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giovedì 21 gennaio 2021

Latitanza presente

Questa assenza è stata piena di tutto e di niente.

Tema estemporaneo

Il tutto della quotidianità.

Con le vacanze di Natale che sono sfumate fra i compiti, i film a tema da scegliere ogni sera («Stasera a chi tocca?» era la domanda più gettonata fin dalla colazione), gli abbracci sul divano, i giochi con papà, gli interrogativi quotidiani sul colore della giornata per capire cosa si potesse fare o meno: ma, in verità, tanta voglia di fare non ce l'avevamo.

Il tutto dello straordinario.

Il malessere della nonna che adesso è in ansiosa attesa dell'operazione (cioè sta cercando un modo per emigrare nonostante la zona arancione) e le tante, forse troppe, ma credo indubbiamente giustificate mie paranoie per lo stato d'animo delle bambine.

Condivisione di spazi

Se ultimamente per la Princi tutto è diventato più difficile a causa della pressione scolastica per le verifiche che lei affronta con grande ansia (tanto che due sere fa l'ho messa a dormire dicendole «Stai buona, Eliana!», giusto per ribadire da chi ha ereditato questo atteggiamento), per la Pulci sembra esistere un incessante ronzio di sottofondo che le ricorda della mia malattia. E questo nonostante se ne parli assai poco, o piuttosto se ne rida a causa degli effetti collaterali che mi provoca il Tec, quindi: occupazione continua del bagno, rapido attraversamento del corridoio per emergenza pipì, raccolta di bottiglie d'acqua vuote per la sete da cammello.

Succede quasi ogni sera, al momento di andare a letto e svariate volte durante la giornata: occhi da orsetto, faccina seria, manine che si allungano verso i miei fianchi, testolina che si appoggia sulla pancia.

«Voglio stare con te!». Come se fino a quel momento fosse rimasta con qualcuno di diverso.

«Non ti voglio lasciare!». Tradotto: a.) ho paura che quando non ti vedo succeda qualcosa; b.) non voglio che tu muoia.

E poi, due sere, a breve distanza l'una dall'altra, pianti inconsolabili al momento di dormire.

La prima volta che è successo ho dovuto chiamare i rinforzi: servivano anche le braccia di Lui perchè il pianto era diventato contagioso e c'era bisogno di qualcuno che avvolgesse la Princi. Poi, in verità, ci sarebbe voluto anche qualcuno che avvolgesse me perchè l'intenzione di farmi vedere forte è naufragata alle sue parole.

«Non ce la faccio a sostenere tutto questo!»

Disegno della Pulci con il piccolo mostro
(in basso a sinistra)

Nonostante l'acuto “contropianto” della Princi spalmata sul papà e nonostante il viso affondato in me, la Pulci ci ha rovesciato addosso la sua preoccupazione. Per il covid, perchè entrambe hanno ripetuto di essere stanche di non poter più andare a hip hop, di non poter abbracciare gli amici. Ma il primo pensiero è stato per il mostro, quel tondino armato che ha rappresentato in diversi disegni mentre la dottoressa e io cerchiamo di fermarlo: perchè è questo che le ho spiegato che stiamo facendo.

La seconda serata di pianto è stata in due tempi: calmata la Pulci per la sua paura della SuperMamma, ha iniziato la Princi con l'ansia per la verifica del giorno successivo. Nel tentativo di calmarle, abbiamo fatto le undici, quindi abbiamo deciso di tenerle a casa da scuola. Altri due giorni di assenza la Pulci li ha fatti questa settimana per un forte raffreddore e mal di testa. Solo che questo mal di testa sembra resistere al Nurofen e riesce a gestire la musica che la Princi spara a tutto volume da Alexa. Non potendone autenticare la presenza, lo prendo per reale visto che si beve pure lo sciroppo. Ma non so se sia un tentativo per restare ancora a casa o un malessere psicosomatico per la situazione.

Il lavoretto di religione della Princi

Quindi, se anche fisicamente sto bene (a parte i quotidiani effetti collaterali di cui sopra), moralmente non tanto.

Vorrei aiutarle e non so come. Passo tutto il mio tempo con loro e a volte mi viene il dubbio che sia sbagliato pure questo. Eppure a volte, nonostante stia cominciando a pesare pure a me la serie di restrizioni cui siamo sottoposti, credo che il covid mi abbia regalato la possibilità di godermi la loro crescita e la stia regalando pure a Lui, che da alcuni mesi lavora a casa e si gode gioie e dolori delle Belve. In fondo, quei piedini morbidosi che si arrotolano su se stessi quando siamo stesi sul divano, le lotte fra sorelle per chi si deve sedere vicino a chi, le favole della buonanotte, le mattine in bagno per prepararci tutte insieme, gli show del papà per aiutare la Princi a memorizzare Sumeri e zone climatiche, non dureranno ancora per molto.

giovedì 31 dicembre 2020

Buon anno andato, buon anno che viene

Il regalo che ci siamo fatti:
un set fotografico per noi
ph. c. Ilaria Tassini



E così siamo al resoconto di questo anno.

