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sabato 25 maggio 2019

calze-anno

Solo pochi giorni fa mi sono resa conto di non scrivere da tantissimo e di aver glissato anche il compleanno della Pulci.
Poverina. Bistrattata anche sul blog da questa mamma che ultimamente sta annaspando.
A far la mamma.
A far la moglie.
A fare la figlia.
A lavorare.
A pulire casa.
A concentrarsi.
A trovare la propria strada. Come direbbe il clan di “Amici miei”, trovare la propria strada «(...) a --- anni sonati!»: assurdo, mi rendo conto.
Per quanto riguarda la Pulci, spero di riuscire a recuperare non con uno ma duecento post solo su di lei: se ne meriterebbe anche più tanto è buffa, dolce, spontanea.
Oggi però riprendo a scrivere perchè, a proposito di compleanni, tra poco sarà il mio. E c'è poco da dire: nonostante finga disinteresse, mi riprometta di farlo passare sotto silenzio, cerchi di minimizzarne l'importanza, in realtà per il mio compleanno farei suonare la fanfara.
A dispetto dell'età ormai oltremodo adulta, per me il compleanno è ancora quello trascorso in cortile a giocare con gli amici.
Quello in cui la mamma mi da il buongiorno facendomi trovare un vasetto con una rosa appena colta da uno dei cespugli del nostro giardino.
In cui aiuto la mamma a riempire i panini al latte.
Corro, gioco a nascondino, calcio e pallavolo dal primo pomeriggio a sera, senza soste che non siano quelle per bere o mangiare la torta.
Quello in cui ci mettiamo in posa quando si spengono le candeline e la mamma scatta altre foto bloccandoci dai nostri giochi.
Per me il compleanno è festa.
È stare tutti insieme e adesso siamo ancora più di sempre perchè si sono ricomposti tutti i pezzi di una famiglia sempre più vasta e pazza, sono tornati amici del passato, si sono aggiunti nuovi amici nostri e delle bimbe.
E poi adesso il compleanno è il “Sabato del villaggio”: preparare tante cose, dare spazio alla mia voglia di prendermi cura degli altri coccolandoli anche nella vista con stuzzichini ben disposti, cercare di indovinare chi sarà il primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene.
Ma è pure “La sera del dì di festa”: chiusa la porta, il momento di risistemare aiuta a metabolizzare emozioni, parole, visi, espressioni per impacchettarle e sistemarle in un cassettino da aprire all'occorrenza.
Il mio compleanno, ma anche quello di chi mi circonda, è un evento da preparare con anticipo e attenzione: anche in questo caso, un sintomo di quel prendersi cura di me che soprattutto ultimamente faccio tanto di rado.
E allora lasciatemi tuffare in questi ultimi preparativi e nell'organizzazione della vera giornata del compleanno insieme alle mie piccole: un pregio delle elezioni di quest'anno è che la Princi sarà a casa da scuola e quindi mi tengo anche la Pulci e ho intenzione di passare metà giornata solo con e per loro. Solo con e per noi. Come non succede da troppo tempo.
E di sera allarghiamo la cerchia, ma di poco: Lui e la mamma-nonna. E, ovviamente, una bella pizza.

domenica 1 luglio 2018

l'anno che è passato

È già trascorso un anno.
Un anno di scuola, di asilo, di casa nuova. 

Sono già trascorsi quarant'anni: di malinconie, difficoltà, malumori, solitudini, felicità, sorrisi, gioia, soddisfazioni. Il mio pessimismo di fondo bene è espresso dalle emozioni elencate per prime.

Era più o meno un mese che avrei voluto riprendere in mano il blog per lascare alle belve una testimonianza di questo compleanno tanto importante.
Alla mostra Gorizia Magica la scorsa estate
Il primo a cifra tonda insieme a loro.
Poi ci si sono messe le interferenze dell'anno che si stava compiendo, con le recite, gli spettacoli, i saggi, le feste finali.
E, oggi, festeggiamo pure il primo anno di vita a Gorizia.
Ci pensavo oggi, leggendo i molti – a mio avviso: scandalosamente troppi – commenti razzisti sui migranti. Senza dubbio uno dei motivi per cui sono felice di esserci trasferiti è il fatto che entrambe le bimbe abbiano delle classi con molti compagni stranieri. Impensabile a oggi immaginare un mondo chiuso, altrettano inconcepibile sparare sentenze su chi è diverso, dato poi che i diversi, in qualsiasi momento della vita e in qualsiasi circostanza, possiamo essere noi. Poi: diverso da chi e da cosa? Mi torna spesso in mente Shakespeare: «Ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano? Se ci ferite noi non sanguiniamo? Se ci solleticate, noi non ridiamo? Se ci avvelenate noi non moriamo? E se ci fate un torto, non ci vendicheremo?»

