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venerdì 5 dicembre 2014

ci vuole coraggio, bis

B. Morisot, La culla
A dispetto di chi, ai tempi della contestatissima chiusura del Punto Nascita di Gorizia, ha sostenuto che per arrivare in quello che l’ha inglobato ci si impiega pari tempo, il tragitto in ambulanza è stato un vero e proprio viaggio. Certo l’ansia moltiplica tutto, ancora di più se condita dalle urla a martello del fagottino che tieni stretto e che senti sussultare a ogni minimo risentimento dell’asfalto. Ma mettiamoci pure il traffico delle 17.30: che non è poco.
Saliamo in pediatria. Ci accoglie il dottor L. e un’ infermierona che più tardi, evidentemente infastidita dagli acuti incessanti di Briciolina, chiede dove sia il suo ciuccio (a casa, nel cassetto del mio comodino, ancora intonso) decidendo poi di accendere la tv sui cartoni animati: selezionando un canale che farebbe piangere pure me, se non avessi già altro motivo per farlo. Il dottor L. conferma l’otite con perforazione del timpano; ma soprattutto, con calma e garbo infiniti, decide di non imbottirmi di Valium preferendo tranquillizzarmi a parole, spiegandomi il perché e che cosa attendersi dalle convusioni e dicendomi che questa notte la passeremo in ospedale per poter monitorare la febbre, sempre alta.
Ci spostano nella stanza a fianco dell’ambulatorio, la stanza con l’aeroplano sulla porta. Lo strano di tutto questo è trovarsi in un ospedale diverso con intorno la metà delle infermiere e ostetriche che hanno visto nascere la Princi e Briciolina: sempre dolci, molto accudenti e rassicuranti. E questo nonostante inizi il “balletto della pipì”, ossia l’andirivieni per posizionare e controllare il sacchetto della raccolta urine, uno strumento di tortura che eviterà a Briciolina la ceretta inguinale fino al raggiungimento della menopausa. Comincia anche il susseguirsi incalzante di telefonate, messaggi, post con parenti, amici, persone che appena ci conoscono ma decidono di esserci vicine e farci coraggio. Credo però non dimenticherò mai il silenzio del papà-nonno quando l’ho avvisato: l’ho sentito pietrificarsi; e il giorno dopo, quando mi ha telefonato per sapere come andasse, è stato l’unico in tutta questa situazione a chiedere come stessi io.
Lui (che aveva appena finito di lavorare e che probabilmente ha incrociato per strada l’ambulanza con noi sopra) è stato avvertito dalla mamma-nonna che, per non aggiungere ansia a quella già esistente, gli ha solo detto di tornare subito a casa. E così, poco dopo aver salutato la Princi, saputo che eravamo in ospedale, sgranocchiato una pizza, ha ripreso l’auto per fare a ritroso la strada da cui era appena venuto per raggiungerci e portarmi almeno lo spazzolino, le ciabatte e un cambio di biancheria.
Non mentirò dicendo che ho vegliato tutta la notte: ero talmente stanca che sono riuscita a dormire fino alle 5.30, con un’interruzione quando l’infermiera è venuta a monitorare la temperatura di Briciolina. Ma ancora oggi, passate tre settimane, quando la vedo mogia, imbambolata, lo sguardo un po’ intontito, mi spavento, la chiamo, le faccio il solletico: e la sua risata piena, rotonda e solare, mi basta come risposta. Se dorme, spesso controllo se respira: e credo andrà avanti così fino alla maggiore età.
