venerdì 7 agosto 2015

Addio mobili (della cucina)

Senza dubbio dovrei fare altro: ma questo post ho iniziato a costruirlo nella mia testa ieri sera, anche se ancora non ho affrontato l’argomento “cambio - casa” in modo sistematico.



Ma oggi la cucina se ne va: e quanto mi è stato pesante non “salutarla” con un ultimo pranzo oggi, prima della dipartita. Purtroppo però il caos da sgombro che regna nella casa della mamma-nonna unito al caldo mi hanno sconsigliato questa avventura, se non altro per non stressarmi in conseguenza dell’irritabilità delle bimbe. D’altronde sono rare le volte in cui si riesce a salutare chi se ne va. Purtroppo.

E così, eccomi a salutare la cucina a modo mio: scrivendo. Sarà difficile pensare a “casa” senza di lei, avendola sempre vista al suo posto nonostante il suo posto – negli anni – sia cambiato più volte; e lei ha saputo adattarsi ai nuovi spazi, più piccoli o grandi che fossero, senza smettere mai di assolvere ai suoi compiti (eccezion fatta per la lavastoviglie). Quella cucina probabilmente ha visto i miei primi passi, sicuramente ha conosciuto i miei deliranti balletti del sabato sera a imitazione della Cuccarini e della Parisi. Sul suo tavolo ho imparato a leggere e ho fatto i miei primi compiti: “le forbici birichine”, che mi hanno vista insieme alla mamma e alla nonna china sui giornali a cercare dettagli simpatici per un collage. Quella cucina mi ha vista mangiare tutto e poi rifiutare ogni cosa, ha conosciuto le rare intemperanze del nonno, i pianti della zia arenata sui testi di psicologia, l’annuncio dell’arrivo di mio cugino. Sulla poltrona sistemata tra tavolo e mobili ha visto consumarsi e spegnersi chi se n’è andato e ha cercato di assorbire, a fatica, le lacrime di chi è rimasto.

Su quel tavolo ho festeggiato i miei compleanni più belli e anche quelli più brutti, non festeggiati ma semplicemente trascorsi. Di fronte a nonna ho discusso di amori, università e lì ho poggiato le mie tesi. Davanti a quei mobili sono passata con l’abito da sposa: e se hanno retto a tutto questo e a 37 anni di utilizzo, a malapena sono riusciti a mantenersi in forma a seguito delle scorribande di Princi e Briciolina: e l’arrivo della prima, guarda un po’, l’abbiamo annunciato proprio in cucina. In quella cucina nei cui mobili d’angolo mi nascondevo dopo aver tolto padelle e padelline; in quella cucina che ho tanto odiato quando odiavo ciò che conteneva. In quella cucina in cui la mamma e la nonna piegavano le lenzuola e avrei voluto tuffarmici dentro e dove, la mattina, eri sicuro che – alzandoti – avresti trovato la radio sintonizzata sulla Rai e la nonna che stirava. E io leggevo, forse per la centesima volta, uno dei Topolino custoditi nella cassapanca: e pensavo che nulla sarebbe mai cambiato e niente di brutto sarebbe mai potuto succedere. La cucina che, nel bene e nel male, con la tv sempre accesa anche se non c’era nessuno a guardarla, è comunque sempre stata il focolare di casa nostra.
Grazie per esserci stata, per avermi vista crescere e avermi dato l’impressione che tutto sarebbe stato solido, sempre e comunque.

Salutarti è un po’ come rendersi conto, una volta di più, che il tempo passa e devo farmene una ragione.

martedì 21 luglio 2015

cambio aria

Quanto mi manca scrivere qui sul blog! Sarebbe un modo per sfogare le tensioni cui inducono le due belve, i continui pensieri su “farò bene, farò male, chissà come fanno le altre”, un modo anche per fermarmi e rendermi conto una volta in più che sì, quella mamma che dà regole, mette in punizione, si intenerisce a vedere le sue bestioline giocare sono io. Purtroppo però il tempo è sempre poco, e continuo a chiedermi come facciano le altre mamme, che magari lavorano pure, a leggere o tenere aggiornato il proprio blog, a gestire mille profili/gruppi su facebook. Non so se abbiano tutte la governante: in momenti di scoramento per la mia incapacità a gestire più di tutto, mi convinco sia così.

