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martedì 14 maggio 2013

gatti con gli stivali (chiodati)


Che gli stivali dovrebbero procurarseli come parte indispensabile e imprescindibile di un’ipotetica quanto auspicabile armatura. Dal week end che ci siamo concessi alle terme, Mr. Billy e il Sig. Degas hanno iniziato una villeggiatura di lusso nel resort della mamma-nonna.

E lì ci stanno benissimo.

 
Si spaparanzano sulle terrazze; quando riescono a forzare le porte delle camere – rigorosamente tenute chiuse perché la nonna-bisnonna, nella sua ossessione per la pulizia, è tutt’altro che animalista - si accovacciano sotto il letto o saltano nel lettino da campeggio della Princi; pisolano comodamente acciambellati sulle sedie del salotto o sul divano, entrambi ricoperti da lenzuola anti gatto che rendono i mobili tanto simili a quelli di una casa in procinto di trasloco; si distendono sui davanzali delle finestre a prendere il sole senza pericolo di caduta: e se il sole non c’è, Mr. Billy si fa le lampade stendendosi di fianco ai neon della cucina. E poi hanno il giardino; una strada meno trafficata di quella sotto il nostro appartamento; i giardini dei vicini; tanti a-mici che li aspettano e con cui non litigano come ultimamente accade un po’ troppo spesso quando stanno da noi.

E poi non c’è la Princi.

La Princi che da qualche tempo ha iniziato ad assalirli strattonandoli, tirando le code, strappando peli a seguito di improbabili carezze, dando pugni simili a quelli che – lo confesso – le ho insegnato a tirare allo squalo di gomma con cui condivide il bagnetto.

Insomma, ammettiamolo. In queste settimane che non c’erano qualche sospiro di sollievo lo abbiamo tirato.

Non abbiamo dovuto sbaraccare il lettone alle undici di sera perché Mr. Billy ci aveva fatto pipì; non ho dovuto spazzare proprio ogni giorno per raccogliere i sassolini che dalle sabbiere in bagno si spargono ovunque; non ho dovuto spolverare proprio ogni giorno su ogni superficie orizzontale per toglierci quei cinque centimetri di pelo che ci perdono; se la Princi non si svegliava alle 6.30 o prima, non siamo stati svegliati forzatamente dal Sig. Degas per farsi mettere la colazione che poi non mangia; Lui non ha dovuto assicurarsi in piena notte che la porta sul cortile fosse aperta per far rientrare Mr. Billy; se la Princi per qualche miracolo strano faceva il pisolo pomeridiano, questo non durava cinque minuti perché poi i due felini saltavano nel letto; etc. etc. etc.

Ma questo lungo elenco è nulla in confronto a quello che loro stileranno di comune accordo e che si potrà sintetizzare in una richiesta di asilo politico a casa della mamma-nonna (che, a differenza della nonna-bisnonna e seppure non lo ammetterà mai, a loro è affezionata).

E questo accadrà non appena la Princi tutta gongolante verrà a portarci un ciuffo di peli in segno di vittoria.

giovedì 25 aprile 2013

di lettoni, pancioni e progressinci


Oggi di studiare non ho proprio voglia. Sarà che da diverse notti la Princi non ci fa dormire: che sia colpa di nuovi denti o ancora del vaccino a una settimana di distanza non lo potremo mai sapere.

Sappiamo però che se anche la mettiamo fiduciosi nel suo lettino dopo qualche ora dovremo spostarci ai margini del lettone per far spazio a lei, ai suoi calci addosso a noi, alle sue capocciate contro la testiera del letto (di legno), a tutta lei perché si mette in orizzontale giusto al livello dei cuscini. E poi dobbiamo fare spazio al sig. Degas, a Mr. Billy, convalescente dopo una lotta fra felini in cui (crediamo) ha avuto la peggio, a Gimpo, Gimpo grande o a entrambi (i pupazzi preferiti della Princi). Dobbiamo a questo punto ritenerci fortunati se, come accadeva in una pubblicità di qualche anno fa, non ci ritroviamo a letto con Fufi.

Sarà che sono contenta perché finalmente c’è il sole e se anche devo lavorare mezza giornata l’altra metà l’ho passata finalmente con Lui e la Princi facendo, per parafrasare Guido Gozzano, quelle piccole cose di grande gusto come vederla seduta dentro la doccia nella sua nuova vaschetta insieme a Pippo, Topolino, Pingu e lo squalo; vederla ballare secondo le note di una musica tutta interiore mentre si lascia scarrozzare sul suo triciclo con indosso gli occhiali da sole; lasciarmi trascinare ai margini della commemorazione del 25 aprile per dimenarsi al ritmo di “Bella ciao” (e qui si potrebbero fare commenti di destra e di sinistra); bere un aperitivo con lei in braccio.