Fino allo scorso gennaio, gli anni pari erano quelli che preferivo, non so perché. Forse dipende dal fatto che - a parte Lui, una delle mie sorelle e mia zia - tutti i componenti della mia famiglia sono nati in anni pari. Poi sono arrivate le mascherine, i guanti, la quarantena. Ma insieme a loro, per me, sono arrivate tante cose belle.

Come tante SuperMamme, presa dal lavoro non riuscivo più a stare con le bimbe: e quando, durante il lockdown ci sono stati i compiti e il contatto h 24 , mi sono resa conto del “buco” che avevo con le bimbe. Ho iniziato a riassaporare il tempo con loro, e non è stata una passeggiata. Pure la decisione di licenziarmi, su cui stavo meditando da mesi, ha avuto un impatto altalenante visto che ormai c’era l’abitudine di andare dalla nonna quando nel week end lavoravo e ora ero (sono ancora) una presenza ingombrante se ci vado pure io. E poi la mamma dice tanti no, quindi sai che palle.

Il caos del 25 ...ma non solo

La mamma si è anche resa conto di quale disordine regni sempre in casa e di quanto poco incisivi siano i miei continui: «Metti nella cesta dei panni ciò che ti togli, piega il pigiama, metti a posto le scarpe, quando hai finito di giocare riordina prima di prendere un’altra scatola». Penso a me, bambina, e credo davvero di essere stata repressa visto che la compulsione all’ordine mi è stata inculcata sin dai primi anni e credo sia uno dei grandi misteri della mia vita, così come il fatto di aver saputo leggere e scrivere prima di iniziare la scuola, visto che non ricordo molti momenti in cui qualcuno si sedeva accanto a me per insegnarmi delle cose. Al contrario di loro: è un continuo chiedere e rispondere, spiegare, parlare, a volte credo pure troppo.

Recentemente mi ha molto colpita il fatto che una delle maestre della Princi abbia più volte sottolineato quanto sia ottimista. Io? Ottimista? Poi ieri ci riflettevo: in effetti anche adesso fra divieti e solitudini, sto cercando di sottolineare alle bimbe sempre e solo le cose che si possono fare. E di situazioni positive, grazie al covid, ce ne sono state tante. Ho visto le bimbe unirsi e diventare una squadra: merito del loro farsi compagnia, litigare, inventare giochi, complice anche il beltempo primaverile, il fatto che abbiamo il giardino e il saltarello, la quarantena è stata meno pesante. Ci siamo riappropriate della cucina, abbiamo sperimentato nuove ricette, ho finalmente imparato a fare una buona pizza e siamo riusciti a far assaggiare alle bimbe qualcosa di alternativo (e non sto parlando di cucina esotica o fusion ma di semplice platessa, per esempio). Ci siamo inventati occasioni per fare festa, apericene domestiche, inaugurato la serata pizza e la serata schifezze.

Abbiamo triplicato gli spazi di casa trasformandola in una palestra per adulti con area bimbi, in ufficio, in aula scolastica, laboratorio di costruzioni con la monnezza, cioè tutti quei cartoni che se non elimino immediatamente dalla vista si trasformano in case, auto e affini. 
Non so se davvero siamo riuscite a tranquillizzarle, così come non so quali realmente siano i loro pensieri a proposito della SM. Ecco: nei miei ricordi non so se il 2020 sarà in primis l’anno del covid o quello della comparsa effettiva della malattia.
La routine di...salute quotidiana
Dieci giorni fa ho commesso un terribile errore, frutto della troppa fiducia nelle mie capacità rassicuranti. Siamo andate a trovare una vecchia amica a cui ho raccontato tutta la mia vicenda, le bimbe presenti: è stata una chiacchierata tranquilla, senza scene di disperazione, pianto o condanna del destino. Pensavo che il fatto di aver spiegato loro tutta la situazione fosse sufficiente a farla rientrare nella normalità.
E invece, la sera, infilate nel letto, hanno iniziato a piangere disperate. «Avremmo voluto farti cambiare discorso, noi abbiamo paura che ci lasci, non vogliamo perderti». Sono riuscita a non piangere a mia volta, a mantenermi tranquilla e, forse sbagliando, ho raccontato loro la mia storia di bambina e le mie difficoltà, adesso, nel gestire le loro emozioni legate alla SM: non voglio che la vivano con angoscia, ma nemmeno che si debba stare attenti a non parlarne. La SM deve essere la normalità, rientrare in una vita in cui c’è senza esserci: proprio come sta facendo con me, manifestandosi in punta di piedi. Quando penso alle paure che ho rispetto alla malattia sono solo per le bambine: che mi vedano peggiorare, che la vivano con angoscia, che respirino sofferenza. Ho raccontato di quando, ragazzina, ho visto stendersi attorno a casa nostra una tenda grigia, la nonna non faceva che parlare di disgrazia e alla cena per la mia cresima il nonno non smetteva di parlare della malattia della zia.