Comunque al momento un “lavoro” ce l’ho pure. Ed è quello indicato dalla foto: lo svuotamento della casa di mamma per iniziarci i lavori di ampliamento in modo da trasferirci accanto a lei. E’ una soluzione che non ho ancora capito se e quanto mi piacerà. Al momento ho scoperto la soddisfazione che si prova nel riuscire a vendere ( o meglio: svendere) mobili e oggetti tramite la rete e l’incredibile senso di liberazione che mi regala andare in discarica a liberarmi di ciò che proprio non si vuol tenere; oltre alla soddisfazione di riuscire a viaggiare su e giù per le scale con scatoloni di peso pari al mio.
Le belve mi e ci fanno spazientire spesso in questa situazione, complice il caldo che le e ci innervosisce parecchio; ma in realtà sono piuttosto brave, considerando che non siamo ancora riusciti a imballarle, etichettarle o farle soccombere sotto i quintali di libri che spuntano da ogni dove.
Quotidianamente si presentano situazioni e pensieri che vorrei riportare qui e che formulo già pronti per essere postati: poi, purtroppo, ci sono le piccole da lavare, da costringere a far pipì e mangiare (la senior), da consolare se si tombolano a terra (junior), i pranzi e le cene da preparare, la casa da mantenere in un assetto umano e vivibile… e ogni tanto mi guardo allo specchio e penso che dovrei darmi un’occhiata in più.

mercoledì 6 maggio 2015

crescere

Uno degli ultimi disegni della Princi: la famiglia di Mulan

Al solito, dovrei fare altro: ma sono rimasta indietro di un troppo che urge in modo prepotente e che, in parte, è il motivo per cui ho tempo di scrivere.Oggi è infatti il secondo giorno in cui la Princi resta a scuola anche al pomeriggio. Bella roba, potrebbe dire qualcuno:la lasci di più proprio alla fine dell’anno. Il punto è proprio il lasciarla: cosa che se non avessi così tanta voglia di scrivere e se Briciolina non si fosse appena addormentata, correrei a prenderla. Ci pensavo già da tempo, all’eventualità di farle sperimentare pure il pomeriggio: ma dopo i mesi di malattia quasi ininterrotta, la ripresa è stata piuttosto difficoltosa e forse ne abbiamo degli strascichi nei frequenti risvegli notturni con finale salto nel lettone che ancora si stanno verificando ( e che ormai avvallo tacitamente per poter dormire almeno un po’). 
I guardiani della cameretta 
Poi però qualche settimana fa è comparso sulla vetrata d’ingresso l’annuncio di un laboratorio sul riciclo effettuato in tre pomeriggi: e allora l’idea ha preso più corpo, sostenuta anche dalla maestra S. secondo cui lasciandola in giornate normali c’era il rischio che si addormentasse visto che spesso, tornata a casa, se ne va da sola in cameretta per due ore di catalessi. Lo sciopero di ieri ha fatto anticipare il laboratorio di un giorno, a sorpresa: e così lunedì mattina mi sono trovata a decidere su due piedi, anche se a favore del tempo prolungato giocavano gli impegni che avevo e chi mi avrebbero costretta a delle corse per recuperarla senza mandare in crisi la mamma-nonna. Ed eccomi nell’atrio dell’asilo con lei davanti che se ne frega altamente di cosa le sto dicendo mentre io continuo a rassicurarla: «Amore, oggi farete un’opera d’arte, ma di pomeriggio, quindi la mamma viene a prenderti più tardi, va bene? Ok? E quando vengo sarà ora di merenda, non vengo subito dopo pranzo come sempre … vengo all’ora di merenda e magari andiamo a prendere il gelato.» Parola magica che risveglia la sua attenzione: subito inizia a richiamare bidella e compagni urlando «Dopo vado a prendere il gelato!!». E io che quasi quasi stavo per mettermi a piangere. Come starei per fare ora. Perchè mi sento una mamma degenere, come l’avessi abbandonata in mezzo alla strada anziché in un posto dove – tra l’altro – si diverte e si è divertita pure nel tempo prolungato. Perché sta crescendo troppo rapidamente, e non so se sono pronta.
La prossima volta che mi chinerò ad allacciarle le scarpe, alzandomi mi renderò conto che ha diciotto anni. E quella volta dirà seriamente di non sopportarmi come ha iniziato a fare quando è stizzita perché la rimprovero o perché è troppo stanca per addormentarsi. E chissà cosa dirà a quel tempo del mio modo di vestire (che chissà come sarà) visto che già ora mi critica se non metto la gonna o una maglia bella come la sua: che ad averne, di maglie belle come le sue, le metterei pure. È che ora comincio a non servirle più: e se finchè sei indispensabile non vedi l’ora che raggiungano l’autonomia, poi quando riescono a fare da soli, e te lo dicono pure, ci rimani male. E allora adesso, fra i mille momenti di corsa e i doveri della giornata, mi regalo ogni tanto qualche secondo per indugiare nei suoi occhioni, per cercare invano di fissare quello sguardo nella memoria dato perché spesso mi accorgo di aver dimenticato le sue espressioni di bimba più piccola.
Crescere: sta crescendo lei, stiamo crescendo noi come genitori e stiamo invecchiando come persone. Non sono pronta a tutto questo, ma temo non ci sia soluzione. La vita è una malattia da cui si guarisce solo con la morte, diceva Italo Svevo: e purtroppo è così.

