domenica 20 gennaio 2013

di gatti, coppia, app e complePrinci

Photo: Diventa fan: Peanuts
Oggi è una giornata così, simile a quella di più o meno un mese fa. Il motivo? Sentirmi una ciambella e vedermi a questo modo, nonostante tutto.
Poi, però, invece che lanciarmi nel vuoto alla “Thelma e Louise”, son andata al lavoro; e tanto miracolosamente quanto lentamente le cose sono cambiate. Non perché non mi veda più come una ciambella, ma perché ho avuto qualcosa da fare e a cui pensare. E perché, a metà mattina, è entrata una persona che non aveva intenzione di vedere il museo ma solo di salutare me, così, senza conoscermi, per il semplice fatto di avermi incrociato una sera mentre chiudevo e aver incrociato oggi il mio sguardo.
E dato che la giornata è così, sarà un po’ così anche questo post seppure già ieri, quando pensavo di scrivere, immaginavo di comporlo a spot perché tante sono le cose di questi ultimi giorni di cui raccontare, tutte diverse per argomento e importanza.
Gatti e pacs
 
Intanto, per cominciare, qualcosa che ancora non so come o se finirà. Da qualche giorno nel cortile di casa si aggira un gattino minuscolo, bianco e nero, che tanto assomiglia a quello di una nota pubblicità della mia infanzia. A dispetto delle ridotte dimensioni il felino, attualmente soprannominato Fritz:
a)  ha una vocina da baritono: certo, un baritono che, se umano, avrebbe un anno, ma sempre un baritono;
b)  tiene in scacco Mr. Billy e il Sig. Degas al punto tale che questi, di dimensioni tre volte superiori, si tengono alla larga dalla porta di casa temendo le sue reazioni.
Ora i casi sono vari: ci stiamo cullando nell’ipotesi di adottarlo qualora continuasse ad aggirarsi sotto le nostre auto e se riuscissimo a capire che è un piccolo homeless. Seconda ipotesi è che il legame con i nostri mici sia più articolato di quanto pensiamo: vedendoci alle prese con un cucciolo umano (che, fra l’altro, si fa leccare e lecca a sua volta entrambi i felini) Mr. Billy e il Sig. Degas potrebbero aver deciso di unirsi in un pacs e adottare il piccolo Fritz. Noi non avremmo nulla da obiettare; la Princi meno che meno. Solo che chi glielo spiega che il cucciolo è dei suoi fratelloni e non sua proprietà?
Malattie e sensi di colpa
L’anno vecchio e quello nuovo sono iniziati alla grande: con una gran bronchite, tanto per capirci. Bronchite che è rimbalzata fra vari membri della famiglia e che si è trasformata in due settimane di malattia per Lui. Ovviamente, nel frattempo ho continuato a lavorare anche se ho avuto una puntata di febbre e anche se da stasera prenderò l’antibiotico. Il tutto ha avuto risvolti anche positivi nel senso che non siamo dovuti ricorrere all’aiuto delle nonne perché a giocare con la Princi ci ha pensato Lui: e, per onestà e riconoscenza, bisogna dire che si è anche applicato nelle pulizie con discreti risultati.
 
Perlomeno, si è accorto che non sono io ad essere fissata a girare ogni giorno con l’aspirapolvere sottobraccio ma che le palle di polvere ci sono quotidianamente (se non più volte al giorno). Così, usufruendo del suo aiuto, ho avuto un attacco di egoismo: nel senso che mi sono spesso resa conto di quanto poco tempo passi con la Princi, stritolata da impegni domestici vari, lavoro, qualche mezza giornata dalla mamma-nonna. Attacco di egoismo, dunque? Beh, per un’ora di palestra che mi sono concessa venerdì mattina dopo due settimane dalla ripresa ufficiale degli allenamenti, mi sento come se fossi la peggiore delle madri, con sensi di colpa a nastro alimentati dalla Princi che con sguardi supplichevoli e arrampicamenti sulle gambe che la portano a calarmi le braghe (con soddisfazione dei vicini) è alla costante ricerca di considerazione. La zappata definitiva me la sono data quando mi è venuto in mente che, da bambina-con-calzettoni, ero così anche io (per il tempo, ovviamente, di cui ho memoria). Ulteriore zappata me l’ha data lei due giorni fa quando in auto, girandomi a guardarla, l’ho vista con il faccino girato verso il finestrino e gli occhi tristi. Ecco: ciò che non vorrei nel modo più assoluto è che la gioia e la luminosità dei suoi occhi si spegnessero. Come mi sembra sia accaduto a me.

Per evitarlo, eccomi allora fare la scema e indossare il suo accappatoio di Winnie the Pooh al momento del cambio pannolino (ultimamente fonte di pianti da tragedie greche).
 
