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venerdì 5 dicembre 2014

ci vuole coraggio, bis

B. Morisot, La culla
A dispetto di chi, ai tempi della contestatissima chiusura del Punto Nascita di Gorizia, ha sostenuto che per arrivare in quello che l’ha inglobato ci si impiega pari tempo, il tragitto in ambulanza è stato un vero e proprio viaggio. Certo l’ansia moltiplica tutto, ancora di più se condita dalle urla a martello del fagottino che tieni stretto e che senti sussultare a ogni minimo risentimento dell’asfalto. Ma mettiamoci pure il traffico delle 17.30: che non è poco.
Saliamo in pediatria. Ci accoglie il dottor L. e un’ infermierona che più tardi, evidentemente infastidita dagli acuti incessanti di Briciolina, chiede dove sia il suo ciuccio (a casa, nel cassetto del mio comodino, ancora intonso) decidendo poi di accendere la tv sui cartoni animati: selezionando un canale che farebbe piangere pure me, se non avessi già altro motivo per farlo. Il dottor L. conferma l’otite con perforazione del timpano; ma soprattutto, con calma e garbo infiniti, decide di non imbottirmi di Valium preferendo tranquillizzarmi a parole, spiegandomi il perché e che cosa attendersi dalle convusioni e dicendomi che questa notte la passeremo in ospedale per poter monitorare la febbre, sempre alta.
Ci spostano nella stanza a fianco dell’ambulatorio, la stanza con l’aeroplano sulla porta. Lo strano di tutto questo è trovarsi in un ospedale diverso con intorno la metà delle infermiere e ostetriche che hanno visto nascere la Princi e Briciolina: sempre dolci, molto accudenti e rassicuranti. E questo nonostante inizi il “balletto della pipì”, ossia l’andirivieni per posizionare e controllare il sacchetto della raccolta urine, uno strumento di tortura che eviterà a Briciolina la ceretta inguinale fino al raggiungimento della menopausa. Comincia anche il susseguirsi incalzante di telefonate, messaggi, post con parenti, amici, persone che appena ci conoscono ma decidono di esserci vicine e farci coraggio. Credo però non dimenticherò mai il silenzio del papà-nonno quando l’ho avvisato: l’ho sentito pietrificarsi; e il giorno dopo, quando mi ha telefonato per sapere come andasse, è stato l’unico in tutta questa situazione a chiedere come stessi io.
Lui (che aveva appena finito di lavorare e che probabilmente ha incrociato per strada l’ambulanza con noi sopra) è stato avvertito dalla mamma-nonna che, per non aggiungere ansia a quella già esistente, gli ha solo detto di tornare subito a casa. E così, poco dopo aver salutato la Princi, saputo che eravamo in ospedale, sgranocchiato una pizza, ha ripreso l’auto per fare a ritroso la strada da cui era appena venuto per raggiungerci e portarmi almeno lo spazzolino, le ciabatte e un cambio di biancheria.
Non mentirò dicendo che ho vegliato tutta la notte: ero talmente stanca che sono riuscita a dormire fino alle 5.30, con un’interruzione quando l’infermiera è venuta a monitorare la temperatura di Briciolina. Ma ancora oggi, passate tre settimane, quando la vedo mogia, imbambolata, lo sguardo un po’ intontito, mi spavento, la chiamo, le faccio il solletico: e la sua risata piena, rotonda e solare, mi basta come risposta. Se dorme, spesso controllo se respira: e credo andrà avanti così fino alla maggiore età.
Siamo state dimesse a metà pomeriggio, dopo una mattina di visite da parte della nonna2, delle zie M & A, di Lui e Princi che hanno anche pranzato con noi colorando il verdino della stanza con i colori di hamburger e patatine presi al take away. Nel frattempo la febbre era ormai sparita ma Briciolina si era trasformata nella Pimpa: sesta malattia, ha annunciato la pediatra; e stando così le cose, si spiegano le convulsioni (e quindi questo sarebbe stato l’unico episodio), la febbre, il mal di orecchie. Ma tanto per non farci mancare nulla, dopo alcuni giorni l’urinocoltura ha rivelato un’infezione urinaria.
Dopo la dimissione, le mie giornate sono state un continuo avanti e indietro stile Sor Pampurio (personaggio che rammentava spesso mio nonno) fra l’ambulatorio del pediatra e le farmacie per fare incetta dei sacchetti per una nuova urinocoltura, i cup degli ospedali della zona per prendere l’appuntamento per l’eco renale, di prassi per i neonati colpiti da infezione urinaria, il negozio per rifornirci dei chili di Pasta Fissan necessari ad arginare la pesante dermatite probabilmente causata dagli antibiotici… per tutto questo, dopo aver disertato la presentazione di una mostra in programma proprio il giorno seguente il ricovero, stavo per rinunciare al corso di giornalismo di cui –effettivamente – poco mi interessava, ma che mi è servito per dare aria al cervello. E quasi quasi stavo per disdire pure gli impegni di questi giorni, a cui al contrario tengo parecchio.
Ma queste tre settimane non si sono esaurite nella sesta malattia con gli annessi e connessi, infezione urinaria compresa. Terminati gli antibiotici lo scorso lunedì, Briciolina ha dovuto ricominciarli il venerdì per una nuova otite che noi – a seguito di due notti in bianco – avevamo ingenuamente scambiato per l’insorgere dei denti. Nel frattempo, la scorsa settimana anche la Princi si è fatta alcuni giorni a casa da scuola per febbre e influenza intestinale cominciate naturalmente nel week end. E lo scorso fine settimana, dopo aver trascorso il pomeriggio sulle giostre insieme a lei, pure Lui ha avuto un po’ di febbre che l’ha fatto insaccare sul divano, con la tuta di pile (sfoggiata solo in queste grandi occasioni, viste le sue consuete calure) per l’intera serata del sabato e tutta la domenica.
Bene: tornando alla  domanda del papà –nonno, come sto io?
Direi che per questo servirebbe un post a parte: per spiegare e sfogare lo sconforto, la malinconia, la percezione di solitudine di fronte a queste sfighe che (continuo a ripetermi) sono nulla in confronto a chi ha dei figli con problemi seri, quotidiani. Difficile spiegare le continue oscillazioni fra la voglia di scappare perché mi sento ancora, nonostante i miei anni, troppo piccola per affrontare queste cose e il desiderio di esserci sempre, di non perdermi un sorriso, un abbraccio, un «Ti voglio tanto bene, mami».