Crescere: fare i conti di quanti anni sono passati da quando frequentavi l’università, da quando hai conosciuto quella ragazza con una foresta di capelli mossi e scuri che, come te, si schiacciava fra il finestrino, uno schienale e la folla di vecchietti bestemmianti sul numero trenta per andare a lezione di Letteratura Italiana. Una vita fa, anzi, parecchie vite fa: perché nel frattempo sei diventata una laureata, una lavoratrice precaria con molteplici contratti e mansioni, una moglie, una dottoranda, una dottoressa di ricerca disoccupata che si è inventata il mestiere di mamma. E che quando ha scoperto di stare per diventarlo, ha ritrovato quell’amica. E finalmente, dopo tre anni di «Dai, dobbiamo vederci», l’ha rivista davvero; e A., invece che riconoscere me, ha riconosciuto la Princi senza averla mai incontrata prima.

Crescere: fare i conti con i propri errori. Colossali, a volte. Pesantissimi anche quando compiuti per leggerezza e senza accorgersene. Poi succede qualcosa: succede magari che qualcuno cresce prima di te e ti viene incontro perché tu sei schiacciato dalla paura. Paura di un rifiuto, che sarebbe troppo difficile sopportare perché la voglia di rivedersi e di riavvolgere il nastro sarebbe talmente tanta che ogni poco ritrovi quella persona nei sogni. A questi tre anni di mammitudine è sempre mancato qualcosa, era come se questa entusiasmante, terrificante esperienza non fosse completa. E così ora, una settimana fa, ho scoperto come sarebbe stata e sarebbe dovuta essere: distanza chilometrica permettendo, ci saremmo ritrovate più volte sedute sul divano a parlare di cuccioli, di Lui, di noi. Come sarebbe stato rivedersi? Ci ho pensato lungo tutta la strada: cosa avrei detto? Ne avremmo parlato o sarebbe stato meglio far finta di niente? Non c’è stato bisogno di pensarci, solo di superare l’attimo di incredulità per riconoscere in quei quattro genitori gli amici di prima, quelli di sempre, come se la birra appoggiata anni prima fosse la stessa che stavamo sorseggiando ora. E come se in quell’abbraccio silenzioso, lungo, avvolto da lacrime reciprocamente non viste, ci fosse tutto il non detto di questo tempo. 

