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sabato 7 marzo 2015

Ritorno. Ritorno?

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Ieri ho letto un commento su facebook da parte di un papà blogger che si lamentava perché era tanto che non riusciva a scrivere.

Beh, sono più o meno tre mesi che non lo faccio: sebbene ogni situazione, evoluzione e nuova parola di questi circa 90 giorni fosse degna di essere registrata e nonostante i miei pensieri siano sempre in “formato blog”.

Ma il tempo di accendere il pc e zac: una delle piccole belve si sveglia. E so che potrei scrivere la sera, dopo averle messe a letto: ma quel momento viene dopo una giornata di gestione capricci e “non voglio!”, minimo cinque ripuliture del pavimento del soggiorno cosparso del cibo sparato da Briciolina, due/tre saliscendi di due piani di scale per andare -tornare da scuola e magari aver pure fatto la spesa, braccio di ferro psicologici (con conseguenti probabili danni emotivi e scompensi) per far mangiare la Princi… e queste sono solo le cose più evidenti che mi vengono in mente.

Eventi da raccontare ce ne sarebbero a bizzeffe: l’avventura della scuola, l’infinito rincorrersi di microbi, il primo compleanno “da scuola” e il primo compleanno in assoluto, le nuove abilità di entrambe, ma pure le regressioni della grande e i timori della piccola. E poi, extra belve, i pensieri per la casa del futuro e il desiderio di tornare a lavorare.

Speriamo che avvicinandosi la primavera le malattie ci diano tregua e non cedano il passo alle allergie.
Speriamo che “aprile dolce dormire!” così che di pomeriggio, approfittando di un pisolino combinato, riesca finalmente a riaprire quella valvola di sfogo enorme che è il blog.


… E, neanche a dirlo, poche righe fa si è presentata la Princi: «Mamma, ho sete! ho fatto un bello pisolino! Pecchè hai appirato? (ndr: aspirato) Dopo vediamo “Lilli e il Bagabondo”?».

domenica 5 gennaio 2014

Pulci, Princi e Cicccipò



Avviso ai naviganti: fingiamo che entrambi i post successivi siano stati completati e pubblicati il giorno in cui sono stati iniziati e cioè lunedì 30 dicembre e venerdì 3 gennaio.
 
Le giornate dovrebbero essere lunghe il doppio per poter tenere il passo e registrare con puntualità ciò che succede alla Pulci e come cresce la Princi. Inevitabilmente, il blog sta perdendo molto: perché – se possibile – per entrambe le cose l’evoluzione è più rapida del tempo, tanto che non riesco neppure a prendere un foglio di carta per appuntarci sopra qualcosa. E avere la testa piena di pensieri che premono per essere scritti mi causa l’insonnia.

Comunque, partiamo. Oggi approfitto di una giornata Princi-free: faticosa, a dire il vero, forse soltanto perché non sono abituata a stare senza di lei e mi sento tremila volte in colpa per averla “abbandonata” dalla nonna. Non importa se so che si diverte, non importa se so che sta bene. Magari avrei dovuto abituarmi di più e prima a stare un po’ lontane; magari no. Chissà. Curioso, peraltro, che solo ora Lui e io ci siamo accorti che ogni tanto ci si possa prendere un pomeriggio per noi: ora che il tempo sta per scadere ed essere nuovamente ingoiato da un minuscolo esserino in-toto-dipendente.

Comunque, dicevo, approfitto per fare un po’ il punto.

Pulci start up.