Siamo state dimesse a metà pomeriggio, dopo una mattina di visite da parte della nonna2, delle zie M & A, di Lui e Princi che hanno anche pranzato con noi colorando il verdino della stanza con i colori di hamburger e patatine presi al take away. Nel frattempo la febbre era ormai sparita ma Briciolina si era trasformata nella Pimpa: sesta malattia, ha annunciato la pediatra; e stando così le cose, si spiegano le convulsioni (e quindi questo sarebbe stato l’unico episodio), la febbre, il mal di orecchie. Ma tanto per non farci mancare nulla, dopo alcuni giorni l’urinocoltura ha rivelato un’infezione urinaria.
Dopo la dimissione, le mie giornate sono state un continuo avanti e indietro stile Sor Pampurio (personaggio che rammentava spesso mio nonno) fra l’ambulatorio del pediatra e le farmacie per fare incetta dei sacchetti per una nuova urinocoltura, i cup degli ospedali della zona per prendere l’appuntamento per l’eco renale, di prassi per i neonati colpiti da infezione urinaria, il negozio per rifornirci dei chili di Pasta Fissan necessari ad arginare la pesante dermatite probabilmente causata dagli antibiotici… per tutto questo, dopo aver disertato la presentazione di una mostra in programma proprio il giorno seguente il ricovero, stavo per rinunciare al corso di giornalismo di cui –effettivamente – poco mi interessava, ma che mi è servito per dare aria al cervello. E quasi quasi stavo per disdire pure gli impegni di questi giorni, a cui al contrario tengo parecchio.
Ma queste tre settimane non si sono esaurite nella sesta malattia con gli annessi e connessi, infezione urinaria compresa. Terminati gli antibiotici lo scorso lunedì, Briciolina ha dovuto ricominciarli il venerdì per una nuova otite che noi – a seguito di due notti in bianco – avevamo ingenuamente scambiato per l’insorgere dei denti. Nel frattempo, la scorsa settimana anche la Princi si è fatta alcuni giorni a casa da scuola per febbre e influenza intestinale cominciate naturalmente nel week end. E lo scorso fine settimana, dopo aver trascorso il pomeriggio sulle giostre insieme a lei, pure Lui ha avuto un po’ di febbre che l’ha fatto insaccare sul divano, con la tuta di pile (sfoggiata solo in queste grandi occasioni, viste le sue consuete calure) per l’intera serata del sabato e tutta la domenica.
Bene: tornando alla  domanda del papà –nonno, come sto io?
Direi che per questo servirebbe un post a parte: per spiegare e sfogare lo sconforto, la malinconia, la percezione di solitudine di fronte a queste sfighe che (continuo a ripetermi) sono nulla in confronto a chi ha dei figli con problemi seri, quotidiani. Difficile spiegare le continue oscillazioni fra la voglia di scappare perché mi sento ancora, nonostante i miei anni, troppo piccola per affrontare queste cose e il desiderio di esserci sempre, di non perdermi un sorriso, un abbraccio, un «Ti voglio tanto bene, mami».