Sarà che sono contenta perché sto contando le ore che mancano all’uscita con gli amici, faticosamente organizzata e che mi mancava un sacco: perché mi mancano loro e le loro vite, mi manca uscire assieme e sparare qualche cavolata, mi manca cenare con loro, un aperitivo con loro. A dire il vero, mi mancano gli aperitivi con Lui, con Lui e la Princi, con gli amici, con gli amici e la Princi… se dovessi rifarmi di tutti quelli che mi mancano si aprirebbero per me le porte della riabilitazione.
 
 
 
Sarà che ho appena letto un articolo che mi ha colpita e che ho effettivamente invidiato per il modo lucido, incisivo e sincero con cui sono scritte cose per le quali sono stata giudicata all’inizio del mio blog: e non le avevo neppure scritte con la stessa acutezza e precisione. Leggere quell’articolo mi ha fatto pensare a qualcosa su cui, in realtà, rifletto quotidianamente.

Perché ogni giorno confronto la vita a. P. (ante Princi) con quella d. P. (dopo Princi), sia la mia personale sia quella di coppia. Perché ogni giorno cerco di ricordare come mi sentivo da figlia se mia mamma si comportava con me come io mi comporto con lei. Perchè ogni giorno mi chiedo quali sono le immagini e i ricordi che vorrei lei avesse di me una volta cresciuta. Perché ogni giorno, prima di fare qualsiasi cosa, metto sulla bilancia lei e me: la porto in ludoteca o andiamo in città per vedere le amiche? le preparo qualcosa di buono per cena o le leggo un libro?  la porto in piscina o vado ad aerobica? vedo dove vuole portarmi ora che mi ha preso per mano o vado a fare pipì?

Forse avevo cercato di rimuoverlo ma mi è tornato in mente qualche settimana fa, parlando con Lui. Quando la Princi è nata, nell’atmosfera sospesa e paradossale dei giorni in ospedale, quando da un alto non vedi l’ora di tornare a casa e dall’altro temi alla follia quel momento, la gioia di conoscerla si è mescolata all’incredulità.

Incredulità di averla accanto e pensare fosse “mia”: la bambina di una bambina, non anagraficamente parlando, è ovvio. E così, lo scrivo con le lacrime agli occhi, c’è voluto un giorno e mezzo perché trovassi il coraggio di chiamarla. Di chiamarla Princi ma soprattutto “amore”, o “cucciolo”. Di riuscire a tranquillizzarla rivolgendomi a lei più direttamente e teneramente che con un asettico “SSh!”. Di riuscire a cantarle l’unica canzoncina che ricordo per intero della mia infanzia.

Ero totalmente stranita. E lo ero ancor più a vedere la tranquillità di Lui, che se la stringeva addosso come fosse una bambola e io invece avevo paura di quella minuscola appendice che chiedeva e non sapevo cosa.

Ancora adesso a volte ho paura di lei. Anzi: di me. Di non sapere giocare e stare con lei. Di privilegiare la sua cura materiale (vestirla, lavarla, nutrirla) piuttosto che il suo divertimento.

Poi la guardo con gli occhi di Lui, che mi ripete quante cose le stia insegnando e come mi sia attaccata.

E allora rido.
Perché seduta sul fasciatoio mi indica il piumino della cipria per passarselo sulle gote arrossate o muove il ditino davanti alle labbra per dirmi di darle il burro cacao.

Perché almeno una volta al giorno si ferma davanti alla libreria dell’ingresso e, seria seria, inizia a estrarre uno alla volta i cataloghi dei nostri amici pittori e l’opuscolo della Risiera portandomeli perché glieli spieghi.

Perché quando entra in bagno manovra il pomolo della lavatrice e sa con precisione dov’è la vaschetta per il detersivo e, in cucina, chiude il cassettino del sapone e si dirige sicura sotto il lavello quando deve buttare qualche cartaccia recuperata chissà dove.

Perché quando vede la Nonna-Bisnonna con la lima in mano inizia a strusciarsi l’uno contro l’altro gli indici.

Perché quando gli chiediamo se fuori è freddo stringe i pugni e finge di tremare, mentre se ho in mano la tazza bollente avvicina la manina scostandola subito e portandola al viso per non scottarsi.

Perché quando l’altra sera Lui ha steso i panni lei li tirava fuori dalla bacinella e li scuoteva.
Perché quando gli si chiede come fa lo zio E. lei prorompe in un «Boh!» assai simile ai suoi.
Perché l’altro giorno mi sono accorta che eravamo vestite allo stesso modo.
 
Perché venerdì, attenta al tg, ha esultato vedendo Papa Francesco iniziando a blaterare «Papa, Papa!».

Perché ci sta facendo conoscere il suo carattere testardo e smorfiosetto, finto timido e dolcissimo.