Per quanto riguarda la piccola, con oggi siamo a 33 settimane. Meno sei, dunque, se dovesse arrivare in orario; meno una alle fatidiche 34 settimane che sono sufficienti perché l’allunaggio avvenga nel nostro ospedale. E, in ogni caso, sarà una delle ultime nate del reparto: perché pare che stavolta chiuderà davvero, definitivamente, il 28 febbraio.
Niente più bambini nati nell’aria di casa e di familiarità, niente più coccole a neonati e mamme. Ci si dovrà per forza rivolgere (e non solo per eventi felici come le nascite ma pure per eventuali problemi ginecologici) ai partifici dei dintorni: che tanto dintorni non sono, visto che distano 30-40 km. Mi chiedo come faranno le donne straniere, che orami costituiscono un importante bacino di nascite anche qui e che non credo siano tutte dotate di auto. Ma tanto, che gliene frega a chi prende le decisioni?
Ok, sto andando fuori tema. Tornando alla Pulci, ieri ho pure preparato il borsone: gigantesco come era per la Princi, pieno di dubbi e ansie come due anni fa. Come si annuncerà l’avvio dell’allunaggio? Come farò se sarò da sola con la Princi? Riusciremo a prepararla per uscire al volo senza spaventarla? Lo sgancio della navicella sarà davvero più rapido del precedente? Riuscirò a tornare a casa abbandonando l’atmosfera ovattata dell’ospedale, che questa volta mi sembrerà ancora più morbida di fronte alla prospettiva di trovarmi sola con due belve mamma-dipendenti? Come saranno le mie giornate? E le nostre giornate (mie e di Lui)? E le nostre giornate (mie, di Lui e della Princi)? E mi ricorderò come infilare tutine, lottare con bottoncini, fronteggiare le mega cacchine sante con contorno di bacinelle disseminate in bagno, stile campo minato, per i body in ammollo?

Speriamo che sia tutto meravigliosamente felice, che riusciremo a uscire senza che io dimentichi i bigodini in testa (ipotesi che rientra nel campo dell’impossibile data la lunghezza dei capelli) e con almeno un filo di fondotinta a coprire le occhiaie. Guardiamo con tenerezza le coppie che hanno due bimbe di età ravvicinata: se ce l’hanno fatta loro ci riusciremo pure noi. E ci auguriamo che la Princi accetti di buon grado il cambiamento e si affezioni alla sorellina almeno quanto si è affezionata alla sua agognata bambola con il ciuccio portata da Babbo Natale.

Progressinci

Il pediatra mi aveva detto di non preoccuparmi se ancora non parlava come una macchinetta. E infatti eccoci qua, con lei che stamattina – pronta ad uscire – si affaccia alla porta del bagno per incalzarmi: «Dai mamma!». Difficile registrare i progressi del suo vocabolario, che si amplia di attimo in attimo raccogliendo tutto ciò che sente dire e migliorandolo quotidianamente. Quello che fino all’altro ieri era “Giò”, ora è diventato “George” e Peppa ha il suo nome compiuto, non più un indistinto grugnito a indicarla. L’elenco dei personaggi dei cartoni potrebbe continuare con “Forte” (Barbaforte), Pimpa e “Mando” mentre nel loro complesso i Barbapapà sono ancora “Barbabarbabarbapapà” (con una quantità di barba che muta di volta in volta). La tenerezza ci si è sciolta nel cuore quando, dieci giorni fa, è riuscita a dire Eli, Atti/Attilio, mentre la Mamma-nonna è un giro Manu e un giro Ela. Con i nomi delle zie dobbiamo ancora iniziare il training che sarà bello lungo dato il loro numero; siamo invece al completo con i nomi degli animali di famiglia. Lei, oltre a essere “Ia”, è Ciccipò: questo è il nome che recentemente si è data, senza sapere da dove l’abbia preso ma che le si adatta alla perfezione, tondo e simpatico com’è lei.

Dal 31, poi, è un continuo esclamare «Sì cetto»: affermazione che talvolta (9 su 10) suona come una presa per i fondelli. Ma fa tanto ridere, come certe sue espressioni serie se apre il libro delle novelle di Verga trovato sul mio comodino o l’indice puntato sulla bocca in atteggiamento riflessivo.

Da quando siamo rientrati a casa, però, un problema c’è ed è tanto per cambiare con il sonno: la sera non c’è verso di andare a nanna prima delle 22.30, preferibilmente accompagnata da entrambi nel suo lettino. Poi però la mattina si sveglia più tardi: arriva in salotto (a volte in camera, visto che ultimamente anche noi dormiamo di più) con Winnie Pooh e Ih Oh sotto braccio e comincia a spargere baciotti, abbracci e sorrisi.

E questi coinvolgono pure il Grande Cocomero, qualche giorno fa nutrito attraverso l’ombelico con il biberon della nuova bambolina e ieri riempito di baci. Unico problema: se qualcuno le chiede dove sia la sorellina lei, incurante se io abbia la gonna o una maglia vestito, si premura di alzarla per far meglio notare la già notevole rotondità.

domenica 30 giugno 2013

e la Princi corre e va


Negli ultimi tempi la Princi cento ne pensa e mille ne fa. Anzi: cento ne vede e duemila ne imita.

