venerdì 20 marzo 2015

a new dawn?!







Una settimana di scuola materna: ancora non riesco a crederci.
Risultati immagini per albaDalla ripresa di gennaio, la Princi avrà varcato quel portone una decina di volte. Febbre, moccoli e tosse a non finire, assenza preventiva per riuscire a regalarle la sua prima festa di compleanno da grande, rifebbre che ha costretto a un ridimensionamento del Briciopleanno (compleanno di Briciolina), febbre trasformatasi in infezione urinaria, rifebbre con rimoccoli… Il tutto intervallato a un after months di raffreddore e mal di gola miei (tutt’ora in corso), due mesi di candidosi (ovviamente mia), i primi quattro dentini di Briciolina (alias: notti in bianco), febbri e moccoli e tosse di Briciolina (alias: notti in bianco), otite di Briciolina (alias: notti in bianco, ma mi pare una frase già scritta), due puntate di pseudo influenza intestinale mia, una congestione di Lui… Bon, mi pare basta.

O no?
No: perché tutto questo ha significato umore sotto i calzettoni, sia per la quarantena a cui siamo stati spesso costretti, tassativa verso amici con bambini, sia per l’ispessirsi della colonna “uscite” verso la farmacia, sia soprattutto perché mille cose avrei voluto fare in questi mesi e sono rimaste sospese, facendo pendere verso il negativo il bilancio sulla mia vita.
Risultati immagini per candy candy infermieraE anche per questo, giù sensi di colpa: ma come?
Le piccole stanno male e invece di preoccuparti di loro pensi:
1.      che tu non stai andando in palestra da fine gennaio;
2.     che le uniche frasi di senso compiuto che stai pronunciando da tre mesi sono «metti la mano davanti alla bocca quando tossisci», «non leccarti il moccio», mentre le uniche che senti sono «devo fare la pipì» o «mi scappa la cacca»;
3.     che devi pulire almeno cinque volte al giorno il pavimento minimo per eliminare i residui di cibo che Briciolina sparge attorno al seggiolone;
4.     che più o meno ogni ora si impone un braccio di ferro con la Princi perché riordini i giocattoli a meno di non farlo direttamente tu;
5.     che lo stendino è ormai una parte dell’arredo del salotto dato che ogni giorno la lavatrice sforna una/due bacinelle di panni;
6.     che stai mandando in bancarotta la famiglia perché pur di vedere qualcuno che abbia più di tre anni e mettere insieme due parole ti trinceri dietro una fantomatica lista della spesa che pare la tela di Penelope dato che ogni giorno ti manca comunque qualcosa;
7.     che vorresti lavorare perché credi che parte dei malanni della Princi sia una scusa per accozzarsi e subito dopo ti smentisci pensando «ma come potrei mai lavorare in queste condizioni?»;
8.     che vorresti non aver bisogno di chiedere aiuto e riuscire a farcela da sola, ma vorresti pure che gli altri si accorgessero che hai bisogno di aiuto;
9.     che vorresti mettere un grosso cetriolo in bocca alle persone che ti dicono «Eh, il primo anno di asilo è così», perché sentirtelo ripetere tre/quattro volte al dì non vale una tachipirina collettiva;
10.   che ci sono momenti in cui vorresti fuggire, altri in cui vorresti tornare alla condizione a. P.& B. (avanti Princi & Briciolina) e subito ti daresti una scudisciata perché, in fondo, vorresti avere altri cuccioli…

Insomma: sintetizzando, sono state settimane dure, anche se cercavo di pensare a chi può trovarsi in situazioni peggiori, vuoi perché di bimbi che si ammalano e trasmettono bacilli ne ha più di due, vuoi perché non ha nessuno che gli dia una mano (mentre noi avevamo la mamma – nonna, con un do ut des di malattie che ha inglobato pure lei), vuoi perché le malattie dei cuccioli sono più serie o magari a essere impossibilitati ad accudirli sono proprio mamma e papà, che farebbero i salti di gioia per cullarli e cambiare un pannolino.

Però non è che questi pensieri mi rinfrancassero, anzi, mi facevano sentire ancor più a terra: era come trovarsi in un tunnel infinito di moccoli, colpi di tosse, febbri di cui non si riusciva a vedere la fine. E quando lunedì ho riaccompagnato la Princi a scuola, l’ho fatto continuando a scrutare tutta la mattina il cellulare con il timore di venire chiamata perchè magari aveva iniziato a vomitare assorbendo immediatamente l’influenza intestinale che è ancora nell’aria.

