca, adesso comincio a vacillare e chiedermi se non sia il caso di comprarle qualcosa di nuovo. Contemporaneamente, però, sto anche cercando di trovare il tempo (ultimamente piuttosto scarso) di fare un check up del vestito finora prescelto per verificare se ci siano tutti gli accessori necessari (leggi: calze in pendant) e magari optare per il solo acquisto di un paio di princess’ shoes adeguate.
A proposito di vestiti, mi sto ancora barcamenando alla ricerca di quello per Carnevale, dilaniata al riguardo da vari dilemmi:
a)     Dove porto la creatura mascherata? Cioè: quando le faccio sfruttare la maschera?
b)     Cosa offre il territorio per bimbi mascherati a livello di feste, sfilate e affini?
c)     Strettamente legato a questi interrogativi e da essi fortemente dipendente: il vestito deve essere spropositatamente abbondante per ospitare al di sotto uno strato di abiti civili più giubbotto oppure il giubbotto lo metto sopra occultando il tutto?
d)     Se occulto, allora che senso ha mascherarla?
e)     Non proprio interrogativo ma constatazioni che dilaniano vieppiù: da un alto Lui che è piuttosto disinteressato all’argomento e che - pur avendomi autorizzata a comprare un vestitino che mi piaceva - poi ha condito il tutto sottolineando che da poco siamo usciti da una bronchi-Princi; dall’altro lato la mamma-nonna che, pur parteggiando per la mascherina pelosina tanto carina, mi farebbe trasformare la Princi da gioioso leprotto (posto che la voglia vestire così) in orso polare con annesso igloo.
Una soluzione in realtà l’ho trovata: non un vero e proprio vestito ma un “set” composto da vari pezzi che potrebbero essere visibili sia se la Princi fosse all’esterno sia se andasse a un ballo mascherato. Vedremo.
 Sempre per rimanere nell’ambito abbigliamento, fra i Princi-preparativi rientra lo studio della mia mise: e vediamo se domani, unico giorno respirevole della settimana, riesco a trovare qualcosa di convincente in un periodo in cui continuo a sentirmi come un bombolone ripieno. E il recente acquisto della divisa da lavoro stile hostess (effettuato in mia assenza ma con fiduciosa indicazione della taglia) non mi ha affatto rincuorata dato che, provata solo questa mattina, la gonna risulta tanto giusta che se dovessi respirare un po’ più a fondo farei saltare lampo e spacco in un colpo solo.

Ordinata la Princi-torta, comprati piattini e vario ambaradan decorativo, stiamo completando le operazioni di consegna dei Princinviti mentre il menu del pomeriggio si sta equamente distribuendo fra me e le tre nonne e sto cercando di trovare nell’agenda uno spazio per poter andare a fare l’ultima spesa di viveri e beveraggi insieme a Lui, per l’occasione travestito da uomo di fatica.
C’è altro, in questi giorni?
Eccome: ci sono Mr. Billy e il Sig. Degas che hanno pensato bene di piazzare nuovamente un ricordino sul nostro letto costringendoci a lavare tutto il lavabile, a spendere 20 euro nell’asciugatura sotto casa e a tirare finalmente fuori dall’armadio le lenzuola e il copripiumino che costituivano il misterioso regalo che Lui mi ha fatto per Natale. Quindi: una piccola tragedia domestica (che, prima o poi, rischia di risolversi in lancio di doppio felino dalla terrazza) si è trasformata nell’occasione per trasformare la camera nel parco giochi dei Peanuts. La Princi si è infatti subito rotolata fra Snoopy e Woodstock, confermando in questo modo la sua passione per il mondo animale, dimostrata anche l’altro giorno al supermercato. In fila alla cassa, ha iniziato a gorgheggiare come è solita fare appena vede qualcosa di interessante. Di fianco a noi, da un piccolo espositore, la bionda e intramontabile Barbie occhieggiava da piattini e bicchieri. «No, Princi: sei troppo piccola per la Barbie». Ma osservando più attentamente mi accorgo che il suo sguardo sormonta l’espositore per appuntarsi su un manifesto da cui un cane e un gatto segnalano che lì ci sono i prodotti per gli amici animali.
Incoraggiata da questo, passeggiando in città penso di farle notare i quattrozampe piccoli e grandi che incontriamo: passatempo ideale per sedare eventuali piccole crisi di pianto. Peccato che voglia fermarsi a salutare e accarezzare dal passeggino tutti i “bau” che vede. Ma magari è un modo per farmi riscoprire la cordialità: il suo desiderio, infatti, si trasforma in continue soste e annessi convenevoli con i padroni dei cani della città che, inteneriti da tanto affetto, non vedono l’ora di sollevare il quadrupede per farlo conoscere e salutare.