La nostra Vigilia
Non so se abbia fatto bene a parlare con loro come fossero bimbe grandi. Quello che so e sento è che hanno paura, soprattutto la Pulci: continua a dire che vuole stare con me, che non vuole lasciarmi, che mi ama tanto… e ammetto che è comunque bello sentire questo affetto. Così come ammetto di essere felice per come stanno passando queste feste: finalmente con le persone a cui tengo davvero, finalmente senza vincoli, con la Princi che ha fatto razzia di cose nostre in giro per casa per poi impacchettarle e regalarcele, con la Messa di mezzanotte spostata alle cinque e mezza e in cui ho sentito un clima di festa nonostante stessi per svenire dietro la mascherina perché cantavo. L’unica cosa che mi è mancata è stato il pellegrinaggio a vedere i presepi, magari andare al cinema, lo shopping quando e come si vuole. Però niente ansia da cosa facciamo a Capodanno, chi invitiamo, chi andiamo a trovare. Noi cinque, con giornate da costruire quotidianamente; i gatti, il divano, i film natalizi, ieri sera “Hachiko” con noi tre donne avvolte nella coperta in una valle di lacrime: non so se facesse più piangere o ridere questa scena.

Il più be regalo che ho ricevuto

Stamattina ginnastica, compiti, pulizie: una normale mattina per un giorno normale. Perché, nonostante in molti se lo stiano augurando, domani che saremo nel 2021 non cambierà nulla rispetto a oggi. Però è vero: tutti continuiamo, sempre, a credere che domani, in un altro luogo, quando saremo grandi, quando saremo magri, quando ci andrà via quel brufolo, tutto sarà migliore.

Buon anno. Con tanti Calzettoni.



domenica 27 dicembre 2020

SuperMamma o anche no

 


Sono in incredibile ritardo con tutti i pensieri che avrei voluto mettere per iscritto e che adesso, indubbiamente, andranno persi. Avrei voluto registrare quasi in diretta questo Natale; ma prima ancora avrei voluto fissare i pensieri, le emozioni e le reazioni che ha suscitato in me e negli altri larticolo pubblicato su “Il Piccolo” esattamente 11 giorni fa.

Una sorta di coming out nato dall’articolo che io stessa ho scritto per il mensile “Gorizia News & views” con cui collaboro e in cui ho unito generalità sulla sclerosi con le attività della sezione locale di Aism fino ad arrivare all’autocitazione della mia storia e di mammaconicalzettoni. Qualcuno non sapeva e ha così scoperto, lasciandomi pensieri nel privato di un messaggio su whatsapp. E, all’autore dell’articolo successivo, deve aver risvegliato i ricordi di una vita di conoscenza e stima fra la sua e la mia famiglia: una vicinanza nata quando il nonno ha avviato la fabbrica, dove suo padre ha lavorato, e arrivata fino a quella strana vacanza al mare in Toscana in cui ci ha visti alle prese con le difficoltà di mia zia nelle ultime fasi della malattia. Poi, voglio crederlo, l’idea dell’articolo penso sia nata anche da una sorta di stima nei miei confronti.

Mi ha colpito il fatto che la prima persona a segnalarmi la pubblicazione sia stato un assessore comunale. Ho colto l’occasione al volo per chiedere un aiuto, un coinvolgimento dell’istituzione nelle attività di Aism. Quando ho accettato di raccontare la mia storia l’ho fatto forse perché lusingata da questa attenzione, senza chiedermi quali ne sarebbero state le conseguenze per me e gli altri, senza pormi un obiettivo. Non mi sono chiesta, e di questo mi sono resa conto solo pochi giorni fa, con un discreto senso di colpa, cosa potesse significare per le bimbe.