A rincuorarmi, a farmi respirare un po’, sono state la Princi e la mamma-nonna. Con la Princi sono stata al cinema domenica pomeriggio a vedere “I Pinguini di Madagascar”, con seguente cena insana ma necessaria per lenire il periodo: e da domenica stiamo andando avanti a chiamarci Agente Kowalski, Soldato e Skipper e a darci l’uno. Con la seconda, lunedì sera sono andata a vedere “”Il giovane favoloso: film che non mi è piaciuto molto (e non solo perché in alcuni momenti mi appisolavo), ma che dopo quasi un anno di assenza mi ha riportato al cinema a vedere qualcosa di diverso da un cartone animato.

lunedì 24 novembre 2014

ci vuole coraggio


Anche oggi dovrei approfittare del belvino (il belve-riposino) per fare altre cose. Ma se non scrivo scoppio.

Forse dovrei smettere di illudermi di poter riprendere una vita mia: in queste ultime settimane, è un po’ come se mi sentissi loro ostaggio.
Penso che da lunedì potrei riprendere la palestra; penso che potrei riprendere a collaborare con qualche giornale; penso che potrei/dovrei e mi piacerebbe molto andare alle inaugurazioni delle mostre (escluse ovviamente quelle che presento): e non appena penso queste cose, non necessariamente tutte insieme, succede qualcosa.

