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giovedì 13 novembre 2014

avventura sentimentale

Sfidando la pioggia, ieri mattina sono andata a Udine con Briciolina.
Missione: saccheggiare la biblioteca di buona parte dei libri che mi possono aiutare in un mio prossimo ingaggio lavorativo.
Come già successo in una missione analoga, con medesima destinazione, affrontata assieme alla Princi circa un anno e mezzo fa, è stata una piccola avventura e un viaggio sentimentale.
Avventura perché ho dovuto comprimere il da farsi in poco meno di due ore, quelle comprese tra il deposito della Princi a scuola e mezzogiorno, ora in cui il Big Ben sistemato nello stomaco di Briciolina inizia a suonare, indipendentemente da quando abbia fatto merenda.

In parte avevo predisposto tutto dalla sera precedente: messo in borsa il quaderno con i riferimenti bibliografici, tirato fuori le giacche pulite per le belve, pensato a come vestirle. Perchè quando si hanno bambini, ogni minimo spostamento si trasforma in un trasloco con un bagaglio variamente ingombrante e buono per le quattro stagioni. E così poi ieri mattina, visto che non stava diluviando, appena ho mollato la Princi ho imbarcato Briciolina e siamo partite.

Avrei voluto fare altre tappe in città: ma oltre mezz’ora è andata per trovare un parcheggio adatto alle dimensioni della Bestia: la volta precedente, infatti, avevo ancora l’auto media taglia. Altra mezz’ora è andata per raggiungere il centro dal parcheggio oltre che per scaricare passeggino, insaccarci Briciolina e metterla sottovuoto visto che stava gocciando: ed è stata praticamente la prima volta in cui ho usato la plastica protettiva dato che la Princi non ha mai voluto emulare un wurstel e quindi, se pioveva, o si stava a casa o la si portava per brevi tragitti in braccio. A dire, l’utilità di avere almeno due bimbi: ciò che non abbiamo usato con la prima o che lei ha bellamente sdegnato (anche a livello di giocattoli) sembra far impazzire la seconda, costringendo la Princi a riconsiderare tardivamente le proprie posizioni, tanto da indurla a provare l’ebbrezza del box, con buona pace di Briciolina che ci starebbe volentieri se non venisse travolta dalle gambe a fenicottero della sorella.

Arrivate in centro, pausa merenda: dribblando gli avventori in piedi al banco, ci siamo addentrate per accompagnare il suo yogurt a un ottimo marocchino. Poi, la meta. Eccoci nella biblioteca bambini, uno spazio bellissimo la cui funzionalità – come peraltro nella sezione moderna – si è bloccata al limite della mia condizione di mamma con bimba in braccio. Capisco che tutti i libri di cui avevo bisogno fossero a scaffale aperto e ne avevo già la collocazione: ma darmi una mano a cercarli e tirarli fuori, visto che da una parte dovevo tenere nove chili di canguro saltellante che allungava spaventosamente le manine verso tutto ciò che guardavo e lei intercettava?



Vabbè, ce l’ho fatta: orgogliosa soprattutto per aver portato Briciolina in un luogo tanto speciale. Anche se penso di aver creato due mostri. Al ritorno, infatti, per convincere la Princi a desistere dal correre nell’aiuola di fronte alla scuola visto che pioveva, le ho detto di avere a casa due sorprese per lei: e se una era il suo primo invito a una festa di compleanno (e, dalla felicità, ci stava andando a fare il pisolino insieme), il secondo erano appunto i libri. Libri che ho preso per me, ma che devo testare su di lei per preparare i due incontri sull’arte destinati ai bambini della scuola primaria, commissionatemi nell’ambito di un festival letterario a inizio dicembre. E così ci siamo piazzate sul divano e abbiamo iniziato a leggere la biografia a fumetti di Leonardo, poi – dopo il riposino – abbiamo ripreso da Raffaello. E stamattina, dato che le ho detto che non avremmo potuto leggere perché dovevamo prepararci per la scuola, si è appollaiata da sola sullo sgabello della cucina per riprendere la lettura di Leonardo. Ora devo solo attendere il suo risveglio per appuntarmi eventuali acuti commenti sugli altri autori e libri.
Ah, no: oggi si torna in biblioteca, ma per ritirare il dvd di Cenerentola. Ok: il mostro forse l’ho creato ma sotto le spoglie di una principessa.

martedì 30 luglio 2013

gita della memoria, gita della scoperta


Stamattina sono andata a Udine.
Era una vita, anzi, una Princi fa che non ci andavo.
In centro, intendo dire; o meglio: in biblioteca. E allora mi sono portata la Pallina a ritirare i libri prenotati, quelli che dovrebbero servirmi per quel convengo nel quale non so ancora con precisione di cosa/chi parlerò.