Invece una settimana è andata: so che non dovrei sbilanciarmi perchè non appena lo faccio una nuova mazzata è dietro l’angolo. Ma forse perché sono stati ben cinque giorni pieni di scuola, o perché sta arrivando la primavera, mi sento fiduciosa. E aver scritto tre post in poco tempo è parte di questa insolita botta di ottimismo.

giovedì 12 marzo 2015

motherhood secondo me


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Bollettino di guerra:
giovedì notte: mamma –con  – calzettoni si trasforma in mamma - con  - bacinella - al – seguito
venerdì: mocci che iniziano a colare e mamma – con – calzettoni che inizia ad essere tramortita dal mal di gola
sabato pomeriggio: Lui steso sul divano con bacinella non solo a uso soprammobile
lunedì pomeriggio: Princi con alterazione e Briciolina con naso inizialmente colante
da martedì a oggi: nasi che colano, tosse continua, febbrine 
Bene. Aggiungiamoci lo scoramento, le notti in bianco, la stanchezza… E, tanto per tirarmi su, Lui ieri sera facendo zapping si imbatte in “Motherhood. Il bello di essere mamma”, pellicola del 2009 con l’incasinatissima ma costantemente affascinante mamma Uma Thurman e, per papà, il pacatissimo e distante Anthony Edwards, compianto Dottor Green di ER.
Ed è di questo che vorrei scrivere. Perché se il film ha avuto l’indubbio merito di tenermi sveglia fino alle 22.45, e se in alcuni momenti mi ha fatto sorridere perché ha proiettato sullo schermo situazioni ed emozioni che si manifestano quotidianamente anche nella casa – con – i calzettoni, a ben vedere è piuttosto improbabile. Questa mamma che vive in un appartamento rispetto al quale il nostro sembra la reggia di Caserta non solo per dimensioni ma pure per pulizia e ordine; che deve organizzare – nelle sue intenzioni – la festa perfetta per il sesto compleanno della figlia maggiore e deve ancora comprare tutto l’occorrente per farlo; che ha un figlio piccolo stile ameba, che dove lo mette sta e quindi se lo trascina senza che lui batta ciglio... beh, questa mamma, riordina la casa solo per togliere i residui della colazione, peraltro l’unico pasto della giornata; questa mamma, che seguiamo proprio nella giornata del compleanno della sua piccola, non solo riesce a rifornirsi di ciò che le serve per il mini party (io, tanto per dirla, avevo iniziato a far la spesa due settimane prima e sono arrivata in affanno comunque) e addobbare la casa, ma trascorre la mattina a fare shopping con le amiche dopo aver portato il bimbo al parco giochi e aver affrontato varie discussioni con cafoni variamente incontrati per strada. E se già per fare tutto ciò, la giornata di una mamma normale si sarebbe dilatata da 24 a 48 ore, lei, senza battere ciglio, trova pure il tempo per sedersi – che sia al giardinetto, sulle scale durante la festa della figlia o alla scrivania di casa -, accendere il computer e pubblicare continui post a commento della sua giornata. E così, da 48, le ore della giornata sarebbero passate a 72. Perché è vero, ora sto scrivendo: ma sarebbe stato più opportuno e forse salutare per me dormire visto che la notte è stata costellata dai colpi di tosse di Briciolina e che, come testimonia il bollettino di guerra iniziale, tutta la settimana è stata (e continuerà a essere) dura. Comunque è vero: si tratta di un film, quindi cosa aspettarsi?
Però a qualcosa è servito: farmi pensare cosa significhi per me essere mamma.
Essere mamma è come vestire i panni di un’acrobata: non per la miriade di cose da incastrare per far funzionare tutto, ma per il timore che qualcosa vada storto e loro stiano male, si facciano male, qualcuno faccia loro del male. Mi fa sentire come una Penelope alla guerra: perché ogni giorno bisogna combattere per lavare i denti, i capelli, bere il latte, finire ciò che è nel piatto, vestirsi non con i sandali in dicembre.