Non credo riuscirò a riassumere in un unico post ciò che è successo dal 14 a oggi: probabilmente mi serviranno più puntate perché oltre al resoconto oggettivo, c’è il resoconto emotivo. Che è un casino da dipanare, pieno di tutto e del contrario di tutto.
Intanto iniziamo: poi, ovviamente, molto dipenderà dal tempo che mi concederanno le mie datrici di lavoro.

Venerdì 14 novembre
Doveva essere una giornata di festa per il nono complimese di Briciolina che però ha pensato a un festeggiamento alternativo.
La mattina siamo andate dal pediatra, principalmente per assecondare il mio innato pessimismo: mica può avere solo la febbre, no? Meglio farle controllare le orecchie che non si sa mai, visto che solo un mese prima aveva avuto l’otite. La febbre, alta, l’aveva già da mercoledì sera: la sera, cioè, dal giorno in cui Briciolina mi aveva accompagnata a saccheggiare la biblioteca e già in quell’occasione mi era parsa strana perché insolitamente ameba durante tutto il tragitto in passeggino. A conferma della mia ipotesi, la sostituta del belve-pediatra ufficiale ha notato un principio di otite ma mi ha consigliato di attendere a darle l’antibiotico: attendere che peggiorasse, senza sapermi specificare in cosa consistesse un peggioramento.
Durante il pranzo e il primo pomeriggio, Briciolina era sempre più mogia finchè, verso le 16.30, ci siamo piazzate tutte e quattro sul divano (belve, io e mamma-nonna) per vedere Cenerentola. Ecco: io sono sicura che cambiare le mie abitudini porti male, così come divertirmi: perché ogni volta che lo faccio, succede qualcosa. E infatti, era la prima volta da quando la Princi ha iniziato a vedere i cartoni in dvd, che mi sedevo al suo fianco per vedermene uno dall’inizio alla fine. Ma arrivate solo alla scena degli uccellini che aiutano Cenerentola a vestirsi, Briciolina comincia a emettere strano suoni. Mi alzo con lei in braccio, decisa a darle l’antibiotico. Non trovo la siringa che dovrei usare per darglielo. I suoni si moltiplicano, chiamo la mamma-nonna, comincio ad andare nel panico e lei con me.

Briciolina per qualche momento non c’è più.
Ridotta a un bambolotto, sussulta, continua con quegli strani suoni ha degli scatti a ognuno dei quali mi va in frantumi un pezzo di cuore. Non riesco a usare il cellulare per chiamare il pediatra, per chiamare Lui. La mamma-nonna telefona allo zio per dirgli di venire subito e lui, per fortuna, ha la lucidità di dirle di chiamare il 118. L’unica cosa che sono riuscita a mettere a fuoco in quei momenti era infatti che non avrei potuto portarla a Gorizia perché hanno eliminato la pediatria; e, altrettanto chiaramente, ho realizzato che se mi fossi messa in auto per portarla a Ialmicco ci saremmo ritrovate a Reggio Calabria dato che già in momenti normali, ogni volta che ci vado, mi perdo per strada.
Mi chiedono cosa fa la bambina, mi dicono di spogliarla e cercare di raffreddarla. Appena la porto sul fasciatoio inizia a urlare e continua per le prossime due ore, ininterrottamente: il medico del 118, nonostante gli avessi raccontato dell’otite, ipotizza abbia mal di gola. Dopo due ore di strilli era effettivamente verisimile.
Metto le scarpe, esco così, con i vestiti da casa forse sporchi, la preoccupazione per Briciolina e la paura di cosa possa aver capito la Princi: che continua a vedere Cenerentola ma piange quando la saluto spiegandole che la sua sorellina sta male.
Il viaggio in ambulanza dura un’eternità: la preoccupazione, ma pure il traffico di fine giornata lo rendono indescrivibilmente lungo. La strada è un colabrodo, piena di buche e piccoli risentimenti che fanno sussultare Briciolina risvegliandola dai microsonni in cui precipita.
Poi ho capito.
Ho capito che in quel cicciobello che sussultava ho rivisto la zia, incosciente fra le braccia della nonna nell’unica (fortunatamente) crisi a cui ho assistito. nelle mie urla insistenti per richiamarla, per svegliarla, c'erano le sue esortazioni, rassicurazioni e premure verso di lei. Ho rivisto una situazione in cui si sono trovati degli amici. E in quell’ambulanza in cui sono entrata stringendo un fagottino con il solo body avvolto in una coperta, gli occhi di tutti i passanti puntati addosso, ho visto le volte in cui su quell’ambulanza sono entrata io.