Certo tutto questo pone dei problemi: rispondere alle domande che la Princi quotidianamente mi sottopone anche in orari in cui manca la lucidità è davvero una bella sfida. Ma fa parte del gioco della sua curiosità, che è uno dei lati più preziosi del suo carattere.
L'anno scolastico appena concluso ci ha rivelato molte sorprese ed è stato ricco di emozioni.
Il primo giorno di scuola
Adesso è obiettivamente troppo presto per riuscirci a cuor leggero, ma tra qualche anno sono certa che rideremo dei pomeriggi alle prese con i compiti, a cui talvolta hanno preso parte anche i miei colleghi sollecitati dai dubbi che mi venivano sottoposti via whatsApp dalla nonna e che davano l'avvio a disperate ricerche su internet sulle caratteristiche dei frutti di stagione.
Ero certa che l'apprendimento non sarebbe stato un problema ma che qualche difficoltà in più l'avrebbe posta la sua sensibilità, per cui non me ne voglia la Princi, ma le sorprese maggiori ce le ha riservate la Pulci.

La gioia dei primi giorni dell'anno
Zitta zitta si è inserita senza problemi chiedendo dopo un paio di mesi di fermarsi a scuola fino al pomeriggio, cosa che la Princi aveva sempre vissuto come una punizione. E altrettanto in silenzio ci ha stupiti con i suoi disegni e lavoretti che, una volta a casa, ha replicato riempiendo il salotto di frammenti di carta, palline di skotch appiccicoso, scie di forbici, binari di pennarelli/matite/smalti per unghie usati come colori. E poi le lezioni di educazione stradale che impartiva durante le passeggiate, i resoconti dei libri letti dal signor M.F., rigorosamente citato con nome e cognome tanto da diventare "uno di casa", i primi fidanzatini soggetti a quotidiani aggiornamenti, i racconti su Pozzallo con i suoi due mari, il "cattello" e il "pesse" che se non lo mangi non ci puoi andare.

Come spesso accade, purtroppo, della vita ti rendi conto quando è gia passata, talmente sei risucchiato dalla routine e dai ritmi del "fai colazione/lavati i denti/vestiti/metti il giubbotto/sali in auto/bacio ci vediamo dopo/avanti: siediti e mangia/apri il quaderno/infila le scarpe/prima portiamo la Pulci a ginnastica/cambia le scarpe per pallavolo/sì, la doccia va fatta con i capelli/preparo la cena/mangiate la verdura/ok, potete un po' di cartoni/fate la pipì/infilatevi nel letto/buonanotte.

So di avervi messo ansia in molti momenti, altrettanta è quella che ho provato nel sapervi a contatto con sfide tanto grandi. È stato un banco di prova per tutti. Spero solo che mi abbiate creduta le volte in cui vi ho detto, fra un urlo e l'altro, quanto fossi orgogliosa di voi.

mercoledì 14 febbraio 2018

Quattro anni di troppo poco amore

Non avrei potuto terminare la giornata senza scriverti quanto ti amo. Quanto ti ho desiderata, amata fin dal primo momento ma anche temuta: perchè eri una piccola rivoluzione in una routine già rodata di pannolini, passeggini, sorrisi. E a te so di averne dati troppo pochi, di sorrisi, abbracci e coccole, per il timore di farne perdere a chi ti aveva preceduta.

Ma tu sei Emma di nome e di fatto: una guerriera che dalla trisnonna ha ereditato il carattere tosto amplificando la dolcezza che mi dimostrava quando la accompagnavo in camera per il riposo pomeridiano.