E’ una vertigine continua, un infinito viaggio sulle montagne russe che ti fa passare dall’esaltazione per un abbraccio inaspettato e un “ti voglio tanto bene!” sussurrato sul vater (nel momento del bisogno?!) allo sbigottimento per capricci con strilla e batti piedi che non si sa da cosa sia stato innescato, al senso di colpa per essere stata troppo dura, per aver fatto volare una mano o una parola fino al timore di star sbagliando tutto perché tio chiedi da dove vengano quelle bambine. Essere mamma è un puzzle i cui pezzi si combinano ogni giorno in modo diverso: perché oggi puoi lavare prima la grande, domani devi lavare di urgenza la piccola sopraffatta dalla cacchina santa e tu chissà quando potrai fare la doccia; e se anche non connetti finchè non bevi il caffè, il tuo lo bevi all’ora di pranzo perché prima devi scaldare il latte a una, poi preparare il bibe all’altra e mandare al lavoro Lui. Essere mamma è sostituire la musica degli U2 con le sigle di Peppa Pig e Olivia, le serate a teatro e al cinema con le apparecchiature notturne del tavolino da gioco. Essere mamma è dare ancor meno importanza al tuo look di quanta ne dessi prima, scoprire che il tuo guardaroba è la metà di quello delle piccole: e quando sei finalmente fuori da sola e potresti fare shopping, invece che entrare nella catena che tanto ti piace, senza sapere come ti ritrovi davanti ai negozi per bambini. Essere mamma è confondere i nomi di conoscenti e amici con quelli dei protagonisti dei cartoni animati e pensare siano i tuoi vicini di casa. Essere mamma significa credere che un cavallo stia correndo accanto alla vostra auto e che una giraffa si stia affacciando alla finestra del salottow. Essere mamma significa scoprire come sarebbe stato avere una famiglia con un papà e una mamma, avere un fratello o una sorella. Essere mamma significa capire a posteriori frasi e comportamenti che bisognerebbe ricordare per non ripeterli: essere mamma è un esercizio di memoria e un atto di fede per il futuro.

sabato 7 marzo 2015

Ritorno. Ritorno?

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Ieri ho letto un commento su facebook da parte di un papà blogger che si lamentava perché era tanto che non riusciva a scrivere.

Beh, sono più o meno tre mesi che non lo faccio: sebbene ogni situazione, evoluzione e nuova parola di questi circa 90 giorni fosse degna di essere registrata e nonostante i miei pensieri siano sempre in “formato blog”.

Ma il tempo di accendere il pc e zac: una delle piccole belve si sveglia. E so che potrei scrivere la sera, dopo averle messe a letto: ma quel momento viene dopo una giornata di gestione capricci e “non voglio!”, minimo cinque ripuliture del pavimento del soggiorno cosparso del cibo sparato da Briciolina, due/tre saliscendi di due piani di scale per andare -tornare da scuola e magari aver pure fatto la spesa, braccio di ferro psicologici (con conseguenti probabili danni emotivi e scompensi) per far mangiare la Princi… e queste sono solo le cose più evidenti che mi vengono in mente.

Eventi da raccontare ce ne sarebbero a bizzeffe: l’avventura della scuola, l’infinito rincorrersi di microbi, il primo compleanno “da scuola” e il primo compleanno in assoluto, le nuove abilità di entrambe, ma pure le regressioni della grande e i timori della piccola. E poi, extra belve, i pensieri per la casa del futuro e il desiderio di tornare a lavorare.

Speriamo che avvicinandosi la primavera le malattie ci diano tregua e non cedano il passo alle allergie.
Speriamo che “aprile dolce dormire!” così che di pomeriggio, approfittando di un pisolino combinato, riesca finalmente a riaprire quella valvola di sfogo enorme che è il blog.


… E, neanche a dirlo, poche righe fa si è presentata la Princi: «Mamma, ho sete! ho fatto un bello pisolino! Pecchè hai appirato? (ndr: aspirato) Dopo vediamo “Lilli e il Bagabondo”?».