E se anche ogni giorno è uguale, in realtà ogni giorno è diverso: lei cerca quotidianamente di spiegarcelo, in quella lingua arabo-tedesca-principesca-felina che per ora e per sempre rimarrà un mistero.

martedì 23 aprile 2013

se influenza fa rima con Princi-dipendenza


Mi ero ripromessa di essere un po’ più solerte nello scrivere… semplice pensarlo, difficile riuscirci. E quindi continuo a chiedermi come facciano le altre mamme a far tutto e essere sempre impeccabili. O, almeno, questo è ciò che vedo; o, forse, che voglio vedere per continuare a darmi la zappa sui piedi. Anzi: la Princi sui piedi, visto che è il posto dove in assoluto preferisce passeggiare.
Comunque, riprendendo il filo del discorso, la buca della giornata relax si è fatta sentire a distanza di una settimana portando con sé una fitta serie di riflessioni, più o meno proficue.
 
Due martedì fa mi sono concessa una seduta di parrucco resa necessaria sia dall’indiscriminata crescita dei pur corti capelli sia dal fatto di dover/voler essere in ordine per gli impegni dei giorni a seguire. Vale a dire: due inaugurazioni da condurre. Erano mesi, tuttavia, che continuavo a chiedermi per quanto ancora sarei riuscita a tenere botta senza crollare. Me lo stavo domandando da dicembre, cioè da quando avevo dovuto fronteggiare le simil influenze di Lui, vissute come broncopolmoniti fulminanti e invalidanti, e le molteplici febbri, dermatiti, rinvii di vaccino, sesta malattia della Princi.

Ovviamente, quando vuoi scoppiare? Proprio nel momento in cui sarebbe stata più necessaria la mia lucida e pimpante presenza. E così, complici turni di lavoro a giornate intere seguiti a due lunedì (normalmente di riposo) di corso antincendio hanno fatto il paciock: un’influenza intestinale tanto repentina e rapida quanto lenta a portarsi via i postumi. E così la domanda che da tempo mi ronzava nella mente “Ma se sta male una mamma cosa succede?” ha avuto come risposta: “Dev’esserci una Mamma-Nonna”. E la Mamma-Nonna c’è stata da subito, anche perché la mattina in cui è iniziato il patatrac sarei dovuta andare in palestra e, la sera, alla festa di compleanno della Nonna-Suocera, fatto che mi ha messo in non poca ansia per il corredo di commenti/supposizioni che avrebbero accompagnato la mia assenza, inizialmente eventuale ma, con il passare delle ore, sempre più certa.
La Mamma-Nonna si è quindi portata a casa la Princi in modo da lasciarmi un margine di recupero nonostante la preoccupazione di entrambe dato che, quando mi pigliano questi malesseri, è pressochè matematico uno/due svenimenti. Per cercare di arginarli e tenere a freno la nausea (che, per un attimo, mi ha fatto pensare a un secondo, impossibile caso di Immacolata Concezione) mi sono stesa sul divano con un corredo di:
v  pacchetti di crackers (in numero superiore a quelli sgranocchiati quando ero incinta;: e poi mi domando perché la Princi ne sia ghiotta);
v  bottiglia d’acqua;
v  bicchiere;
v  zucchero per preparare il miscuglio “tirati su” consigliato telefonicamente dal dottore;
v  bacinella qualora i crackers non sortissero effetto anti nausea;
v  pastiglie;
v  termometro;
v  telecomandi;
v  cellulare;
v  tre coperte;
v  due paia di calzettoni di lana;
v  due maglie;
v  due gatti.
Già, perché soprattutto il signor Degas è stato lì a vegliarmi per tutto il giorno.

E così dopo quasi due anni ho riassaporato il gusto di stare stesa e nullafacente sul divano, con il televisore sintonizzato sul nulla che naturalmente accompagna l’unico pomeriggio in cui potresti guardare qualcosa. Riassaporare però non è il termine giusto. Perché per tutto il giorno e pure la sera, quando Lui e la Princi mi hanno lasciata a casa della Mamma-Nonna per andare a festeggiare la Nonna-Suocera, ho pianto. Ho pianto perché la Princi mi mancava. Perché Lui mi mancava. E quindi ecco la prima considerazione: sono certa che per l’80% la causa di questo malessere non sia stata lo stress o la stanchezza ma il desiderio/bisogno/necessità/impellenza di stare più tempo con loro.
Il giorno dopo mi sono rifatta. Almeno con la Princi che, appena sveglia, ha fatto buffe facce non capendo come - nel lettone - il Papi potesse assomigliare tanto alla mamma-nonna sul cui viso si è spalmata diverse volte incredula. Poi però il prosieguo della giornata ha sviluppato una serie di altre riflessioni. Privata della mia presenza per tutto il giorno precedente, la Pallina allungava di continuo le manine per essere presa in braccio, operazione oltremodo faticosa e pericolosa dato il persistere di vertigini che – in verità – a tutt’oggi non sono totalmente sparite. Ed ecco la considerazione/buon proposito: cercare di mettere finalmente la testa a posto, cercare cioè di migliorare e aumentare l’alimentazione. Perché la Princi si merita una mamma che possa prenderla in braccio sempre e comunque; che voglia farlo, poi, è una questione educativa di cui magari discuteremo in altra sede.
Il buon proposito ha tenuto botta per qualche giorno ma si è esplicitato per lo più in una maggiore indulgenza verso i dolci. Ora siamo di nuovo in stand by e so bene il perché.  Ci sono due ordini di motivi, riconducibili allo scoppio che ha originato queste considerazioni.