Vorrei averti stretta di più, coccolata di più, guardato sempre con dolcezza e ora penso spesso che sia troppo tardi: perchè i tuoi capricci e la tua intraprendenza mi fanno scordare l'amore, la comprensione, la tenerezza e il bisogno che hai di stare insieme.
Poi però arriva sempre il momento in cui mi guardi e ti fisso anche io: in quegli occhi in cui ci si può perdere per ritrovarci tutto il bene che ci vuoi.
La tua tenerezza, che esprimi nei tuoi inaspettati ma frequenti «Mamma, ti voglio tanto bene!» o nelle volte in cui cedi di fronte alle richieste dispotiche di tua sorella per giocare a ciò che vuole lei o mangiare solo lei qualcosa.

Mi chiedo come e quando tu sia diventata così, dove siano andati questi quattro anni: perchè mi sembra di non ricordare nemmeno una delle volte in cui ti ho cambiata, vestita o fatto il bagnetto, troppo presa com'ero dal cercare di non dispensare cumuli di affetto in una sola direzione.
Sei la gioia pura del tuo sguardo felice quando hai visto accendersi le luci di Natale in piazza. Sei le tue manine con le dita martoriate perchè sempre in bocca. Sei il ricciolo che ti esce dalla coda. Sei i capricci ogni mattina per mettere le scarpe di Frozen. Sei quella che «Se non fai la brava mamma ti riprende il soldino» e tu, con sguardo di sfida, apri il portamonete e mi allunghi lo spicciolo sul tavolo. Sei “lamarrone” (il marrone), “anto” (alto), “siuaua” (chihuaua), “sarfofago” (sarcofago, perchè vieni trascinata nelle passioni di Sofia per gli egizi), "la maettra Bibiana" e “la mia sorella”, che dici con profondo, sincero e crescente orgoglio soprattutto nelle ultime settimane. Sei quella che risponde «se (=c'è) caccosa che non mi convinse» quando ti ho chiesto se ti piace il corso di ginnastica.
Sei i tuoi disegni sempre più accurati e complicati nonostante spesso tu dica di non saperli fare. Sei il semaforo quasi sempre verde all'asilo e che quindi mi fa presagire tempesta a casa.

Sei il tormento di Degas, il punchball di Sofia, un pasticcio continuo, una pensata sempre nuova, una contestazione perenne, una testardissima peste.  
Ma sei Emma. E guai se non ci fossi.
Perchè San Valentino non avrebbe più senso senza di te.

venerdì 5 febbraio 2016

a carnevale, una festa non cale


Tanto per darmi la zappa sui piedi, in un periodo in cui vedo tutto nero (non so se perché sta riprendendo il giusto ciclo del ciclo, dopo anni di assenza: e magari non ci sono più abituata), ci si mette anche la festa di Princi e Briciolina.

Doveva essere l’evento dell’anno (senza nulla togliere al prossimo matrimonio dei cuginetti), preparato da almeno un mese e mezzo, pensato – nella testa della Princi ma pure nella mia – dal momento in cui abbiamo chiuso la porta dell’oratorio alla fine di quello del 2015.
Tema Frozen? Mia & me? Masha e Orso? Winx (dio ce ne scampi e liberi)? Gli argomenti si sono susseguiti a una velocità 2.0. Poi: decidere se fare una festa per ciascuna o un genetliaco cumulativo. Forse, se in questo cumulo avessimo compreso anche il compleLui e il complenonna avremmo avuto più successo.

Tenere tutto sotto controllo è difficile: riuscire a pensare a cosa preparare, dove festeggiare, come allestire, che giochi proporre, che musiche mandare in sottofondo... Ma il problema principale è quello che sembra più banale: quando festeggiare.
Quest’anno l’abbiamo presa brutta. Pur di avere la location abituale dei compleanni di tutti i compagni di scuola, pur di avere con noi parenti e amici che altrimenti avrebbero lavorato, abbiamo optato per la domenica. Giorno comodissimo per chi non lavora e pure per chi organizza.