Il punto nel giorno del suo diciassettesimo complimese.

 
Sono ormai mesi che ruba dal mobiletto del bagno il piumino per la cipria passandoselo sulle guanciotte, che finge di mettersi rossetto e ombretto e che riproduce il “psst!” del profumo. Ma adesso siamo oltre.

Dopo giorni e giorni in cui mi accecava puntandomi le ditine negli occhi e facendosi autolesionisticamente lo stesso ho capito che con quel gesto intendeva imitare il momento in cui mi metto il mascara.

 

E’ ormai prassi, poi,  che quando sta dalla Mamma-nonna vada a svuotarle il cassetto in cui tiene i bigodini e, se le va dritta, riesce a impossessarsi di un pettine, di una lacca e voilà: il gioco della parrucchiera è fatto. Forse, però, vista la sua scarsa dotazione di capelli, non ha ancora ben capito la differenza fra un pettine e qualsiasi altro aggeggio, tanto che spesso prende il coltellino e la forchettina del suo finto set da tavola per ravviarmi la chioma.
  
Sempre in tema di beauty, il suddetto armadietto del bagno si è ormai quasi completamente svuotato: dopo, cioè, aver passato giornate intere a riordinare assorbenti, creme, smalti che lei ordinatamente cospargeva sul pavimento. Fra l’altro con gli smalti c’è anche stato un incidente, la rottura di una boccetta proprio mentre eravamo sulla porta di casa pronte per uscire: bene che non si sia fatta male, ma peccato perché era uno spettacolo sbirciarla di nascosto mentre allineava con attenzione sul coperchio del water  tutti gli smalti alternando questo lavoro con un “psst!” qua e là (come se lo smalto fosse spray) e proponendo le ultime tendenze colore a un allibito Topolino e a una vanitosa Paperina di gomma. poi, ogni tanto, il bagno è luogo di imprevisti...

Non parliamo di collane e borse: le nonne ancora non l’hanno capito tanto che continuano a dirle «La prossima volta ti compro una borsa!». Farebbero senza dubbio cosa migliore se girassero la proposta a me e non per incrementare la mia dotazione (?!) ma perché la Princi usa solo le borse che vede usare: delle altre non gliene può fregare di meno. Tanto che è capitato già due volte che, preparata una borsetta mini in pendant con ciò che avevo messo, me la sono vista trafugare da una pallina festante: che, fra l’altro, la porta appesa al braccio con una disinvoltura senza dubbio maggiore della sottoscritta.

Della propensione per la lettura ho già parlato, soprattutto di quella notturna; ma la Princi non si limita alla sua piccola ma sempre più nutrita biblioteca. È da parecchio che ruba cataloghi e cataloghini dalla libreria dell’ingresso solo che, ultimamente, essendosi intensificati gli impegni espositivi, ha iniziato a riconoscere gli artisti che vede riprodotti sulle pagine quando poi li incontra dal vivo.

 
Nel campo dell’avvicinamento-lavaggio del cervello alla danza, la lettura interattiva del suo libretto dopo la riproduzione del salto, della pirouette e del grand jettè, si è arricchita dell’inchino: un po’ troppo frettoloso, avrebbe commentato la mia vecchia direttrice, ma ci lavoreremo su.

 
 

Finge di mettere in moto l’auto girando delle chiavi fantasma nel cruscotto, apparecchia e sparecchia porgendo anche il suo piatto vuoto al cameriere se siamo al ristorante, avvia le lavastoviglie (la nostra e quella della Mamma-nonna), apparecchia seria seria per le nonne il tavolino nell’ingresso di casa loro usando piatti di carta e i finti cibi che ha in dotazione il suo cestino del pic nic, butta via l’immondizia sotto il lavello… e chissà quante cose ho scordato.

