giovedì 1 agosto 2013

prima maturità


Ieri la Princi ha compiuto 18 mesi.
Ormai è tanto se ci ricordiamo del suo complimese, quindi non erano previsti festeggiamenti se non una serata-pizza tutti insieme dalla Mamma-nonna solo perché sarei rimasta da lei fino a tardi.

Lei, però, ha festeggiato.
Sarà che ha sviluppato una precoce sindrome da Peter Pan, ma così com’era stato per il giorno del suo compleanno ieri è stata una giornata frignosamente paurosa. E spero questo trend si interrompa prima dei diciott’anni.

Abbiamo cominciato appena svegli. Ore 6.30: dopo aver frignato perché voleva che il latte fosse pronto più che immediatamente, nell’attesa ha pensato bene di tirare fuori un po’ di pentole dall’armadio. Poi, come ogni mattina, è stata la volta del bagnetto con tragedie che ieri hanno toccato i massimi livelli prima ancora che aprissi il rubinetto della doccia per sciacquarla. Per la serie: piango così, per partito preso. E allora mamma sai che fa? Visto che tanto piangi comunque, ti annaffia ben bene cercando di tenerti la testa forzatamente all’indietro per non bagnarti gli occhi. Poi per fortuna è venuta la nanna: e ha chiesto lei, in totale autonomia, di balzare nel lettino per mettersi sederino all’insù abbracciando Winnie Pooh (che fa pure rima).

Ma la pausa è stata solo temporanea.
Pur risvegliatasi con il sorriso, ci sono voluti:
10 minuti per convincerla a mettere i sandali: era troppo impegnata a scegliersi i cataloghi di mostre da consultare prima di uscire;
10 minuti per dissuaderla dal portarsi dietro “un’abbracciata” di pelouche: la scimmia, Gimpo piccolo, Gimpo grande (i suoi primi pupazzetti), il coniglietto. A nulla serviva dirle: «Mettili almeno qui nella borsa», in una delle tante, cioè che avevo a tracolla o variamente spalmate addosso.
10 minuti per farle scendere le scale di casa da sola: cosa che fa puntualmente con Lui ma non con me. Solo che stavolta proprio non ce la facevo, anche perché c’erano pure gli “ospiti” (il coniglio e Gimpo piccolo) da cui non si è staccata neppure quando si è decisa a muoversi: il che è successo solo perché le ho detto che avremmo salutato il pizzaiolo sotto casa.
10 minuti abbondanti per farla entrare in auto: avendole promesso che avrebbe salutato M., ci si è impegnata molto a fondo ed evidentemente non voleva lasciarlo solo; o forse stava solo cercando di accaparrarsi un trancio di pizza per merenda.
10 minuti per farla uscire dalla palestra dove sono andata per approfittare dell’ultimo giorno di promozioni assicurandomi così un numero d’ingressi per acquagym che –vista la frequenza con cui ci vado- mi porterà dritta alla soglia dei cinquant’anni. Affezionatasi (e mica scema, lei!) all’istruttore a cui ha inviato molteplici baci, ha sostituito questo innamoramento precoce con quello verso i distributori automatici. Alias: unico modo per convincerla a riprendere il viaggio verso la casa della Mamma-nonna è stato comprarle un pacchetto di biscottini. Che ha sdiluviato in cinque minuti netti.

Poi la situazione è un po’ rientrata grazie anche a G. con cui siamo uscite per una lunga passeggiata anche in vista di possibili (auspicabili?) turni di baby sitteraggio. Un punto a suo favore è stato che la Princi, spontaneamente, le ha dato la mano mentre camminava per strada: cosa che non fa neppure con me.

Il seguito della giornata è stato un continuo saliscendi, certo influenzato pure dal mio malumore per motivi lavorativi (serviva studiare tanto per…?). Evidentemente lei li ha percepiti ma è riuscita anche a fare un pisolo dal quale si è risvegliata con il desiderio di spalmarmisi addosso stile koala: bellissima sensazione, se non fosse che la temperatura sfiorava i 35°.