L’obiettivo si è poi delineato man mano che amici, semplici conoscenti, molti sconosciuti mi hanno scritto su facebook, instagram, messenger dopo aver letto la storia.

Nonostante ritenga di essere un bluff, posso fare qualcosa per rendermi utile.

Il punto, infatti, è che tanto clamore ha iniziato a sembrarmi eccessivo e certe dichiarazioni, che pure mi hanno fatto piacere, mi sono sembrate fuori luogo. «Sei un esempio, sei una donna coraggiosa»: bello sentirselo dire e leggerlo ma...mi sono sentita e continuo a sentirmi “falsa”.

Perché la malattia c’è ma non si vede. E certo, meglio che sia così per me, per la mamma, per le bimbe e per Lui. Ma mentre leggevo quei commenti riferiti a me, che nel frattempo ero andata in auto, da sola, a Udine, che sono andata in centro a ritirare le stelle di Natale e poi a far la spesa al centro commerciale; mentre li scoprivo nel mio profilo, ho trovato la testimonianza di una donna, mamma di due bambini, che ha scoperto di avere la leucemia mentre aspettava il terzo e il suo post parto è stato uno slalom fra la chemio, le nausee e gli ormoni impazziti. E allo stesso tempo, mentre leggevo quei commenti alla mia storia, sulle pagine Aism sfilavano foto di mamme in carrozzina. Facile essere un modello, essere coraggiosa quando ci si muove da soli, si imposta la giornata sulla lezione di ginnastica, le pulizie di casa e i compiti delle bambine con il solo impegno di ricordarsi una pasticca mattina e sera. Ma quelle che in tutto questo devono incastrare le flebo per la terapia?

Sono una SuperMamma? Sì, ma come lo sono tutte.

Sono SuperMamme quelle che preparano il latte ai propri figli urlanti, con gli occhi ancora chiusi perché avrebbero bisogno prima di tutto di un caffè, ma anche quelle che non possono preparaglielo perché all’alba sono già uscite per entrare in fabbrica.

Sono SuperMamme quelle che si destreggiano fra i capricci alimentari dei bambini cercando di impiattare cibi sani senza scontentare completamente la loro voglia di schifezze e quelle che scongelano i sofficini all’ultimo minuto.

Sono SuperMamme quelle che in una mattinata riassettano la casa, preparano il pranzo, fanno la spesa e quelle che a malapena riescono a farsi la doccia perché devono prendersi cura dei loro bimbi.

Sono SuperMamme quelle che sanno quali compiti devono svolgere i cuccioli prima ancora che siano usciti da scuola e quelle che, a sera, chiedono da una stanza all’altra se hanno preparato lo zaino per il giorno successivo.

Sono SuperMamme quelle che tornando dal lavoro entrano direttamente in cucina perché «Quando si mangia che ho fame?», quelle che entrano dalla porta sfilandosi le scarpe e la giornata di lavoro, quelle che lasciano il malumore fuori dalla porta per farsi travolgere dai «Ci sei mancata».

Sono SuperMamme quelle che hanno figli di una bellezza da copertina, preoccupate che siano sempre puliti ed educati e sono ancor più SuperMamme quelle che li vedono combattere con i limiti imposti da una malattia che potrebbe migliorare o lentamente portarli via: ma loro continuano a sorridergli.

Sono SuperMamme quelle che hanno un compagno amorevole al loro fianco e quelle che si rannicchiano in un angolo perché chi gli sta vicino non sa cosa sia l’amore, quelle che possono scegliere a quale nonno/zia/cugina lasciare il cucciolo e quelle che lottano con l’orologio per arrivare in tempo al nido.

Sono SuperMamme quelle che, riordinata la cucina, vorrebbero spalmarsi sul divano ma non vogliono rinunciare alle storie della buonanotte.

Tutte le mamme sono SuperMamme: l’ho scoperto in questi nove anni costellati di corsi preparto, ludoteca, parco giochi, scuola materna, primaria, scarpe per bambini, giocattoli, cartoni animati…

Tutte le mamme sono SuperMamme: quelle che vanno in palestra e quelle che ci rinunciano, quelle che vanno dal parrucchiere e quelle che si tagliano i capelli da sole, quelle che seguono il proprio istinto e quelle che seguono le “istruzioni” di pediatri e pedagoghi.

Insomma: mi sono sentita un grande bluff perché la malattia c’è ma non si vede. E mentre lo pensavo ho realizzato che il problema di AM (Alluce Muto) è che in realtà lui si fa sentire: perché quando si sta bene, non ci si ricorda che per camminare si sta mettendo un piede dietro l’altro. Invece, a ogni passo, Lui fa percepire la propria stranezza.