Recentemente è stato più volte postato su facebook un articolo che inizia dicendo che per essere mamme bisogna avere degli stomaci forti. Non per l’odore dei pannolini che accartocci dopo aver spalato montagne di cacchina santa; non per ripulirti della minestrina che ti viene sputata addosso; non per fingere di non vedere i rigurgiti e le sbavature che ti rigano la maglia nuova di boutique. E neanche per gli insulti che prendi dai due anni in su ogni volta che dici un no: perché quelli, almeno nel mio caso, vengono fortunatamente ricompensati dalle due-tre volte al giorno in cui la Princi mi si avvicina sussurrando «mamma, ti voglio tanto bene».
Ci vuole stomaco d’acciaio per fronteggiare i loro malesseri: dalla febbre e/o le urla che seguono il primo vaccino, ai nasi con moccoloni che sgorgano a ogni stranuto, ai graffi per le prime cadute, alle malattie più serie. Ho pensato tanto alla nonna: al cuore grande che deve aver avuto per sopportare il dolore di vedere sua figlia entrare e uscire dall’ospedale, mille volte senza capelli, con il capo segnato da cicatrici che sembravano autostrade. E le crisi, vederla consumarsi, non poter più camminare, vedere. L’ho pensata e mi sono sentita così inadeguata rispetto a lei per essermi lasciata abbattere così da una semplice convulsione: semplice, perché questa settimana (mi ha spiegato la pediatra dell’ospedale) ne abbiamo visti quattro di casi simili; semplice, perché è molto comune nei bambini fino ai 5 anni. Semplice, già: ma per un genitore insostenibile da vedere.

Da quando sono nate le belve, sane, perfette, ho sempre temuto che potesse e possa succedere qualcosa che intacchi la loro salute e perfezione. Non si può vivere nella paura o pensandoci continuamente, dice Lui; ma per me non è così, perché temo che appena abbasso la guardia, la sorpresa – brutta, ovviamente – è dietro l’angolo.

sabato 22 febbraio 2014

Tu chiamale, se vuoi, emozioni


Da dove cominciare?
Da otto giorni fa, da oggi, da lunedì prossimo?

Diciamo da oggi.

Oggi che, a qualche giorno di distanza dal soggiorno-villeggiatura in ospedale (durato troppo poco per farmi coccolare e riposare a dovere) trascorro di nuovo qualche ora da sola con la Pulci, complice una festa di compleanno a cui Lui ha portato la Princi capendo (finalmente) i motivi della mia non voglia e scusandoli con un «Hai ragione: meglio se stai a casa a riposare».
Oggi in realtà non ho riposato molto, ma va bene così: sia perché la Pulci stanotte mi ha regalato un solo risveglio/poppata, sia perché ho voluto prendermi un po’ cura della casa, fatto che non credo si ripeterà con tanta frequenza d’ora in poi.

Mi sembra tutto così strano: pensare che appunto una settimana fa ero in ospedale; che otto giorni fa ho vissuto quell’incredibile esperienza dell’allunaggio – esperienza completamente diversa dal primo approdo; che in pochi giorni siano cambiate tante cose e che giovedì pomeriggio, pur presentendolo, non potevo affermare con sicurezza che di lì a breve avremmo assistito a tanti cambiamenti.