venerdì 5 dicembre 2014

ci vuole coraggio, bis

B. Morisot, La culla
A dispetto di chi, ai tempi della contestatissima chiusura del Punto Nascita di Gorizia, ha sostenuto che per arrivare in quello che l’ha inglobato ci si impiega pari tempo, il tragitto in ambulanza è stato un vero e proprio viaggio. Certo l’ansia moltiplica tutto, ancora di più se condita dalle urla a martello del fagottino che tieni stretto e che senti sussultare a ogni minimo risentimento dell’asfalto. Ma mettiamoci pure il traffico delle 17.30: che non è poco.
Saliamo in pediatria. Ci accoglie il dottor L. e un’ infermierona che più tardi, evidentemente infastidita dagli acuti incessanti di Briciolina, chiede dove sia il suo ciuccio (a casa, nel cassetto del mio comodino, ancora intonso) decidendo poi di accendere la tv sui cartoni animati: selezionando un canale che farebbe piangere pure me, se non avessi già altro motivo per farlo. Il dottor L. conferma l’otite con perforazione del timpano; ma soprattutto, con calma e garbo infiniti, decide di non imbottirmi di Valium preferendo tranquillizzarmi a parole, spiegandomi il perché e che cosa attendersi dalle convusioni e dicendomi che questa notte la passeremo in ospedale per poter monitorare la febbre, sempre alta.
Ci spostano nella stanza a fianco dell’ambulatorio, la stanza con l’aeroplano sulla porta. Lo strano di tutto questo è trovarsi in un ospedale diverso con intorno la metà delle infermiere e ostetriche che hanno visto nascere la Princi e Briciolina: sempre dolci, molto accudenti e rassicuranti. E questo nonostante inizi il “balletto della pipì”, ossia l’andirivieni per posizionare e controllare il sacchetto della raccolta urine, uno strumento di tortura che eviterà a Briciolina la ceretta inguinale fino al raggiungimento della menopausa. Comincia anche il susseguirsi incalzante di telefonate, messaggi, post con parenti, amici, persone che appena ci conoscono ma decidono di esserci vicine e farci coraggio. Credo però non dimenticherò mai il silenzio del papà-nonno quando l’ho avvisato: l’ho sentito pietrificarsi; e il giorno dopo, quando mi ha telefonato per sapere come andasse, è stato l’unico in tutta questa situazione a chiedere come stessi io.
Lui (che aveva appena finito di lavorare e che probabilmente ha incrociato per strada l’ambulanza con noi sopra) è stato avvertito dalla mamma-nonna che, per non aggiungere ansia a quella già esistente, gli ha solo detto di tornare subito a casa. E così, poco dopo aver salutato la Princi, saputo che eravamo in ospedale, sgranocchiato una pizza, ha ripreso l’auto per fare a ritroso la strada da cui era appena venuto per raggiungerci e portarmi almeno lo spazzolino, le ciabatte e un cambio di biancheria.
Non mentirò dicendo che ho vegliato tutta la notte: ero talmente stanca che sono riuscita a dormire fino alle 5.30, con un’interruzione quando l’infermiera è venuta a monitorare la temperatura di Briciolina. Ma ancora oggi, passate tre settimane, quando la vedo mogia, imbambolata, lo sguardo un po’ intontito, mi spavento, la chiamo, le faccio il solletico: e la sua risata piena, rotonda e solare, mi basta come risposta. Se dorme, spesso controllo se respira: e credo andrà avanti così fino alla maggiore età.
Siamo state dimesse a metà pomeriggio, dopo una mattina di visite da parte della nonna2, delle zie M & A, di Lui e Princi che hanno anche pranzato con noi colorando il verdino della stanza con i colori di hamburger e patatine presi al take away. Nel frattempo la febbre era ormai sparita ma Briciolina si era trasformata nella Pimpa: sesta malattia, ha annunciato la pediatra; e stando così le cose, si spiegano le convulsioni (e quindi questo sarebbe stato l’unico episodio), la febbre, il mal di orecchie. Ma tanto per non farci mancare nulla, dopo alcuni giorni l’urinocoltura ha rivelato un’infezione urinaria.
Dopo la dimissione, le mie giornate sono state un continuo avanti e indietro stile Sor Pampurio (personaggio che rammentava spesso mio nonno) fra l’ambulatorio del pediatra e le farmacie per fare incetta dei sacchetti per una nuova urinocoltura, i cup degli ospedali della zona per prendere l’appuntamento per l’eco renale, di prassi per i neonati colpiti da infezione urinaria, il negozio per rifornirci dei chili di Pasta Fissan necessari ad arginare la pesante dermatite probabilmente causata dagli antibiotici… per tutto questo, dopo aver disertato la presentazione di una mostra in programma proprio il giorno seguente il ricovero, stavo per rinunciare al corso di giornalismo di cui –effettivamente – poco mi interessava, ma che mi è servito per dare aria al cervello. E quasi quasi stavo per disdire pure gli impegni di questi giorni, a cui al contrario tengo parecchio.
Ma queste tre settimane non si sono esaurite nella sesta malattia con gli annessi e connessi, infezione urinaria compresa. Terminati gli antibiotici lo scorso lunedì, Briciolina ha dovuto ricominciarli il venerdì per una nuova otite che noi – a seguito di due notti in bianco – avevamo ingenuamente scambiato per l’insorgere dei denti. Nel frattempo, la scorsa settimana anche la Princi si è fatta alcuni giorni a casa da scuola per febbre e influenza intestinale cominciate naturalmente nel week end. E lo scorso fine settimana, dopo aver trascorso il pomeriggio sulle giostre insieme a lei, pure Lui ha avuto un po’ di febbre che l’ha fatto insaccare sul divano, con la tuta di pile (sfoggiata solo in queste grandi occasioni, viste le sue consuete calure) per l’intera serata del sabato e tutta la domenica.
Bene: tornando alla  domanda del papà –nonno, come sto io?
Direi che per questo servirebbe un post a parte: per spiegare e sfogare lo sconforto, la malinconia, la percezione di solitudine di fronte a queste sfighe che (continuo a ripetermi) sono nulla in confronto a chi ha dei figli con problemi seri, quotidiani. Difficile spiegare le continue oscillazioni fra la voglia di scappare perché mi sento ancora, nonostante i miei anni, troppo piccola per affrontare queste cose e il desiderio di esserci sempre, di non perdermi un sorriso, un abbraccio, un «Ti voglio tanto bene, mami».