E mentre pensavo che non sono affatto una SuperMamma, coraggiosa, forte, quasi eroica, ho realizzato che lo siamo tutte: solo, in misura diversa.

Ecco: le cose che volevo dire, seppure in modo caotico, ci sono quasi tutte. E’ il problema di essere una SuperMamma che lascia indietro ciò che le piacerebbe fare perché fagocitata dal dover fare.

lunedì 27 aprile 2020

ritorno

Passeggiata oltre i 500 metri,
stamattina
Come ho scritto ieri, ciò che diciamo, pensiamo e scriviamo in questo periodo si assomiglia. Potrebbe essere consolante e suonare come ulteriore dimostrazione (per chi ne abbisognasse) del fatto che siamo tutti semplicemente, ugualmente, innegabilmente uomini, senza distinzioni.

Così oggi leggo un articolo di Paolo Rumiz preoccupato della propria capacità di tornare alla normalità. Preoccupazione oltremodo legittima, perchè credo che molti, in questo isolamento, ci sono stati bene.
Ci sono stata bene.
Tanto che ora che si comincia a ventilare l'ipotesi di una riapertura dei musei a metà maggio, sento un sottile velo d'ansia pervadermi, subito pronto a mutarsi in malumore.

Un'altra delle riflessioni che ho letto riguarda il fatto che, avendo più tempo a disposizione, le persone possono essere entrate in pieno contatto con le scelte della propria vita, le abbiano sondate, abbiano verificato la classifica dei propri valori e abbiano così meditato di cambiare: qualcosa o l'intera esistenza.
Riflessioni
Ecco: a me personalmente non serve avere più tempo a disposizione per pensare perchè ogni giorno, dal momento in cui apro gli occhi fino alì quello in cui mi addormento, quella che un'amica aveva identificato come “una radiolina nel cervello” è sempre accesa, senza riposo e con batteria misteriosamente ricaricabile. E non è neppure un mistero la mia costante insoddisfazione.
Ora: non so per gli altri, ma per me due mesi non sono stati sufficienti.
Sufficienti per riordinare casa e pulirne angoli inesplorati, tirare fuori libri sepolti nei cartoni del trasloco da tre anni, attaccare e commentare nell'album le foto di un anno fa, pulire l'auto, leggere tutti i libri (o anche uno solo) che so di aver acquistato in tempi più o meno recenti perchè sentivo di non poterne fare a meno, studiare per prepararmi alla ripresa, iscrivermi e seguire corsi di informatica on line. Due mesi, a dirla tutta, non sono bastati neanche per stappare le bottiglie di Moët Et Chandon che riposano nel frigo, in attesa dell'occasione giusta.

La domanda è, allora: cosa ho fatto, visto che anche i momenti di ozio sono stati molto risicati.
La mamma.
La mamma presente. O almeno ci ho provato, perchè mi sono anche spesso sentita dire: «Ma non stai con me/Non giochi con me». Sicuramente è vero: non ho giocato molto, in questo è indubbiamente più bravo Lui che regredisce ai tempi dell'infanzia divertendosi senza freni quando le insegue per casa, costruisce insieme a loro progetti o riesce a mettere insieme pezzi di cartone sfidando le normali leggi della fisica per il solo gusto di soddisfare la fantasia delle bimbe.