Poi, la Princi ha deciso di aiutarci a superare le difficoltà che incontriamo nell’affrontare le pulizie domestiche. Quindi: ci aiuta a fare e disfare la lavastoviglie (per ora senza danni), a caricare e svuotare la lavatrice, ci passa le mollette per stendere e, quando proprio vede che non ce la facciamo, ci aiuta con scopettone e straccetto, anche a casa della mamma-nonna. Stamattina, invece, ci ha insegnato a fare lo shampoo, operazione che detesta ma che mimava alla perfezione strofinandosi gli (ancora pochi) capelli. Da qualche settimana, invece (e non sappiamo da cosa o chi ispirata) sfiora appena la stufetta del bagno riportando immediatamente la manina alla bocca in un muto «Scotta!»: e questo a stufa rigorosamente spenta. Sollecitata forse dalle indicazioni a liberarsi dal pannolino fornite dal pediatra, da qualche giorno ha poi imparato a fare «Scc, scc» ogni volta che, molto generosamente, per il timore che ci perdiamo, ci accompagna a fare pipì. E lo stesso verso si tramuta in soffio quando la alleniamo a spegnere la candelina.
In questo turbinio di impegni principeschi si è inserito l’avvio di un nuovo progetto, fortemente voluto ma pure temuto per la paura di non essere all’altezza (tanto per cambiare) e di non riuscire a dare il meglio, presa come sono da mille pensieri diversi. E invece lo start up, avvenuto ieri sera, è stato un successone: merito del team di artisti, collaboratori, ma soprattutto amici coinvolti in questa avventura. E merito, anche, delle mie famiglie che, presenti alla serata, mi hanno fatto sentire il loro affetto. Merito, poi, soprattutto della Princi che, forse, ha coperto qualche mia imperfezione con il suo savoir fair affascinando tutti con il suo sorriso, sgambettando da un tavolo all’altro per osservare come andasse la serata, assicurandosi che i prodotti offerti nel rinfresco fossero di qualità, stringendo rapporti di amicizia con artisti, avventori e personaggi di spicco. Per poi crollare distrutta dalla stanchezza sotto il peso di tanta intraprendenza. Dura, in effetti, prendersi cura di una mamma-con-i-calzettoni.

domenica 20 gennaio 2013

di gatti, coppia, app e complePrinci

Photo: Diventa fan: Peanuts
Oggi è una giornata così, simile a quella di più o meno un mese fa. Il motivo? Sentirmi una ciambella e vedermi a questo modo, nonostante tutto.
Poi, però, invece che lanciarmi nel vuoto alla “Thelma e Louise”, son andata al lavoro; e tanto miracolosamente quanto lentamente le cose sono cambiate. Non perché non mi veda più come una ciambella, ma perché ho avuto qualcosa da fare e a cui pensare. E perché, a metà mattina, è entrata una persona che non aveva intenzione di vedere il museo ma solo di salutare me, così, senza conoscermi, per il semplice fatto di avermi incrociato una sera mentre chiudevo e aver incrociato oggi il mio sguardo.
E dato che la giornata è così, sarà un po’ così anche questo post seppure già ieri, quando pensavo di scrivere, immaginavo di comporlo a spot perché tante sono le cose di questi ultimi giorni di cui raccontare, tutte diverse per argomento e importanza.
Gatti e pacs
 