Poi sono riuscita ad andare in biblioteca e a una conferenza senza il bisogno di sgattaiolare via non vista: era troppo presa a saltare e ridere sul lettone della Nonna-bisnonna. E così, poi, ho chiamato Lui:
«Allora cosa faccio? Vengo lì?» il dubbio era motivato dal fatto che gli avevo raccontato, molto demoralizzata, dei capricci e dello sfinimento principeschi.
«Mah, non so…»
«Vengo e usciamo a cena noi due!»
«Ma lo sai che giorno è?!»
«Ehhh! Ma lo sai quanti complimesi ci saranno?»


Al solito, ha avuto pienamente ragione.
Era tanto che non ci concedevamo una serata per noi. Una serata in cui riuscire a parlare senza essere interrotti dai grugniti di Peppa Pig, da urla che chiedono «Quacqua!», da una forchettata a me e una alla Princi. Ne avevo davvero bisogno. Ne avevamo davvero bisogno, tutti e tre. Nonostante i profondi sensi di colpa che mi ha provocato lasciarla nel giorno del complimese. Sensi di colpa che si sono attenuati quando l’abbiamo ritrovata addormentata fra le braccia della Nonna-bisnonna e ci è stato raccontato quanto si sia divertita con bambola e passeggino.

Ne avevamo bisogno tutti e tre perché oggi la giornata è cominciata con uno sprint diverso: i brutti pensieri dissipati, noi rilassati nonostante senza un motivo preciso siamo rimasti entrambi svegli per gran parte della notte (e per la legge di Murphy: la Princi ha ronfato), la doccia fatta senza troppi urli…
Solo che i capricci sono arrivati dopo: perché l’ho svegliata per toglierla dall’auto, perché dopo venti minuti ininterrotti ho pensato di far andare sull’altalena gli altri bambini che aspettavano, perché dopo pranzo aveva sonno ma non voleva cedere facendomi così arrivare tardi al lavoro perchè non me la son sentita di lasciare la Mamma-nonna con una piccola iena urlante.

Però, quando mi sono stesa un attimo sul divano sfinita dal caldo, dal mancato riposo notturno e dalla stanchezza di vederla rotolare in ogni dove, la Princi mi è venuta vicina per riempirmi le guance di baci. Poi si è allontanata ed è tornata per darmi bacini sui piedi, sulle ginocchia, sulle braccia e di nuovo sul viso.

E allora quello che è venuto dopo non ha avuto importanza.
P.s.: come sentirsi un Dio: tanti sforzi per addormentarla hanno portato a due ore e mezza di pisolo...e di relax per la Mamma-Nonna!

martedì 30 luglio 2013

gita della memoria, gita della scoperta


Stamattina sono andata a Udine.
Era una vita, anzi, una Princi fa che non ci andavo.
In centro, intendo dire; o meglio: in biblioteca. E allora mi sono portata la Pallina a ritirare i libri prenotati, quelli che dovrebbero servirmi per quel convengo nel quale non so ancora con precisione di cosa/chi parlerò.

È stata una sensazione strana.
La voglia di andarci era a mille. Poi, per strada, caricata la Princi in auto, non potevo far a meno di pensare che lei fosse lì, dietro di me, stretta al suo Snoopy e poi, a un certo punto, addormentata con la testa rovesciata all’indietro. Non potevo, insomma, fingere di essere da sola come è stato per tanto tempo.

Per tutto il tragitto, anche una volta arrivata, continuavano a saltarmi alla mente i ricordi delle volte in cui ci sono stata.
Udine: città a cui ho legato molte aspettative lavorative/professionali, spesso andate deluse.

E allora quando siamo arrivate sono andata dritta (beh, eufemismo visti i lavori in corso che hanno bloccato il traffico per venti minuti) a parcheggiare di fronte al museo in cui ho lavorato per sei mesi. Ora lì non c’è più niente: ma ho “rivisto” i colleghi, i visitatori che ascoltavano attenti le mie spiegazioni durante le visite guidate. E poi il bar dove andavo per il (costoso) tramezzino con la collega borsista; il ristorante in cui la direttrice mi ha offerto il pranzo in un caldo giorno d’estate; il panificio di quelle buonissime pastine che ci ha offerto uno studioso in visita e dove poi ho portato la mamma, a quel tempo ben lungi dal diventare mamma-nonna.