A rincuorarmi, a farmi respirare un po’, sono state la Princi e la mamma-nonna. Con la Princi sono stata al cinema domenica pomeriggio a vedere “I Pinguini di Madagascar”, con seguente cena insana ma necessaria per lenire il periodo: e da domenica stiamo andando avanti a chiamarci Agente Kowalski, Soldato e Skipper e a darci l’uno. Con la seconda, lunedì sera sono andata a vedere “”Il giovane favoloso: film che non mi è piaciuto molto (e non solo perché in alcuni momenti mi appisolavo), ma che dopo quasi un anno di assenza mi ha riportato al cinema a vedere qualcosa di diverso da un cartone animato.

domenica 24 marzo 2013

annaspando fra i puntini








Rieccomi.
Riemergo a fatica da un periodo faticoso, in cui continuo a ripetermi quella che, parafrasandola, dovrebbe essere una frase di John Lennon: la vita è quello che ti accade mentre sei impegnato a fare altro.
Unica costante presenza di questo periodo sono sempre loro: i sensi di colpa. Che, fra l’altro, mi fanno sentire ancora più a terra per il fatto di essere a terra. Senza, cioè, che sia successo nulla di così grave da giustificarlo. Però rimango a terra.
In verità in questo periodo un po’ di cose sono capitate.
 
Per esempio, è stato eletto un nuovo Papa.
Lo ammetto: come (credo) la maggior parte delle persone oggi, sono cattolica ma seguo una fede mia, fatta di rare visite in chiesa e opinioni personali spesso in combutta con quanto predicato dagli altari. Eppure quando in auto, alla radio, ho sentito che c’era stata la fumata bianca, ho deciso che avrei voluto seguire questo evento e costringere Lui e la Princi a fare altrettanto. Ed ecco il primo miracolo di Papa Francesco: se la Princi non aveva possibilità di scelta (nonostante sappia già manovrare il telecomando!) Lui non ha battuto ciglio di fronte a questa mia decisione. Anzi: ci siamo ritrovati tutti e tre stretti davanti alla tv a incantarci di fronte a questo uomo, ancora sconosciuto, con la Princi che rideva e batteva le mani. Non so come mai la sua elezione mi abbia così interessata: forse, come accade per tante altre cose da quando sono mamma, l’ho vissuta come un evento storico da ricordare per dirle un giorno “Tu quella volta avevi poco più di un anno e già avevi capito, con il tuo entusiasmo, che persona  fantastica sarebbe stata”. Perché credo sarà così.
Passando dal sacro al profano e anche se in ordine di tempo è l’accadimento più recente, c’è stata la sesta malattia.
Anzi. Se vogliamo seguire la progressione temporale, tra fine febbraio e inizio marzo è stato un pellegrinaggio pediatra-reparto di pediatria-pediatra privata-uffici vaccinazioni vari. Se quest’ultima meta è dovuta al tentativo, finora andato a vuoto, di recuperare il richiamo dell'esavalente per il resto si è trattato di dare un nome all’eruzione cutanea che ha colpito il retro della gambetta sinistra passando poi, per simpatia, a quella destra. Diagnosi: in due occasioni apec (alias dermatite asimmetrica senza causa, cura, durata precise) ribattezzata come fungo in una terza e più realistica opzione.
E quando ancora stavamo spalmando la Princi di antimicotico, è esplosa la febbre: ed è arrivata così la sesta malattia.
Ora: se leggiamo una qualsiasi enciclopedia medica di bambini si trova scritto che il nome è dovuto al fatto che è la sesta dopo le canoniche rosolia, varicella etc., “inventata” peraltro in tempi piuttosto recenti dato che sul volumone in possesso della mamma-nonna per documentare le mie malattie questa non figura nemmeno. Nel nostro caso, invece, possiamo dire che sesta sia dovuto al fatto che è, per essere difettosi nel conteggio, la sesta malattia che si prende la Princi da ottobre a questa parte. È da ottobre, infatti, che non varchiamo più la soglia della piscina, che frequentiamo la ludoteca a spizzichi e bocconi, che progettiamo di andare al cinema o a cena in tete-a-tete senza riuscirci. Tanto per gettare benzina sul fuoco dei sensi di colpa, forse è perché abbiamo egoisticamente iniziato a pensare di ritagliarci degli spazi a due che succede tutto ciò.