Intanto, per cominciare, qualcosa che ancora non so come o se finirà. Da qualche giorno nel cortile di casa si aggira un gattino minuscolo, bianco e nero, che tanto assomiglia a quello di una nota pubblicità della mia infanzia. A dispetto delle ridotte dimensioni il felino, attualmente soprannominato Fritz:
a)  ha una vocina da baritono: certo, un baritono che, se umano, avrebbe un anno, ma sempre un baritono;
b)  tiene in scacco Mr. Billy e il Sig. Degas al punto tale che questi, di dimensioni tre volte superiori, si tengono alla larga dalla porta di casa temendo le sue reazioni.
Ora i casi sono vari: ci stiamo cullando nell’ipotesi di adottarlo qualora continuasse ad aggirarsi sotto le nostre auto e se riuscissimo a capire che è un piccolo homeless. Seconda ipotesi è che il legame con i nostri mici sia più articolato di quanto pensiamo: vedendoci alle prese con un cucciolo umano (che, fra l’altro, si fa leccare e lecca a sua volta entrambi i felini) Mr. Billy e il Sig. Degas potrebbero aver deciso di unirsi in un pacs e adottare il piccolo Fritz. Noi non avremmo nulla da obiettare; la Princi meno che meno. Solo che chi glielo spiega che il cucciolo è dei suoi fratelloni e non sua proprietà?
Malattie e sensi di colpa
L’anno vecchio e quello nuovo sono iniziati alla grande: con una gran bronchite, tanto per capirci. Bronchite che è rimbalzata fra vari membri della famiglia e che si è trasformata in due settimane di malattia per Lui. Ovviamente, nel frattempo ho continuato a lavorare anche se ho avuto una puntata di febbre e anche se da stasera prenderò l’antibiotico. Il tutto ha avuto risvolti anche positivi nel senso che non siamo dovuti ricorrere all’aiuto delle nonne perché a giocare con la Princi ci ha pensato Lui: e, per onestà e riconoscenza, bisogna dire che si è anche applicato nelle pulizie con discreti risultati.
 
Perlomeno, si è accorto che non sono io ad essere fissata a girare ogni giorno con l’aspirapolvere sottobraccio ma che le palle di polvere ci sono quotidianamente (se non più volte al giorno). Così, usufruendo del suo aiuto, ho avuto un attacco di egoismo: nel senso che mi sono spesso resa conto di quanto poco tempo passi con la Princi, stritolata da impegni domestici vari, lavoro, qualche mezza giornata dalla mamma-nonna. Attacco di egoismo, dunque? Beh, per un’ora di palestra che mi sono concessa venerdì mattina dopo due settimane dalla ripresa ufficiale degli allenamenti, mi sento come se fossi la peggiore delle madri, con sensi di colpa a nastro alimentati dalla Princi che con sguardi supplichevoli e arrampicamenti sulle gambe che la portano a calarmi le braghe (con soddisfazione dei vicini) è alla costante ricerca di considerazione. La zappata definitiva me la sono data quando mi è venuto in mente che, da bambina-con-calzettoni, ero così anche io (per il tempo, ovviamente, di cui ho memoria). Ulteriore zappata me l’ha data lei due giorni fa quando in auto, girandomi a guardarla, l’ho vista con il faccino girato verso il finestrino e gli occhi tristi. Ecco: ciò che non vorrei nel modo più assoluto è che la gioia e la luminosità dei suoi occhi si spegnessero. Come mi sembra sia accaduto a me.

Per evitarlo, eccomi allora fare la scema e indossare il suo accappatoio di Winnie the Pooh al momento del cambio pannolino (ultimamente fonte di pianti da tragedie greche).
 
Mènage a trois
Glielo dico spesso: sono convinta che Lui si sia fatto venire la bronchite apposta in concomitanza con i saldi per procedere a una spending review. E così, se lo scorso inverno li ho saltati perché ero a livello cocomero sia prima sia dopo l’allunaggio, ora li ho saltati perché è una vita che non usciamo. Le gite ai centri commerciali che tanto mi piacciono sono ridotte a toccate e fuga al supermercato per rifornire il frigo e il reparto frutta domestico. E chissà, quindi, se riuscirò a rifornire e riammodernare il mio armadio.
Sensi di colpa e sensi di coppia
Nonostante siamo stati a più stretto contatto per due settimane (ma se ci mettiamo il periodo delle feste sono anche di più), la vita di coppia sembra essersi eclissata. Anzi, no: come ho detto sopra, in realtà anche la vita a tre sembra essersi eclissata. Sembra agire la legge di Murphy: appena abbiamo pensato di riprendere ad andare al cinema o a teatro, ecco che la Princi ci blocca con l’influenza, poi con i denti (non in senso letterale, ovvio) e malanni vari aleggiano su casa C. Poi, maledizione, c’è il senso di colpa: sicuri che una volta fuori saremmo solo Lui e io e non anche…l’altra? Tutti ce lo dicono e pure noi ci pensiamo: avremmo bisogno di un po’ di tempo da soli. Ma mi sento così tremenda anche solo a pensarci, a percepirla (come ogni tanto capita) come un peso che non ci permette di fare più le stesse cose di prima o almeno a non farle come prima. Ma poi la vedo sorridere e rimane solo la felicità che ci sia.
Bacini, strofinacci, pancini
In queste settimane la Princi ci stupisce ogni giorno con una nuova app. Quella più divertente è la app delle pulizie: cerca uno strofinaccio e mi imita mentre spolvero, pulisco il frigo o il pavimento, cerca di caricare la lavatrice, mi aiuta a svuotare la lavastoviglie, passa le mollette della biancheria quando si stende.
E Mr. Billy la aiuta ad aiutarci.
Poi c’è la app del pericolo: finge di accostare la manina alla stufa o la sfiora appena e se la porta immediatamente alla faccia con un’espressione che vale “Uh, come scotta!”. Quindi viene la app del lettone: sedute a fianco sul lettone, le chiedo se è stanca come la mamma e, al tre, ci buttiamo all’indietro insieme. Insieme a Lui ha messo a punto la app della lettura: al mattino e la sera quando beve il biberon della staffa, inizia a indicare i libri sullo scaffale chiedendo di prenderli per sfogliarli (principalmente i suoi, ma non è detto). E allora inizia la serie del “dov’è il bau? Dov’è la mucca? Dov’è cra cra? Come fa la gallina?” E se è in giornata buona ci azzecca.
 