Mènage a trois
Glielo dico spesso: sono convinta che Lui si sia fatto venire la bronchite apposta in concomitanza con i saldi per procedere a una spending review. E così, se lo scorso inverno li ho saltati perché ero a livello cocomero sia prima sia dopo l’allunaggio, ora li ho saltati perché è una vita che non usciamo. Le gite ai centri commerciali che tanto mi piacciono sono ridotte a toccate e fuga al supermercato per rifornire il frigo e il reparto frutta domestico. E chissà, quindi, se riuscirò a rifornire e riammodernare il mio armadio.
Sensi di colpa e sensi di coppia
Nonostante siamo stati a più stretto contatto per due settimane (ma se ci mettiamo il periodo delle feste sono anche di più), la vita di coppia sembra essersi eclissata. Anzi, no: come ho detto sopra, in realtà anche la vita a tre sembra essersi eclissata. Sembra agire la legge di Murphy: appena abbiamo pensato di riprendere ad andare al cinema o a teatro, ecco che la Princi ci blocca con l’influenza, poi con i denti (non in senso letterale, ovvio) e malanni vari aleggiano su casa C. Poi, maledizione, c’è il senso di colpa: sicuri che una volta fuori saremmo solo Lui e io e non anche…l’altra? Tutti ce lo dicono e pure noi ci pensiamo: avremmo bisogno di un po’ di tempo da soli. Ma mi sento così tremenda anche solo a pensarci, a percepirla (come ogni tanto capita) come un peso che non ci permette di fare più le stesse cose di prima o almeno a non farle come prima. Ma poi la vedo sorridere e rimane solo la felicità che ci sia.
Bacini, strofinacci, pancini
In queste settimane la Princi ci stupisce ogni giorno con una nuova app. Quella più divertente è la app delle pulizie: cerca uno strofinaccio e mi imita mentre spolvero, pulisco il frigo o il pavimento, cerca di caricare la lavatrice, mi aiuta a svuotare la lavastoviglie, passa le mollette della biancheria quando si stende.
E Mr. Billy la aiuta ad aiutarci.
Poi c’è la app del pericolo: finge di accostare la manina alla stufa o la sfiora appena e se la porta immediatamente alla faccia con un’espressione che vale “Uh, come scotta!”. Quindi viene la app del lettone: sedute a fianco sul lettone, le chiedo se è stanca come la mamma e, al tre, ci buttiamo all’indietro insieme. Insieme a Lui ha messo a punto la app della lettura: al mattino e la sera quando beve il biberon della staffa, inizia a indicare i libri sullo scaffale chiedendo di prenderli per sfogliarli (principalmente i suoi, ma non è detto). E allora inizia la serie del “dov’è il bau? Dov’è la mucca? Dov’è cra cra? Come fa la gallina?” E se è in giornata buona ci azzecca.
 
La app però più dolce e gratificante è quella del bacino, che usa solo con la mamma. Ha iniziato quando la cambio e la metto in piedi sul fasciatoio, faccia allo specchio (dove si rimira vanitosa) per avvicinarsi poi al mio viso e schioccarmi un bacio sulle labbra. Ma tutto può avvenire anche in modo inatteso: si avvicina rapida al mio viso, braccio, gamba, per mollarmi un baciotto rumoroso. E lo fa solo con me, anzi: in realtà anche io vengo dopo Mr. Billy.
 
E quasi dimenticavo la app informatica e quella del fitness, in cui la Princi mi allena agli affondi appoggiandosi alla spalliera del lettino..
Amiche come prima
Una delle cose più significative di questo periodo è stata lei: lei che ho ritrovato dopo un lungo silenzio. Lei che è sempre la stessa: piena di dubbi, di angosce da condividere, di parole giuste al momento giusto. Lei che era sempre lì e io in qualche momento ne ho dubitato. Fino a  quella notte: la notte in cui ho sognato che suo padre mi diceva che aveva bisogno di me. Ed era così. Allora sono cominciati giorni di what’s appate interminabili, di indecisioni da parte di entrambe sul vederci/non vederci. E quando ho suonato il campanello, la casa era sempre quella: quella delle feste di Capodanno messe su un po’ all’improvviso ma con tanta voglia di condividere qualcosa; quella fuori della quale rimanevamo a parlare ore, anche se di più erano le ore passate davanti al cancello di casa mia. L’unica stranezza era trovarsi lì, una di fronte all’altra, come se ci fossimo lasciate poche ore prima, e con un argomento di conversazione che non erano i ragazzi che mi guardano/non mi guardano, sembrano interessati/non lo sono, che facoltà sceglierò, che lavoro farò; ma erano i bambini: che ci sono/non ci sono, che li voglio/non li voglio. E detto da due ancora bambine suonava un po’ strano.
ComplePrinci
I preparativi proseguono. Complice la malattia e l’impossibilità alla fuga, sono riuscita a costringere Lui a condividere certe decisioni: che torta fare, cosa preparare, se e come farci aiutare dalle nonne. Purtroppo il grosso deve ancora venire nel senso che la fase operativa spetta tutta a me. Così, dopo aver gironzolato alla ricerca della sala, in questa settimana dovrò ottimizzare i tempi per sfruttare le ore libere dal lavoro e:


a)     andare a prenotare la torta;
b)     consegnare gli inviti (realizzati su internet e arrivati ieri);
c)     comprare le tovaglie di carta;
d)     comprare qualcosa di carnevalesco da indossare Lui e io in occasione del complePrinci;
e)     fare la spesa;
f)     preparare qualche addobbo.

Detto così pare poco, anche perché sicuramente mi è sfuggito qualcosa; ma dovrò incastrare il tutto con il normale lavoro più un lavoro supplementare in programma proprio questa settimana, più la gestione della Princi tra le nonne. Dimenticato qualcosa? Ah, sì: dovrei anche studiare. Ma questo al momento sembra essere un optional.

sabato 12 gennaio 2013

la sapienza delle mamme



Per la serie: una mamma lo sa.
O, meglio: una mamma, degna di essere tale, lo DEVE sapere.
Il suo faccino ingrugnito ha appena emesso il primo respiro fuori dalla navicella e una mamma SA come prenderlo in braccio, come cambiarlo, come e quando dargli da mangiare, come tenerlo per non farlo piangere. Passano i mesi e una mamma SA cos’ha quando piange senza motivo (e, data l’età, “ha le sue cose” non è una scusa convincente), come addormentarlo, con che pappa cominciare a fargli conoscere i mille gusti del mondo senza trasformare il pavimento della cucina in un campo arato a sputacchi di vario colore. Una mamma SA quanto pesantemente vestirlo, cosa fare alla prima febbre, se farlo uscire come dice il pediatra o rinserrarlo in casa come facevano a lei. Una mamma SA, oltre a queste poche, insignificanti cose, che ci sono una serie di appuntamenti sociali e feste di imprescindibile importanza per i bambini.
 


 

Ma questo è ciò che fa una mamma seria, una di quelle che, appunto, sa sempre dove mettere le mani, che decisioni prendere, etc, etc. Non una che si ricorda che siamo a Carnevale e cosa significhi questa parola solo perché ne sente parlare distrattamente da altri. Una mamma SA quali/dove/come sono le feste cui portare il pupo mascherato e ha magari scelto già da tempo da cosa camuffarlo.
 
 

 
E poi una mamma SA esattamente Cosa/come/dove/quando/chi/perché organizzare la prima festa di compleanno.
Panico.
Perché una mamma con i calzettoni non sa, invece, da che parte cominciare.
Sono sempre dell’idea che, al momento del parto e senza che Lui se ne accorgesse, l’ostetrica ha buttato via il manuale delle istruzioni e, assieme a questo, il manuale sul montaggio- smontaggio di accessori da bebè e giochi, il manuale sulla gestione delle occasioni sociali e, col tempo, chissà di quanti altri manuali sentirò la mancanza.

Inutile pensare ai compleanni di quand’ero bambina: oltre al fatto che si parla di anni luce fa, il mio compleanno cade all’approssimarsi della bella stagione e ho inoltre avuto la grandissima fortuna di trascorrere l’infanzia in una casa meravigliosa e spaziosissima, qualora il tempo non permettesse a una quindicina di bambini/e di scorrazzare in cortile. Quindi un compleanno al chiuso, d’inverno, non so quasi cosa sia: primo sforzo d’immaginazione. Secondo sforzo d’immaginazione: non avere alle spalle un sufficiente bagaglio di inviti a primi compleanni per pensare a come organizzarne uno.

Per fortuna ci sono internet e facebook. Oltre a idee generiche su cosa fare e cosa non fare (perché, è il monito di tutti i siti, la festa è per il polpettino/a e non per farsi belli agli occhi degli invitati), ci sono i gruppi di genitori del territorio che suggeriscono soluzioni e, soprattutto, possibili location.

Per il poco che ne abbiamo parlato assieme finora, Lui e io siamo stati d’accordo fin da subito di volere attorno a noi non solo le nostre famiglie ma anche gli amici: quelli storici e quelli incontrati di recente, quelli “di pancia” e quelli che ci sono stati accanto in questi dodici, specialissimi mesi. E se già limitandoci alle famiglie non saremmo riusciti a stipare trenta persone fra stufa, tavolo, tiragraffi felino e divano nel nostro salotto, alzandosi il numero l’impresa sarebbe stata veramente impossibile.