Che, poi, si mescola alle due influenze di Lui tra Natale e metà gennaio, i suoi problemi al ginocchio, un normale up and down di notti interrotte e notti in cui si dorme.

In mezzo: una ripresa – di cui sono ovviamente contenta – di lavoro extra con mostre, articoli, artisti da presentare; il pensiero di lavoro extra – di cui invece non sono affatto contenta – per l’approssimarsi di corsi sulla sicurezza che si terranno, com’è ovvio, nell’unico giorno libero della settimana;  le assenze di Lui per impegni sindacali; la mamma-nonna e la nonna-bisnonna influenzate…
Può solo questo giustificare il fatto che, essendomi appena vista nello specchio, mi è sembrato di vedermi come se indossassi gli occhiali su cui sono disegnati gli occhi aperti?

Frattanto in questi giorni la Princi, simile alla Pimpa, ha sviluppato una frigna mista a mammite e papite da paura. Speriamo le passi insieme alle macchioline anche perché di solito si accende a ogni cambio, indipendentemente dalle spalate di cacchina santa cui mi costringe e da cui pare non volersi separare al punto da rigirarsi sul fasciatoio come un wurstel per finire con il culetto ritto per aria. Però poi la mattina, dopo il bagnetto – anche questo intervallato da frigne immotivate che oggi possono essere perché non vuole farlo, domani perché non vuole uscirne – si accoccola stretta stretta a me e così rimane per qualche bellissimo, tenerissimo, gratificante e rigenerante minuto. Proprio come i baci di cui mi riempie la labbra.

 
Se la frigna ci auguriamo sparisca insieme al rossore, siamo tuttavia consapevoli che rimarrà quel caratterino deciso e capriccioso che sta sviluppando e che tante volte mi fa pensare “E questa da dove le è venuta fuori?”.
Perché ogni sera corre sul divano per cercare di scaravoltarsi a testa in giù sfruttando la complicità del bracciolo. Perché quando è sazia e non vuole più mangiare non lascia tutto sul ripiano del seggiolone e stop ma fa precipitare pezzi di cibo sul pavimento pensando che forse aprano il paracadute. Idem con il bicchiere dell’acqua: e i vicini sotto di noi ringraziano. Perché dopo aver appoggiato la testa su Mr. Billy in un impeto di affettuosità gli tira la coda e gli fa massaggi shiatzu sulla pancia, caldamente ripagati con (per ora innocui) morsi. Perché tra tutti i versi di animali possibili ha imparato per primi elefante e scimmia. Perché, accanto a un comprensibile apprezzamento della pubblicità con il pinguino che canta (comprensibile in quanto è un animale) si anima anche quando vede quella in cui Casanova è inseguito da una pseudo donna. Perché se le do una borsa che non uso non ci gioca mentre impazzisce se le metto in mano quella che adopero ogni giorno (e che, per la mancanza del tempo necessario a fare travasi, ho impiegato per tutto l’inverno).
 
Ci sono poi i capricci, ormai canonici, perchè non le facciamo provare i giochini nei centri commerciali, perché la devo portare via dalla ludoteca che sta chiudendo: capricci che si risolvono in quelle scene altrettanto canoniche di una mamma, additata come perfida dagli altri,  che si allontana dal luogo del misfatto con in braccio una bambina-anguilla urlante. E con, in sottofondo, la frase appena sussurrata: “Guarda che tu sei tosta ma io lo sono di più”.

E se in quei momenti vorrei tanto scomparire o schioccare nella bocca della Princi un bel mega ciuccio silenziatore in realtà sono fiera di lei. È vero: ha un bel caratterino. Ma sono contenta che lo abbia. Perché le auguro, in questo modo, di riuscire a perseguire tutti i traguardi che si porrà. Tuttavia spero che queste ultime righe le legga più tardi possibile.
p.s: alle sfighe del periodo ne aggiungo, in diretta l'ultima. Stamattina Clementina non partiva. Evidentemente venerdì, quando l'ho usata, ho trasfuso la stanchezza da me a lei dimenticandomi di spegnere le luci. E giusto ieri avevo discusso con Lui perchè vorrei, almeno una volta a settimana, riuscire ad andare in palestra.