giovedì 9 aprile 2015

Di viaggi, biciclette e blog




Silenzio. “La Bella Addormentata” ha steso la grande, “Raggio di sole” ha messo ko la piccola: divertente vederle a poco poco chiudersi gli occhi mentre la cullo.
Mi metto sul divano: finalmente posso accendere il pc per scrivere qualcosa. Apro l’agendina (sì: non sono mentalmente pronta ad abbandonare quella cartacea né avrei la pazienza di aggiornare gli appuntamenti sul cellulare… Ops: i-phone). Il segnalibro è rimasto incastrato fra le giornate di sabato e Pasqua. Tanto per dirne una su questo periodo.
Ma siccome oggi mi sento positiva, non ho voglia di parlarne, ma piuttosto di raccontare il perché di questo insolito ottimismo in un momento in cui vedo tendenzialmente tutto grigio-nero e non ho voglia di fare nulla. E, probabilmente, prendermi cura delle belve e di Lui lo faccio solo perché devo.
Comunque
Comunque l’ottimismo è iniziato qualche giorno fa, quando Lui – dopo avergli detto che la mamma-nonna e io stavamo pensando di andare in Toscana - ha annunciato che avrebbe potuto prendere ferie per venire con noi. E così, via a progettare il viaggio, anche durante la notte. Ed era una delle notti in cui già mi ero alzata diverse volte per la tosse di Briciolina e l’ansia da solitudine della Princi. Ma poi tornavo a letto e non riuscivo a dormire perché la mente correva a quando potremmo partire, a come organizzare la vacanza, a cosa ci servirà, a come faremo a stipare nel Mostro (l’auto grande, ndr) due belve, una mamma-nonna e il necessario per tutti, passeggini compresi.
Poi c’è stato ieri. Nel tentativo di far ingurgitare qualcosa alla Princi (che da gennaio a ora è diventata iper selettiva con il cibo: vuoi perché sta male, vuoi per impuntarsi su ogni cosa che non le va - ed evidentemente sono molte), ho pensato di uscire per prendere un gelato. E nonostante ci fosse la mamma-nonna, ho attivato i sensi da Super mamma: con un occhio stavo attenta a evitare che Briciolina si spalmasse sul tavolino dopo aver ribaltato bottiglie, tazzine e patatine; con l’altro tenevo sotto controllo il gocciolamento del cono della Princi per evitare di infilarla così com’era nella lavatrice; con il terzo (occhio) osservavo ridendo sotto i baffi le bambine che soffiavano la bici alla Princi che abbozzava. Nel contempo, cercavo di impartirle lezioni sul fatto di condividere i giochi non solo con chi – benevolmente – glieli stava soffiando sotto il naso, ma anche con quella che chiama, raramente e in genere dopo averle strappato tazzine e pupazzi, «la sua sorellina». Goffamente mescolata alle bimbe della vicina scuola materna, la Princi si barcamenava tra il suo gelato alla ciliegia (!) e l’osservazione di chi le sfrecciava davanti, forse con una punta di invidia per tanto affiatamento: che io, per conto mio, invidiavo fra le mamme. E proprio quando stavano procedendo alla raccolta della prole, una di queste, con piccolina abbarbicata in braccio, mi apostrofa:
«Ah: complimenti per il blog».
Io: «??»
Lei: «Mammaconicalzettoni, vero? Complimenti, ti leggo sempre. Mi sono molto rispecchiata nel post sull’influenza intestinale!»
Io: sorriso a 252 denti, un po’ sconcertata, iper felice «Orpo! Mi sento famosa!»
Che bello sarebbe se fosse così, se le persone mi riconoscessero come Mammaconicalzettoni. Il mio essere mamma avrebbe un senso ulteriore, anzi, darebbe un senso a ciò che sono come persona. Ci sto lavorando: piano piano e molto a livello mentale, ma vediamo.
At last, but not least reason for my optimism: il ritorno alla scuola materna. Contrariamente al parere della pediatra, che aveva suggerito di tenerla a casa ormai tutta la settimana, oggi ho portato la Princi a scuola. Ne ho bisogno io: per poter accudire e coccolare di più Briciolina, che ultimamente reclama a gran urla i suoi spazi di attenzione; per ridare un ritmo alle giornate; per potermi sentire un po’ più leggera (e qui monta il senso di colpa) e poter sperare di fare qualcosa per me, in primis il blog e un lavoro che, ancora intonso, sta per giungere a scadenza.
Ma ne ha bisogno soprattutto lei: per riprendere a confrontarsi con gli altri bambini, per ricominciare a guardare nel piatto do persone diverse da noi trovandoci magari qualcosa di interessante, per reimparare le cose che già sapeva e a volte sembra aver scordato. Visto che è ancora ben imbevuta di tosse e raffreddore, non so quanto e se durerà fino alla nuova settimana: ma intanto lasciatemi illudere. Perché, come diceva una mia compagna di liceo, chi vive sperando

