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mercoledì 18 marzo 2020

iorestoacasa giorno 6, 7 e 8

#iorestoacasa giorno 6, 7 e 8
Oggi..ma che giorno è?? Il cellulare dice mercoledì. Avrei pensato martedì...
Percorso ginnico alternativo
Comunque oggi mi sono svegliata prestissimo: un po' per Biscottino che mi stava addosso, sulla schiena, sulla testa, di fianco. Un po'perchè sto seguendo assiduamente le dirette di allenamento della mia istruttrice da fb e sono tutta un dolore.

Ma, oltre questo, ho un pensiero.
Ieri sera mi si è stretto il cuore.
Percorso ginnico alternativo 2 
Dopo cena, stavo ripiegando la tovaglia mentre le belve erano inginocchiate davanti al tavolino per giocare a Lego. Qualche parola sul virus e sulla preoccupazione che porta e poi la Pulci:
«Io ho tanta paura del virus». Mi sono fermata. Lei sembra non essere mai sfiorata da ciò che la circonda, a volte pare neppure capire cosa stia succedendo, quasi non sentisse. Poi però ti spiazza con uscite come questa.
«Davvero? E cosa ti fa paura?» Parlava con lo sguardo basso, fingendo di assemblare i pezzetti colorati che teneva in mano.
«Ho paura che lo prendete voi e poi non possiamo stare più insieme». E scoppia a piangere. E io con lei. Poi arriva pure la Princi e ci stringiamo tutte e tre.

Ecco: #avreivolutoregalarviunmondomigliore.
Ma pure: #vorreisaperecosafrullanellevostretestoline.
Stiamo cercando di vivere nelle normalità, anzi in un clima da vacanza visto che i compiti riempiono una piccola porzione delle giornate. Ma chissà cosa vi arriva di tutto questo.

 Domenica pomeriggio: Parco Basaglia 
Stiamo continuando a fare passeggiate: domenica siamo usciti tutti e 4 in bici così, complici le strade vuote, potete imparare a tenere la destra e a superare il timore di sentire un motore che avanza alle spalle. Lunedì invece passeggiata noi tre, con Pulci che non ha smesso un attimo di parlare mentre cercavo di farvi notare alberi di magnolie, cespugli di mimose e ville d'epoca. 
Lunedì pomeriggio: Villa Coronini Cronberg
Da ieri Lui è a casa, quindi lotta con le pistole in giardino e poi di nuovo super passeggiata ma solo con Princi, nel timore comunque costante che qualcuno ci dica che no, in verità proprio non si può: ma la normativa, come spesso accade, non è chiara in merito, tanto che non si capisce perchè sia più pericoloso passeggiare in strade semi deserte rispetto ad andare a comprare un chilo di arance al chiuso, nel vano tentativo di rispettare il metro di distanza.

Preparazione della pizza: il taglio delle cipolle 
Vorrei insegnarvi piccole “cose di vita” come piegare il pigiama e riordinare i giocattoli senza dovervelo dire ogni momento. Vorrei proteggervi da pensieri tristi. Vorrei non ci legassimo così tanto come stiamo facendo, perchè sarà più difficile, poi, riportarvi a scuola, a danza, a chitarra, andare a lavorare, non curarmi di voi come sto facendo.

Ma quello che sto vedendo con piacere è che, al di là di alcuni momenti, vi state unendo e supportando e sopportando sempre più. E non posso che essere felice di questo.

mercoledì 1 gennaio 2020

buon anno??