La sera in cui, al settimo cielo, ho percorso quella strada per partecipare al mio primo convegno, tremante ma felice, illudendomi che qualcosa di buono ne sarebbe nato e pensando che nonno sarebbe stato fiero di me se mi avesse visto (e sono certa l’abbia fatto). L’università, dove sono andata a iscrivermi al master di cui non sono riuscita a superare la selezione. L’austero ma – con le sue ali laterali simili a un abbraccio - accogliente palazzo nella cui gigantesca aula affrescata ho atteso tutto il pomeriggio il turno del colloquio di ammissione al dottorato: senza poi riuscire a farlo e dirottandomi quindi verso l’altro capo della regione. E poi quella volta in cui, già con il pancione, ho assistito alla conferenza al termine della quale hanno finalmente consegnato gli atti del convegno. A destra ho poi girato la volta in cui sono venuta per seguire le fasi di restauro del dipinto che ho catalogato per la mostra.

Il negozio dove ho ordinato le bomboniere della laurea e la volta in cui sono venuta a ritirarle -agitatissima- con Lui; l’ottico in cui ho scelto gli occhiali con cui mi sarei dovuta sentire meno a disagio; la biblioteca, dove ho passato tante giornate…

Credo che chi abbia incrociato gli sguardi mio e della Princi vi abbia letto la medesima espressione di stupore. Per lei in qualche modo era il “battesimo” di molti angoli di una città dove pure è già stata; per me era la prima volta in cui vedevo quei luoghi spingendo un passeggino. Tanto da non aver mai notato che per entrare nell’atrio della biblioteca ci sono cinque gradini da non poter praticare con passeggino abitato.

È stato come tornare in un posto da cui si è stati lontani tanto, troppo tempo: e in effetti due anni abbondanti devono essere trascorsi dalla mia ultima incursione “da studiosa”. E a questa riscoperta della città si è sovrapposto un inventario: una nuova gelateria, un’altra che ha chiuso, un concept store (e che sarà mai?) al posto di non ricordo cosa, il negozio degli abiti da sposa dei miei sogni paurosamente svuotato, la Upim con le serrande abbassate, nuovi bar, locali diversi.

E la voglia di tornare. A studiare e a visitare quella mostra prima che finisca, fermandosi magari a cena nel locale rilevato da chi ha curato il nostro pranzo di nozze.

Non so se e quanto alla Princi sia piaciuta questa gita fuori porta: certo è che, una volta salite in autonomia (per fortuna!) tutte le scale della biblioteca ha voluto esser presa in braccio, sedersi sul bancone e controllare il lavoro di chi era dall’altro lato per aiutarmi a riporre i libri nella borsa. Ha poi molto apprezzato la vetrina della libreria in cui mi piace sempre dare un’occhiata per illuminarsi di fronte all’astuccio dell’ape Maia, mostrando subito dopo il suo lato più femminile aiutandomi a scegliere il set di ombretti nella profumeria poco più avanti. E che dire del panino-cornetto che si è sbranata strada facendo?

Tante nuove cose da vedere, tanta aria di studio devono averla enormemente affaticata: appena entrata in auto è crollata di nuovo. E sulla strada del ritorno ho continuato a pensare alle volte in cui sono andata e tornata da Udine e a quanto fosse diversa allora la mia vita. O forse no: perché certe cose le posso fare tale e quali anche ora con la Princi.

giovedì 25 luglio 2013

finalmente ferie!! ferie?!?


Un mese? Più o meno è questo il tempo dall’ultimo post. In mezzo ci sono state quasi due settimane di ferie e, ora, il recupero post vacanza. Alias: immediato rientro al lavoro con circa una decina di lavatrici da caricare/stendere/stirare (in parte sono ancora lì che attendono di essere sistemate), novità inattese da gestire/accudire/decidere, novità non tanto nuove e positive con cui fare i conti perché a rimanere impassibile io, proprio, non ci riesco.

Comunque mi ero ripromessa una sorta di diario dettagliato delle ferie che ora - vuoi perché è passato del tempo, vuoi perché ci sono tante altre cose di cui raccontare - subirà un drastico ridimensionamento.

Alcune perle però non si possono trascurare, come il fatto che – partiti alle 4 di mattina per viaggiare con la Princi dormiente – soltanto a Bologna ci (mi) siamo (sono) resa conto che sul sedile posteriore era appoggiata una borsetta sigillata che assomigliava tanto al sacchetto dell’umido che avevo chiesto a lui di buttare nel cestino della strada, sotto casa. «Ma cosa vuoi che capisca alle quattro di mattina?».