Tra le opzioni vagheggiate nei gruppi di mamme facebookiane, abbiamo (inutile dire che sia un plurale maiestatis) selezionato le sale parrocchiali.
Così, quando la vigilia di Natale sono andata con la Princi e la mamma-nonna a fare gli auguri a don R., gli ho chiesto la disponibilità dell’oratorio, subito concesso.

Bene.

Macchè: nella mia memoria ricordavo uno spazio angusto, una sorta di corridoio. No: ne dobbiamo assolutamente trovare un’altra. Stavolta il plurale non è più tanto maiestatis perché, ad accompagnarmi in questa avventura, è stata la nonna2 che ieri pomeriggio, dopo una serie infinita di «sì, vengo; no, rimandiamo», mi ha accompagnato in quello che si potrebbe chiamare il pellegrinaggio delle sette chiese. Tra sale già occupate («il 2 febbraio? Di che anno?»), sacerdoti basiti al sentire che per il primo compleanno di una bimba gli invitati siano quasi esclusivamente adulti (tranquilli: alcuni verranno accompagnati da neonati), frati che concedono le sale per feste ma non di venerdì, sabato e domenica (e quindi quando??) alla fine siamo tornati all’opzione uno.

Che, a pensarci bene, forse è quella più sensata. Non solo per motivi organizzativi (chè, anzi, l’allestimento dovrà essere portato a termine al tempo di record di un’ora), ma perché è lì che tutto è cominciato.

Lì sono cominciata io; poi siamo cominciati noi due; poi è cominciata la Princi. Impossibile, effettivamente, pensare a una diversa location.

domenica 6 gennaio 2013

bianco Natale





Terza notte in bianco.
E non perché qui nevichi. A meno che non si usi una metafora del tipo: ci è nevicata addosso una montagna di sfiga. Che però, per definizione, non è bianca ma nera



 
 
Già perché sembra che, dapprima, Babbo  Natale abbia letto la letterina in cui chiedevo di esentarmi da cenoni/pranzoni ansiogeni. Forse, però, avrei dovuto specificare il come avrei gradito che accadesse. Invece non l’ho fatto: e allora lui ha pensato bene di scaricare una slitta di sintomi influenzali e/o para influenzali e/o bronchiti variamente distribuite fra Lui, la mamma-nonna, gli zii-biszii.

Contemporaneamente ha peraltro letto la letterina in cui, a nome della Princi, gli chiedevo l’invio dei famigerati dentini: via twitter sarebbe stato preferibile piuttosto che in formato tridimensionale e al ritmo di due alla volta.
 
 
E qui, contraddicendo quanto ho scritto in esordio di post, sono iniziate le levatacce che risalgono appunto, più o meno, alla notte di Natale. Simile a Dracula, evidentemente solo di notte alla Princi crescevano i due dentoni superiori causandole diverse sveglie piangenti. Questo proprio all’indomani di un dialogo con Lui concluso con il mio commento giubilante: «La Princi è proprio brava: è proprio bello stare con lei». Per la serie: devo imparare a starmi zitta su tutte le questioni principesche.
 
 
Nel frattempo: si ammala la mamma-nonna, passano le feste senza aver potuto far indossare alla Princi la sua nuova mise da piccola Babbo Natale, viene Capodanno con una serie di buoni propositi del tipo “se domani è bello andiamo a  vedere il presepe di sabbia o quello a grandezza naturale”. Cosa che avremmo dovuto fare la mattina del 31 quando invece, come ho già scritto, mi son lasciata prendere dalla “sindrome della Desperate Housewife” perché “tanto se andiamo un altro giorno non cambia nulla mentre la casa, se non la pulisco oggi, non riesco a pulirla neppure domani perché lavoro” e quindi la Princi - strisciando dalla cucina al salotto - potrebbe trasformarsi in un gomitolo di polvere.
 
 

E invece, cazzarola, non farò più così, lo giuro solennemente: perché, posticipata la gita al venerdì mattina (il 4, per intenderci) veniamo bloccati da una febbre principesca. A distanza di neanche un mese eccoci di nuovo alle prese con salviette umidificate da usare prima che lei si strofini smoccolandosi tutto il viso (praticamente impossibile), con goccine da spruzzare nel naso creando un effetto annegamento, con supposte di  paracetamolo che oltre a instillarle il terrore del fasciatoio (alias: tavolo operatorio) riescono a fermare l’impennata del termometro solo momentaneamente.