Due giorni fa parlavo con un collega dell'opportunità e dei motivi per cui festeggiare il Natale e il Capodanno. Siamo arrivati all'amara conclusione, più o meno condivisa se si ha un animo tendente a credere alla bellezza del 25 dicembre, che si faccia per convenzione. L'ultimo dell'anno, in particolare, è un pretesto per far festa ed è, personalmente, una di quelle date che mi hanno sempre messo angoscia al pari di Pasquetta e Ferragosto: se non fai nulla di speciale, sei tendenzialmente uno sfigato, un border line rispetto alla maggioranza che partecipa a una grigliata sotto il ponte, si imbarca nella classica gita al mare, o partecipa a una festa che poco conta quanto abbia in comune con il veglione di fantozziana memoria.
Ma, in effetti, cosa festeggiare a Capodanno?
Un altro anno che ci porta alla maturità (leggi: vecchiaia)?
Le bimbe che crescono e si allontaneranno ancora un po' da noi? La Pulci, peraltro, ha già capito che diventar grandi è una fregatura e di tanto in tanto si mette a piangere sperando di tornare la neonata della foto appesa sul suo letto. Ricordo di aver fatto una cosa simile, nel passaggio dal 1986 all'87: non volevo che l'anno vecchio mi lasciasse e ho iniziato a piangere disperatamente sotto gli occhi attonitamente severi del nonno e della nonna che non capivano i motivi di quel capriccio. Forse, se si fossero ricordati di quell'episodio qualche anno più avanti, mi avrebbero dato retta visto che in quel momento eravamo ancora – familiarmente parlando – in una situazione di serena staticità.
Gli ultimi giorni sono stati pesanti: la Princi con l'influenza mi tirava giù la pelle lamentandosi di ogni cosa e chiedendo la mia vicinanza, mentre una sensazione di vuoto cosmico affettivo mi avvolgeva, vuoi perchè speravo di avere l'occasione di fare piccole gite in quei giorni di clausura, vuoi perchè ho iniziato a far bilanci e a interrogarmi, appunto, sull'opportunità di festeggiare l'arrivo del nuovo anno.
Che andasse festeggiata la fine di quello vecchio era fuor di dubbio: gli anni dispari non mi sono mai piaciuti e il 2019 ha avuto come unici, e certo epici, momenti positivi, il matrimonio della zia A. e il viaggio a Londra.
Ma da quella vacanza siamo tornati con il pensiero, più mio che altro, per quell'evidente gonfiore apparso sul collo di Lui. Mesi di visite, attese, esami. Angoscia. Ripeto: soprattutto mia, Lui è sempre stato sereno e questa è la sua grandezza: lo è stata adesso così come dieci anni fa. Per me invece ha significato ripiombare indietro, proprio a quando, dieci anni fa, scoppiavo a piangere mentre guidavo al pensiero che potesse essere travolto dal Linfoma. Invece, dopo mesi di terapie, è stato Lui a travolgerlo. Nella mia mente però non facevano altro che tornare le parole del radiologo sulla possibilità che la combinazione di chemio e radio potesse portare a una recidiva a distanza di anni. E non potevo non pensare che ne fossero trascorsi dieci, tanti quanti quelli passati dalla prima comparsa della malattia nella zia e la sua recidiva.

Gestire queste emozioni nella normalità di compiti, lezioni di ginnastica e chitarra, crisi di stanchezza per l'impegno scolastico,..., non è stato semplice. Tanto più che a questo pensiero si sono aggiunti gli accertamenti per i miei mal di testa: risonanza, risonanza con mezzo di contrasto, prenotazione di visita dalla neurologa e la quasi conferma di una nuova sfida che mi/ci attende nel 2020 per accompagnarci negli anni a venire.
Sono terrorizzata e cerco di non farlo vedere. Avrei voglia di spaccare piatti mentre assecondo i pensieri della Princi sul fatto che “le sfortune”, come lei le ha chiamate, siano ormai passate. Vorrei parlare, sfogarmi, ma voglio al tempo stesso evitare reazioni catastrofiste come quella che potrebbe avere la Mamma-nonna e quella troppo ottimistica di Lui. Quindi, tengo dentro. E quasi esplodo. E penso che festeggiare il nuovo anno non significhi nulla, perchè i giorni non devono essere date scritte sul calendario per essere festeggiate nè tantomeno credo che le settimane e i mesi a venire possano essere diversi.
Eppure ci crediamo, tutti.
Crediamo nel fatto che, magicamente, sia un nuovo inizio.
Un reset, un punto zero da cui ricominciare a vivere, sognare, realizzare.

sabato 5 marzo 2016

Lettera a una Briciolina, passato il suo compleanno

Cara Briciolina,
scusa per il ritardo con cui ti scrivo queste righe, che dovevano essere di buon compleanno. E invece, sono già trascorse tre settimane.

Imperdonabile.

