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giovedì 13 giugno 2013

appalto con colpa



Ultimamente sono successe tante cose: dentro e fuori di me, dentro e fuori la Princi e me, dentro e fuori la Princi, me e Lui.

sandaletti da...casa della mamma-nonna
Sono successe tante mostre, incontri, serate, in cui la Princi ha catalizzato l’attenzione e avrei potuto raccontare la storia dell’orso anziché rispolverare il manuale di mitologia per fare citazioni dotte. Sono successe ma oggi ho riflettuto che bisogna metterci dei paletti: perché farsi conoscere va bene, stringere nuovi possibili agganci lavorativi va bene, ma che lavorativi siano. Alias: mettiamo da parte il lavoro pro bono. Sebbene mi piaccia e mi elettrizzi tutto questo, sebbene veda che l’impressione sia quella della ruota che finalmente sta girando,  tuttavia so che stare con la Princi e con Lui è di gran lunga più importante e benefico per il mio spirito. Per cui, ok: presento, curo, scrivo, allestisco ma d’ora in poi cerchiamo di fare in modo che la lontananza da loro fruttifichi in qualcosa di diverso dalla sola gratificazione.
Sono successe più lezioni di aerobica e sedute di palestra. Circa un mese fa ho rivisto alcuni passaggi del film “Sex and the City”: rimasta inaspettatamente incinta poco tempo dopo aver adottato la tenera Lily, Charlotte decide di non dedicarsi più allo jogging per timore di interferire con questa gravidanza tanto a lungo sognata e desiderata. Preoccupato, il marito ne parla con Carrie che si precipita a trovare l’amica per “strattonarla”, facendole capire che la corsetta quotidiana a Central Park è parte ineliminabile di Charlotte; che Charlotte È lo jogging a Central Park. E lì ho avuto una visione: ho capito quanto sia importante per me muovermi, che dopo quindici anni di danza e quasi altrettanti di iscrizione in palestra non potevo/dovevo rinunciare a qualcosa che, è vero, a volte coltivo solo dar seguito al pensiero di DOVER zampettare per smaltire il gelato della sera prima. Ma, anche in quel caso, muovermi e incontrare delle persone diverse da quelle che frequento/vedo abitualmente mi lascia un senso di benessere mentale e fisico. Quindi: da un paio di settimane mi sono imposta di andarci almeno due volte a settimana.

Il problema è solo uno: a chi lasciare il senso di colpa per l’abbandono della Princi?

E così ecco la terza cosa che è successa. Sono due giorni che appalto la Princi alle nonne. Che, ovviamente, sono felici di stare con lei, di vedere i suoi quotidiani aggiornamenti di espressioni, borbottii, paroline, imitazioni gestuali (ossia: ciò che vede fare, subito ripete). Ieri la questione era più soft nel senso che l’appalto alla mamma-nonna è andato dalle 10 alle 15.30 e, a parte la palestra, era motivato anche da una visita.

pettinando la nonna-bisnonna
Oggi la questione è diversa.

Dato che Lui aveva un impegno in zona nonna2, ho pensato potesse depositare il pacchettino infiocchettato in gonnellina di jeans già di prima mattina: così sarei potuta andare in palestra e dar fondo alla montagna di panni accatastati nell’armadio in attesa di essere stirati. Ovviamente, quando ne ho parlato con lui mi ha detto che sarebbe stata un’ottima idea; quando ho chiesto alla nonna2 e alla zia Cucciolo di prolungare la loro disponibilità oraria di baby sitteraggio (era infatti già programmato il pomeriggio dato che avrei lavorato) c’è stato un sì entusiastico.

Ma io da ieri ho cercato mille modi per giustificarmi: pensando che se metto in stand by la modalità mamma per una decina di ore dopo starò ancora meglio con lei; che comunque un motivo sarebbe stato prendermi cura della casa senza farlo mentre la Princi mi trotterella intorno in cerca di attenzioni; che ci sono tante mamme che “abbandonano” i loro piccoli per studiare/lavorare lontano da casa, per mandarli in ferie con nonni/zii; che comunque fra due settimane andiamo in vacanza e staremo cheek to cheek ventiquattr’ore al giorno, completamente al suo servizio.