1.   Sentirmi sola e sopraffatta dagli eventi, ragione che si sviluppa in una serie di corollari:
a.      al solito, le mille quotidiane occupazioni che la mattina mi inducono a pensare sempre più spesso “Oddio, no! anche oggi le stesse cose: colazione, sparecchia, carica la lavastoviglie, fai il bagnetto alla Princi, asciuga i resti dello tsunami che provoca con le gambette, fai la doccia, passa l’aspirapolvere, fai il letto, appronta il pranzo e/o la cena se sei fuori tutto il giorno, pensa che fra quattordici ore circa potrai di nuovo collassare sul letto”.
b.     gli eventi straordinari: la gestione della Princi (a chi, come, quando lasciarla; quando e come riprenderla) comprensiva della possibilità di portarla in ludoteca, iscriverla in piscina, portarla a passeggio, comprarle qualcosa di più adatto alla bella stagione oltre ovviamente all’imminenza del vaccino per il quale, a distanza di tre mesi, siamo stati convocati d’ufficio; l’eventualità/possibilità/speranza di fuggire per un week end da organizzare con carta bianca senza alcun intervento da parte di Lui;
c.      Lui che è sempre più stanco e assonnato di me, perché se la Princi non dorme o dorme male è Lui che sta sveglio e non io… cioè: questo è ciò che appare dalle sue parole.
d.     aver voglia di tante cose come uscire e vedere di più gli amici, uscire e stare di più con Lui e la Princi, fare più spesso anche cose normali, banali e quotidiane con loro come andare al supermercato o a passeggiare.

2.  I soliti, cari, stupidi sensi di colpa: verso la Princi e Lui, se solo penso di fare qualcosa per me; verso di me, se questo qualcosa non lo faccio e sono convinta si riverberi in un’immediata gonfiagione del fisico. Se, come si può capire, quest’ultima considerazione pertiene alla rarità di volte in cui vado in palestra e al pensiero dell’imminenza dell’estate (leggi: prova costume), nel caso precedente ho un esempio immediato. Essendo stranamente riuscita a far sopravvivere senza scalfiture le unghie, la settimana scorsa ho pensato di potermi concedere una manicure per vedere una volta tanto splendere lo smalto sulle mie mani. Bene: ho iniziato a pensarci lunedì. Avvertivo la Mamma-Nonna che sarei andata a prendere la Princi un po’ più tardi e cinque minuti dopo ero davanti al campanello di casa. Perché con la Princi passo poco tempo; perché la Princi ha bisogno della sua mamma; perché già sono stata al lavoro e ritardo troppo; perchè è una spesa inutile; perché tanto chi me le vede le unghie fatte; perché tanto ci posso rinunciare. E così martedì; e mercoledì; e venerdì, quando finalmente mi sono decisa e dall’estetista “take away” non c’era posto. Così le unghie si sono ridimensionate in modo casalingo. E chissà se quando ricresceranno troverò la voglia di vederle brillare luccicanti. E, soprattutto, di pensare di meritarmelo.

 

martedì 16 aprile 2013

Questione di pelo bis e mamme perfette


E’ davvero troppo, troppissimo che non scrivo. E a questo punto è indispensabile che lo faccia come operazione di igiene mentale, altrimenti la testa scoppia e i pensieri in formato blog si disperdono ovunque.
 
Cominciamo con gli scampoli di un post, ossia i pensieri superstiti di quelli con cui ho commentato una giornata di ormai due settimane fa. Una giornata che sarebbe dovuta essere l’apice del relax e del sano egoismo, dove sano è un concetto altamente opinabile e suscettibile di una mole di sensi di colpa. Sebbene sommando i mesi della Princi a quelli del suo allunaggio sia mamma da ormai due anni, è infatti in costante aggiornamento il confine esistente fra il punto in cui comincio/finisco io e quello in cui comincia/finisce lei: che, ovviamente, nel mio caso vince sempre.
Per esempio, sono mesi che penso di comprarmi qualcosa di nuovo: ma bisogna pensare a dove incastrare questo impegno e a come gestirlo dato che per scegliere, provare, approvare mi ci vorrebbe una tranquillità che la Princi non garantisce. E quindi continuo a rigirarmi i soliti vestiti e un dilemma costante: ma come fanno le altre mamme a:

a.   lavorare;

b.  star dietro alla casa;

c.   star dietro al/ai pargoli: il che significa in prima battuta nutrirli, pulirli;

d.  star dietro ai pargoli bis: ossia, portarli in ludoteca, piscina, semplicemente giocare con loro;

e.   mantenersi appetibili per Lui e quindi: vestirsi e truccarsi in modo sempre impeccabile, non sbagliando un abbinamento borsa-scarpe-giacca-gonna, avendo sempre i vestiti ultimo grido e il rossetto fresco sulle labbra;

f.   andare in palestra/piscina/pilates/zumba senza trascurare centri estetici dove abbandonarsi a viziose manicure e trattamenti viso.
 
Me lo chiedo perché questa è la mia situazione al riguardo:
a. fortunatamente ho un lavoro poco impegnativo che, però, mi occupa i week end e al cui orario (part time) si deve aggiungere il tempo necessario al collocamento della Princi e la sottile insoddisfazione per non riuscire a realizzare i progetti che mi rotolano nella testa;

b. star dietro alla casa significa ripulirla quotidianamente delle ciocche di pelo lasciate incustodite da Mr. Billy e dal Sig. Degas che, a questo punto, dovrebbero essere calvi; invece, forse a nostra insaputa, si stanno rivolgendo a un centro per il trapianto di pelo. Quindi: se anche la mattina comincio a lavorare alle 10, il fatto che la Princi si svegli sempre e comunque alle  6.30 mi permette di riuscire in quella manciata di ore a preparare lei, nutrire la famiglia a due e quattro zampe, pulire casa, rifare il letto e, ovviamente in ultima battuta, preparare me: che così rischio di uscire di casa con uno stivale e una ciabatta;

c. si veda punto b.

d. è un punto sacrificato anche se forse ne esaspero il sacrificio: nel senso che anche nel momento del bagnetto o del passaggio aspirapolvere canto e interagisco con la Princi, ma mi sembra sempre troppo poco. E se per la piscina ci stiamo riattrezzando, per la ludoteca ci vado poco anche quando non lavoro: ammetto di preferire – se possibile – portarla a spasso per la città;

e. lasciamo stare: oltre ad avere mantenuto la stessa borsa per tutto l’inverno perché solo in quella ci stava il mondo che dovevo portarmi appresso, oltre al fatto che – come ovvio – non poteva fare sempre pendant con giacca e scarpe (rigorosamente flat e non tacco 12 ma nemmeno 5), ciò che di fresco mi ritrovo addosso non è il rossetto ma varie macchie di frutta, pasta, verdura che la Princi mi spalma addosso essendo piuttosto riottosa a pulirsele su altro che non sia la mia maglia.

f. e arriviamo al motivo del post, senza scordare di sottolineare che tutte queste cose mi confermano una mamma-con-i-calzettoni.

Dunque, riprendendo il filo del discorso, mercoledì 3 aprile doveva essere una giornata di relax. Preso finalmente appuntamento per la pulizia del viso e il massaggio che mi sono stati regalati a Natale, ho chiesto alla Mamma-Nonna di venire a prelevare la Princi per poter andare anche a zampettare in palestra. Insomma, almeno una volta a settimana mi piacerebbe riuscirci. Pulizia viso più palestra: la giornata doveva essere l’apice del godimento.

Galeotto fu il pelo e chi lo perse. Per riuscire a rendere abitabile la casa mi sono lanciata in una iper rapida ma approfondita pulizia mattutina all’inseguimento dei rotoli di pelo abbandonati. Capita da quando c’è la Princi che, guardando l’orologio, pensi che le lancette rimangano nella stessa posizione per un tempo infinito per cui quando, quindici cose fatte più tardi, lo riguardo, mi chiedo come sia possibile sia trascorso tanto tempo se poco fa erano le…

Così, ovviamente, sono uscita di casa tardi. Se non fosse stato per i peli di Billy e Degas… Per un minuto ho pensato di andare lo stesso ed entrare a lezione iniziata, cosa che però non ho mai fatto; per un altro minuto ho pensato di andare e fare attrezzi cercando di dimenticare quanto lo consideri noioso; per il tempo restante, pur dirigendomi verso la palestra, ho deviato al supermercato: così avrei anticipato i tempi e sarei stata a casa della Mamma-Nonna in tempo per pranzare con la Princi, cosa che mi diverte molto. Unico neo: essere uscita di casa completamente senza trucco. Ora: se è vero che quando lo uso si vede poco, evidentemente quando non lo uso si vede ancora di più. Me ne sono accorta dalle facce spaventate stile “Scream” di chi incrociavo fra un barattolo di pelati e una confezione di biscotti.
 