A rincuorarmi, a farmi respirare un po’, sono state la Princi e la mamma-nonna. Con la Princi sono stata al cinema domenica pomeriggio a vedere “I Pinguini di Madagascar”, con seguente cena insana ma necessaria per lenire il periodo: e da domenica stiamo andando avanti a chiamarci Agente Kowalski, Soldato e Skipper e a darci l’uno. Con la seconda, lunedì sera sono andata a vedere “”Il giovane favoloso: film che non mi è piaciuto molto (e non solo perché in alcuni momenti mi appisolavo), ma che dopo quasi un anno di assenza mi ha riportato al cinema a vedere qualcosa di diverso da un cartone animato.

lunedì 24 novembre 2014

ci vuole coraggio


Anche oggi dovrei approfittare del belvino (il belve-riposino) per fare altre cose. Ma se non scrivo scoppio.

Forse dovrei smettere di illudermi di poter riprendere una vita mia: in queste ultime settimane, è un po’ come se mi sentissi loro ostaggio.
Penso che da lunedì potrei riprendere la palestra; penso che potrei riprendere a collaborare con qualche giornale; penso che potrei/dovrei e mi piacerebbe molto andare alle inaugurazioni delle mostre (escluse ovviamente quelle che presento): e non appena penso queste cose, non necessariamente tutte insieme, succede qualcosa.

Non credo riuscirò a riassumere in un unico post ciò che è successo dal 14 a oggi: probabilmente mi serviranno più puntate perché oltre al resoconto oggettivo, c’è il resoconto emotivo. Che è un casino da dipanare, pieno di tutto e del contrario di tutto.
Intanto iniziamo: poi, ovviamente, molto dipenderà dal tempo che mi concederanno le mie datrici di lavoro.

Venerdì 14 novembre
Doveva essere una giornata di festa per il nono complimese di Briciolina che però ha pensato a un festeggiamento alternativo.
La mattina siamo andate dal pediatra, principalmente per assecondare il mio innato pessimismo: mica può avere solo la febbre, no? Meglio farle controllare le orecchie che non si sa mai, visto che solo un mese prima aveva avuto l’otite. La febbre, alta, l’aveva già da mercoledì sera: la sera, cioè, dal giorno in cui Briciolina mi aveva accompagnata a saccheggiare la biblioteca e già in quell’occasione mi era parsa strana perché insolitamente ameba durante tutto il tragitto in passeggino. A conferma della mia ipotesi, la sostituta del belve-pediatra ufficiale ha notato un principio di otite ma mi ha consigliato di attendere a darle l’antibiotico: attendere che peggiorasse, senza sapermi specificare in cosa consistesse un peggioramento.
Durante il pranzo e il primo pomeriggio, Briciolina era sempre più mogia finchè, verso le 16.30, ci siamo piazzate tutte e quattro sul divano (belve, io e mamma-nonna) per vedere Cenerentola. Ecco: io sono sicura che cambiare le mie abitudini porti male, così come divertirmi: perché ogni volta che lo faccio, succede qualcosa. E infatti, era la prima volta da quando la Princi ha iniziato a vedere i cartoni in dvd, che mi sedevo al suo fianco per vedermene uno dall’inizio alla fine. Ma arrivate solo alla scena degli uccellini che aiutano Cenerentola a vestirsi, Briciolina comincia a emettere strano suoni. Mi alzo con lei in braccio, decisa a darle l’antibiotico. Non trovo la siringa che dovrei usare per darglielo. I suoni si moltiplicano, chiamo la mamma-nonna, comincio ad andare nel panico e lei con me.