Eppure non è bastato: è vero che in tutta la giornata non c’è stato un momento in cui mi sia seduta per riposare, ma non sarei nemmeno riuscita a farlo perché la mente era sempre e solo su di lei. E non perché sia preoccupata che sia stata male, o non si sia divertita: so che avrà giocato, cantato e saltato come una cavalletta.

Il pensiero, la sensazione è che mi manca l’aria. Sentire il completo silenzio in casa, dover preparare il pranzo solo per me, sedermi a tavola da sola, fare i lavori di casa da sola non è stato com’era a.P.: ante Princi. Lei mancava: era un vuoto reale, in cui a momenti ho avuto la tentazione di girarmi e dire “Bau” a qualcuno di invisibile perché avevo appena visto un cane in tv. In fondo, mi sono anche detta, se lavorassi a tempo pieno dieci ore fuori casa e lontano da lei ci dovrei stare comunque e molto più spesso.

Però il fatto che la mattina, appena sveglia, non dica più “Mamma!” ma “Mao!” per salutare il signor Degas mi impensierisce.

domenica 28 aprile 2013

un nuovo Stadio?


Sorprendimi, dice una loro canzone.

E in effetti mi sono sorpresa, come non mai.

Perchè fino all’ultimo non ci volevo credere; perché di questa serata non parlavo o lo facevo sottovoce e incrociando sempre le dita; perché tutto è andato bene sia prima sia durante sia dopo. Sfatando così il mito, in cui comunque continuo a credere fermamente, che a ogni cosa bella ne segua una brutta.
 
Era da un mese che questa serata era nell’aria anche se, per scaramanzia, non la sognavamo e sembrava l’avessimo dimenticata. Non l’abbiamo riportata sul calendario e credevo Lui se ne fosse ampiamente scordato. Ci siamo limitati a pianificarla quasi a gesti pensando soprattutto a come organizzarci con la Princi. Questo perché quando, alcuni mesi fa, abbiamo iniziato a pensare e a dirci che saremmo potuti andare qualche volta al cinema – ovviamente di pomeriggio, per non vanificare i soldi del biglietto ronfando sulle poltroncine – beh, da quella volta la Princi ne ha avuta una alla settimana. Febbre. Poi: denti. Quindi: rifebbre. Poi: dermatiti sospette. E di nuovo: febbre. Poi: sesta malattia. Insomma: una congiura.


Poi, un mese e mezzo fa, il Caso ha operato per noi. In una delle periodiche gite oltreconfine per procacciare pannolini, creme e/o vestiti, noto un cartellone che annuncia:

Stadio, 26/04/2013.

Lo dico a Lui, senza molta convinzione. Lui risponde, con pari slancio. Ma pian piano e a fatica mi convinco: perché anche lasciare la Princi mezz’ora in più dalla Nonna2 per andare a prenotare i biglietti mi fa sentire una criminale. Ogni volta che faccio qualcosa senza di lei, lavoro escluso, mi sento come una criminale sul punto di essere colta in flagrante. Da chi non lo so: lei certo non se ne ricorderà e tutti, almeno a parole, convengono della necessità di ricavarci degli spazi per mettere una pezza a quella coppia inevitabilmente slabbrata dal suo arrivo.