La app però più dolce e gratificante è quella del bacino, che usa solo con la mamma. Ha iniziato quando la cambio e la metto in piedi sul fasciatoio, faccia allo specchio (dove si rimira vanitosa) per avvicinarsi poi al mio viso e schioccarmi un bacio sulle labbra. Ma tutto può avvenire anche in modo inatteso: si avvicina rapida al mio viso, braccio, gamba, per mollarmi un baciotto rumoroso. E lo fa solo con me, anzi: in realtà anche io vengo dopo Mr. Billy.
 
E quasi dimenticavo la app informatica e quella del fitness, in cui la Princi mi allena agli affondi appoggiandosi alla spalliera del lettino..
Amiche come prima
Una delle cose più significative di questo periodo è stata lei: lei che ho ritrovato dopo un lungo silenzio. Lei che è sempre la stessa: piena di dubbi, di angosce da condividere, di parole giuste al momento giusto. Lei che era sempre lì e io in qualche momento ne ho dubitato. Fino a  quella notte: la notte in cui ho sognato che suo padre mi diceva che aveva bisogno di me. Ed era così. Allora sono cominciati giorni di what’s appate interminabili, di indecisioni da parte di entrambe sul vederci/non vederci. E quando ho suonato il campanello, la casa era sempre quella: quella delle feste di Capodanno messe su un po’ all’improvviso ma con tanta voglia di condividere qualcosa; quella fuori della quale rimanevamo a parlare ore, anche se di più erano le ore passate davanti al cancello di casa mia. L’unica stranezza era trovarsi lì, una di fronte all’altra, come se ci fossimo lasciate poche ore prima, e con un argomento di conversazione che non erano i ragazzi che mi guardano/non mi guardano, sembrano interessati/non lo sono, che facoltà sceglierò, che lavoro farò; ma erano i bambini: che ci sono/non ci sono, che li voglio/non li voglio. E detto da due ancora bambine suonava un po’ strano.
ComplePrinci
I preparativi proseguono. Complice la malattia e l’impossibilità alla fuga, sono riuscita a costringere Lui a condividere certe decisioni: che torta fare, cosa preparare, se e come farci aiutare dalle nonne. Purtroppo il grosso deve ancora venire nel senso che la fase operativa spetta tutta a me. Così, dopo aver gironzolato alla ricerca della sala, in questa settimana dovrò ottimizzare i tempi per sfruttare le ore libere dal lavoro e:


a)     andare a prenotare la torta;
b)     consegnare gli inviti (realizzati su internet e arrivati ieri);
c)     comprare le tovaglie di carta;
d)     comprare qualcosa di carnevalesco da indossare Lui e io in occasione del complePrinci;
e)     fare la spesa;
f)     preparare qualche addobbo.

Detto così pare poco, anche perché sicuramente mi è sfuggito qualcosa; ma dovrò incastrare il tutto con il normale lavoro più un lavoro supplementare in programma proprio questa settimana, più la gestione della Princi tra le nonne. Dimenticato qualcosa? Ah, sì: dovrei anche studiare. Ma questo al momento sembra essere un optional.