Come imperdonabile è il poco tempo che ti ho dedicato finora e che tu stai cercando di recuperare.
Prepotentemente, come lo dovessi prendere tutto in una volta.
Scusa: perché se per il primo ritardo posso dire che ho cercato di farmi prendere, a volte lasciandomi travolgere, da questo nuovo e sempre temporaneo lavoro (quindi, dirai tu: perché fasciarsi la testa?) per il secondo le scuse non esistono. Sono solamente legate a una fragilità, allo spaesamento provato quando sei arrivata e non avevo idea di come vivessero insieme due sorelle, di come potessi aiutarvi ad amarvi, se sarei riuscita ad amarvi entrambe della stessa quantità di amore, se avremmo prima o poi trovato un equilibrio che andasse a sostituire quello il tuo allunaggio aveva buttato all’aria.
Fragilità da spavento.
Un terrore in cui la gioia per il tuo approdo ha spesso rischiato di perdersi facendomi ascoltare i consigli di chi era intorno a noi e che ho ascoltato se collimavano con ciò che mi diceva chi – a mio avviso – aveva il diritto di darli questi consigli perché titolato: i pediatri. E allora ho seguito chi diceva di non dover trascurare “la prima”, di darle più attenzioni rispetto a quelle che potevo dare a te.
Balle.
Perché, come ha detto un’amica, la puoi girare come vuoi: la mamma è sempre una. Ma, forse, qualcosa di buono l'ho fatto: è un'illusione che provo quando tu e la Princi vi cercate, vi abbracciate, vi preoccupate l'una dell'altra, vi date la manina per camminare.
Così, ti ho persa. Perché mugugnavi da mattina a sera e non ne capivo il motivo, presa com’ero dal ruolo di mamma-chioccia che però non ti ascoltava e dimenticava di sorriderti.
E così sono dovuti passare due mesi perché, guardandoti dormire sulla sdraio delle terme, vedessi quanto eri bella, dolce.
Mia.
Anzi: che fossi mia l’ho capito subito, chiamandoti “amore” non appena ho sentito il tuo strillo, acuto, penetrante. Proprio come quelli che costellano i tuoi attuali capricci. E ti hanno appoggiata su di me, piccola ranocchietta dalla testa nera, piena di quei capelli che poi raccoglievo con la spazzola levapelucchi dal cuscino del lettino che diventava nero a ogni risveglio.

Ti ho persa, ma mi sono anche persa. Come l’arrivo della Princi, il tuo, Briciolina, è stato un vero turbine da cui forse solo ora ci stiamo riprendendo.
Grazie a te e alla tua simpatia. Alle tue smorfie divertenti, ai tuoi pianti sfibranti, ai tuoi continui gesti di affetto, ai tuoi capricci che prosciugano ogni energia in entrambe. Perché alla fine cedi e dici “Tisa (scusa), mamma!” con una voce da Winnie Pooh che poi subito mi si accoccola addosso.
E mi sciolgo.
E mi scioglierei anche prima: è difficile tenere il punto con te, Briciolina, per colpa dei tuoi occhioni spaziali, grandi perle scure custodite da una conchiglia di preziose, lunghissime ciglia. E per colpa dei tuoi riccioletti, invidiabili, ingovernabili, profumati anche quando li impiastricci con il sugo o chissà dio cosa.
Buona vita, Briciolina.
Come ho a suo tempo sperato per la Princi, mi auguro che tu non perda mai la gioia che vive nel tuo sguardo. E che tu possa conservare la spiritosa intraprendenza e cocciutaggine che hai, perché sola ti porterà lontano. Da noi, credo. Purtroppo.

Anche se per noi sarai sempre la nostra piccola, che ci sorprende se scende da sola le scale di casa, se chiede di fare pì nel water, se vuole bere il latte e tit (Nesquik) dalla tazza di Elsa.

martedì 2 febbraio 2016

lettera a una Princi nel giorno del suo compleanno (o quasi)


Cara Princi,
da poco ti ho lasciata addormentata nel tuo lettino dopo averti cantato la solita compilation de gregoriana. Come ogni giorno, mi chiedo come saranno le ore che passeremo insieme e cerco di “istruirmi” su come ti risponderò.
Non è sempre facile, lo sai già anche tu.
Non è sempre facile riuscire a capire e gestire la tua stanchezza quando vengo a prenderti a scuola di pomeriggio.
Immaginare quello che tu a tua volta immagini di quale possa essere stata la mia giornata fino allora – che senz’altro vedi invasa da Briciolina.
Non è sempre facile gestire i tuoi capricci con pazienza, rispondere con un abbraccio e una carezza ai tuoi strilli, trovare parole sufficientemente dolci per porre fine a un braccio di ferro con quell’ “intrusa” che ti ruba papi, mamma e i tuoi giochi (non necessariamente in quest’ordine di importanza).