Molte saranno le cose che mi mancheranno quando si tornerà alla normalità, perchè non potrò sottrarmi al rientro nonostante stia pensando, cercando e mi stia interrogando su cosa fare.
Certo non mi mancherà la didattica on line, anche se pare ormai un'acquisizione pure per il futuro, nè il tempo trascorso arrabbiandomi per i compiti.
Mi mancherà però cercare di insegnare qualcosa alle Belve, qualcosa di intangibile così come di utile e pratico: essere più ordinate, piegare la biancheria, far la treccia alla Barbie. Due mesi non sono comunque bastati neppure per questo: pare che i bambini di oggi, abilissimi nell'avviare Netflix (cosa che invece io non ho imparato a fare) non riescano a destreggiarsi in queste banalità, così come non ci arrivino a pensare che se stai distante dal piatto, ti rovesci tutto il sugo addosso. Le tovaglie lo dimostrano.
Mi mancherà sentirmi dire «Voglio stare con te», frase ripetuta un centinaio di volte al giorno nonostante la forzata prossimità. Così come «Sei la migliore»: non ci credo molto e solitamente rispondo con un mezzo mugugno, ma è bello sapere che per mezzo secondo lo abbiano pensato davvero.
Mi mancheranno i continui abbracci con piedi della Pulci: un abbraccio stile koala, eventualmente utile anche nel caso in cui ci si voglia allenare con un po' di zavorra addosso.
Forse mi mancheranno anche i costanti remix della Princi, che canta tutto il giorno canzoni in inglese-principessizzato componendo improbabili ritornelli senza senso.
Mi mancherà vederle affiatate complottare per chiedere la merenda, se possono mangiare il gelato o vedere i cartoni.
Mi mancherà perdermi nei loro occhi, grandi, profondi, penetranti.
Mi mancheranno le domande di vita della Princi, i baci schioccanti della Pulci.
Mi mancherà avere il tempo di cucinare, organizzare apericena casalinghi, pensare a piccole cose piacevoli per tutti.
Mi mancherà, in sostanza, la vita da casalinga, da Nonna Papera, da mamma che corre spinta da un'ansia che non è quella oggettiva dei preparativi per andare a scuola e dei mille impegni fuori casa.
Mi mancherà sentir sussurrare la Pulci: «Mi piaci da morire. E mi piace anche papà. E anche Sofi. E tutta la famiglia».
Anche a me.
#iorestoacasa
#migodolebimbeprimachecrescano
#riflessionidaquarantena
#PaoloRumiz
#ritornoallanormalità

lunedì 20 aprile 2020

sconfortante normalità

Snoopy: Voglio andare al supermercato,
voglio andare al supermercato, 
voglio andare al supermercatoooo
Lo smarrimento sta lentamente prendendo il posto del placido ottimismo delle scorse settimane.
Condivido il pensiero di alcune amiche che lo fanno derivare dall'incertezza in cui stiamo vivendo.
La mascherina non serve sempre e dopo un attimo la mascherina è obbligatoria. Non si può uscire assolutamente e il giorno successivo c'è il via libera per un raggio di 500 metri da casa.
Riaprono le attività, ma solo alcune.
Il 3 maggio finisce il lockdown, ma chissà se sarà vero.
E poi chissà cosa succederà.

Cosa succederà è il mio pensiero costante, insieme allo sconforto. Che vorrei non trapelasse, ma evidentemente le bimbe lo percepiscono ugualmente.
Mi preoccupa la Pulci, che continua ad avere giornate da cozza pronta a far scattare l'abbraccio e addirittura “l'abbraccio con i piedi” (un abbarbicamento stile koala) accompagnato da frasi tipo:
«Mamma, voglio stare con te!»: sì, ma perchè finora con chi sei stata?
«Mamma, voglio stare vicino a te!»: Bubi, ma più vicino di così; anche se le peggiori sono:
«Come faccio a non pensare che la nonna muore?»
«Mamma, io non voglio che vi ammaliate»
«Mamma, io non voglio che morite» (sulla consecutio temporum stiamo ancora lavorando).

Pulci pasticcera
Dietro la sua scorza da dura, dietro le sue risposte acide come non mai e il suo fingere che nulla le interessi o la tocchi davvero, la Pulci sta cedendo. Ha addirittura iniziato a dire che le manca l'asilo. Ma le passeggiate no. Tanto che portarla fuori ora che limitate uscite sono consentite diventa una tortura psicologica. Per me, non per lei. O perlomeno: se non ha voglia di uscire, lo manifesta facendo passi da formichina, rimanendo indietro e quindi ovviamente non si tratta più di una camminata ma di una continua attesa che il gruppo si ricompatti.
Però è una tortura pure per lei: domani dovrebbero essere pronte le mascherine versione bimbo che ho ordinato, e spero vada meglio. Nelle tre passeggiate fatte finora, soprattutto l'ultima di domenica, tutti e quattro insieme, mi ha fatto male al cuore vedere la sua difficoltà a indossarla, a sopportarla, a respirarci dentro e pensare che potrebbe essere così per sempre. 

Attività fisica nell'ingresso-palestra
Infatti, lo scoramento riguarda il fatto che le bimbe non avranno mai una vita come è stata la nostra fino a pochi mesi fa, e chissà se se la ricorderanno la vita detta “normale”.
Per loro la normalità sarà stare distanti, non toccarsi, non darsi la mano, forse non avere più feste di comunità come quelle che si sono succedute in questi anni nè andare al cinema con la possibilità di condividere un commento con il vicino di poltrona? E la scuola come sarà, sempre a distanza? E si dovranno abituare a correre con la mascherina? Dovranno andare a prendere il gelato a 100 metri da casa?
Tutto ciò mi terrorizza e mi scatena un diffuso formicolio sottopelle, di rigetto.
Forse sto sottovalutando le capacità di adattamento dei bambini.
Forse, come si diceva con Lui ieri sera, anche io riuscirei nell'impresa che ora mi pare impossibile da accettare: fare la spesa on line, senza poter vedere dal vivo e confrontare pacchi di biscotti, tastare la verdura, ringraziare e augurare buon lavoro al salumiere.
Spinta dalla necessità, dal non poter fare altrimenti, magari ci riuscirei anche io.
Spero solo di volerci riuscire, nel caso dovessi.