 
Ok, biglietti presi. Tra un mese usciamo. Un mese… è una vita, in cui può succedere di tutto. Per esempio la Princi ha messo tre denti insieme, stavolta miracolosamente senza cataclismi. Più impattante può essere il vaccino che in effetti, mandando a rotoli quella certezza di orari e quella tranquillità (soprattutto notturna) acquisita nelle ultime settimane, mette a dura prova la nostra capacità di resistere a qualsiasi cosa oltre le otto di sera. E ci credo: dopo essersi alzati tre/quattro volte per notte per cullare, cedere al posizionamento nel lettone, riposizionare nel lettino dopo essere stati presi abbondantemente a calci…
http://youtu.be/RafMD-sjHes
Intanto il giorno si avvicina. Comincio a favoleggiare su come vestirmi, bisbiglio alla Mamma-Nonna le istruzioni sull’uso serale della Princi, a mezze parole Lui mi prospetta una cenetta in un locale che ci piace tanto. Dato l’approssimarsi di un altro evento che, per ora, rimane scaramanticamente top secret, venerdì pomeriggio eccoci uscire tutti e cinque di casa: Lui, la Princi, io, il signor Degas e Mr. Billy che, poverino, ha rischiato di mettere lo zampino nei nostri piani pensando di azzuffarsi con un altro quadrupede pochi giorni prima.

Arriviamo dalla Mamma-Nonna e subito la Nonna-Bisnonna comincia con i suoi cavalli di battaglia, sottoposti poi a innumerevoli varianti: «Ma adesso, quando vanno via loro dove la metti (sottinteso: la Princi)?» e «Stasera voglio proprio vedere cosa succede».

Invece la Princi, dopo qualche attacco di mammite acuito dall’assenza di Peppa Pig (che indica con un sonoro grugnito), si è lasciata trasportare dagli eventi. E quindi lo sguardo imbambinito che mi ha rivolto quando mi ha vista con i tacchi, il vestitino e un trucco un po’ più vistoso del solito dev’essere stato causato proprio dall’eccezionalità di vedermi così bardata piuttosto che dallo stordimento per aver capito che sarebbe stata abbandonata.

Come due fuggiaschi che abbiano appena commesso una rapina, approfittando di un’uscita in cortile, Lui e io abbiamo imboccato la porta opposta per dileguarci. Così, in silenzio, senza salutarla. Credo sia stata la cosa che mi è dispiaciuta di più e che mi pesa anche quando la lascio per andare a lavorare. Mi pare di ingannarla. E credo lei ne sia consapevole.

 

Ma intanto eccoci in città, come due fidanzatini. Perché vestiti e curati come facevamo solo quando ognuno viveva a casa sua e perché da soli. E questo è un punto dissonante. Perché quando si è da soli sembra che le carrozzine, i passeggini, i tricicli in giro si moltiplichino. Allora nel viso di quel bimbo per mano ai genitori vedi il suo sorriso; ti chiedi che espressione farebbe se vedesse quei ragazzini che giocano a palla; vedi un cane e ti ritrovi a chiamarlo “bau” immaginando la felicità dipinta sul suo viso appena lo intravede.

E  allora ti chiedi cosa ci fai fuori senza di lei. E senti che ti manca qualcosa. Che ne so? Un braccio, una gamba. Un pezzo di cuore.

Poi vedi che non sono pensieri solo tuoi ma che la Princi ingombra anche le sue parole. Ti senti meno strana. E cominci a sentire che questa sera è vostra. Vostra ma pure sua perché ormai se siamo così è grazie a lei.

Che una serata così mancasse da tanto si è capito sin dal momento in cui ho infilato i tacchi e stavo per spiaggiarmi sul pavimento. Poi è toccato all’aperitivo: uno spritz aperol che mi ha immediatamente infuocato le guance e mescolato le lettere nelle mie parole.

La cena, il concerto… tutto è scivolato via rapido, perfetto soprattutto perché scandito da tanti discorsi: quelli che non riusciamo mai a condire con la dovuta attenzione perché interrotti dal verso del lupo che annuncia a Cappuccetto Rosso il suo arrivo dalle pagine del libro sonoro o dal doversi chinare per raccogliere l’orto di verdure sparpagliato attorno al seggiolone.
 
Il tempo, poi, sembrava aver rimesso indietro le lancette. Era la terza volta che vedevamo gli Stadio e anche se il passare degli anni qualche segno l’ha lasciato, è stato come rivivere le prime due serate o come rivedermi seduta sul letto a guardare “I ragazzi del muretto”, più simili a una ragazza-con-i-calzettoni di quanto non fossero Brenda e Dylan.

Poi è stato un attimo, ma un attimo di angoscia.