E allora, cara Princi, ti chiedo scusa.

Per le volte in cui alzo troppo la voce.
Per quando minaccio punizioni.
Per le volte in cui ti rimprovero se non finisci ciò che hai nel piatto.
Per quando non rispondo con sufficiente solerzia ai tuoi continui richiami.
Per le volte in cui non mi siedo con te a giocare.
Per le volte in cui spendo troppo tempo a pulire e/o cucinare.
Perché non ho la voglia, la forza, il desiderio di cercare un lavoro serio fuori casa: voci di popolo dicono che se lo facessi, il tempo passato con voi ne uscirebbe migliorato. Ma non ne sono convinta. Certo sarebbe migliore l’immagine esteriore che – necessariamente – dovrei avere, essendo costretta a controllare di non uscire con una maglia impiastricciata di cioccolata o dovendo aggiornare costantemente guardaroba e agenda con appuntamenti dal parrucchiere.

Ma spesso vorrei che anche tu potessi chiedere scusa, davvero: non come fai già, aggiungendo “non farò più i capricci”.
Vorrei che anche tu riuscissi a capire la mia e la nostra stanchezza.
Perché per parlare insieme a papi ci siamo allenati a farlo tra un “non picchiare” e un cambio pannolino.
Perché alzandomi alle 6.30, magari avendo solo dormicchiato per i vostri continui risvegli notturni, alle due del pomeriggio sono stanca anch’io: ma non posso andare a riposare, perché devo sfruttare quell’ora e mezza-due del vostro pisolino (si spera congiunto) per scrivere un articolo, prepararmi per una mostra, leggere un catalogo, impastare la pizza, pulire il bagno, svuotare la lavastoviglie, riempire la lavatrice, piegare i panni usciti dall’asciugatrice: il tutto non necessariamente in momenti diversi.
Perché non riesco a staccare da te/voi senza sentirmi mozzata, e vedo le vostre faccine nelle linee di Mirò o ritrovo le vostre buffe frasi nelle pagine di un libro (vabbè, questa è pura licenza poetica visto che non riesco a leggere veramente).

Allora, Princi, facciamo così: proviamo a chiederci scusa insieme.
Standoci vicine.
Tu, insegnandomi come si gioca al cane (io) e al padrone, alla mamma e al bambino (tu: quindi, il gioco non è veramente tale riproducendo per molti versi la realtà), al cinema spostando tutte le sedie del salotto, alla tenda aprendo la coperta di pile blu e agganciandola ovunque sia possibile.
Da parte mia, cercherò in ogni tuo momento di difficoltà di trovare nei tuoi occhi di perla l’immagine di quella bambina che – nell’andirivieni dei preparativi per il pranzo di Natale – si nascose dietro la porta del soggiorno. E quando ne uscì dopo un tempo a suo parere interminabile, scoppiò a piangere protestando perché nessuno si era accorto della sua presenza e desiderava tanto un abbraccio anziché un rimprovero. E quella bambina ero io.
Buon compleanno Princi.
Oggi, quattro anni fa, mi stavo ancora chiedendo nel letto di ospedale come sarebbe stato quando – il giorno dopo – ti avremmo portata a casa. È come un lungo e quotidiano cammino sulla fune del trapezista, in bilico fra un capriccio e una richiesta. È sentirsi costantemente inadeguati, sempre manchevoli: perché se anche hai fatto del tuo meglio, ci sarà sempre qualcosa che per te non sarà al suo posto. È sentirsi risucchiati dalle tue/vostre esigenze e bisogni, dal desiderio di assicurarti/vi la felicità: che non sempre coincide con la tua. Tranne quando fisso gli occhi nei tuoi e ci trovo dolcezza. Amore.

La tua per sempre mammaconcalzettoni

lunedì 24 novembre 2014

ci vuole coraggio


Anche oggi dovrei approfittare del belvino (il belve-riposino) per fare altre cose. Ma se non scrivo scoppio.

Forse dovrei smettere di illudermi di poter riprendere una vita mia: in queste ultime settimane, è un po’ come se mi sentissi loro ostaggio.
Penso che da lunedì potrei riprendere la palestra; penso che potrei riprendere a collaborare con qualche giornale; penso che potrei/dovrei e mi piacerebbe molto andare alle inaugurazioni delle mostre (escluse ovviamente quelle che presento): e non appena penso queste cose, non necessariamente tutte insieme, succede qualcosa.