I primi due giorni, poi, ci hanno fatto dubitare della bontà della vacanza: personalmente sarei stata intenzionata a riprendere l’auto e tornare a casa. Come saremmo sopravvissuti quattordici giorni con una Princi urlante? Perché questo ha fatto per le prime sere: strillare. Come se stesse male; come se la stessimo scuoiando; come quando ha avuto l’otite. La prima sera per evitare di farci cacciare dall’albergo abbiamo pensato di placarla passeggiando finchè non si fosse addormentata: Lui è uscito per ben due volte, la terza mi sono accodata pure io e siamo andati avanti – sotto gli occhi penosi del portiere notturno sbigottito di questo andirivieni – fino a mezzanotte inoltrata. Il giorno successivo la scena è stata anticipata al sonnellino pomeridiano, con replica serale. Ma in entrambi i casi, seppure a malincuore tanto nei confronti suoi, nostri e dei vicini di stanza, ho tenuto duro: un po’ per merito de “La donna cannone”, un po’ per quello di Santa Peppa (così ribattezzata da una delle tante nonne in vacanza da sola con i nipotini), un po’ grazie allo sciroppo calmante preso in farmacia, l’emergenza è rientrata. Emergenza che, fra l’altro, non abbiamo attribuito solo al cambio di clima e ambiente ma soprattutto agli effetti post vaccino morbillo-rosolia-parotite e meningococco: eravamo stati avvertiti che si sarebbero potuti manifestare dopo due settimane che, guarda la fortuna!, coincidevano proprio con la partenza per le ferie. Partenza che, tanto per dirla tutta, si è svolta con una febbre principesca a 39°.
 
Princi Pig in riva al mare
Il resto della vacanza si è svolto alla perfezione: una perfezione che, dallo scorso anno, fa i conti con qualche pianto/capriccio sulla spiaggia;  due lettini noleggiati inutilmente dato lo scarso tempo che ci abbiamo trascorso seduti (lasciamo stare sdraiati); un programma giornaliero di fitness comprendente passeggiate in riva al mare a riempire di “quacqua” il secchiello di Peppa Pig; passeggiate ai giochini con relativo sollevamento Princi e spinte al dondolo-coccodrillo che è risultato in assoluto il suo preferito; ripescaggi sotto gli ombrelloni dei vicini; corse e lotte serali per farsi tenere per mano mentre faceva scorribande nelle vie del centro; passeggiate pomeridiane chilometriche per tentare, quasi sempre invano, di addormentarla e collassare accanto a lei; zuffe per la doccia.

Sul trenino per Gradara
Ma a questa perfezione si sono aggiunti dei momenti davvero d’oro. Avere un bambino significa moltiplicare le occasioni di conoscenza e scambi di opinioni, in albergo e sulla spiaggia; significa essere sempre guardati con un sorriso, fortunatamente nel nostro caso di soddisfazione visto che, passati i primi due giorni di fuoco, la Princi è tornata in sé ed è stata occasione di lodi da parte di molti; significa sentirsi a un metro da terra quando ti dicono di aver fatto un ottimo lavoro come genitori; significa guardarla andare in giro completamente indifferente alla nostra presenza per scoprire il mondo e meravigliarsi di ogni più piccola cosa, dal trenino che attraversa la città alle fontane in cui si è schizzata da capo a piedi.


I momenti d’oro per la coppia e per il singolo sono invece sempre più risicati: e allora allunghi la doccia anche se ti sei già lavata e sciacquata tre volte i capelli; cerchi di non sentirti in colpa se hai mollato la pallina già da mezz’ora nelle braccia del papi; ti suddividi i momenti della giornata riuscendo così anche a leggere il quotidiano (cosa che a casa non succede mai) sotto il gazebo della spiaggia, e scopri così che le notizie di politica tanto noiose  non sono se ti permettono di avere cinque minuti in più per te; e ti chiedi per quale balzana idea Lui abbia infilato nella borsa del mare le carte per giocare (e battermi, come faceva sempre) a scala 40.
 