Briciolina per qualche momento non c’è più.
Ridotta a un bambolotto, sussulta, continua con quegli strani suoni ha degli scatti a ognuno dei quali mi va in frantumi un pezzo di cuore. Non riesco a usare il cellulare per chiamare il pediatra, per chiamare Lui. La mamma-nonna telefona allo zio per dirgli di venire subito e lui, per fortuna, ha la lucidità di dirle di chiamare il 118. L’unica cosa che sono riuscita a mettere a fuoco in quei momenti era infatti che non avrei potuto portarla a Gorizia perché hanno eliminato la pediatria; e, altrettanto chiaramente, ho realizzato che se mi fossi messa in auto per portarla a Ialmicco ci saremmo ritrovate a Reggio Calabria dato che già in momenti normali, ogni volta che ci vado, mi perdo per strada.
Mi chiedono cosa fa la bambina, mi dicono di spogliarla e cercare di raffreddarla. Appena la porto sul fasciatoio inizia a urlare e continua per le prossime due ore, ininterrottamente: il medico del 118, nonostante gli avessi raccontato dell’otite, ipotizza abbia mal di gola. Dopo due ore di strilli era effettivamente verisimile.
Metto le scarpe, esco così, con i vestiti da casa forse sporchi, la preoccupazione per Briciolina e la paura di cosa possa aver capito la Princi: che continua a vedere Cenerentola ma piange quando la saluto spiegandole che la sua sorellina sta male.
Il viaggio in ambulanza dura un’eternità: la preoccupazione, ma pure il traffico di fine giornata lo rendono indescrivibilmente lungo. La strada è un colabrodo, piena di buche e piccoli risentimenti che fanno sussultare Briciolina risvegliandola dai microsonni in cui precipita.
Poi ho capito.
Ho capito che in quel cicciobello che sussultava ho rivisto la zia, incosciente fra le braccia della nonna nell’unica (fortunatamente) crisi a cui ho assistito. nelle mie urla insistenti per richiamarla, per svegliarla, c'erano le sue esortazioni, rassicurazioni e premure verso di lei. Ho rivisto una situazione in cui si sono trovati degli amici. E in quell’ambulanza in cui sono entrata stringendo un fagottino con il solo body avvolto in una coperta, gli occhi di tutti i passanti puntati addosso, ho visto le volte in cui su quell’ambulanza sono entrata io.

Recentemente è stato più volte postato su facebook un articolo che inizia dicendo che per essere mamme bisogna avere degli stomaci forti. Non per l’odore dei pannolini che accartocci dopo aver spalato montagne di cacchina santa; non per ripulirti della minestrina che ti viene sputata addosso; non per fingere di non vedere i rigurgiti e le sbavature che ti rigano la maglia nuova di boutique. E neanche per gli insulti che prendi dai due anni in su ogni volta che dici un no: perché quelli, almeno nel mio caso, vengono fortunatamente ricompensati dalle due-tre volte al giorno in cui la Princi mi si avvicina sussurrando «mamma, ti voglio tanto bene».
Ci vuole stomaco d’acciaio per fronteggiare i loro malesseri: dalla febbre e/o le urla che seguono il primo vaccino, ai nasi con moccoloni che sgorgano a ogni stranuto, ai graffi per le prime cadute, alle malattie più serie. Ho pensato tanto alla nonna: al cuore grande che deve aver avuto per sopportare il dolore di vedere sua figlia entrare e uscire dall’ospedale, mille volte senza capelli, con il capo segnato da cicatrici che sembravano autostrade. E le crisi, vederla consumarsi, non poter più camminare, vedere. L’ho pensata e mi sono sentita così inadeguata rispetto a lei per essermi lasciata abbattere così da una semplice convulsione: semplice, perché questa settimana (mi ha spiegato la pediatra dell’ospedale) ne abbiamo visti quattro di casi simili; semplice, perché è molto comune nei bambini fino ai 5 anni. Semplice, già: ma per un genitore insostenibile da vedere.