Beh, comunque poco male: resta sempre l’appuntamento dall’estetista come momento solo per me. Ma l’agitazione che percepisco attorno alla Princi da parte della Mamma-Nonna e della Nonna-Bisnonna mi induce a cancellare tutto. Esco con questa intenzione abbinandola al desiderio di rilassarmi e riflettere un po’ camminando e di recuperare così l’esercizio che non ho fatto la mattina dato che la passeggiata deve portarmi alla piscina dove ho iscritto la “piccola balena”. Ed è stata questa, insieme alla scarpinata, la migliore iniziativa del giorno.

 
Eccoci così alla seconda questione di pelo: dall’estetista. Mi lascio persuadere a mantenere almeno la pulizia viso, cosa effettivamente piuttosto necessaria e che di solito mi ha sempre tolto un bel velo di grigiore. Ma ho fatto i conti senza la nuova operatrice, piuttosto navigata dal punto di vista anagrafico ma che il grigiore si è limitata a trasformarlo in un senso di impiastricciamento a cui è giunta dopo avermi messa nell’imbarazzo di non sapere se lasciare che si accorgesse dell’impellenza di sfoltirmi le sopracciglia e disboscare i mustacchi o se, così facendo, si sarebbe risentita perché le stavo suggerendo come fare il suo lavoro. Al secondo strato di crema gliel’ho timidamente accennato e: «Mmh! Poteva dirmelo prima!». Evidentemente scocciata, me l’ha fatto poi pagare in un modo subdolo del quale mi sono però accorta solo la sera, prima di andare a dormire: dallo status Frida Kahlo, le sopracciglia erano state miseramente e grossolanamente amputate lasciando un’impressione di pulcino mal spiumato.

Rimane ora in ballo il massaggio: certo non salto di gioia all’idea di ritrovarmi di fronte la stessa persona. Ma, soprattutto, all’idea di andare per rilassarmi e uscire più elettrizzata che mai.

giovedì 28 febbraio 2013

domenica è sempre domenica




Niente da fare.
Continuo a chiedermi quando finirà la congiuntura murphiana per cui, in ogni week end, a un giorno di sole corrisponde un mio giorno di lavoro e a un giorno di pioggia, neve e diluvio di ogni tipo corrisponde il mio giorno libero.

Un attimo. Non è solo così. Perché a un giorno libero in cui si sogna una gita (che sia al mare o fuoriporta in caso di bel tempo, al centro commerciale in caso di rovesci)  può corrispondere anche altro. Nella fattispecie, se le vacanze di Natale dovevano essere il momento per stare un po’ di più assieme e magari uscire ogni tanto, si sono invece trasformate nel periodo in cui ho dovuto far da badante a Lui, profondamente influenzato (37.5°). Alla vertiginosa discesa della sua incredibile febbre ha poi corrisposto l’innalzarsi di temperatura della Princi (39°). Il week  end scorso si preannunciava buono: un sabato interamente passato al lavoro seguito da una domenica che, se funestata dalla neve come preannunciato dai bollettini meteo, avremmo trascorso a fare un po’ di shopping e magari concluso con una cenetta fuori.
Ma dove non potè la neve, potè il menisco.
La percezione che le cose sarebbero andate diversamente è arrivato venerdì nel primo pomeriggio quando Lui mi ha annunciato di avere un ginocchio dolorante. Passaggio dal dottore che si trasforma, la mattina seguente, in alcune ore al pronto soccorso concluse dalla prescrizione di accertamenti accompagnati da una preliminare settimana di riposo. Da subito. Alias: week end funestato da clausura forzata.
C’era di che sclerare, soprattutto al pensiero che saremmo stati costretti a rimanere intabarrati causa i 15 metri di neve previsti e, cosa non secondaria, al pensiero che la Princi sarebbe potuta essere ingestibile come annunciato dal mio rientro a casa sabato sera. Una frigna, continua e martellante. Un quarto d’ora in braccio pena acuti da soprano che mi hanno costretta a preparare la piadina, infornarla, apparecchiare con lei appoggiata sul fianco.

Il giorno dopo, invece, è stato un idillio.
Seppur sveglia, la Princi è rimasta a parlottare in piedi nel lettino permettendomi di prepararle il latte e bermi il caffè in pace: perché se ci sono due cose che mi indispongono sono non riuscire a fare colazione in tranquillità e non riuscire a farmi la doccia in altrettanta quiete. Obiettivi che, da quasi tredici mesi in qua, sono difficili da perseguire.
Bevuto il latte, è stato il momento di pensare a Winnie: e così ho tirato fuori due bicchieroni di plastica inutilizzati, uno stampo per budino ancora intonso, due cucchiaini, il set all’americana di Snoopy e ci siamo messe al centro del soggiorno a preparare la colazione per Winnie Pooh e l’orso canterino. Seria e oltremodo amorevole, la Princi ha così imparato a girare il cucchiaio nella tazza (e, ieri mattina, è passata a volerlo fare in quella del Papi), a imboccare il suo cucciolo, pulirgli la bocca e farsi imboccare emettendo un sonoro “Amh!” che le riempiva le guanciotte.