Come mi sento oggi?
E’ una strana sensazione sentirselo chiedere dalla mamma-nonna, solitamente più attenta allo stare fisico anziché psicologico; più “normale” sentirselo chiedere dalla Nonna 2; piacevole sentirselo domandare dalla zia M. e da chiunque possa, per vari motivi, ritenersi insospettabile a certe curiosità e attenzioni.

Mi sento…
che spesso mi viene da piangere: perché guardo il sorriso e la felicità della Princi e temo di averle fatto un torto “regalandole” la Pulci, temo di non riuscire ad amarla quanto merita, di non poterle dedicare le attenzioni che dovrei e vorrei: e questo ora che è Lui a occuparsi principalmente di lei; e mi chiedo come sarà lunedì quando tornerà al lavoro.

Mi sento…
che ho paura al pensiero che, appunto, da lunedì Lui non sarà presente h24 al mio fianco: per prendersi cura della Princi, giocare con lei, prendersi cura di me preparandomi mezzo chilo di insalata come ha fatto ieri sera o pulendo la casa senza che io glielo chieda. E per tutto questo aiuto, auspicato ma di cui tutto sommato non lo credevo capace, passa davvero in quarto piano il fatto che non mi abbia portato nemmeno una rosa in ospedale.

Mi sento…
che guardo la Pulci e mi viene da piangere: perché è così piccola, bella, perfetta, con ogni cosa al posto giusto, così simile alla Princi eppure così diversa. Perché come ha detto la dottoressa A., con cui siamo riusciti a parlare in extremis giovedì pomeriggio prima dell’allunaggio, ogni figlio è diverso perché arriva in un momento diverso, quando noi siamo diversi. La guardo e mi viene da piangere perché mi sembra impossibile sia stata lei a farmi sentire un dirigibile, a farmi muovere come un pachiderma con l’artrosi, a provocarmi tante nausee nei primi tre mesi, a farmi sentire infinitamente stanca e con forze talmente ridotte da non riuscire a star dietro alla Princi.

Piccola fotografa all'opera: particolare di piedini e frammento di gatto
Mi sento…
che mi viene da piangere pensando agli ultimi giorni trascorsi a tu per tu con la Princi: giorni che rimpiango perché eravamo appiccicosamente, forse troppo ossessivamente io e lei, con una piacevole routine che superava gli scogli dei capricci che di tanto in tanto ci regalava. E quando ora – la mattina – riesco a leggerle un libro sedute vicine sul divano mi sembra un deja vù ma tutto diverso.

Mi sento…
che mi viene da piangere perché sono entrambe così speciali, belle, divertenti, mie: perché in questo secondo allunaggio non ho dovuto imparare il senso di maternità, aspettare che si manifestasse scovandolo da chissà quale angolo di me. Questa volta mi sono sentita subito mamma, e non perché lo fossi già. O, almeno, non solo per quello. Sapendo cosa stesse per succedere “oggettivamente” prima dell’approdo, sapendo che non si sarebbe rotta prendendola in braccio la prima volta, sapendo dove mettere le mani per cambiarle il primo pannolino, sapendo gestire le perdite del post parto, i super sexy mutandoni di rete, i reggiseni da allattamento: sapendo tutto questo ho potuto concentrarmi sulle emozioni, le sensazioni di questa seconda ma nuova esperienza. Così da riuscire a chiamarla «Amore» appena l’ho vista.

Certo: non mi sarebbe dispiaciuto trascorrere un giorno in più nella bambagia dell’ospedale, circondata dalle attenzioni di tutto il personale, della famiglia e degli amici per dirottare le attenzioni che ricevevo verso la Pulci, dedicandomi solo a lei e a conoscerla. Perché, a ben vedere, quei tre giorni sono stati gli unici in cui io sono stata solo sua e lei solo mia.

