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lunedì 11 novembre 2013

di scuola guida, mostri a 4 ruote e Peter Pan


Sabato ho iniziato la scuola guida.
Inteso: la scuola guida per l’auto nuova. Perché quando tv e giornali proclamano che i secondi, terzi, …, quindicesimi figli costano meno del primo non mettono in conto le sovrastrutture, intese proprio come quelle che stanno sopra la testa. Vale a dire: casa e auto. Perché se una coppia vive in un monolocale già alla prima cicogna si impone un ripensamento logistico, figurarsi quando gli allunaggi moltiplicano. E lo stesso per la macchina. Nel nostro caso a essere sacrificata è stata Clementina, la 600 grigia che è stata la mia prima auto: quella che inizialmente abbiamo preso per farmi uscire dall’isolamento del paesino dove viviamo per trasportarmi al corso di beni culturali, che poi mi ha accompagnata a lavorare ai musei di Udine, che mi ha portata ai seminari del dottorato a Trieste, che ci ha confortati negli angosciosi viaggi all’ospedale. E non l’ho nemmeno salutata. Ed è finita nelle mani in cui non l’avrei mai data. Povera Clem.
Al suo posto e a fare compagnia alla C3 Maggie è arrivato un “mostro”: una Mazda 5, molto più lunga (e il rodaggio parcheggi dev’essere ancora sperimentato, ahinoi!) e confortevole, adatta a ospitare una Pulci con carrozzina, poi ovetto, poi passeggino e seggiolino e una Princi con eventuale biciclettina, seggiolino pure lei e – quando sarà tempo di vacanze – tutto il minimo necessario per accompagnarci, racchiuso in 15/20 valige ben stipate.
L’arrivo della nuova auto, a cui dev’essere ancora trovato un nome adeguato, è stato preceduto e accompagnato da un clima di attesa che, da parte di Lui, credo sia più forte di quello che ha caratterizzato e sta caratterizzando l’allunaggio della Princi e della Pulci. Vabbè: è uomo, si potrà obiettare. Ma mai finora si era intrippato tanto per un’auto che, fra l’altro, all’inizio non voleva.

E qui è scattata la prima scoperta: perché sono stata io a ventilargli la necessità di un mezzo di trasporto più grande, rimanendo inascoltata finchè non è intervenuta la nonna-suocera. Ed è così che ho visto confermate le mie supposizioni sulla persistenza di un complesso di Edipo non risolto, affiorato più e più volte in questi mesi (ultimo caso: la questione taglio di capelli della Princi. La mia proposta, costantemente bollata come stupida, veniva ascoltata con dedizione se proveniente da altre labbra: tanto poi avevo già deciso in autonomia e preso l’appuntamento). Ma dalla mitologia siamo passati alle favole vedendo spuntare un Peter Pan della cui esistenza ero ben certa. Il gioco è iniziato con la ricerca del concessionario e del modello più appropriato, il rimbalzo quotidiano di idee fra “prendiamo nuovo o usato?”, l’iscrizione alle “car alert” via mail, le riposte “Credo una Dacia” alla domanda “Cosa vuoi per cena?”, fino a piazzare la Princi davanti alla tv dopo due giorni in cui non la vedeva pur di consultare le offerte su internet. E questo mi ha fatta proprio incazzare.
Comunque poi ci siamo arrivati e martedì sera siamo andati, da soli, a provare l’auto, subito fermata e presa venerdì. Quasi tutti i nonni ci hanno già fatto un giro di prova, la Princi sembra entusiasta salvo quando, vedendo che a guidare ero iom, aveva una faccina piuttosto preoccupata: ma me la sono cavata bene. E se a confermarlo è stato Lui ci si può scommettere.

Ora Peter Pan potrebbe essere rientrato: e invece no. Perché c’è il libretto d’istruzioni da consultare ora per ora, le domande su quanto carburante tiene, l’installazione dei sensori di parcheggio (che nel mio caso, dopo avermi avvertita delle distanze da un metro in sotto con un semplice bip bip, concluderanno sempre con un “Mona! Hai toccato anche stavolta!”), la costruzione di una sorta di vano cassettone per preservare dallo sporco il mega bagagliaio.