Se stava andando tutto così bene, cosa mi sarei dovuta aspettare una volta a casa?

Nella migliore delle ipotesi, l’indomani mattina mi sarei sentita i racconti stile “L’esorcista” da parte della Nonna-Bisnonna che con i suoi soliti «Non ho mai sentito una bimbetta piangere a quel modo» avrebbe ingigantito qualche frigna e il mio serpeggiante senso di colpa. Nella peggiore (ma, in realtà, non saprei dire cosa sarebbe stato più devastante emotivamente) avremmo trovato la Princi ancora bella pimpante e la Mamma-Nonna addormentata e distrutta accanto a lei.

Niente di tutto ciò. La Nonna-Bisnonna era a letto, la Mamma-Nonna era in cucina a vedere la tv in  modo da sentire un eventuale risveglio della Princi che, vispa fino alle dieci e mezza, era poi crollata. Salgo a lavare i denti, a togliere il cerone e quando entro in camera la vedo seduta sorridente sul lettone fra le braccia del Papi. Ma dura poco. Spegniamo la luce e appena si appesantisce il sonno la rimettiamo al suo posto. E, dopo il vaccino di dieci giorni fa, è stata la prima notte in cui ha dormito di fila.

Che questo debba suggerirmi qualcosa?

http://youtu.be/oVGZa_r_AU4
p. s: un risvolto negativo, in realtà c’è. Alle notte di sonno della Princi ha corrisposto una notte di veglia a causa del signor Degas che, verso le 5, ha iniziato a piangere costringendoci a turno ad alzarci per buttarlo fuori casa e rimetterlo in casa senza riuscire a stoppare il suo piagnisteo. Che, ovviamente, ha finito per svegliare la Mamma-Nonna. Ma è stato un bel momento: ritrovarsi lei, la Princi e io a fare colazione insieme con me che cercavo di raccontarle la serata e lei che rispondeva facendo facce buffe e versacci verso la Pallina. Che, poi, si è divertita un sacco a sguazzare nella vasca piena di schiuma.

domenica 10 febbraio 2013

Comple-Princi: la festa


A una settimana di distanza dal ComplePrinci tante cose sono state dette, successe, fatte. Forse troppe. Sembra infatti sia già passato un secolo da quella frenetica, effervescente, adrenalinica giornata.
Comunque riprendiamo il filo da dove l’avevo lasciato: appeso cioè alla costosa pipì di Mr. Billy, al libretto della caldaia in perfetta regola, alla frigna della Princi.

 
Il giorno dopo, venerdì 1 febbraio: meno uno al P day.

Di buon mattino, la Princi e io ci trasferiamo a casa della Mamma-Nonna per ultimare i preparativi e per cominciarne degli altri. Vale a dire: corse forsennate in centro per gli acquisti last minute e avvio della preparazione del banchetto per l’indomani. Eccoci allora rotolare da un negozio all’altro per trovare dei Princi-collant che vadano bene con il Princi-dress: posto, peraltro, che le stia ancora l’abitino che ho in mente di metterle, acquistato alcuni mesi prima grazie ai punti accumulati con la lista nascita, senza l’idea di essere indossato per il complePrinci e, soprattutto, comprato da noi princi-genitori: così, almeno su questo punto, evitiamo le diatribe nonniche sul «perché le hai messo il vestito che le ha regalato quella nonna e non il mio?!».
Rientrate alla base, pranzo veloce (che, con la Princi, è un eufemismo poiché si estende dall’antipasto al dolce, in questo caso a base di frittelle di Carnevale alla crema, piastrocciata tutta addosso) e poi pisolo. Sì, ci sono riuscita: sono riuscita ad addormentarla. Ma… il suono del campanello la sveglia dopo venti minuti e nonostante un loop di “Donna Cannone”, “Raggio di sole” e altre de gregoriane canzoni, non riesco più a rimetterla nel lettino.
Per cui bisogna cominciare a preparare le creme per i tramezzini con lei sveglia. Con lei in piedi. Con lei, anzi, aggrappata alla gamba. Con lei che, per meglio dire, è aggrappata alla gamba, la testa sollevata verso di me a guardarmi piangendo per implorarmi di prenderla in braccio e nel frattempo tritare, sminuzzare, affettare con le dieci braccia supplementari che mi sono cresciute assieme al cocomero nei nove mesi che l’aspettavo. E la Mamma-Nonna deve andare a far la spesa per dare il suo contributo alla causa.
Perché, per fortuna, le tre nonne contribuiscono alla preparazione del Princi-banchetto.
Più tempestiva dell’Ansa, la Zia Cucciolo mi aggiorna infatti in tempo reale su come si stanno muovendo le cose nella cucina della Nonna3 e della Zia Inglese, già pronte a sfornare i primi dolci.