 

Così come senz’altro scoderò qualcuna delle parole che quotidianamente vanno a ingigantire il Princibolario: dopo mamma e Papa siamo finalmente arrivati a un sicuro e ridondante papà.  E poi nonna, nonno, (sì), no, checher (crackers), piha (pizza), cacca (non poteva mancare!), Ara (Sara), diaisc (qui la questione non è ancora ben risolta ma credo voglia dire disegnare), pepe (pinguino? Pimpa?), tau (ciao). Questa è una parola che ha imparato talmente bene nel suo significato che stamattina, borsetta della mamma appesa al braccio, se n’è uscita con un altisonante «tau!» proprio sulla porta di casa: da qui a chiederci le chiavi sarà niente.

giovedì 25 aprile 2013

di lettoni, pancioni e progressinci


Oggi di studiare non ho proprio voglia. Sarà che da diverse notti la Princi non ci fa dormire: che sia colpa di nuovi denti o ancora del vaccino a una settimana di distanza non lo potremo mai sapere.

Sappiamo però che se anche la mettiamo fiduciosi nel suo lettino dopo qualche ora dovremo spostarci ai margini del lettone per far spazio a lei, ai suoi calci addosso a noi, alle sue capocciate contro la testiera del letto (di legno), a tutta lei perché si mette in orizzontale giusto al livello dei cuscini. E poi dobbiamo fare spazio al sig. Degas, a Mr. Billy, convalescente dopo una lotta fra felini in cui (crediamo) ha avuto la peggio, a Gimpo, Gimpo grande o a entrambi (i pupazzi preferiti della Princi). Dobbiamo a questo punto ritenerci fortunati se, come accadeva in una pubblicità di qualche anno fa, non ci ritroviamo a letto con Fufi.

Sarà che sono contenta perché finalmente c’è il sole e se anche devo lavorare mezza giornata l’altra metà l’ho passata finalmente con Lui e la Princi facendo, per parafrasare Guido Gozzano, quelle piccole cose di grande gusto come vederla seduta dentro la doccia nella sua nuova vaschetta insieme a Pippo, Topolino, Pingu e lo squalo; vederla ballare secondo le note di una musica tutta interiore mentre si lascia scarrozzare sul suo triciclo con indosso gli occhiali da sole; lasciarmi trascinare ai margini della commemorazione del 25 aprile per dimenarsi al ritmo di “Bella ciao” (e qui si potrebbero fare commenti di destra e di sinistra); bere un aperitivo con lei in braccio.

Sarà che sono contenta perché sto contando le ore che mancano all’uscita con gli amici, faticosamente organizzata e che mi mancava un sacco: perché mi mancano loro e le loro vite, mi manca uscire assieme e sparare qualche cavolata, mi manca cenare con loro, un aperitivo con loro. A dire il vero, mi mancano gli aperitivi con Lui, con Lui e la Princi, con gli amici, con gli amici e la Princi… se dovessi rifarmi di tutti quelli che mi mancano si aprirebbero per me le porte della riabilitazione.
 
 
 
Sarà che ho appena letto un articolo che mi ha colpita e che ho effettivamente invidiato per il modo lucido, incisivo e sincero con cui sono scritte cose per le quali sono stata giudicata all’inizio del mio blog: e non le avevo neppure scritte con la stessa acutezza e precisione. Leggere quell’articolo mi ha fatto pensare a qualcosa su cui, in realtà, rifletto quotidianamente.

Perché ogni giorno confronto la vita a. P. (ante Princi) con quella d. P. (dopo Princi), sia la mia personale sia quella di coppia. Perché ogni giorno cerco di ricordare come mi sentivo da figlia se mia mamma si comportava con me come io mi comporto con lei. Perchè ogni giorno mi chiedo quali sono le immagini e i ricordi che vorrei lei avesse di me una volta cresciuta. Perché ogni giorno, prima di fare qualsiasi cosa, metto sulla bilancia lei e me: la porto in ludoteca o andiamo in città per vedere le amiche? le preparo qualcosa di buono per cena o le leggo un libro?  la porto in piscina o vado ad aerobica? vedo dove vuole portarmi ora che mi ha preso per mano o vado a fare pipì?

Forse avevo cercato di rimuoverlo ma mi è tornato in mente qualche settimana fa, parlando con Lui. Quando la Princi è nata, nell’atmosfera sospesa e paradossale dei giorni in ospedale, quando da un alto non vedi l’ora di tornare a casa e dall’altro temi alla follia quel momento, la gioia di conoscerla si è mescolata all’incredulità.