Sullo scivolo
 

Insomma: le vacanze non sono più le stesse. Meglio quelle di una volta? Quando rincorri la Princi sulla spiaggia, devi contenere i suoi urli sotto la doccia, devi arginare i suoi capricci perché vuol salire sulla giostrina…, per un attimo pensi di sì. Ma non sono né meglio né peggio: sono diverse. Perché, ora sì, siamo una famiglia.

 

domenica 30 giugno 2013

gatti in fuga


Da qualche giorno il Signor Degas e Mr. Billy sono in villeggiatura.

A casa della Mamma-nonna, a parte i rimbrotti della Nonna-bisnonna che «non vado a dormire se loro sono dentro», a parte i divani ricoperti di lenzuola, le sedie rivestite di cuscini anti-graffio, le porte costantemente chiuse… a casa della Mamma-nonna, dicevo, stanno bene. Hanno il giardino in cui avventurarsi, degli amici a quattrozampe che si ricordano di loro e li aspettano fuori della porta.

Però forse non basta.

Ieri sera eravamo invitati dalla Mamma-nonna per “l’ultima cena”: muso lungo perché «come farò senza vederla per due settimane?». Alla Princi, ovviamente; di noi, ormai, non se ne importa più nessuno. E vai a spiegarle che al ritorno avrà un surplus di baby sitteraggio da fare: niente, il muso lungo e affranto è rimasto.

Fatto sta che a un certo momento ci siamo decisi a fare un giro in centro: di solito, il sabato, un po’ di vita c’è e ieri ancor più del normale visto l’avvio dell’atteso torneo di basket cittadino. Ci incamminiamo con la Princi bellamente spaparanzata nel passeggino.

Quand’ecco che Mr. Billy zompa oltre il recinto e comincia a seguirci.

Ok, pensiamo: si fermerà prima di attraversare la strada. No. Va bene: tornerà indietro ora che c’è il parcheggio. No. Con la sua andatura saltellante e qualcuno dei suoi miagolii effemminati, continuava a seguirci; in qualche caso anche a precederci controllando sempre che fossimo lì vicino a lui. Torniamo indietro.

 

Anche il Signor Degas aveva preso il coraggio a due mani e stava per attraversare la strada.

Li rispediamo dentro il recinto ma niente da fare: Mr. Billy ricomincia l’inseguimento, si ferma di tanto in tanto, ci guarda con i suoi occhioni smarriti.

Mi ha fatto una tenerezza infinita: il prezzo della libertà non è nulla all’affetto che vuole da noi. Nonostante i tiraggi di coda e le spelature manuali della Princi, che poi compensa appoggiando dolcemente la testa sul suo panciotto e cospargendogli il naso di bacini.

E poi vederlo camminare con le zampette incrociate a ogni passo mi ha ricordato perché gli abbiamo dato quel nome: quello che originariamente doveva essere la gattina Amélie, appena scoperto il qui pro quo si è trasformato in Billy, proprio come Billy Elliot. E mai scelta è stata più azzeccata, vista la sua andatura che ricorda il pas de quatre del Lago dei cigni.

Idem per Degas: l’appropriatezza del nome è costantemente confermata dal suo rifugiarsi dietro i libri d’arte nel mobile del salotto. E ogni volta ci chiediamo come faccia a infilarsi in quello spazietto angusto. Forse, a dire il vero, sarebbe stato più adatto chiamarlo Houdinì.

e la Princi corre e va


Negli ultimi tempi la Princi cento ne pensa e mille ne fa. Anzi: cento ne vede e duemila ne imita.

Il punto nel giorno del suo diciassettesimo complimese.

 
Sono ormai mesi che ruba dal mobiletto del bagno il piumino per la cipria passandoselo sulle guanciotte, che finge di mettersi rossetto e ombretto e che riproduce il “psst!” del profumo. Ma adesso siamo oltre.

Dopo giorni e giorni in cui mi accecava puntandomi le ditine negli occhi e facendosi autolesionisticamente lo stesso ho capito che con quel gesto intendeva imitare il momento in cui mi metto il mascara.