Da giovedì sera oscilliamo fra i 39 e i 40 gradi: ovviamente in mezzo c’è stata una corsa dal pediatra che, dopo aver creato il panico sui possibili peggioramenti, ci ha detto solo di usare con parsimonia i medicinali e, se vediamo che lei lo gradisce, di portarla pure fuori.
 
 
Non ha parlato, ovviamente, delle conseguenze non mediche:
a)  a seconda del soggetto disponibile: mammite/babbite acuta che neppure la più volenterosa delle nonne riesce a sanare;
b)  conseguente sindrome del koala: nella fattispecie, la notte appena trascorsa la Princi e io l’abbiamo passata sul divano per garantire almeno qualche ora di sonno a Lui e vedere se anche lei sarebbe riuscita a riposare accoccolata sopra di me che, a mia volta, ero in posizione semisdraiata per tenerla un po’ sollevata in modo da evitarle la tosse;
c)  occhiaie a strascico, per allontanare le quali non sarà assolutamente sufficiente il buono per il trattamento viso regalatomi dalla mamma-nonna;
d)  memoria vieppiù ballerina e capacità di concentrazione sotto i minimi dei minimi storici: fattori che azzerano ulteriormente la già scarsa voglia di aprire i libri per il concorso.
 

Risvolto positivo è stata, però, la serata di ieri in cui  - come ho già avuto modo di raccontare - abbiamo sfidato la stanchezza trasformando l’invito a casa dei nonni in un invito catering a casa nostra: nel senso che, a metà pomeriggio, Lui è andato a prendere la Nonna2 con annessa vagonata di teglie. Il contenuto non è  stato interamente consumato quindi anche per la cena di stasera siamo a posto. Ma, soprattutto, è stato un piacere vedere la Princi che, nonostante la febbre in salita e un’abbondante dose di paracetamolo – si è scatenata senza sosta fino alle 22.30 divertendosi ad abbattere torri di Lego e a svuotare la borsa della zia Cucciolo. E pure lei deve essersi divertita se, sulla soglia di casa, ho dovuto ricordarle di lasciarci i pezzi di costruzioni che si era imboscata.



Finita la piacevole serata, è iniziata la notte da incubo, trascorsa con il piccolo marsupiale spalmato addosso mentre guardavo l’orologio della tv scandire ora dopo ora in attesa del fortunato momento in cui mi sarei alzata per porre fine a tale tortura. La stanchezza, gli sbadigli, la tensione si sono sciolti tutti assieme quando, attorno alle 8, sono stata richiamata in soggiorno da un miagolio e conseguente mugolio: nell’angolo del divano, Mr. Billy sorvegliava la Princi dall’alto lasciandosi poi catturare per essere strizzato e riempito di baci contraccambiati da abbondanti sleccazzate nell’orecchio. 37.2 ha segnato il termometro: ma il sorriso non più sdentato della Princi mi aveva già rassicurata cancellando nel contempo la fatica e la paura di questa notte.

sabato 5 gennaio 2013

cambiamenti febbrili


 



 

Oggi di studiare proprio non se ne parla.

Le ultime due notti le abbiamo passate sostanzialmente in bianco: complice la Princi che, dopo averci tenuto svegli per i dentini (e siamo a quota tre, forse quattro), è ora martoriata dalla febbre. Febbrona, a dire il vero dato che ha sin da subito superato i 39° e ieri mattina i 40°. Ma pare che questo concetto sia relativo e soggetto a mode come tanti altri: ciuccio sì/ciuccio no; dormire a pancia in giù/in su; allattamento a richiesta/a orario; quando introdurre latte/uova/altri alimenti potenzialmente “pericolosi” (aspetto che, in realtà, varia da pediatra a pediatra). E così la febbre della Princi si è trasformata in un affare di stato causa di malumori in famiglia. Perché se una volta con 37° non potevi uscire, ora con 39° - su espresso consiglio del pediatra - puoi farlo, anzi: ben venga. Ma è per questo che, da ieri, la mamma-nonna mi parla controvoglia perché ai miei tempi, forse sollecitata dalla nonna-bisnonna, mi intabarrava e sigillava in casa tenendomici per precauzione almeno due giorni dopo la febbre. Ma, come le dico sempre, io ero un pollo. O forse quella volta andava di moda così.
 