Quanto durerà questa infatuazione? Ancora poco, ne sono certa. Se fosse fino all’arrivo della Pulci già mi stupirei.

giovedì 3 gennaio 2013

questione di allenamento


Il rientro in palestra è stato dignitoso: per lo meno non sono collassata a terra come temevo e come, peraltro, è successo in passato per aver troppo tirato la corda.

Sensazioni strAne hanno  accompagnato questo ritorno: per certi versi, era come se non avessi mai smesso, con persone che avevo lasciato lì e lì ho ritrovato e che non si sono stupite del fatto che sia mancata per tanto tempo: e questo, in realtà, devo ancora capire se sia un bene o un male.

D’altronde l’ultima volta che avevo varcato la soglia della palestra per me e non per far sguazzare la pesciolina in piscina è stato una vita fa, anzi, un paio di vite fa.

C’è stato il periodo a.P. (ante Princi), in cui mi sottoponevo ad allenamenti intensivi anche tutti i giorni e tutti i giorni incontravo persone a cui pensavo stamattina mentre cercavo di sentire gli addominali e non cadere gambe all’aria durante gli affondi. Ed era il periodo del dottorato, della stesura della tesi, dello sfinimento in palestra dettato in primis sempre  – lo ammetto –  dal mio perverso rapporto con il mio corpo, ma anche dal fatto che, viva Dio, dopo ore passate al computer a guardare ritratti ammiccanti ma muti volevo scambiare qualche parola con un viso in carne e ossa.

Poi c’è stato il periodo dell’ a. P2: che non è una loggia massonica ma il momento sempre ante Princi quando già stava crescendo il meloncino. E allora per alcuni mesi mi sono dedicata alla ginnastica con gli attrezzi (rischiando peraltro di diventare vittima di un giovane stalker che non aveva ancora notato alcuna protuberanza) poi, dopo l’estate, sono passata alla piscina dove ho incontrato tante giovani, simpatiche “mamme-nonne” per le quali la Princi e io siamo diventate le mascotte.

E quando stamattina mi guardavo allo specchio, oltre ad aver notato che la mia parte alta è oltremodo scarna (e questo l’ho notato con sottile soddisfazione) e quella sotto è…più o meno come sempre (certo: da vestita…), faticavo a compiere il passaggio da ragazzina-ragazza-donna-donna sposata che pratica sport a quello di mamma-con-Princi-a-casa-che-l’aspetta-che-pratica-sport.
 

A proposito della Princi, lei dal canto suo continua ad allenarsi: pensavamo (e, diciamo la verità: speravo) che appena comprate le scarpette serie (non, cioè, quelle senza suola da usare solo per figura) iniziasse a camminare davvero. Invece, dopo aver timidamente abbozzato due passi in autonomia il 26 dicembre fra l’ammirazione generale, ora non ne vuol proprio sapere.

Anzi: con le scarpe nuove si è irrigidita. Quando cammina sembra Gambadilegno, un po’ perché tiene le gambe dritte a mo’ di Pinocchio, un po’ perché la suola a contatto con il pavimento produce un rumore legnoso. Effettivamente le scarpe pesano: e la Princi sembra portarsi dietro due massi di pietra muovendosi di conseguenza.

Per il resto i suoi progressi sono costanti ma sempre contrassegnati da una serie di “stop and go”: non sono ancora, come ho imparato al liceo, degli “ktema eis aei”, alias possessi per sempre.

«Princi dov’è il tuo panciotto?» Lo fa vedere orgogliosa; per un giorno, poi basta.

«Princi dove sono i tuoi occhi?» Si infilza una volta, poi una volta acceca te e fine.

«Princi dove sono le orecchie?» Se le stura ben bene a richiesta e poi dimentica dove sono.

Oggi è stata la volta della clementina: «Princi, vuoi la clementina?». Sorride e alza il sopracciglio in segno di assenso; incalzata fa di sì con la testa. Ma vediamo se domani lo farà ancora. In questo caso immagino di sì: la sua passione per la tavola credo sia più forte del “domani è un altro giorno”.