E vabbè: mi rassegno al pensiero che, di qui a stasera, riuscirò ad aprire solo una scatola di tonno. Ma avevo sottovalutato il fattore NB: la Nonna-Bisnonna. A un certo punto penso di piazzare la Princi nel seggiolone «Così puoi vedere quello che fa mamma». Ma dopo poco lei si scoccia, soprattutto del per non poter arraffare il prosciutto che le sta proprio davanti. Così la giro verso la tv (vabbè, non si dovrebbe dire e/o fare…) per metterla a fianco della Nonna-Bisnonna. E la Princi comincia a leggerle il suo libro. Anche perché lei ci prova ma «Cosa c’è qui? Il camion. E qui? Il gatto. E qui? Non lo so perché non ci vedo». Perfetto. E bellissimo da vedere: con la Princi che ride sguaiata quando la Nonna-Bisnonna si china e lei pensa che le stia facendo bubù-sette.

Sabato 2 febbraio: il Princi-day.

Bene: con la consapevolezza che metà delle cose sono già a casa della mamma-nonna, un quarto le portiamo stamattina e un quarto andranno dimenticate, partiamo. La macchina sembra la bianchina di Fantozzi caricata all’impossibile. E, tanto per gradire, c’è una pioggia con contorno di bora che quella di dodici mesi fa, al confronto, non era nulla. Ma sarà che io ero al calduccio in ospedale e non ho idea di quanto freddo facesse.

Arriviamo trovando la Mamma-Nonna ai fornelli, in pigiama, circondata di strudel salati e sfiduciata «Tanto noi saremo qui». «Perché?» «Perché la nonna-bisnonna è ancora a letto». Ma ci resta poco: la Princi va subito a tirarla fuori dalle coperte e almeno questa botta di pessimismo è risolta.

Punto 2: la sala. Lui e io andiamo in esplorazione per vedere se sia possibile cominciare con gli addobbi. Altrimenti dovremmo dare vita a uno spettacolo degno delle migliori comiche per montare festoni, pulire, preparare i tavoli, mettere fuori cibo e bevande: il tutto in un’ora. Per fortuna il ricreatorio è sgombro e riusciamo a dargli un’impronta da festa incipiente, a scaricare le bibite dall’auto per nasconderle nello sgabuzzino e a dare una ramazzata.

Bene. Tempo: mezzogiorno e mezza. Torniamo che la Princi ha già iniziato a pranzare. Mangiamo. La addormento. Tempo: due e mezza. «Lo spumante?» dice Lui. «Lo spumante?» penso io. So di averlo portato nei giorni scorsi ma dov’è? Con la Mamma-Nonna lo cerchiamo in ogni dove, pensiamo all’ipotesi che la Nonna-Bisnonna lo abbia bevuto di nascosto ma, caspita, erano sei bottiglie. «Vabbè, vado a comprarlo.» dice Lui, sempre più simile a Indiana Jones dato il tempo da lupi che si è sviluppato. «Vedrai che è rimasto nell’altra auto». Infatti.