Incredulità di averla accanto e pensare fosse “mia”: la bambina di una bambina, non anagraficamente parlando, è ovvio. E così, lo scrivo con le lacrime agli occhi, c’è voluto un giorno e mezzo perché trovassi il coraggio di chiamarla. Di chiamarla Princi ma soprattutto “amore”, o “cucciolo”. Di riuscire a tranquillizzarla rivolgendomi a lei più direttamente e teneramente che con un asettico “SSh!”. Di riuscire a cantarle l’unica canzoncina che ricordo per intero della mia infanzia.

Ero totalmente stranita. E lo ero ancor più a vedere la tranquillità di Lui, che se la stringeva addosso come fosse una bambola e io invece avevo paura di quella minuscola appendice che chiedeva e non sapevo cosa.

Ancora adesso a volte ho paura di lei. Anzi: di me. Di non sapere giocare e stare con lei. Di privilegiare la sua cura materiale (vestirla, lavarla, nutrirla) piuttosto che il suo divertimento.

Poi la guardo con gli occhi di Lui, che mi ripete quante cose le stia insegnando e come mi sia attaccata.

E allora rido.
Perché seduta sul fasciatoio mi indica il piumino della cipria per passarselo sulle gote arrossate o muove il ditino davanti alle labbra per dirmi di darle il burro cacao.

Perché almeno una volta al giorno si ferma davanti alla libreria dell’ingresso e, seria seria, inizia a estrarre uno alla volta i cataloghi dei nostri amici pittori e l’opuscolo della Risiera portandomeli perché glieli spieghi.

Perché quando entra in bagno manovra il pomolo della lavatrice e sa con precisione dov’è la vaschetta per il detersivo e, in cucina, chiude il cassettino del sapone e si dirige sicura sotto il lavello quando deve buttare qualche cartaccia recuperata chissà dove.

Perché quando vede la Nonna-Bisnonna con la lima in mano inizia a strusciarsi l’uno contro l’altro gli indici.

Perché quando gli chiediamo se fuori è freddo stringe i pugni e finge di tremare, mentre se ho in mano la tazza bollente avvicina la manina scostandola subito e portandola al viso per non scottarsi.

Perché quando l’altra sera Lui ha steso i panni lei li tirava fuori dalla bacinella e li scuoteva.
Perché quando gli si chiede come fa lo zio E. lei prorompe in un «Boh!» assai simile ai suoi.
Perché l’altro giorno mi sono accorta che eravamo vestite allo stesso modo.
 
Perché venerdì, attenta al tg, ha esultato vedendo Papa Francesco iniziando a blaterare «Papa, Papa!».

Perché ci sta facendo conoscere il suo carattere testardo e smorfiosetto, finto timido e dolcissimo.

E se anche ogni giorno è uguale, in realtà ogni giorno è diverso: lei cerca quotidianamente di spiegarcelo, in quella lingua arabo-tedesca-principesca-felina che per ora e per sempre rimarrà un mistero.

domenica 17 febbraio 2013

progressinci ovvero: i progressi della Princi



Bisognerebbe avere il tempo di stare quotidianamente incollati alla penna, alla macchina fotografica e al mitico album della serie “il mio bambino”, gadget imprescindibile di ogni neonato, per monitorare e conservare memoria di “quando ha fatto cosa” guadagnandosi così la medaglia di “genitore più attento dell’anno”. Ma per farlo bisognerebbe che il pupo dormisse venti ore su ventiquattro o se ne stesse a giocare nel box per altrettanto tempo.
Con la Princi è impossibile.
Ma, diciamolo pure, è meravigliosamente impossibile.  Certo non guasterebbe avere mezz’ora d’orologio per sistemare nel suddetto album i biglietti che accompagnavano i regali del suo primo compleanno, così come non guasterebbe, anche una volta a trimestre, riuscire a farle una foto che non instilli nell’osservatore il dubbio che il fotografo soffrisse di Parkinson o fosse quantomeno incapace. E, lo ammetto, sono piuttosto invidiosa delle mamme che riempiono fb degli scatti dei loro bambini "in posa".