Fatto sta che la febbre della Princi giunge a coronamento di due settimane di feste natalizie da incorniciare. Influenze e sintomi para influenzali l’hanno fatta da padrone ma, a discarico di tutto, c’è il fatto che – come ho già scritto – lei non potrà ricordarsi dei mancati festeggiamenti. Piuttosto, peccato che non possa ricordarsi di tutto il tempo trascorso con Lui, aspetto che purtroppo ha innescato in me profondi sensi di colpa (e ti pareva…) perché ci sono stati momenti in cui ho pensato di preferire fare i lavori di casa o cucinare invece che stare con lei. Ammetto che ho approfittato della situazione ma solo nel senso che magari ho evitato, come invece faccio di solito, di passare l’aspirapolvere legandone il filo al seggiolone per trascinarlo in ogni stanza, di spolverare regalandole uno straccio per abituarsi ai compiti della massaia e, qualche volta, ho evitato di farmi aiutare a fare il letto cosa che – peraltro – pare divertirla un sacco. Confesso però che a volte ho l’impressione di aver paura di rimanere da sola con lei, il terrore di non sapere cosa fare se non posso portarla fuori facendo così trascorrere più facilmente il tempo: e non è una sensazione che provo solo quando c’è Lui, ma è una sensazione che comunque mi disturba perché penso che mi faccia perdere qualcosa di lei.
 
Questi giorni hanno avuto, però, un risvolto positivo e inaspettato anche se desiderato: dopo l’incavolatura del 31, nonostante sia ancora un po’ malaticcio ed abbia per questo innescato una relazione con l’aerosol, Lui pare seriamente intenzionato a cambiare. Tanto che oggi, in vista dei nonni e degli zii a cena (cena che, per essere onesti, sarà un catering della nonna2) ha già pulito gran parte della casa (bagno e cucina, bisognosi di cure più particolari, esclusi). Beh, a dirla così sembra che abitiamo in un castello di venti stanze.

Ma significa molto il gesto. Soprattutto, significa molto il fatto che sia riuscito a fare i lavori in compagnia della Princi; a cui pare abbia fatto cavalcare l’aspirapolvere. Mi domando a che compito siano stati delegati Mr. Billy e il Signor Degas, ma sorvolerò. Il gesto, dicevo. L’obiettivo di tutto ciò è cercare di alleggerirmi e magari di farmi riposare: se questo secondo fine è impossibile da raggiungere dato il mio noto modo di agire e pensare degno di un caterpillar, queste sue premure sono comunque apprezzabili e oltremodo gradite. E quando gli ho detto di sentirmi in colpa per aver abdicato dal ruolo di mammatuttofare, la risposta – logica e immediata – è stata: «Tanto da lunedì te le cucchi tu di nuovo».
 

Vero. Da un lato non vedo l’ora di recuperare un tran tran che, purtroppo, non durerà a lungo causa seri e giustificati motivi; d’altro canto, nella quotidianità ci sarà la new entry dell’incastro di qualche ora di aerobica.

Probabilmente mi ritroverò in palestra con ciabatte e traversina per lavare i piatti, a casa laverò i principeschi panni a suon di flessioni, mi presenterò al lavoro in pigiama e quando affronterò il concorso mi ritroverò a cantare “Il coccodrillo come fa” o la sigla di “Un posto al sole”, cavallo di battaglia capace di sedare la Princi in queste giornate febbrili e frignose.

giovedì 3 gennaio 2013

questione di allenamento


Il rientro in palestra è stato dignitoso: per lo meno non sono collassata a terra come temevo e come, peraltro, è successo in passato per aver troppo tirato la corda.

Sensazioni strAne hanno  accompagnato questo ritorno: per certi versi, era come se non avessi mai smesso, con persone che avevo lasciato lì e lì ho ritrovato e che non si sono stupite del fatto che sia mancata per tanto tempo: e questo, in realtà, devo ancora capire se sia un bene o un male.

D’altronde l’ultima volta che avevo varcato la soglia della palestra per me e non per far sguazzare la pesciolina in piscina è stato una vita fa, anzi, un paio di vite fa.

C’è stato il periodo a.P. (ante Princi), in cui mi sottoponevo ad allenamenti intensivi anche tutti i giorni e tutti i giorni incontravo persone a cui pensavo stamattina mentre cercavo di sentire gli addominali e non cadere gambe all’aria durante gli affondi. Ed era il periodo del dottorato, della stesura della tesi, dello sfinimento in palestra dettato in primis sempre  – lo ammetto –  dal mio perverso rapporto con il mio corpo, ma anche dal fatto che, viva Dio, dopo ore passate al computer a guardare ritratti ammiccanti ma muti volevo scambiare qualche parola con un viso in carne e ossa.

Poi c’è stato il periodo dell’ a. P2: che non è una loggia massonica ma il momento sempre ante Princi quando già stava crescendo il meloncino. E allora per alcuni mesi mi sono dedicata alla ginnastica con gli attrezzi (rischiando peraltro di diventare vittima di un giovane stalker che non aveva ancora notato alcuna protuberanza) poi, dopo l’estate, sono passata alla piscina dove ho incontrato tante giovani, simpatiche “mamme-nonne” per le quali la Princi e io siamo diventate le mascotte.