Tempo: le tre. Devo ancora preparare i tramezzini. Lui li taglia e sistema sui vassoi, io ho addirittura il tempo di scompaginare la sua composizione e disporli in modo più decorativo. «Tutti qui?» dice Lui. Per fortuna: a fine serata dobbiamo costringere gli ultimi ospiti a uscire carichi di piatti abbondantemente riempiti di avanzi.
Con il pane da tramezzini infilato in ogni dove, con il cellulare incollato addosso per rispondere ai continui sms di aggiornamento sui preparativi della Zia Cucciolo mi vado a cambiare e ad aggiustare il trucco.
Pronti a partire. Pronti a sfidare la tempesta di pioggia. Pronti a falcidiare i 360 bambini che hanno appena finito l’ora di catechismo e non si decidono a uscire. Pronti a sfidare gli sguardi di diffidenza delle mamme perché non siamo del quartiere. Pronti a preparare tutto: i tavoli, i palloncini, l'area merenda per i piccoli, la zona under dodici (mesi) con coperta per rotolarsi.
Ok. Tempo: quattro e quaranta. Vado a prendere la Princi, la mamma-nonna e la nonna-bisnonna.
 
 
Il resto è impossibile da raccontare. Perché è impossibile ricreare le emozioni, i sorrisi, i baci, l’affetto, la felicità di quelle ore, in cui chissà se la Princi si rendeva conto di cosa stesse succedendo.
 
E’ impossibile ricreare i suoi urletti di gioia quando, circondata dai nostri - anzi: dai suoi – amici, spacchettava i mille regali in grazie ai quali per almeno sei mesi non dovrò più mettere piede in un negozio di abiti per bambini perché ci ha trovato un intero guardaroba primavera-estate. Che, peraltro, sono riuscita a sistemare sotto la sua attenta supervisione solo tre giorni dopo.
 
Impossibile anche descrivere la bontà della torta, stranamente avanzata come mai era successo finora e che – anche questo: mai successo finora – mi sono portata a casa mangiandone ancora una fetta prima di andare a dormire: ma me la meritavo. Impossibile parlare dell’eccitazione della Princi, che non riusciva ad addormentarsi tanta era la gioia che aveva vissuto. E che spero di poterle regalare ogni giorno. Perché a me i suoi sorrisi la regalano. Anche in settimane pesanti come quella appena conclusa.
 
 
 
 
domenica 3 febbraio: the day after.
 
Diciamolo sinceramente: ad essere stati messi a dura prova dal ComplePrinci non siamo stati solo noi ma tutta la casa. E nè noi nè la casa si sono ancora ripresi. Questa era la nostra cucina la mattina seguente. Mentre Winnie Pooh troneggia sul divano quando non accompagna la Princi nel seggiolone per essere debitamente ciucciato e permetterle di addormentarsi. I suoi numerosi libri nuovi hanno invaso lo scaffale dei miei affiancandosi a Pirandello e alla biografia di Picasso.
 
Ma, quello che conta, nella sua stanzetta - ancora sfitta - troverà posto l'album con le dediche ricordo di questa giornata. Sperando di poterle dare un'idea, per quanto infinitesimale, dell'affetto che l'ha circondata.
 
 

sabato 12 gennaio 2013

la sapienza delle mamme



Per la serie: una mamma lo sa.
O, meglio: una mamma, degna di essere tale, lo DEVE sapere.
Il suo faccino ingrugnito ha appena emesso il primo respiro fuori dalla navicella e una mamma SA come prenderlo in braccio, come cambiarlo, come e quando dargli da mangiare, come tenerlo per non farlo piangere. Passano i mesi e una mamma SA cos’ha quando piange senza motivo (e, data l’età, “ha le sue cose” non è una scusa convincente), come addormentarlo, con che pappa cominciare a fargli conoscere i mille gusti del mondo senza trasformare il pavimento della cucina in un campo arato a sputacchi di vario colore. Una mamma SA quanto pesantemente vestirlo, cosa fare alla prima febbre, se farlo uscire come dice il pediatra o rinserrarlo in casa come facevano a lei. Una mamma SA, oltre a queste poche, insignificanti cose, che ci sono una serie di appuntamenti sociali e feste di imprescindibile importanza per i bambini.
 