Ma è stato forse più giusto dissolvere la bolla di sapone per tornare alla realtà e alla Princi: che di giorno fa la dura e cerca solo papà, ma di notte si sveglia chiamando mamma. E riuscire a giostrarmi fra lei e le poppate della Pulci è un rebus in via di risoluzione, mai definitiva.

venerdì 13 dicembre 2013

quel che resta di due giorni

Rieccomi a casa: il rispetto della prescrizione del riposo è durata il tempo del tragitto in auto con il Papà-nonno; il tempo di leggere “La Bella Addormentata” avvinghiate sulla poltrona; il tempo di cambiare un pannolino (operazione che ha richiesto più tempo di tutte le altre messe insieme visto il mood “anguilla sgusciante” che accompagna sempre questo momento); il tempo di arrivare per manina in camera insieme a Winnie Pooh e Ih Oh. Stop. Per addormentarsi, la Princi ha preteso come sempre di stare in braccio e rigorosamente in piedi. Insieme ai due pelouche (per cui, quando le dicevo di appoggiare la testolina sulla mia spalla, non poteva riuscirci) e alle canzoni di De Gregori per far da sottofondo a un categorico ondeggiare.
Vabbè: ma per un’oretta e mezza, magari due di sonnellino – capaci di evitare frigne serali – questo sacrificio ci stava. Anche perché le prescrizioni dei medici verso il riposo sono state vaghe. Giuro però di non giocare su questa vaghezza. Giuro che metto la testa a posto e comincio a pensare seriamente anche alla Pulci: che comunque, finora, ha dimostrato di avere il caratterino forte che le garantisce il nome che abbiamo (o meglio: ho) pensato di regalarle. Rigorosamente top secret fino all’allunaggio.
In questi due giorni e mezzo di sosta e siesta ho ripreso a scrivere, finalmente. L’ho fatto sul mitico quadernino rosso che mi ha accompagnato anche nei momenti precedenti l’arrivo della Princi: quindi ora trascriverò tutto. Cominciamo dalla fine; con l’avvertenza che fingerò di essere ancora distesa  e nullafacente in ospedale.
Giovedì 12 dicembre 2013
Cosa mi resta di questi due giorni:
-       nel mio delirio di Super-Mammismo mi si è (pericolosamente) rafforzata la convinzione di essere l’unica a sapere cosa sia bene per mia figlia. Per quella che c’è già, ovvio: se sapessi il bene di quella che è in viaggio non sarei qui. Ed è questa la prima volta in cui penso/scrivo/mi riferisco alla Princi con l’appellativo di “figlia”, che evito forse per evitare di sentirmi mamma e quindi davvero adulta;
-       mi restano due piedini morbidi e profumati proprio come quelli dei neonati grazie alle quintalate di crema che ci ho spalmato nel tentativo di recuperare quella mai messa negli ultimi due anni;
-       mi resta il rapporto di poco amore e molto odio verso il monitoraggio, che solo con l’ostetrica E. non ha mai perso il segnale del battito della Pulci;
-       come se questi giorni avessero rappresentato la linea di start, mi resta l’avvio dei galoppamenti incessanti e pericolosi della Pulci, concentrati di sera e di notte: pericolosi perché spero non sia il preavviso di nottolate all’indomani dell’allunaggio;
-       mi resta la scoperta o forse semplicemente la riconferma dell’amore e dell’amicizia di chi ci sta intorno e che, in vari modi, in questi due giorni c’è stato;
-       mi resta la rinnovata consapevolezza di un pessimo rapporto con gli ovuli e con l’anatomia del mio corpo;
-       la riconciliazione con un accessorio finora considerato inutile: la vestaglia. Che ho portato con me solo per aver sentito alle mie spalle la voce della Nonna-bisnonna che mi intimava di prenderlo;
-       mi resta l’immagine di come saranno le visite che mi farà la Princi ad allunaggio avvenuto: andrà alla ricerca di giocattoli nelle stanze di pediatria, ma soprattutto scasserà il telecomando del letto chiudendoci dentro a sandwich me e la Pulci;
-       mi resta il senso di accudimento e la sorpresa di essere ancora nella mente delle ostetriche nonostante la mia (forse apparente?) invisibilità;
-       due riviste e un libro letto;
-       una notte (su due) quasi intera e tranquilla di sonno;
-       il timore di non farcela fuori di qui;
-       il necessario riposo, non tanto fisico quanto emotivo: perché negli ultimi giorni mi sono sentita come una pentola a pressione, pronta a esplodere per un nonnulla con nervosismo, ansia e un desiderio di piangere talvolta impossibile da contenere;
-       pensieri, tanti, su cosa/come fare e dove andare una volta uscita: per non innescare le future gelosie della Princi preservando tuttavia l’integrità mentale di tutti e quella fisica della sottoscritta con navicella;
-       meno paura del cibo: in questi giorni, può sembrare un paradosso dato che ero in ospedale e non al Ritz, ho mangiato di più. Non tutto ciò che avevo nel vassoio, ma anche cose che in genere evito o non mi preparo perché per me sola non ne vale la pena (leggi: il purè) o che, se abbinate, rifuggo a gambe levate. Mentre ho pure mangiato dolcetti. E senza eccessivi sensi di colpa, come se avessi già partorito e avessi bisogno di energie supplementari per allattare o riprendermi dal travaglio. Fatto sta che stamattina, quando l’infermiera mi ha terrorizzata preannunciando l’intenzione di pesarmi, alla fine ha rischiato che le saltassi al collo: ma per baciarla. Perché ero quasi due chili in meno di venerdì. Sarà che era un’altra bilancia (ma sempre digitale); sarà che oggi l’odiosa operazione è avvenuta prima di colazione ma – ovviamente – voglio credere a quest’ultimo peso: perché mi ha messa di buonumore più dell’idea di tornare a casa.