E quando stamattina mi guardavo allo specchio, oltre ad aver notato che la mia parte alta è oltremodo scarna (e questo l’ho notato con sottile soddisfazione) e quella sotto è…più o meno come sempre (certo: da vestita…), faticavo a compiere il passaggio da ragazzina-ragazza-donna-donna sposata che pratica sport a quello di mamma-con-Princi-a-casa-che-l’aspetta-che-pratica-sport.
 

A proposito della Princi, lei dal canto suo continua ad allenarsi: pensavamo (e, diciamo la verità: speravo) che appena comprate le scarpette serie (non, cioè, quelle senza suola da usare solo per figura) iniziasse a camminare davvero. Invece, dopo aver timidamente abbozzato due passi in autonomia il 26 dicembre fra l’ammirazione generale, ora non ne vuol proprio sapere.

Anzi: con le scarpe nuove si è irrigidita. Quando cammina sembra Gambadilegno, un po’ perché tiene le gambe dritte a mo’ di Pinocchio, un po’ perché la suola a contatto con il pavimento produce un rumore legnoso. Effettivamente le scarpe pesano: e la Princi sembra portarsi dietro due massi di pietra muovendosi di conseguenza.

Per il resto i suoi progressi sono costanti ma sempre contrassegnati da una serie di “stop and go”: non sono ancora, come ho imparato al liceo, degli “ktema eis aei”, alias possessi per sempre.

«Princi dov’è il tuo panciotto?» Lo fa vedere orgogliosa; per un giorno, poi basta.

«Princi dove sono i tuoi occhi?» Si infilza una volta, poi una volta acceca te e fine.

«Princi dove sono le orecchie?» Se le stura ben bene a richiesta e poi dimentica dove sono.

Oggi è stata la volta della clementina: «Princi, vuoi la clementina?». Sorride e alza il sopracciglio in segno di assenso; incalzata fa di sì con la testa. Ma vediamo se domani lo farà ancora. In questo caso immagino di sì: la sua passione per la tavola credo sia più forte del “domani è un altro giorno”.

mercoledì 2 gennaio 2013

cronache di capodanno


Bene: le feste sono ormai al giro di boa. Beh, magari per noi non proprio dato che dalla prossima settimana comincia il tour de force dei compleanni che coinvolgono tutte e tre le nostre famiglie.
 
Però per placare i miei soliti pensieri, ricomincerò anche a frequentare la palestra, spero, e spero da domattina: e spero di rimanere in piedi fino alla fine della lezione in modo da poter urlare “Adriana!” all’ultimo scalino di casa.

Comunque sono state feste strane, costellate di influenze o pseudo tali che ci han fatto trascorrere giornate indubbiamente diverse da come preventivato e paventato. Avrei voluto il Natale perfetto perché era il primo della Princi ma mi consola il fatto che, se anche fosse stato perfetto, lei non se lo sarebbe ricordato. Quindi ora puntiamo all’ottimizzazione dei festeggiamenti per il suo primo comple-Princi.

A parte le questioni sanitarie, sono state delle feste strane perché continuavo a pensare a come ero ed eravamo un anno prima: profughi a casa della mamma-nonna, preda dell’incertezza sulla possibilità di rientrare in casa in tempo per la fuga in ospedale, vittime (anzi: vittima) dell’ansia su quando e come si sarebbe compiuto l’allunaggio.

Abbiamo così sfiorato il paradosso quando abbiam deciso di trascorrere il Capodanno come dodici mesi fa. Non avendo altre prospettive all’orizzonte e dopo aver confessato quanto mi fosse piaciuto vedere i fuochi in piazza (cosa che non facevo e facevamo forse dall’anno in cui ci siamo fidanzati, quindi un enormità di anni luce fa) Lui mi ha proposto di trasferirci per un giorno di nuovo dalla mamma-nonna, ovviamente gongolante per la proposta.

Il 31 dicembre, però, rischiava di naufragare miseramente contro il mio malumore. E’ vero, riconosco di aver sbagliato e aver reiterato un modus vivendi tipico di casa mia: prima il dovere, poi (forse) il piacere. E così, nonostante avessi più volte tazzato l’anima sui presepi dei dintorni che saremmo potuti andar a vedere, ho finto di ignorare la splendida e calda mattinata di sole trincerandomi dietro la polvere che rotolava per casa. E iniziando a ramazzare, stirare (perché no, dato che c’ero?) e simulando la preparazione di un pranzo, almeno per la Princi. Ma sperando che Lui arrivasse a cavallo di un manico di scopa elettrica bianco e sfavillante per rapirmi da tanto grigiore.