 

E’ ormai prassi, poi,  che quando sta dalla Mamma-nonna vada a svuotarle il cassetto in cui tiene i bigodini e, se le va dritta, riesce a impossessarsi di un pettine, di una lacca e voilà: il gioco della parrucchiera è fatto. Forse, però, vista la sua scarsa dotazione di capelli, non ha ancora ben capito la differenza fra un pettine e qualsiasi altro aggeggio, tanto che spesso prende il coltellino e la forchettina del suo finto set da tavola per ravviarmi la chioma.
  
Sempre in tema di beauty, il suddetto armadietto del bagno si è ormai quasi completamente svuotato: dopo, cioè, aver passato giornate intere a riordinare assorbenti, creme, smalti che lei ordinatamente cospargeva sul pavimento. Fra l’altro con gli smalti c’è anche stato un incidente, la rottura di una boccetta proprio mentre eravamo sulla porta di casa pronte per uscire: bene che non si sia fatta male, ma peccato perché era uno spettacolo sbirciarla di nascosto mentre allineava con attenzione sul coperchio del water  tutti gli smalti alternando questo lavoro con un “psst!” qua e là (come se lo smalto fosse spray) e proponendo le ultime tendenze colore a un allibito Topolino e a una vanitosa Paperina di gomma. poi, ogni tanto, il bagno è luogo di imprevisti...

Non parliamo di collane e borse: le nonne ancora non l’hanno capito tanto che continuano a dirle «La prossima volta ti compro una borsa!». Farebbero senza dubbio cosa migliore se girassero la proposta a me e non per incrementare la mia dotazione (?!) ma perché la Princi usa solo le borse che vede usare: delle altre non gliene può fregare di meno. Tanto che è capitato già due volte che, preparata una borsetta mini in pendant con ciò che avevo messo, me la sono vista trafugare da una pallina festante: che, fra l’altro, la porta appesa al braccio con una disinvoltura senza dubbio maggiore della sottoscritta.

Della propensione per la lettura ho già parlato, soprattutto di quella notturna; ma la Princi non si limita alla sua piccola ma sempre più nutrita biblioteca. È da parecchio che ruba cataloghi e cataloghini dalla libreria dell’ingresso solo che, ultimamente, essendosi intensificati gli impegni espositivi, ha iniziato a riconoscere gli artisti che vede riprodotti sulle pagine quando poi li incontra dal vivo.

 
Nel campo dell’avvicinamento-lavaggio del cervello alla danza, la lettura interattiva del suo libretto dopo la riproduzione del salto, della pirouette e del grand jettè, si è arricchita dell’inchino: un po’ troppo frettoloso, avrebbe commentato la mia vecchia direttrice, ma ci lavoreremo su.

 
 

Finge di mettere in moto l’auto girando delle chiavi fantasma nel cruscotto, apparecchia e sparecchia porgendo anche il suo piatto vuoto al cameriere se siamo al ristorante, avvia le lavastoviglie (la nostra e quella della Mamma-nonna), apparecchia seria seria per le nonne il tavolino nell’ingresso di casa loro usando piatti di carta e i finti cibi che ha in dotazione il suo cestino del pic nic, butta via l’immondizia sotto il lavello… e chissà quante cose ho scordato.

 

Così come senz’altro scoderò qualcuna delle parole che quotidianamente vanno a ingigantire il Princibolario: dopo mamma e Papa siamo finalmente arrivati a un sicuro e ridondante papà.  E poi nonna, nonno, (sì), no, checher (crackers), piha (pizza), cacca (non poteva mancare!), Ara (Sara), diaisc (qui la questione non è ancora ben risolta ma credo voglia dire disegnare), pepe (pinguino? Pimpa?), tau (ciao). Questa è una parola che ha imparato talmente bene nel suo significato che stamattina, borsetta della mamma appesa al braccio, se n’è uscita con un altisonante «tau!» proprio sulla porta di casa: da qui a chiederci le chiavi sarà niente.