Ma non abbiamo pensato al Carnevale. O meglio: ci ho pensato solo nel momento in cui, nei biglietti di invito, ho aggiunto la postilla sulla possibilità di venire in maschera, cosa che lo scorso anno era stata apprezzata.
E invece, quest’anno, le concomitanti sfilate e/o veglioni pomeridiani hanno la meglio, così come le possibilità di fuga dalla città incentivate dai seguenti tre giorni di chiusura delle scuole.
Quindi, uno alla volta, la maggior parte solo se sollecitati a confermare o meno la presenza, ha defezionato.

E quindi, zappa sui piedi per me.
Perché penso che forse avrei fatto bene se avessi consegnato gli inviti con maggiore anticipo.
Perché forse avrei dovuto ascoltare la Princi quando rispondeva «Sì!» a ogni nome dell’intero elenco dei bambini della scuola che le chiedevo se avessimo dovuto includere nella lista.
Perché, in un delirio di onnipotenza, penso che forse non vengono perché sono io a stare antipatica ai genitori.

E poi, al di là del risvolto positivo dato dalla conferma che ho fatto bene a non intraprendere la carriera di organizzatrice di eventi, scatta la ricerca di un piano B.
Ma non c’è.

Ti senti ancor peggio se ripensi alla figura barbina di sfilare davanti ai genitori per consegnare inviti sentendoti scrutata con un cipiglio «E perché mio figlio no?»: magari chi non ha ricevuto l’invito sarebbe venuto.
E pensi pure che avresti fatto davvero bene a invitare il bimbo la cui mamma oggi, in attesa dell’uscita dei pargoli, ti ha chiesto con vera preoccupazione «Come va?», “solo” perché ieri e oggi ti ha vista male. Unico “evento” di questi ultimi giorni ad avermi aperto il cuore. Una persona che si interessa a te e che, nella fretta, ha avuto il tempo di osservarti, capire che qualcosa non va e interessarsi.

Vabbè, ormai andrà come deve andare. Bene comunque, spero: perché chi ci sarà, ci sarà con il cuore. E perchè le nostre Elsa e Anna, o Sciacscia e Upo come dice Briciolina, ,festeggeranno comunque insieme. 

E perché comunque una delle principali preoccupazioni della Princi era avere i pop corn (e li avrà). Seconda preoccupazione, espressa mentre salivamo le scale: «Mamma, ma la festeggiata può mangiare?». «Certo! Anzi: può mangiare le cose più speciali. Preparerò un panino con un salame intero con sopra il tuo nome, che dici?».

Spero le basti per alleviare il disappunto di quando le ho detto che saremo meno del previsto. E, per cercare di compensare ulteriormente, la sera dopo ci sarà una nuova festa: il complenonna. Ancora non si sa con quanti partecipanti.

domenica 10 febbraio 2013

Comple-Princi: la festa


A una settimana di distanza dal ComplePrinci tante cose sono state dette, successe, fatte. Forse troppe. Sembra infatti sia già passato un secolo da quella frenetica, effervescente, adrenalinica giornata.
Comunque riprendiamo il filo da dove l’avevo lasciato: appeso cioè alla costosa pipì di Mr. Billy, al libretto della caldaia in perfetta regola, alla frigna della Princi.

 
Il giorno dopo, venerdì 1 febbraio: meno uno al P day.