Ma, come detto, con la Princi è impossibile. Perché da quando aveva tre mesi muove le gambe come fosse una sintesi vivente di Bartali-Coppi-Girardengo: forse perchè una delle prime volte che sono rimasta sola con lei le cantavo “Ma dove vai bellezza in bicicletta?” facendole mimare il movimento.
Poi perché, sempre da quando aveva tre mesi, agita le mani come la Cuccarini ai tempi di “Vola”: che, infatti, è una delle canzoncine sulle quali l’ho trovata ballare, ieri sera, in piedi sul divano a mo’ di cubista, ma certo più vestita e felice. E tornare a casa vedendola così, dopo una giornata vissuta in uno stato di profonda deprivazione da Princi, mi ha veramente aperto il cuore.


La Princi balla da un paio di mesi, affinando sempre di più l’orecchio e le coreografie che, da seduta, ora svolge in piedi agitando il bacino e le manine anche in direzioni opposte. E balla sempre, a ogni nota che sente: persino ad ogni singolo spezzone di canzone sanremese inserito ne “La vita in diretta” mentre la sigla di “un posto al sole” ormai è un must. E balla ovunque: in casa, in strada, nei negozi. E lo dico con una punta di orgoglio anche se, poverina, con tutto il battage pro danza che le ho fatto sin dal pancione non poteva essere altrimenti.

Ma oltre a ballare, la Princi ora cammina. Dopo qualche timido passetto mosso già a Santo Stefano a casa della mamma-nonna, dal giorno di San Valentino ha preso ufficialmente il via. Ha messo da parte la timidezza o meglio, la paura di accorgersi di essere da sola a spostarsi e…va. Non sempre da sola: a volte, chissà perché, continua a frignare se non le si offrono almeno due dita, una per mano. E, se non vengono offerte, le estorce. Seppure permangano, sono poi sempre più rari i momenti in cui – dopo un attenta riflessione – giunge all’ovvia soluzione del problema: «Se la Princi deve andare da A a B e se per andare da A a B camminando da sola ci impiega il doppio del tempo e della fatica che strisciando alla Swiffer, perché camminare?». E così si acquatta e procede verso la meta con il sedere. E fa ridere: sia quando si arrende sia quando decide di dar retta ai nostri incitamenti e procede in modalità Robocop; e, come dice la nonna-bisnonna, la colpa è delle scarpe che «poverina, sono troppo pesanti per lei».
Dal giorno del ComplePrinci (della festa, intendo) ha poi inaugurato un nuovo modo per manifestare la propria esaltazione: un urletto di gioia impossibile da riprodurre accompagnato a un divertente agitare di pugni stretti davanti a sé. Lo fa quando apre dei regali (ed è da lì che tutto è cominciato); lo ha fatto anche, venerdì pomeriggio, consultando i volantini delle offerte del supermercato. Forse, a forza di farmi accompagnare a fare la spesa, la sto deviando.
Novità degli ultimi giorni vengono poi dal mondo dei versi. Non si sa per quale strano caso da lunedì - che eravamo a casa da sole - la Princi, sfogliando uno dei suoi nuovi libretti, interamente dedicato a riproduzioni di animali, ha iniziato a fare il verso dell’elefante. Ok: glielo avevo imitato io; ma tempo fa. Eccola ora, invece, indicarmi l’elefantino sulla pagina cartonata e muovere l’altra manina come fosse la proboscide. Da due giorni, poi, accompagna il verso al gesto.

 
Invogliata da tanta intraprendenza e vedendola soffermarsi più volte sulla pagina della scimmia comincio a imitargliela con il solito “uh, uh!” e grattandomi la testa. Ma niente. Mi guarda con una smorfia di sufficienza (della serie: «Ma chi è ‘sta scema?») e continua a fare avanti e indietro con il libro tornando più volte sul piccolo orango. Ieri sera però, a sorpresa, l’exploit: seduta nell’angolo del divano, sommersa da tutti i suoi micro e mega libri, mi fa vedere la scimmia e inizia a grattarsi la testa con un debole “Uh!” di sottofondo. Che soddisfazione! E lei probabilmente dirà lo stesso quando sarà riuscita nell’intento di farci imparare i versi di tutti gli animali in modo da poterglieli insegnare. Rimane un solo dubbio: perché non allegano ai libri per bambini un dvd o un cd che li riproduca??