È stata una sensazione strana.
La voglia di andarci era a mille. Poi, per strada, caricata la Princi in auto, non potevo far a meno di pensare che lei fosse lì, dietro di me, stretta al suo Snoopy e poi, a un certo punto, addormentata con la testa rovesciata all’indietro. Non potevo, insomma, fingere di essere da sola come è stato per tanto tempo.

Per tutto il tragitto, anche una volta arrivata, continuavano a saltarmi alla mente i ricordi delle volte in cui ci sono stata.
Udine: città a cui ho legato molte aspettative lavorative/professionali, spesso andate deluse.

E allora quando siamo arrivate sono andata dritta (beh, eufemismo visti i lavori in corso che hanno bloccato il traffico per venti minuti) a parcheggiare di fronte al museo in cui ho lavorato per sei mesi. Ora lì non c’è più niente: ma ho “rivisto” i colleghi, i visitatori che ascoltavano attenti le mie spiegazioni durante le visite guidate. E poi il bar dove andavo per il (costoso) tramezzino con la collega borsista; il ristorante in cui la direttrice mi ha offerto il pranzo in un caldo giorno d’estate; il panificio di quelle buonissime pastine che ci ha offerto uno studioso in visita e dove poi ho portato la mamma, a quel tempo ben lungi dal diventare mamma-nonna.

La sera in cui, al settimo cielo, ho percorso quella strada per partecipare al mio primo convegno, tremante ma felice, illudendomi che qualcosa di buono ne sarebbe nato e pensando che nonno sarebbe stato fiero di me se mi avesse visto (e sono certa l’abbia fatto). L’università, dove sono andata a iscrivermi al master di cui non sono riuscita a superare la selezione. L’austero ma – con le sue ali laterali simili a un abbraccio - accogliente palazzo nella cui gigantesca aula affrescata ho atteso tutto il pomeriggio il turno del colloquio di ammissione al dottorato: senza poi riuscire a farlo e dirottandomi quindi verso l’altro capo della regione. E poi quella volta in cui, già con il pancione, ho assistito alla conferenza al termine della quale hanno finalmente consegnato gli atti del convegno. A destra ho poi girato la volta in cui sono venuta per seguire le fasi di restauro del dipinto che ho catalogato per la mostra.

Il negozio dove ho ordinato le bomboniere della laurea e la volta in cui sono venuta a ritirarle -agitatissima- con Lui; l’ottico in cui ho scelto gli occhiali con cui mi sarei dovuta sentire meno a disagio; la biblioteca, dove ho passato tante giornate…

Credo che chi abbia incrociato gli sguardi mio e della Princi vi abbia letto la medesima espressione di stupore. Per lei in qualche modo era il “battesimo” di molti angoli di una città dove pure è già stata; per me era la prima volta in cui vedevo quei luoghi spingendo un passeggino. Tanto da non aver mai notato che per entrare nell’atrio della biblioteca ci sono cinque gradini da non poter praticare con passeggino abitato.

È stato come tornare in un posto da cui si è stati lontani tanto, troppo tempo: e in effetti due anni abbondanti devono essere trascorsi dalla mia ultima incursione “da studiosa”. E a questa riscoperta della città si è sovrapposto un inventario: una nuova gelateria, un’altra che ha chiuso, un concept store (e che sarà mai?) al posto di non ricordo cosa, il negozio degli abiti da sposa dei miei sogni paurosamente svuotato, la Upim con le serrande abbassate, nuovi bar, locali diversi.

E la voglia di tornare. A studiare e a visitare quella mostra prima che finisca, fermandosi magari a cena nel locale rilevato da chi ha curato il nostro pranzo di nozze.

Non so se e quanto alla Princi sia piaciuta questa gita fuori porta: certo è che, una volta salite in autonomia (per fortuna!) tutte le scale della biblioteca ha voluto esser presa in braccio, sedersi sul bancone e controllare il lavoro di chi era dall’altro lato per aiutarmi a riporre i libri nella borsa. Ha poi molto apprezzato la vetrina della libreria in cui mi piace sempre dare un’occhiata per illuminarsi di fronte all’astuccio dell’ape Maia, mostrando subito dopo il suo lato più femminile aiutandomi a scegliere il set di ombretti nella profumeria poco più avanti. E che dire del panino-cornetto che si è sbranata strada facendo?

Tante nuove cose da vedere, tanta aria di studio devono averla enormemente affaticata: appena entrata in auto è crollata di nuovo. E sulla strada del ritorno ho continuato a pensare alle volte in cui sono andata e tornata da Udine e a quanto fosse diversa allora la mia vita. O forse no: perché certe cose le posso fare tale e quali anche ora con la Princi.