Poi, di pomeriggio, ci ha regalato un pisolo incredibilmente lungo che ho premiato portandola all’Ikea per farla uscire, camminare e divertire un po’. Pessima idea: evidentemente tutti gli astensionisti dalle elezioni si erano riversati lì, così che lasciarla passeggiare fra cucine e divani per vederla analizzare le etichette di tutte le poltrone e i tavolini esposti, fingendo poi di battere sulla tastiera davanti allo schermo di un televisore scambiato per monitor, si è rivelato qualcosa di estremamente stressante. Controllare che non cadesse, che non si portasse via un pezzo d’arredo (cioè che staccasse un pezzo da qualcosa, visto che i suoi libretti, a casa, forniscono a Lui un nuovo passatempo con il découpage), che non venisse travolta da carrelli, persone spazientite pronte magari anche a portarsela a casa o che venisse arruolata nello staff Ikea come nuova bambina immagine… beh, son tornata a casa fuori di me, con la paura di aver creato una prima sindrome da abbandono quando ho costretto la Princi a separarsi da un pelouche a forma di gattino che aveva appena adottato e da una treenne che le aveva presentato la mamma ammettendoci nella sua nuova, colorata residenza.

Tornate a casa, dopo cena tiriamo fuori dall’involucro la nuova fattoria di pezza.
«E gli animali?» dice Lui «Non li hai comprati come ti avevo detto?».
«Ma ho letto sull’etichetta che c’erano già. E poi con quello che sarebbe costata, poteva essere la prima rata di mutuo per l’acquisto di una vera fattoria».
Tuttavia, nessun problema: Mr. Billy ha pensato di riempire subito la stalla: d’altro canto, come biasimarlo? Se il Sig. Degas ha ormai affittato la poltroncina della Princi come sua abituale nicchia di riposo pure a lui è dovuto uno spazio raccolto e confortevole, che va ad aggiugnersi – comunque – al seggiolone, al fasciatoio (dove rimane imperterrito nonostante effluvi più o meno odorosi e nonostante la Princi gli si sdrai comodamente addosso) e al lettino, tutti angoli principeschi subappaltati da tempo.

Comunque l’interesse della Princi per gli oggetti è inversamente proporzionale al loro prezzo. Con buona pace di pedagogisti e creatori di giocattoli più o meno intelligenti, la fattoria è stata abbandonata in conseguenza del suo abbandono da parte di Mr. Billy per essere sostituita da un passatempo molto più accattivante. E femminile. In doppio senso. Dal pomeriggio di acquisti abbiamo infatti riportato a casa due contenitori di stoffa con zip da sistemare sotto il letto al posto degli scatoloni che ospitavano coperte e borse della stagione non corrente. La Princi mi ha dunque subito accompagnata in camera per aiutarmi a riordinare (primo aspetto femminile) interessandosi da subito a ogni singola borsetta estiva che fuoriusciva dalle scatole: e se non è femminile questo…

Essendo ormai arrivati a concludere il post al giro di boa della settimana, gli auspici per il week end sono vari. Ma in realtà dovrei ormai avere capito di non crearmi delle aspettative: di solito rimango sempre delusa.
Purtroppo a ogni occasione ci ricasco.

martedì 29 gennaio 2013

up and down ovvero: un anno fa, tra un anno



Un anno fa, come oggi, avevamo fatto il penultimo monitoraggio, quello in cui Lui –aspettando che la Princi si degnasse di dare qualche cenno – aveva chiesto all’ostetrica E. se potesse potuto assistere al parto con una visione diretta in alta risoluzione.

Un anno fa, come oggi, siamo poi andati a casa dei futuri nonni per festeggiare il compleanno della bisnonna, tra il timore di dover annunciare a tutti che non ci saremmo potuti essere perché stavamo volando in ospedale scatenando magari ansie e attese inopinate dato che volevamo fare tutto in sordina e dare la notizia ad allunaggio avvenuto. Ed è stato poi in quell’occasione, occasione di cui – al solito – avrei volentieri fatto a meno, che qualcuno ha scoperto che la mamma della futura nipotina sarei stata io, chiedendomi per la prima volta come mi sentissi e se avessi qualche sintomo.

Oggi invece stiamo per andare a saccheggiare il supermercato in vista del primo ComplePrinci. Oggi, invece, abbiamo una sveglia che tutte le mattine anziché suonare gorgheggia (nella migliore delle ipotesi).