Non credo riuscirò a riassumere in un unico post ciò che è successo dal 14 a oggi: probabilmente mi serviranno più puntate perché oltre al resoconto oggettivo, c’è il resoconto emotivo. Che è un casino da dipanare, pieno di tutto e del contrario di tutto.
Intanto iniziamo: poi, ovviamente, molto dipenderà dal tempo che mi concederanno le mie datrici di lavoro.

Venerdì 14 novembre
Doveva essere una giornata di festa per il nono complimese di Briciolina che però ha pensato a un festeggiamento alternativo.
La mattina siamo andate dal pediatra, principalmente per assecondare il mio innato pessimismo: mica può avere solo la febbre, no? Meglio farle controllare le orecchie che non si sa mai, visto che solo un mese prima aveva avuto l’otite. La febbre, alta, l’aveva già da mercoledì sera: la sera, cioè, dal giorno in cui Briciolina mi aveva accompagnata a saccheggiare la biblioteca e già in quell’occasione mi era parsa strana perché insolitamente ameba durante tutto il tragitto in passeggino. A conferma della mia ipotesi, la sostituta del belve-pediatra ufficiale ha notato un principio di otite ma mi ha consigliato di attendere a darle l’antibiotico: attendere che peggiorasse, senza sapermi specificare in cosa consistesse un peggioramento.
Durante il pranzo e il primo pomeriggio, Briciolina era sempre più mogia finchè, verso le 16.30, ci siamo piazzate tutte e quattro sul divano (belve, io e mamma-nonna) per vedere Cenerentola. Ecco: io sono sicura che cambiare le mie abitudini porti male, così come divertirmi: perché ogni volta che lo faccio, succede qualcosa. E infatti, era la prima volta da quando la Princi ha iniziato a vedere i cartoni in dvd, che mi sedevo al suo fianco per vedermene uno dall’inizio alla fine. Ma arrivate solo alla scena degli uccellini che aiutano Cenerentola a vestirsi, Briciolina comincia a emettere strano suoni. Mi alzo con lei in braccio, decisa a darle l’antibiotico. Non trovo la siringa che dovrei usare per darglielo. I suoni si moltiplicano, chiamo la mamma-nonna, comincio ad andare nel panico e lei con me.

Briciolina per qualche momento non c’è più.
Ridotta a un bambolotto, sussulta, continua con quegli strani suoni ha degli scatti a ognuno dei quali mi va in frantumi un pezzo di cuore. Non riesco a usare il cellulare per chiamare il pediatra, per chiamare Lui. La mamma-nonna telefona allo zio per dirgli di venire subito e lui, per fortuna, ha la lucidità di dirle di chiamare il 118. L’unica cosa che sono riuscita a mettere a fuoco in quei momenti era infatti che non avrei potuto portarla a Gorizia perché hanno eliminato la pediatria; e, altrettanto chiaramente, ho realizzato che se mi fossi messa in auto per portarla a Ialmicco ci saremmo ritrovate a Reggio Calabria dato che già in momenti normali, ogni volta che ci vado, mi perdo per strada.
Mi chiedono cosa fa la bambina, mi dicono di spogliarla e cercare di raffreddarla. Appena la porto sul fasciatoio inizia a urlare e continua per le prossime due ore, ininterrottamente: il medico del 118, nonostante gli avessi raccontato dell’otite, ipotizza abbia mal di gola. Dopo due ore di strilli era effettivamente verisimile.
Metto le scarpe, esco così, con i vestiti da casa forse sporchi, la preoccupazione per Briciolina e la paura di cosa possa aver capito la Princi: che continua a vedere Cenerentola ma piange quando la saluto spiegandole che la sua sorellina sta male.
Il viaggio in ambulanza dura un’eternità: la preoccupazione, ma pure il traffico di fine giornata lo rendono indescrivibilmente lungo. La strada è un colabrodo, piena di buche e piccoli risentimenti che fanno sussultare Briciolina risvegliandola dai microsonni in cui precipita.
Poi ho capito.
Ho capito che in quel cicciobello che sussultava ho rivisto la zia, incosciente fra le braccia della nonna nell’unica (fortunatamente) crisi a cui ho assistito. nelle mie urla insistenti per richiamarla, per svegliarla, c'erano le sue esortazioni, rassicurazioni e premure verso di lei. Ho rivisto una situazione in cui si sono trovati degli amici. E in quell’ambulanza in cui sono entrata stringendo un fagottino con il solo body avvolto in una coperta, gli occhi di tutti i passanti puntati addosso, ho visto le volte in cui su quell’ambulanza sono entrata io.