    #iorestoacasa
    #sconforto
    #eccezionalità
    #normalità
    #paura
    #migodolebimbeprimachecrescano

mercoledì 1 gennaio 2020

buon anno??

Due giorni fa parlavo con un collega dell'opportunità e dei motivi per cui festeggiare il Natale e il Capodanno. Siamo arrivati all'amara conclusione, più o meno condivisa se si ha un animo tendente a credere alla bellezza del 25 dicembre, che si faccia per convenzione. L'ultimo dell'anno, in particolare, è un pretesto per far festa ed è, personalmente, una di quelle date che mi hanno sempre messo angoscia al pari di Pasquetta e Ferragosto: se non fai nulla di speciale, sei tendenzialmente uno sfigato, un border line rispetto alla maggioranza che partecipa a una grigliata sotto il ponte, si imbarca nella classica gita al mare, o partecipa a una festa che poco conta quanto abbia in comune con il veglione di fantozziana memoria.
Ma, in effetti, cosa festeggiare a Capodanno?
Un altro anno che ci porta alla maturità (leggi: vecchiaia)?
Le bimbe che crescono e si allontaneranno ancora un po' da noi? La Pulci, peraltro, ha già capito che diventar grandi è una fregatura e di tanto in tanto si mette a piangere sperando di tornare la neonata della foto appesa sul suo letto. Ricordo di aver fatto una cosa simile, nel passaggio dal 1986 all'87: non volevo che l'anno vecchio mi lasciasse e ho iniziato a piangere disperatamente sotto gli occhi attonitamente severi del nonno e della nonna che non capivano i motivi di quel capriccio. Forse, se si fossero ricordati di quell'episodio qualche anno più avanti, mi avrebbero dato retta visto che in quel momento eravamo ancora – familiarmente parlando – in una situazione di serena staticità.
Gli ultimi giorni sono stati pesanti: la Princi con l'influenza mi tirava giù la pelle lamentandosi di ogni cosa e chiedendo la mia vicinanza, mentre una sensazione di vuoto cosmico affettivo mi avvolgeva, vuoi perchè speravo di avere l'occasione di fare piccole gite in quei giorni di clausura, vuoi perchè ho iniziato a far bilanci e a interrogarmi, appunto, sull'opportunità di festeggiare l'arrivo del nuovo anno.
Che andasse festeggiata la fine di quello vecchio era fuor di dubbio: gli anni dispari non mi sono mai piaciuti e il 2019 ha avuto come unici, e certo epici, momenti positivi, il matrimonio della zia A. e il viaggio a Londra.
Ma da quella vacanza siamo tornati con il pensiero, più mio che altro, per quell'evidente gonfiore apparso sul collo di Lui. Mesi di visite, attese, esami. Angoscia. Ripeto: soprattutto mia, Lui è sempre stato sereno e questa è la sua grandezza: lo è stata adesso così come dieci anni fa. Per me invece ha significato ripiombare indietro, proprio a quando, dieci anni fa, scoppiavo a piangere mentre guidavo al pensiero che potesse essere travolto dal Linfoma. Invece, dopo mesi di terapie, è stato Lui a travolgerlo. Nella mia mente però non facevano altro che tornare le parole del radiologo sulla possibilità che la combinazione di chemio e radio potesse portare a una recidiva a distanza di anni. E non potevo non pensare che ne fossero trascorsi dieci, tanti quanti quelli passati dalla prima comparsa della malattia nella zia e la sua recidiva.