Da quando sono nate le belve, sane, perfette, ho sempre temuto che potesse e possa succedere qualcosa che intacchi la loro salute e perfezione. Non si può vivere nella paura o pensandoci continuamente, dice Lui; ma per me non è così, perché temo che appena abbasso la guardia, la sorpresa – brutta, ovviamente – è dietro l’angolo.

giovedì 13 novembre 2014

avventura sentimentale

Sfidando la pioggia, ieri mattina sono andata a Udine con Briciolina.
Missione: saccheggiare la biblioteca di buona parte dei libri che mi possono aiutare in un mio prossimo ingaggio lavorativo.
Come già successo in una missione analoga, con medesima destinazione, affrontata assieme alla Princi circa un anno e mezzo fa, è stata una piccola avventura e un viaggio sentimentale.
Avventura perché ho dovuto comprimere il da farsi in poco meno di due ore, quelle comprese tra il deposito della Princi a scuola e mezzogiorno, ora in cui il Big Ben sistemato nello stomaco di Briciolina inizia a suonare, indipendentemente da quando abbia fatto merenda.

In parte avevo predisposto tutto dalla sera precedente: messo in borsa il quaderno con i riferimenti bibliografici, tirato fuori le giacche pulite per le belve, pensato a come vestirle. Perchè quando si hanno bambini, ogni minimo spostamento si trasforma in un trasloco con un bagaglio variamente ingombrante e buono per le quattro stagioni. E così poi ieri mattina, visto che non stava diluviando, appena ho mollato la Princi ho imbarcato Briciolina e siamo partite.

Avrei voluto fare altre tappe in città: ma oltre mezz’ora è andata per trovare un parcheggio adatto alle dimensioni della Bestia: la volta precedente, infatti, avevo ancora l’auto media taglia. Altra mezz’ora è andata per raggiungere il centro dal parcheggio oltre che per scaricare passeggino, insaccarci Briciolina e metterla sottovuoto visto che stava gocciando: ed è stata praticamente la prima volta in cui ho usato la plastica protettiva dato che la Princi non ha mai voluto emulare un wurstel e quindi, se pioveva, o si stava a casa o la si portava per brevi tragitti in braccio. A dire, l’utilità di avere almeno due bimbi: ciò che non abbiamo usato con la prima o che lei ha bellamente sdegnato (anche a livello di giocattoli) sembra far impazzire la seconda, costringendo la Princi a riconsiderare tardivamente le proprie posizioni, tanto da indurla a provare l’ebbrezza del box, con buona pace di Briciolina che ci starebbe volentieri se non venisse travolta dalle gambe a fenicottero della sorella.

Arrivate in centro, pausa merenda: dribblando gli avventori in piedi al banco, ci siamo addentrate per accompagnare il suo yogurt a un ottimo marocchino. Poi, la meta. Eccoci nella biblioteca bambini, uno spazio bellissimo la cui funzionalità – come peraltro nella sezione moderna – si è bloccata al limite della mia condizione di mamma con bimba in braccio. Capisco che tutti i libri di cui avevo bisogno fossero a scaffale aperto e ne avevo già la collocazione: ma darmi una mano a cercarli e tirarli fuori, visto che da una parte dovevo tenere nove chili di canguro saltellante che allungava spaventosamente le manine verso tutto ciò che guardavo e lei intercettava?



Vabbè, ce l’ho fatta: orgogliosa soprattutto per aver portato Briciolina in un luogo tanto speciale. Anche se penso di aver creato due mostri. Al ritorno, infatti, per convincere la Princi a desistere dal correre nell’aiuola di fronte alla scuola visto che pioveva, le ho detto di avere a casa due sorprese per lei: e se una era il suo primo invito a una festa di compleanno (e, dalla felicità, ci stava andando a fare il pisolino insieme), il secondo erano appunto i libri. Libri che ho preso per me, ma che devo testare su di lei per preparare i due incontri sull’arte destinati ai bambini della scuola primaria, commissionatemi nell’ambito di un festival letterario a inizio dicembre. E così ci siamo piazzate sul divano e abbiamo iniziato a leggere la biografia a fumetti di Leonardo, poi – dopo il riposino – abbiamo ripreso da Raffaello. E stamattina, dato che le ho detto che non avremmo potuto leggere perché dovevamo prepararci per la scuola, si è appollaiata da sola sullo sgabello della cucina per riprendere la lettura di Leonardo. Ora devo solo attendere il suo risveglio per appuntarmi eventuali acuti commenti sugli altri autori e libri.
Ah, no: oggi si torna in biblioteca, ma per ritirare il dvd di Cenerentola. Ok: il mostro forse l’ho creato ma sotto le spoglie di una principessa.