giovedì 27 giugno 2013

di casini e vasini


È il caso di dirlo: i buoni proposito spesso vanno in ..acca (e non è vacca).
Nell’ultimo post ero così contenta di essermi data una disciplina nell’essere una mamma indisciplinata (che lascia, cioè, la prole per correre in palestra) che subito la situazione si è ribaltata. I motivi? Alcuni noti, altri imprevisti e, tra questi, le reazioni della Princi: che per farmi scontare due giornate di lontananza (solo una delle quali dedicata a zompetti vari, l’altra era interamente devoluta al lavoro) ha pensato bene di allungare tali giornate. Ossia: se sei stata lontana da me tutte queste ore, per te, mamma, la notte inizierà più tardi. Anche se già bellamente impigiamata (io), anche se già Winnie Pooh e Ih Oh l’aspettavano nel lettino, la Princi ha voluto che ad accompagnarla nelle braccia di Morfeo fosse tutta la famiglia Pig. Addirittura, la seconda sera attorno alle 23.30, quando ero già sdraiata a letto, mi porgeva gli occhiali e cercava di alzarmi per trascinarmi in salotto davanti alla sua piccola biblioteca. Alla faccia mia che ho voluto una figlia precocemente intellettuale. Fra l’altro, continuo a chiedermi come faccia a sapere che la sera non vedo senza gli occhiali, dato che di giorno non li porto mai. Mistero della Princi.

Tra i motivi noti invece rientra il fatto di sapere che queste ultime due settimane sarebbero state oltremodo intense quindi, dato che il caldo aveva anche fatto capolino (recedendo immediatamente), inutile sobbarcarsi neppure la strada per raggiungere la palestra. Tra l’esame antincendio (andato miracolosamente bene: nel senso che il fuoco per me approntato non ha raso al suolo la caserma dei vigili), turni supplementari al lavoro causa imminenti nozze della collega, mostre da presentare il quesito principale riguarda quando riuscirò a trovare un quarto d’ora di tempo per preparare le valige. Per fortuna poi che c’è la mamma-nonna: non solo per il suo servizio baby sitting, ma anche per pranzi in tavola e un Everest di panni da stirare che si è offerta di smaltire.

Ma, dato che a tutta la famiglia C. le cose facili non piacciono, ci siamo andati a incasinare iniziando a pensare al vasino. Perché ultimamente la Princi annuncia la cacchina santa e la fa immantinente; quindi: quale segnale migliore?
Abbandonata l’idea di un vasino “gioca e suona” sia per il costo sia per evitare che la faccia a casa ma non dalle nonne sfornite di vasino che fa la ola, domenica mattina siamo andati tutti e tre a cercare quello più adatto. Dal vasino basic che vantava inizialmente, Lui è subito passato al vasino versione cavallino «perché così, visto che ci dovrà stare parecchio, intanto gioca».
E infatti, quando dopo un iniziale riottosità decide di montare a cavalluccio del coniglietto, lo usa come mezzo di trasporto per trascinarsi dal bagno al salotto (e i parquet ringraziano) senza minimamente fingere di adoperarlo per l’uso suo stabilito.

Per ora siamo  2 a 3: due giornate di prova e tre pipì fuori sede, una delle quali sul divano. In realtà questi primi esperimenti non sono stati molto convinti, ma si sono basati sull’empirismo degli orari: che, astutamente, la Princi ha cambiato. E non solo alla mattina, ma pure nel dopo pranzo: ieri proprio ci prendeva gusto a sfottere la Mamma-nonna e me che la incitavamo fingendo pure lei degli sforzi che si concludevano con un «ah!» fintamente liberatorio.
E il pediatra che mi parlava di svezzamento da pannolino a un anno…

giovedì 13 giugno 2013

appalto con colpa



Ultimamente sono successe tante cose: dentro e fuori di me, dentro e fuori la Princi e me, dentro e fuori la Princi, me e Lui.