Recentemente è stato più volte postato su facebook un articolo che inizia dicendo che per essere mamme bisogna avere degli stomaci forti. Non per l’odore dei pannolini che accartocci dopo aver spalato montagne di cacchina santa; non per ripulirti della minestrina che ti viene sputata addosso; non per fingere di non vedere i rigurgiti e le sbavature che ti rigano la maglia nuova di boutique. E neanche per gli insulti che prendi dai due anni in su ogni volta che dici un no: perché quelli, almeno nel mio caso, vengono fortunatamente ricompensati dalle due-tre volte al giorno in cui la Princi mi si avvicina sussurrando «mamma, ti voglio tanto bene».
Ci vuole stomaco d’acciaio per fronteggiare i loro malesseri: dalla febbre e/o le urla che seguono il primo vaccino, ai nasi con moccoloni che sgorgano a ogni stranuto, ai graffi per le prime cadute, alle malattie più serie. Ho pensato tanto alla nonna: al cuore grande che deve aver avuto per sopportare il dolore di vedere sua figlia entrare e uscire dall’ospedale, mille volte senza capelli, con il capo segnato da cicatrici che sembravano autostrade. E le crisi, vederla consumarsi, non poter più camminare, vedere. L’ho pensata e mi sono sentita così inadeguata rispetto a lei per essermi lasciata abbattere così da una semplice convulsione: semplice, perché questa settimana (mi ha spiegato la pediatra dell’ospedale) ne abbiamo visti quattro di casi simili; semplice, perché è molto comune nei bambini fino ai 5 anni. Semplice, già: ma per un genitore insostenibile da vedere.

Da quando sono nate le belve, sane, perfette, ho sempre temuto che potesse e possa succedere qualcosa che intacchi la loro salute e perfezione. Non si può vivere nella paura o pensandoci continuamente, dice Lui; ma per me non è così, perché temo che appena abbasso la guardia, la sorpresa – brutta, ovviamente – è dietro l’angolo.

sabato 12 ottobre 2013

apnea



 

Oggi è una giornata così: che doveva andare in un modo, anche se non sapevo di preciso quale, e invece sta andando in un altro. E domani sarà lo stesso: perché ciò che non è stato fatto oggi slitterà inevitabilmente di ventiquattr’ore. Con buona pace del riposo, di un week end quasi interamente dedicato alla famiglia, di almeno un pranzo e/o cena a base di quelle cose che sto desiderando da qualche tempo, di due mostre in chiusura che volevo finalmente vedere.
E allora, tanto per far qualcosa e per dare un senso a questo sabato piovoso (ecco, almeno un risvolto positivo c’è) scriviamo. Scriviamo cosa vorrei, cosa desidero ora e cosa mi aspetto nei prossimi mesi, quando finalmente sarò a casa dal lavoro e potrò cercare di riproporre anche per la Pulci la situazione dell’attesa Princi.
Quello che vorrei.
·           Dormire una notte intera, anche senza svegliarmi più tardi del solito, ma almeno senza dovermi alzare due/tre volte per correre in bagno faticando quindi a riaddormentarmi perché pensieri nebulosi mi sovrastano;
·           andare almeno una volta  a settimana in piscina sola con la Pulci e il sabato mattina con la Princi: così, magari, il momento doccia-capelli finisce di essere una tragedia per l’acqua negli occhi;
·           andare almeno una volta al cinema con Lui: perché quasi non ricordo più la strada, non saprei più il percorso per il bagno (e questo, allo stato attuale, sarebbe grave), non ho quasi più memoria delle emozioni che si provano di fronte al grande schermo né della delusione che può provocare la scelta del film sbagliato;
·           andare a vedere i balletti che da tempo mi sono segnata in agenda;
·           andare all’Ikea a compare le stupidaggini che servono a noi e alla Mamma-nonna, opportunamente segnate sul catalogo ma ancora in attesa di essere acquistate;
·           portare più assiduamente la Princi in ludoteca: così magari il suo vocabolario si sblocca e il mio dito indice si rianima, dato che adesso ogni volta che ci andiamo lo stringe impaurita per trascinarmi da una zona all’altra;
·           andare agli incontri preparto dell’associazione di mamme e iniziare il corso preparto dell’ospedale;
·           andare al centro commerciale con la Princi e la Mamma-nonna, cosa che finora non è stato possibile fare;
·           vedere gli amici;
·           invitare a cena tutte le persone che vorremmo invitare con gli arretrati;
·           passeggiare in città senza il dubbio/pericolo che possa piovere da un momento all’altro;
·           fare un giro, magari da sola, a Trieste;
·           sistemare con calma il Princi-Pulci guardaroba per assegnare a ognuna il suo spazio;
·           sistemare la Princi-Pulci room per renderla principescamente accogliente: pronta, cioè, a risultare più simpatica alla Princi facendogliela sentire “sua” in modo che possa tranquillamente dormirci da sola e io riesca a riguadagnare posizioni nel lettone: almeno per qualche settimana prima dell’arrivo della Pulci;
·           riuscire a spannolinare la Princi prima del Pulci-allunaggio: impresa ardua dal momento che, dopo i successi iniziali, ora il vasino viene pensato come una comoda poltroncina su cui ascoltare i libri che le leggo;
·           andare via un week end: a Ferrara, per la mostra di Zurbaran; a Pisa, per far vedere alla Princi quella torre di cui imita l’equilibrio precario ogni volta che le canto la canzoncina; ovunque, per staccare un attimo la spina prima di questa nuova, faticosa, esaltante, sfinente avventura.
Perché lo ammetto: in questi ultimi tempi vorrei scappare.