mercoledì 12 novembre 2014

le buone scuse per essere mamma

Continuiamo sulla scia di “essere mamma perché…”.
Ci sono molti vantaggi, a dire il vero, perché essere mamma ti dà ottime giustificazioni per una serie di eventi.
Hai un bimbo, nella fattispecie due, quindi puoi:

1.     uscire con i capelli sparati nelle direzioni più impensabili: potrai dire, o tutti crederanno, che la colpa sia delle innumerevoli volte in cui ti sei alzata e ricoricata per sedare i pianti delle belve. In realtà ti sei rigirata nel lettone pensando a come riuscire in due ore a concentrare spesa, pulizie, ricerca di un regalo, lavorare al computer, dar la merenda alla piccola, e chi più ne ha più ne metta; oppure hai pensato a come uscire viva da un fine settimana di inviti a cene/pranzi; oppure hai provato tutte le combinazioni possibili per incastrare un puzzle di scuola materna/sistemazione della mini/palestra/rientro con pranzo della mini/recupero della maxi;
2.    uscire con una riga di fondotinta sulla guancia stile Ultimo dei mohicani (realmente successo): puoi dar la colpa al fatto che la grande ha aggiunto un suo tocco di creatività al tuo viso, mentre la verità è che ogni mattina ti trucchi a rischio strabismo perché con un occhio guardi la piccola affinchè non tenti un volo d’angelo dal fasciatoio, con l’altro controlli i nascondigli di tutta la casa in cui la grande sta disseminando creme, assorbenti e saponi e ogni tanto provi a buttare verso lo specchio il terzo occhio, che ti è spuntato da quando sei diventata mamma; verità bis: la luce del bagno non è ottimale per truccarsi;
3.    uscire con la maglia e/o i pantaloni e/o la giacca macchiati (nella migliore delle ipotesi si tratta di un all inclusive di tutti questi capi): realmente successo pure questo,  appena due giorni fa, ma nella mia sincerità ho svelato il motivo reale. Che, da due mesi a questa parte, è il raffreddore che rimbalza dalla mini alla maxi e ritorno; mentre da quando è arrivata mini, la causa ulteriore è la sua tendenza allo sbavamento continuo, fonte di scie da lumaca sugli abiti di tutti: credo dovrei rifondere la Mamma-nonna con un bonus in lavanderia dato che, appena nata, Briciolina in una settimana le ha svuotato l’armadio facendole riempire il cestello della lavatrice e costringendola a una pausa dal baby sitting perché rimasta a secco di cambi. Poi però i veri motivi possono essere diversi: non hai smacchiato a dovere la maglia, hai rubato la merendina della piccola e nella fretta di mangiarla ti sei sbrodolata, hai partecipato a un happy hour dai risvolti disastrosi (opzione altamente improbabile nel mio caso);

4.    uscire con scarpe nere, borsa blu, giubbotto marrone: Arlecchino ti farebbe un baffo e la colpa potrebbe essere della mancanza di tempo. Importante è – e lo dici anche agli altri – che le piccole siano vestite come bon bon, in perfetta tinta. In verità è un’ottima scusa se – ed è questo  il mio caso – non hai mai imparato ad abbinare i capi del tuo armadio perché quan’era il tempo in cui potevi impararlo ti sei disinteressata del tutto alla cosa e ora avresti bisogno di visite continue a Giovanni Ciacci per un total new look;
5.    non leggere: perché con le bimbe, la casa e Lui – alias il bimbo – proprio non riesci ad aprire uno di quei libri tanti accattivanti che, se hai un attimo di silenzio e li fissi, sembra reclamino le tue attenzioni. In verità, se anche le belve non ci fossero, leggeresti poco perché troveresti tante cose da fare fuori casa. Ma è un’ottima scusa;
6.    non scrivere: idem come sopra. Ma in questo caso non troveresti l’occasione di scrivere per non dover affrontare emozioni, pensieri, paure;

7.    non stirare: perché quando tiri fuori l’asse da stiro le belve si svegliano, perché quando sei lì che stiri una ti striscia fra i piedi e l’altra ti ruba lo straccio. Vero, verissimo: ma a questo aggiungiamo che non è la mia passione e che certe cose si possono riporre negli armadi anche senza una passata di ferro. Con buona pace della Nonna-bisnonna che ora mi vede dall’alto e senz’altro mi fulmina con gli occhi.