sandaletti da...casa della mamma-nonna
Sono successe tante mostre, incontri, serate, in cui la Princi ha catalizzato l’attenzione e avrei potuto raccontare la storia dell’orso anziché rispolverare il manuale di mitologia per fare citazioni dotte. Sono successe ma oggi ho riflettuto che bisogna metterci dei paletti: perché farsi conoscere va bene, stringere nuovi possibili agganci lavorativi va bene, ma che lavorativi siano. Alias: mettiamo da parte il lavoro pro bono. Sebbene mi piaccia e mi elettrizzi tutto questo, sebbene veda che l’impressione sia quella della ruota che finalmente sta girando,  tuttavia so che stare con la Princi e con Lui è di gran lunga più importante e benefico per il mio spirito. Per cui, ok: presento, curo, scrivo, allestisco ma d’ora in poi cerchiamo di fare in modo che la lontananza da loro fruttifichi in qualcosa di diverso dalla sola gratificazione.
Sono successe più lezioni di aerobica e sedute di palestra. Circa un mese fa ho rivisto alcuni passaggi del film “Sex and the City”: rimasta inaspettatamente incinta poco tempo dopo aver adottato la tenera Lily, Charlotte decide di non dedicarsi più allo jogging per timore di interferire con questa gravidanza tanto a lungo sognata e desiderata. Preoccupato, il marito ne parla con Carrie che si precipita a trovare l’amica per “strattonarla”, facendole capire che la corsetta quotidiana a Central Park è parte ineliminabile di Charlotte; che Charlotte È lo jogging a Central Park. E lì ho avuto una visione: ho capito quanto sia importante per me muovermi, che dopo quindici anni di danza e quasi altrettanti di iscrizione in palestra non potevo/dovevo rinunciare a qualcosa che, è vero, a volte coltivo solo dar seguito al pensiero di DOVER zampettare per smaltire il gelato della sera prima. Ma, anche in quel caso, muovermi e incontrare delle persone diverse da quelle che frequento/vedo abitualmente mi lascia un senso di benessere mentale e fisico. Quindi: da un paio di settimane mi sono imposta di andarci almeno due volte a settimana.

Il problema è solo uno: a chi lasciare il senso di colpa per l’abbandono della Princi?

E così ecco la terza cosa che è successa. Sono due giorni che appalto la Princi alle nonne. Che, ovviamente, sono felici di stare con lei, di vedere i suoi quotidiani aggiornamenti di espressioni, borbottii, paroline, imitazioni gestuali (ossia: ciò che vede fare, subito ripete). Ieri la questione era più soft nel senso che l’appalto alla mamma-nonna è andato dalle 10 alle 15.30 e, a parte la palestra, era motivato anche da una visita.

pettinando la nonna-bisnonna
Oggi la questione è diversa.

Dato che Lui aveva un impegno in zona nonna2, ho pensato potesse depositare il pacchettino infiocchettato in gonnellina di jeans già di prima mattina: così sarei potuta andare in palestra e dar fondo alla montagna di panni accatastati nell’armadio in attesa di essere stirati. Ovviamente, quando ne ho parlato con lui mi ha detto che sarebbe stata un’ottima idea; quando ho chiesto alla nonna2 e alla zia Cucciolo di prolungare la loro disponibilità oraria di baby sitteraggio (era infatti già programmato il pomeriggio dato che avrei lavorato) c’è stato un sì entusiastico.

Ma io da ieri ho cercato mille modi per giustificarmi: pensando che se metto in stand by la modalità mamma per una decina di ore dopo starò ancora meglio con lei; che comunque un motivo sarebbe stato prendermi cura della casa senza farlo mentre la Princi mi trotterella intorno in cerca di attenzioni; che ci sono tante mamme che “abbandonano” i loro piccoli per studiare/lavorare lontano da casa, per mandarli in ferie con nonni/zii; che comunque fra due settimane andiamo in vacanza e staremo cheek to cheek ventiquattr’ore al giorno, completamente al suo servizio.

Eppure non è bastato: è vero che in tutta la giornata non c’è stato un momento in cui mi sia seduta per riposare, ma non sarei nemmeno riuscita a farlo perché la mente era sempre e solo su di lei. E non perché sia preoccupata che sia stata male, o non si sia divertita: so che avrà giocato, cantato e saltato come una cavalletta.

Il pensiero, la sensazione è che mi manca l’aria. Sentire il completo silenzio in casa, dover preparare il pranzo solo per me, sedermi a tavola da sola, fare i lavori di casa da sola non è stato com’era a.P.: ante Princi. Lei mancava: era un vuoto reale, in cui a momenti ho avuto la tentazione di girarmi e dire “Bau” a qualcuno di invisibile perché avevo appena visto un cane in tv. In fondo, mi sono anche detta, se lavorassi a tempo pieno dieci ore fuori casa e lontano da lei ci dovrei stare comunque e molto più spesso.

Però il fatto che la mattina, appena sveglia, non dica più “Mamma!” ma “Mao!” per salutare il signor Degas mi impensierisce.