tra le incombenze quotidiane,
la smacchiatura dei panni principeschi
Lontano dalla casa da pulire e riordinare, dai panni da stirare, dalle cene da preparare in anticipo perché sarò fuori tutto il giorno, dai pensieri per la salute della nonna-bisnonna e per le condizioni della mamma-nonna, dai pensieri per come alloggiare la Princi se la situazione dovesse precipitare, dai rimorsi perché «Oddio, lo sto trascurando!», da quelli perchè forse dovrei pensare di più alla Pulci e temo che ne risenta, dalla paura di non riuscire a gestire il carico pratico ed emotivo di questo nuovo inizio, dal sollievo perché tra poco finirò di lavorare mentre dovrei esserne rammaricata dato che al termine del periodo di maternità sarò di nuovo a piedi e, comunque, non lavorare significherà stare ventiquattr’ore su ventiquattro con due bimbe piccole, la paura di scoppiare e un blog che rimarrà inattivo dall’allunaggio della Pulci fino al momento in cui le passerotte di casa non usciranno di casa dicendomi: «Ciao mamma, noi andiamo in discoteca!».

Aaaargh, che angoscia!
Solo l’altro giorno ho realizzato che tra poco ogni mattina dovrò lavare, vestire, cambiare, ricambiare, dar da mangiare a due piccole cozze invece che una sola: che già è un’impresa.
E quando avrò finito con una dovrò iniziare con l’altra; e chissà se avanzerà tempo per farmi una doccia o sarà meglio pensare a qualche soluzione per un bagno collettivo: tanto, siamo tutte donne.
Secondo Lui il problema maggiore sarà scendere due piani di scale con Pulci e Princi al seguito: secondo me, quando chiuderò la porta alle mie spalle il peggio sarà passato, o almeno una parte.
Perché poi verrà il momento di sistemarle in auto, di spingere il passeggino stando attenta che la Princi non scappi per conto suo se vuole camminare in autonomia, di sincronizzare i momenti di pappe e merende cercando di trovare il tempo per sgranocchiare almeno un cracker pure io.  
Sì, in effetti non dovrei preoccuparmi troppo dei chili che stanno salendo, dei dolci – secondo me sempre troppi – che mangio ora: dopo avrò ben tempo e modo di smaltirli.
Spero solo che, in tutto questo, ci siano sempre gli abbracci con “pat pat” sulla spalla che mi dispensa la Princi, i suoi sorrisi e il suo corrermi incontro a braccia aperte se non mi vede per un po’.
Ah, già: dimenticavo che fra qualche mese sarò sempre con lei e quindi, almeno di questi, dovrò fare a meno.