sabato 5 ottobre 2013

LA Pulci





«Intanto mi sono fatta un’idea di cos’è: una femminuccia!».
Dopo dieci minuti di esplorazioni, la dottoressa P. ha confermato le mie sensazioni delle ultime settimane. Ne sono stata felicissima, pur sapendo che Lui sarebbe rimasto un po’ deluso. E nonostante poi, la sera, meditandoci sopra gli abbia confessato con le lacrime agli occhi (non viste) che forse da un certo punto di vista sarebbe stato “meglio” se fosse stato maschio: «Perché così la Princi  sarebbe rimasta unica». Ma ha ragione Lui: anche se lei sarà più e più volte gelosa per le centinaia di volte in cui le diremo di mollare perché la Pulci è piccola e per le migliaia di volte in cui le imporremo di condividere i suoi giochi con lei, la Princi è e sarà sempre la prima: la più coccolata, quella che ha ricevuto attenzioni esclusive, baci solo per lei, cure ossessive e attenzioni maniacali: e nonostante ciò sarà gelosa. Di rado i primogeniti pensano alla fortuna che hanno avuto, meditando solo sulle attenzioni per gli ultimi arrivati, le attenzioni che vedono e che si concretizzano in affetto oltre che in regali di cui loro magari si sentono depauperati.
La Princi è stata e sarà sempre la prima anche perchè per ogni novità che ha riguardato il suo allunaggio ero pronta ad accendere il computer e condividere parole ed emozioni via blog. Mentre ora, povera Pulci, sono passati già quattro giorni da quando abbiamo saputo che sarà una lei. Colpa di questo vortice infernale in cui mi sento risucchiare, soprattutto negli ultimi tempi. Un vortice fatto di turni al lavoro con annessi viaggi di alloggiamento della Princi, cene da lasciare pronte perché dalla mattina rientro solo la sera, montagne di panni che non si riescono a stirare e che continuano a ingolfare la lavatrice e la cestina, spesa da fare, oltre alla preparazione per il convegno, che comprenderebbe l’acquisto di adeguato abbigliamento: impresa ardua di per sé, ora poi che sono in formato carovana lo è ancora di più.
Insomma: mi sento in apnea.
Ma per fortuna che c’è la Princi, con i suoi abbracci, il suo corrermi incontro quando rientro dal lavoro, i suoi saluti allo shuttle: saluti e baci che, in realtà, si sono diradati da quando le abbiamo detto che è una sorellina. Cominciamo bene.
Per fortuna che, nelle visite in ospedale, c’è ancora quell’atmosfera di accudimento che mi fa sembrare di essere in famiglia, di muovermi fra le pareti di casa, fra persone amiche che ci tengono davvero a me.
La giovanissima dottoressa P. in particolare, mi ha fatto un’ottima impressione. Appena sono entrata si è presentata: fatto banale ma, se ci si pensa, piuttosto raro nelle visite con ticket, dato che in quelle a pagamento per forza di cose si sa chi ci si troverà davanti.
Poi, avvicinandoci al lettino, mi ha chiesto se avessi qualcuno da far entrare: domanda che in tante visite non mi sono mai sentita fare.
Quindi, mi ha spiegato passo passo la fisionomia della Pulci, i suoi movimenti, i suoi strani gesti ondeggianti. E per uno scrupolo estremo mi ha chiesto di tornare il giorno successivo per controllare meglio il cuoricino, avvisandomi poi che dovremo tenere sott’occhio la placenta che per ora è piuttosto “bassa”.
Così, mercoledì mattina, altra corsa di colazione-doccia-bagnetto-viaggio dalla Mamma-nonna-viaggio in ospedale-visita: che si è protratta per tutta la mattina perché, alla faccia della precocità delle differenze caratteriali, quanto la Princi era stata vanitosamente in posa per la morfologica, tanto la Pulci si è divertita a giocare a nascondino accomodandosi esattamente all’opposto della posizione “a favore”.
Quindi è stato il momento della rivelazione.
Lui, come per la Princi, non ha capito. Quando gli ho telefonato, sicura che afferrasse il riferimento a un discorso fatto con una coppia di amici (preoccupati perché, avendo un maschietto e una femminuccia, dovranno pensare a una casa più grande non reputando giusto lasciarli nella stessa stanza dall’età adolescenziale in poi) quando gli ho detto che avrebbero potuto tranquillamente dormire assieme fino al momento dell’università, si è subito lanciato in un entusiastico «Allora è maschio!», sentendosi rispondere «Ma non capisci mai ‘na mazza!». Poi però, rientrato dal lavoro, ha realizzato che per lui sarebbe stato vantaggioso: avrà un’altra persona che lo considererà un eroe mentre la Cenerentola di casa sarà la sottoscritta. Vero, purtroppo: basta vedere quante volte al giorno la Princi lo cerca con voce lamentosa da piccina abbandonata.
La mamma-nonna ha pianto di felicità, il nonno è rimasto interdetto e ha sperato che il controllo del giorno successivo fosse per verificare il sesso piuttosto che il regolare funzionamento di organi vitali. Per il resto contano le reazioni delle zie (entusiaste) e degli amici/amiche che si dividono tra postille di spirito pratico tipo «così avete già tutto pronto» e altre del tipo «il maschio sarà per il prossimo giro». Ma tanti sono quelli che, per fortuna, si limitano ad essere felici per noi.
Perché noi lo siamo, e molto: soprattutto da quando abbiamo iniziato a sentirla nuotare nella sua navicella, da quando la Princi ci diverte imitando una signora elegante che va a fare la spesa per comprare “quacqua, maissi (mais), uva” ( il suo nuovo giocattolo è un registratore di cassa con tanto di microfono, nastro trasportatore, carte di credito, bilancia), interrompendosi di tanto in tanto per rispondere al cellulare. E siamo molto felici nonostante nel giro di due settimane siamo già al secondo raffreddore e noi, indipendentemente da quanto e come dormiamo, ci sentiamo degli zombie. Zombie che parlano poco e vorrebbero avere qualche ora in più di tempo per potersi almeno guardare negli occhi e sfiorarsi una mano senza che questo succeda perché ci passiamo di braccio in braccio la Princi.