Di buon mattino, la Princi e io ci trasferiamo a casa della Mamma-Nonna per ultimare i preparativi e per cominciarne degli altri. Vale a dire: corse forsennate in centro per gli acquisti last minute e avvio della preparazione del banchetto per l’indomani. Eccoci allora rotolare da un negozio all’altro per trovare dei Princi-collant che vadano bene con il Princi-dress: posto, peraltro, che le stia ancora l’abitino che ho in mente di metterle, acquistato alcuni mesi prima grazie ai punti accumulati con la lista nascita, senza l’idea di essere indossato per il complePrinci e, soprattutto, comprato da noi princi-genitori: così, almeno su questo punto, evitiamo le diatribe nonniche sul «perché le hai messo il vestito che le ha regalato quella nonna e non il mio?!».
Rientrate alla base, pranzo veloce (che, con la Princi, è un eufemismo poiché si estende dall’antipasto al dolce, in questo caso a base di frittelle di Carnevale alla crema, piastrocciata tutta addosso) e poi pisolo. Sì, ci sono riuscita: sono riuscita ad addormentarla. Ma… il suono del campanello la sveglia dopo venti minuti e nonostante un loop di “Donna Cannone”, “Raggio di sole” e altre de gregoriane canzoni, non riesco più a rimetterla nel lettino.
Per cui bisogna cominciare a preparare le creme per i tramezzini con lei sveglia. Con lei in piedi. Con lei, anzi, aggrappata alla gamba. Con lei che, per meglio dire, è aggrappata alla gamba, la testa sollevata verso di me a guardarmi piangendo per implorarmi di prenderla in braccio e nel frattempo tritare, sminuzzare, affettare con le dieci braccia supplementari che mi sono cresciute assieme al cocomero nei nove mesi che l’aspettavo. E la Mamma-Nonna deve andare a far la spesa per dare il suo contributo alla causa.
Perché, per fortuna, le tre nonne contribuiscono alla preparazione del Princi-banchetto.
Più tempestiva dell’Ansa, la Zia Cucciolo mi aggiorna infatti in tempo reale su come si stanno muovendo le cose nella cucina della Nonna3 e della Zia Inglese, già pronte a sfornare i primi dolci.


E vabbè: mi rassegno al pensiero che, di qui a stasera, riuscirò ad aprire solo una scatola di tonno. Ma avevo sottovalutato il fattore NB: la Nonna-Bisnonna. A un certo punto penso di piazzare la Princi nel seggiolone «Così puoi vedere quello che fa mamma». Ma dopo poco lei si scoccia, soprattutto del per non poter arraffare il prosciutto che le sta proprio davanti. Così la giro verso la tv (vabbè, non si dovrebbe dire e/o fare…) per metterla a fianco della Nonna-Bisnonna. E la Princi comincia a leggerle il suo libro. Anche perché lei ci prova ma «Cosa c’è qui? Il camion. E qui? Il gatto. E qui? Non lo so perché non ci vedo». Perfetto. E bellissimo da vedere: con la Princi che ride sguaiata quando la Nonna-Bisnonna si china e lei pensa che le stia facendo bubù-sette.

Sabato 2 febbraio: il Princi-day.

Bene: con la consapevolezza che metà delle cose sono già a casa della mamma-nonna, un quarto le portiamo stamattina e un quarto andranno dimenticate, partiamo. La macchina sembra la bianchina di Fantozzi caricata all’impossibile. E, tanto per gradire, c’è una pioggia con contorno di bora che quella di dodici mesi fa, al confronto, non era nulla. Ma sarà che io ero al calduccio in ospedale e non ho idea di quanto freddo facesse.

Arriviamo trovando la Mamma-Nonna ai fornelli, in pigiama, circondata di strudel salati e sfiduciata «Tanto noi saremo qui». «Perché?» «Perché la nonna-bisnonna è ancora a letto». Ma ci resta poco: la Princi va subito a tirarla fuori dalle coperte e almeno questa botta di pessimismo è risolta.

Punto 2: la sala. Lui e io andiamo in esplorazione per vedere se sia possibile cominciare con gli addobbi. Altrimenti dovremmo dare vita a uno spettacolo degno delle migliori comiche per montare festoni, pulire, preparare i tavoli, mettere fuori cibo e bevande: il tutto in un’ora. Per fortuna il ricreatorio è sgombro e riusciamo a dargli un’impronta da festa incipiente, a scaricare le bibite dall’auto per nasconderle nello sgabuzzino e a dare una ramazzata.

Bene. Tempo: mezzogiorno e mezza. Torniamo che la Princi ha già iniziato a pranzare. Mangiamo. La addormento. Tempo: due e mezza. «Lo spumante?» dice Lui. «Lo spumante?» penso io. So di averlo portato nei giorni scorsi ma dov’è? Con la Mamma-Nonna lo cerchiamo in ogni dove, pensiamo all’ipotesi che la Nonna-Bisnonna lo abbia bevuto di nascosto ma, caspita, erano sei bottiglie. «Vabbè, vado a comprarlo.» dice Lui, sempre più simile a Indiana Jones dato il tempo da lupi che si è sviluppato. «Vedrai che è rimasto nell’altra auto». Infatti.