Oggi invece, ai nostri mal di schiena risponde una piccola massaggiatrice che con i suoi piedini percorre i nostri corpi che cercano inutilmente di placcarla (sì, con due “c”) nel lettone.

Oggi abbiamo un faccino rotondo che sorride ogni volta che impara qualcosa e ci fa ridere per la sua nuova conquista: stringe i pugni e agita le braccine per dire “che freddo!”, finge di scottarsi toccando la stufa, comincia a mangiare da sola con risultati davvero soddisfacenti, si spazzola i denti e li spazzola anche a Mr. Billy, sta imparando a spazzolarsi gli ancora pochi capelli, tenta di imitare lo schiocco delle dita quando le accenno la sigla della famiglia Addams, musica che allestisco quando la vesto e vado alla ricerca della sua manina rimasta incastrata nella maglia.

Sarà una banalità, ma a vedere le foto di alcuni mesi fa è incredibile quanto rapidamente si sia trasformata da quella ranocchietta che era in una personcina con il suo bel caratterino. Finalmente? Mi rendo conto ogni giorno che per qualsiasi azione che si compie da soli mi chiedo quando finalmente la farà in autonomia per poi ritrovarmi a pensare, con una punta di nostalgia e senso di incipiente inutilità: «Oddio, questo fino a ieri lo facevo io per lei».

Ieri è stata una giornata un po’ così. Siamo rimaste prigioniere delle mura di casa non avendo l’auto (causa tagliando) ed essendoci un tempo schifosetto con pioggerellina che, se fossimo uscite, si sarebbe tramutata in acquazzone. Però è stata una giornata che mi è servita. Mi è servita a stare con lei senza fretta, senza doversi sbrigare perché qualcuno ci aspetta, facendo sempre e solo conto su di me e con la mia paura, che a volte ritorna «Che caspita faccio ora con lei?!».

Ammetto che molta parte della giornata è andata nel riassetto della casa ma con la sua collaborazione, felice e fattiva. Preparavo il pranzo e lei inventariava più e più volte il contenuto del cassetto; svuotavo la lavastoviglie e lei si immergeva nell’acqua rimasta sul fondo; passavo l’aspirapolvere e lei mi indicava dove; spolveravo e lei mi accendeva la luce per farmi vedere meglio. Abbiamo pranzato insieme; dormito insieme in una stanza che sembrava un dormitorio, dato che vicino a me c’erano pure i due felini; ballato insieme; letto il suo nuovo libro con i versi degli animali.

E poi ha camminato. Sì, per la prima vera volta.
Anche se tre passetti erano spuntati già il 26 dicembre a casa della mamma-nonna e si sono ripetuti sabato sera per riuscire a raggiungere il Sig. Degas fra le mie braccia, ieri la Princi ha veramente camminato da sola. Questa volta, intendo dire, si è accorta di cosa stesse succedendo. Poi, ovviamente, questa volta è più valida perché stava venendo da me, con uno sguardo fra allibito (per la serie: «Cosa cavolo sta succedendo, mamma?») e spaventato. Infatti purtroppo la performance non ha avuto un grosso seguito nonostante le mie acclamazioni di bravura: perché faticare tanto se posso andare da A a B strisciando nel mio solito modo da swiffer?
Poi, qualche ora dopo questa emozione, la batosta: perché, come ha postato qualcuno pochi giorni fa su fb trovando la mia immediata comprensione, una giornata non può essere bella e punto. No, la batosta arriva sempre. E anche se in qualche modo già ci pensavo, sapere mi ha dato un bel colpo. Pensare non più a “un anno fa, a quest’ora” ma a “tra un mese/due mesi/sei mesi/un anno, a quest’ora”. Pensare che la storia si possa ripetere ancora e ancora e ancora; e sentirsi vuota, arrabbiata perché va sempre tutto così. Perché pensi alle statistiche sull’incidenza delle malattie e con il sorriso sulle labbra ti dicono uno su un milione; ma quel milione forse ha lasciato fuori la tua famiglia. Perché pensi che sì, è vero, la vita avrebbe comunque fatto il suo corso: ma questa non è la vita, è la malattia. E allora, inutilmente, ti incazzi. Pensi che vorresti buttare giù a sprangate le porte, spaccare tutti i piatti e bicchieri di casa e ti accorgi che in verità lo faresti non tanto e non solo perché è quella persona ma perché è comunque, ancora, una persona vicina. Perché si tratterà di rivivere un copione già vissuto tante volte. Scende una lacrima, una seconda; stai per iniziare a singhiozzare quando la voce di Romina Power che canta il “Ballo del qua qua” ti riporta a oggi, a quella pallina che finge di non essersi accorta della tua tristezza salvo poi spalmartisi addosso e stringerti a sé.