Ora, i casi erano due:
a.      sentirmi in colpa per non aver assicurato una giornata divertente alla Princi e a tutti noi;
b.      sentirmi in colpa perché la Princi raccoglieva da terra gomitoli grigiastri da usare al posto del Lego.
 

Ma, peraltro, i casi erano due anche in un altro senso: cioè Lui, anziché tornare a sedersi sul divano dopo avermi proposto di andare al mare a vedere i presepi di sabbia, si sarebbe potuto rimboccare le maniche e aiutarmi per finire prima. Invece l’unico lavoro che ha fatto è stato riordinare i giochi della Princi che, mezzo secondo dopo, si è premurata di spalmare nuovamente sul pavimento. Esempio di lavoro familiarmente inutile.

Poi, però, il riscatto: «Cosa dici se andiamo a pranzo fuori?».
Risposta incredibile, soprattutto perché scaturita immediatamente dalla mia bocca: «Ti dico di sì e che speravo me lo chiedessi»; più, ovviamente, tutta una tiritera di rimproveri per come si sarebbe potuto comportare, per cosa mi aspetterei da lui, etc. etc. etc.

Più o meno all’unisono decidiamo di vestire per la prima volta, forse la seconda, i panni dei genitori degeneri abbandonando la Princi dalla mamma-nonna, andando finalmente a provare il fast food che ha aperto già un anno fa (e qui, però, mi son giocata lo stomaco per tutto il giorno dopo). Recuperiamo però, subito dopo, con una passeggiata con Princi e mamma-nonna, spesa, puntatina a casa per sistemare le vettovaglie per Mr. Billy e il signor Degas, ritorno dalla Princi per il suo primo cenone. Poi, come un anno fa, prepariamo una cena veloce e un po’ arruffata, ci mettiamo a vedere la tv nella mia vecchia cameretta: gli Aristogatti, visti anche lo scorso anno, con l’unica differenza che – a Lui che russa e alla mamma-nonna mugolante – continuo a ripetere quanto ne andrebbe pazza la Princi.

A mezz’ora dall’inizio, partiamo per andare a vedere i fuochi: cavolo, forse è vero che in gravidanza si ha meno freddo, ho i piedi come Mr. Frost e se non fosse che già ho lo stomaco in subbuglio mi berrei volentieri un brulè. Però è tutto bello e strano: strano sapere che eravamo lì in tre a saltellare l’anno prima e che ora invece il meloncino scatenato è quello che ritroveremo nel lettino… addormentato… si spera…
 

E infatti quando torniamo a casa il piccolo uragano dorme ma dopo solo tre ore caccia un urlo di quelli che ormai da una settimana interrompono le nostre (più le mie, a essere onesti) notti. Poi, alle 6, altro acuto che mi fa decidere di alzarmi e prepararle il latte nella speranza di riaddormentarla: stesa nel lettone; sopra di me; di fianco a me; sempre più vicino a Lui; più vicino a me; in braccio passeggiando… Ok, ci alziamo.

E poco dopo si alzano anche la mamma-nonna e la nonna-bisnonna che solo una volta annuncia «Vabbè, io me ne torno a letto» per poi lasciarsi travolgere dallo spirito mattiniero della Princi. Che, poco dopo, ci regala la prima super-mega cacchina dell’anno, vanificando il proposito di farle fare un super bagnetto con bestie varie nella vasca perché, messa com’è, ha bisogno di una pulizia immediata.
 

Il resto è stato un miscuglio di past and present: con la mente pensavo all’anno prima ma, con il resto del corpo, correvo dietro a una pallina che si strofinava lungo il corridoio, si agganciava al letto della nonna-bisnonna e, fingendo che fosse una sbarra, iniziava a fare una serie di relevè e pliè per riposarsi poi seduta in poltrona a sfogliare i miei vecchi Topolino. Senza dimenticare di guardare, come da tradizione, il concerto di Capodanno: solo che stavolta, in prima fila, c’era lei, affascinata non so se più dalla musica o dalle evoluzioni di Roberto Bolle ma, in entrambi i casi, spassosissima.

Altra novità rispetto all’anno scorso è stata correre a lavorare: ma è stato un pomeriggio piacevole, con il consueto entra-esci di persone stupite che si debba pagare un biglietto per visitare un museo, un gruppetto di visitatori interessati e qualche pagina di diritto mandata a memoria: e forse, dopo la Princi, è proprio quest’ultima la grande novità che mi riguarda.

P.s: per la serie chi ben comincia, oggi, invece, il diritto non è stato toccato con alcun profitto. Vabbè, tanto per rimanere in tema di proverbi, applicherò allo studio il motto Festina lente.