Tempo: le tre. Devo ancora preparare i tramezzini. Lui li taglia e sistema sui vassoi, io ho addirittura il tempo di scompaginare la sua composizione e disporli in modo più decorativo. «Tutti qui?» dice Lui. Per fortuna: a fine serata dobbiamo costringere gli ultimi ospiti a uscire carichi di piatti abbondantemente riempiti di avanzi.
Con il pane da tramezzini infilato in ogni dove, con il cellulare incollato addosso per rispondere ai continui sms di aggiornamento sui preparativi della Zia Cucciolo mi vado a cambiare e ad aggiustare il trucco.
Pronti a partire. Pronti a sfidare la tempesta di pioggia. Pronti a falcidiare i 360 bambini che hanno appena finito l’ora di catechismo e non si decidono a uscire. Pronti a sfidare gli sguardi di diffidenza delle mamme perché non siamo del quartiere. Pronti a preparare tutto: i tavoli, i palloncini, l'area merenda per i piccoli, la zona under dodici (mesi) con coperta per rotolarsi.
Ok. Tempo: quattro e quaranta. Vado a prendere la Princi, la mamma-nonna e la nonna-bisnonna.
 
 
Il resto è impossibile da raccontare. Perché è impossibile ricreare le emozioni, i sorrisi, i baci, l’affetto, la felicità di quelle ore, in cui chissà se la Princi si rendeva conto di cosa stesse succedendo.
 
E’ impossibile ricreare i suoi urletti di gioia quando, circondata dai nostri - anzi: dai suoi – amici, spacchettava i mille regali in grazie ai quali per almeno sei mesi non dovrò più mettere piede in un negozio di abiti per bambini perché ci ha trovato un intero guardaroba primavera-estate. Che, peraltro, sono riuscita a sistemare sotto la sua attenta supervisione solo tre giorni dopo.
 
Impossibile anche descrivere la bontà della torta, stranamente avanzata come mai era successo finora e che – anche questo: mai successo finora – mi sono portata a casa mangiandone ancora una fetta prima di andare a dormire: ma me la meritavo. Impossibile parlare dell’eccitazione della Princi, che non riusciva ad addormentarsi tanta era la gioia che aveva vissuto. E che spero di poterle regalare ogni giorno. Perché a me i suoi sorrisi la regalano. Anche in settimane pesanti come quella appena conclusa.
 
 
 
 
domenica 3 febbraio: the day after.
 
Diciamolo sinceramente: ad essere stati messi a dura prova dal ComplePrinci non siamo stati solo noi ma tutta la casa. E nè noi nè la casa si sono ancora ripresi. Questa era la nostra cucina la mattina seguente. Mentre Winnie Pooh troneggia sul divano quando non accompagna la Princi nel seggiolone per essere debitamente ciucciato e permetterle di addormentarsi. I suoi numerosi libri nuovi hanno invaso lo scaffale dei miei affiancandosi a Pirandello e alla biografia di Picasso.
 
Ma, quello che conta, nella sua stanzetta - ancora sfitta - troverà posto l'album con le dediche ricordo di questa giornata. Sperando di poterle dare un'idea, per quanto infinitesimale, dell'affetto che l'ha circondata.
 
 

sabato 12 gennaio 2013

la sapienza delle mamme



Per la serie: una mamma lo sa.
O, meglio: una mamma, degna di essere tale, lo DEVE sapere.
Il suo faccino ingrugnito ha appena emesso il primo respiro fuori dalla navicella e una mamma SA come prenderlo in braccio, come cambiarlo, come e quando dargli da mangiare, come tenerlo per non farlo piangere. Passano i mesi e una mamma SA cos’ha quando piange senza motivo (e, data l’età, “ha le sue cose” non è una scusa convincente), come addormentarlo, con che pappa cominciare a fargli conoscere i mille gusti del mondo senza trasformare il pavimento della cucina in un campo arato a sputacchi di vario colore. Una mamma SA quanto pesantemente vestirlo, cosa fare alla prima febbre, se farlo uscire come dice il pediatra o rinserrarlo in casa come facevano a lei. Una mamma SA, oltre a queste poche, insignificanti cose, che ci sono una serie di appuntamenti sociali e feste di imprescindibile importanza per i bambini.
 