 

Ma questo è ciò che fa una mamma seria, una di quelle che, appunto, sa sempre dove mettere le mani, che decisioni prendere, etc, etc. Non una che si ricorda che siamo a Carnevale e cosa significhi questa parola solo perché ne sente parlare distrattamente da altri. Una mamma SA quali/dove/come sono le feste cui portare il pupo mascherato e ha magari scelto già da tempo da cosa camuffarlo.
 
 

 
E poi una mamma SA esattamente Cosa/come/dove/quando/chi/perché organizzare la prima festa di compleanno.
Panico.
Perché una mamma con i calzettoni non sa, invece, da che parte cominciare.
Sono sempre dell’idea che, al momento del parto e senza che Lui se ne accorgesse, l’ostetrica ha buttato via il manuale delle istruzioni e, assieme a questo, il manuale sul montaggio- smontaggio di accessori da bebè e giochi, il manuale sulla gestione delle occasioni sociali e, col tempo, chissà di quanti altri manuali sentirò la mancanza.

Inutile pensare ai compleanni di quand’ero bambina: oltre al fatto che si parla di anni luce fa, il mio compleanno cade all’approssimarsi della bella stagione e ho inoltre avuto la grandissima fortuna di trascorrere l’infanzia in una casa meravigliosa e spaziosissima, qualora il tempo non permettesse a una quindicina di bambini/e di scorrazzare in cortile. Quindi un compleanno al chiuso, d’inverno, non so quasi cosa sia: primo sforzo d’immaginazione. Secondo sforzo d’immaginazione: non avere alle spalle un sufficiente bagaglio di inviti a primi compleanni per pensare a come organizzarne uno.

Per fortuna ci sono internet e facebook. Oltre a idee generiche su cosa fare e cosa non fare (perché, è il monito di tutti i siti, la festa è per il polpettino/a e non per farsi belli agli occhi degli invitati), ci sono i gruppi di genitori del territorio che suggeriscono soluzioni e, soprattutto, possibili location.

Per il poco che ne abbiamo parlato assieme finora, Lui e io siamo stati d’accordo fin da subito di volere attorno a noi non solo le nostre famiglie ma anche gli amici: quelli storici e quelli incontrati di recente, quelli “di pancia” e quelli che ci sono stati accanto in questi dodici, specialissimi mesi. E se già limitandoci alle famiglie non saremmo riusciti a stipare trenta persone fra stufa, tavolo, tiragraffi felino e divano nel nostro salotto, alzandosi il numero l’impresa sarebbe stata veramente impossibile.

Tra le opzioni vagheggiate nei gruppi di mamme facebookiane, abbiamo (inutile dire che sia un plurale maiestatis) selezionato le sale parrocchiali.
Così, quando la vigilia di Natale sono andata con la Princi e la mamma-nonna a fare gli auguri a don R., gli ho chiesto la disponibilità dell’oratorio, subito concesso.

Bene.

Macchè: nella mia memoria ricordavo uno spazio angusto, una sorta di corridoio. No: ne dobbiamo assolutamente trovare un’altra. Stavolta il plurale non è più tanto maiestatis perché, ad accompagnarmi in questa avventura, è stata la nonna2 che ieri pomeriggio, dopo una serie infinita di «sì, vengo; no, rimandiamo», mi ha accompagnato in quello che si potrebbe chiamare il pellegrinaggio delle sette chiese. Tra sale già occupate («il 2 febbraio? Di che anno?»), sacerdoti basiti al sentire che per il primo compleanno di una bimba gli invitati siano quasi esclusivamente adulti (tranquilli: alcuni verranno accompagnati da neonati), frati che concedono le sale per feste ma non di venerdì, sabato e domenica (e quindi quando??) alla fine siamo tornati all’opzione uno.

Che, a pensarci bene, forse è quella più sensata. Non solo per motivi organizzativi (chè, anzi, l’allestimento dovrà essere portato a termine al tempo di record di un’ora), ma perché è lì che tutto è cominciato.

Lì sono cominciata io; poi siamo cominciati noi due; poi è cominciata la Princi. Impossibile, effettivamente, pensare a una diversa location.