Gestire queste emozioni nella normalità di compiti, lezioni di ginnastica e chitarra, crisi di stanchezza per l'impegno scolastico,..., non è stato semplice. Tanto più che a questo pensiero si sono aggiunti gli accertamenti per i miei mal di testa: risonanza, risonanza con mezzo di contrasto, prenotazione di visita dalla neurologa e la quasi conferma di una nuova sfida che mi/ci attende nel 2020 per accompagnarci negli anni a venire.
Sono terrorizzata e cerco di non farlo vedere. Avrei voglia di spaccare piatti mentre assecondo i pensieri della Princi sul fatto che “le sfortune”, come lei le ha chiamate, siano ormai passate. Vorrei parlare, sfogarmi, ma voglio al tempo stesso evitare reazioni catastrofiste come quella che potrebbe avere la Mamma-nonna e quella troppo ottimistica di Lui. Quindi, tengo dentro. E quasi esplodo. E penso che festeggiare il nuovo anno non significhi nulla, perchè i giorni non devono essere date scritte sul calendario per essere festeggiate nè tantomeno credo che le settimane e i mesi a venire possano essere diversi.
Eppure ci crediamo, tutti.
Crediamo nel fatto che, magicamente, sia un nuovo inizio.
Un reset, un punto zero da cui ricominciare a vivere, sognare, realizzare.

lunedì 21 ottobre 2019

Londra 3: l'olfatto

Una… nave di fish & chips da Bubba Gump
Quando ho chiesto aiuto a Lui, Princi e Pulci sugli odori di Londra la risposta è stata in coro: “PATATINE FRITTE”. Inutile dire che ne abbiamo abusato negli undici giorni trascorsi all'ombra del Big Ben (che, ndr, era in fase di restauro). Praticamente accompagnavano ogni piatto che abbiamo preso, anche perchè – amettiamolo – abbiamo usufruito soprattutto delle grandi catene nel vano tentativo di salvaguardare il portafoglio: da Pizza Hut a Five guys, da Honest Burger a Bubba Gump. Però, nonostante fossimo anche stufi di vederle, ogni volta che erano nel piatto le abbiamo finite.
Fra gli odori, la Pulci ha menzionato pure quello di KETCHUP che lei percepiva nel panino che mangiava a colazione, riempiendolo di bacon: l'olfatto forse fingeva ciò che lei desiderava, per cui l'odore di ketchup non è accreditato seppur fosse possibile che magari aleggiasse nell'aria vista l'accoppiata dolce-salato che animava il buffet della colazione, il buffet più spaventosamente ricco di quelli visti finora. Nella hall dell'Holiday Inn di Hammersmith (l'albergo in cui abbiamo alloggiato fra i due week end trascorsi da casa degli zii A & J) così come in quella dell'Holiday Inn di Stanstead dove abbiamo passato l'ultima notte su suolo britannico, la tavola si apriva con la fiera del colesterolo: bacon, uova strapazzate talmente rassodate da poterci giocare a baseball, salsicce, fagioli.
Un caramel macchiato pomeridiano da Starbucks
Poi tutto il reparto dolce, con mini muffin di due tipi, croissant, pane bianco e integrale da scaldare nel forno elettrico e farcire con marmellate, nutella, miele, burro, margarina..., frutta, succhi di frutta, cereali, porridge da preparare nel microonde, macchina del caffè/tè/cioccolata da selezionare in autonomia e una splendida vetrina con yogurt al cucchiaio e salsa di frutti di bosco, senza dubbio il mio preferito. Personalmente, dopo tale colazione saltavo il pranzo mentre gli altri spesso si sono accontentati di una pizza al volo o simili mangiati comunque alle due di pomeriggio. Una delle nostre attività preferite era poi sbirciare nei piatti e nei tavoli altrui per vedere cosa consumassero: e siamo rimasti impressionati dalla Lady di mezza età accompagnata dalla figlia e da me subito ribattezzata Signora fagiolo perchè con il croissant faceva la zuppetta nella salsa di fagioli...NO COMMENT
Squirrel di Regent's Park
Secondo Lui uno degli odori più penetranti era quello dello SMOG. Sarà che mi piacciono le grandi metropoli, ma non l'ho percepito così forte, forse completamente intontita dallo stesso inquinamento o piuttosto dalla passione per Londra e dall'estasi per questa vacanza. In verità credo che a contrastarlo contribuiscano i numerosi e rigogliosi parchi che punteggiano ogni quartiere: curati come non mai, adatti a famiglie, bambini e pic nic, a dispetto delle ordinanze anti bivacco di cui si sente parlare in Italia. Alcuni di questi, ci spiegava un'amica, sono privati nel senso che appartengono a tutti i residenti dei palazzi che circondano il parco stesso, aperto in alcuni casi una volta all'anno per una manifestazione simili a Giardini Aperti.
Dulcis in fundo, un odore non percepito: quello di SUDORE. Era pieno agosto ma con i 22° di media quotidiani impossibile sentire spiacevoli scie o vedere ascelle pezzate, a meno che non fossero quelle degli artisti di strada sul lungo Tamigi. Un punto a favore per il frescolino britannico a cui, tuttavia, continuo a preferire la calura estiva italiana.