 

Ma questo è ciò che fa una mamma seria, una di quelle che, appunto, sa sempre dove mettere le mani, che decisioni prendere, etc, etc. Non una che si ricorda che siamo a Carnevale e cosa significhi questa parola solo perché ne sente parlare distrattamente da altri. Una mamma SA quali/dove/come sono le feste cui portare il pupo mascherato e ha magari scelto già da tempo da cosa camuffarlo.
 
 

 
E poi una mamma SA esattamente Cosa/come/dove/quando/chi/perché organizzare la prima festa di compleanno.
Panico.
Perché una mamma con i calzettoni non sa, invece, da che parte cominciare.
Sono sempre dell’idea che, al momento del parto e senza che Lui se ne accorgesse, l’ostetrica ha buttato via il manuale delle istruzioni e, assieme a questo, il manuale sul montaggio- smontaggio di accessori da bebè e giochi, il manuale sulla gestione delle occasioni sociali e, col tempo, chissà di quanti altri manuali sentirò la mancanza.

Inutile pensare ai compleanni di quand’ero bambina: oltre al fatto che si parla di anni luce fa, il mio compleanno cade all’approssimarsi della bella stagione e ho inoltre avuto la grandissima fortuna di trascorrere l’infanzia in una casa meravigliosa e spaziosissima, qualora il tempo non permettesse a una quindicina di bambini/e di scorrazzare in cortile. Quindi un compleanno al chiuso, d’inverno, non so quasi cosa sia: primo sforzo d’immaginazione. Secondo sforzo d’immaginazione: non avere alle spalle un sufficiente bagaglio di inviti a primi compleanni per pensare a come organizzarne uno.

Per fortuna ci sono internet e facebook. Oltre a idee generiche su cosa fare e cosa non fare (perché, è il monito di tutti i siti, la festa è per il polpettino/a e non per farsi belli agli occhi degli invitati), ci sono i gruppi di genitori del territorio che suggeriscono soluzioni e, soprattutto, possibili location.

Per il poco che ne abbiamo parlato assieme finora, Lui e io siamo stati d’accordo fin da subito di volere attorno a noi non solo le nostre famiglie ma anche gli amici: quelli storici e quelli incontrati di recente, quelli “di pancia” e quelli che ci sono stati accanto in questi dodici, specialissimi mesi. E se già limitandoci alle famiglie non saremmo riusciti a stipare trenta persone fra stufa, tavolo, tiragraffi felino e divano nel nostro salotto, alzandosi il numero l’impresa sarebbe stata veramente impossibile.

Tra le opzioni vagheggiate nei gruppi di mamme facebookiane, abbiamo (inutile dire che sia un plurale maiestatis) selezionato le sale parrocchiali.
Così, quando la vigilia di Natale sono andata con la Princi e la mamma-nonna a fare gli auguri a don R., gli ho chiesto la disponibilità dell’oratorio, subito concesso.

Bene.

Macchè: nella mia memoria ricordavo uno spazio angusto, una sorta di corridoio. No: ne dobbiamo assolutamente trovare un’altra. Stavolta il plurale non è più tanto maiestatis perché, ad accompagnarmi in questa avventura, è stata la nonna2 che ieri pomeriggio, dopo una serie infinita di «sì, vengo; no, rimandiamo», mi ha accompagnato in quello che si potrebbe chiamare il pellegrinaggio delle sette chiese. Tra sale già occupate («il 2 febbraio? Di che anno?»), sacerdoti basiti al sentire che per il primo compleanno di una bimba gli invitati siano quasi esclusivamente adulti (tranquilli: alcuni verranno accompagnati da neonati), frati che concedono le sale per feste ma non di venerdì, sabato e domenica (e quindi quando??) alla fine siamo tornati all’opzione uno.

Che, a pensarci bene, forse è quella più sensata. Non solo per motivi organizzativi (chè, anzi, l’allestimento dovrà essere portato a termine al tempo di record di un’ora), ma perché è lì che tutto è cominciato.

Lì sono cominciata io; poi siamo cominciati noi due; poi è cominciata la Princi. Impossibile, effettivamente, pensare a una diversa location.