venerdì 20 marzo 2015

a new dawn?!







Una settimana di scuola materna: ancora non riesco a crederci.
Risultati immagini per albaDalla ripresa di gennaio, la Princi avrà varcato quel portone una decina di volte. Febbre, moccoli e tosse a non finire, assenza preventiva per riuscire a regalarle la sua prima festa di compleanno da grande, rifebbre che ha costretto a un ridimensionamento del Briciopleanno (compleanno di Briciolina), febbre trasformatasi in infezione urinaria, rifebbre con rimoccoli… Il tutto intervallato a un after months di raffreddore e mal di gola miei (tutt’ora in corso), due mesi di candidosi (ovviamente mia), i primi quattro dentini di Briciolina (alias: notti in bianco), febbri e moccoli e tosse di Briciolina (alias: notti in bianco), otite di Briciolina (alias: notti in bianco, ma mi pare una frase già scritta), due puntate di pseudo influenza intestinale mia, una congestione di Lui… Bon, mi pare basta.

O no?
No: perché tutto questo ha significato umore sotto i calzettoni, sia per la quarantena a cui siamo stati spesso costretti, tassativa verso amici con bambini, sia per l’ispessirsi della colonna “uscite” verso la farmacia, sia soprattutto perché mille cose avrei voluto fare in questi mesi e sono rimaste sospese, facendo pendere verso il negativo il bilancio sulla mia vita.
Risultati immagini per candy candy infermieraE anche per questo, giù sensi di colpa: ma come?
Le piccole stanno male e invece di preoccuparti di loro pensi:
1.      che tu non stai andando in palestra da fine gennaio;
2.     che le uniche frasi di senso compiuto che stai pronunciando da tre mesi sono «metti la mano davanti alla bocca quando tossisci», «non leccarti il moccio», mentre le uniche che senti sono «devo fare la pipì» o «mi scappa la cacca»;
3.     che devi pulire almeno cinque volte al giorno il pavimento minimo per eliminare i residui di cibo che Briciolina sparge attorno al seggiolone;
4.     che più o meno ogni ora si impone un braccio di ferro con la Princi perché riordini i giocattoli a meno di non farlo direttamente tu;
5.     che lo stendino è ormai una parte dell’arredo del salotto dato che ogni giorno la lavatrice sforna una/due bacinelle di panni;
6.     che stai mandando in bancarotta la famiglia perché pur di vedere qualcuno che abbia più di tre anni e mettere insieme due parole ti trinceri dietro una fantomatica lista della spesa che pare la tela di Penelope dato che ogni giorno ti manca comunque qualcosa;
7.     che vorresti lavorare perché credi che parte dei malanni della Princi sia una scusa per accozzarsi e subito dopo ti smentisci pensando «ma come potrei mai lavorare in queste condizioni?»;
8.     che vorresti non aver bisogno di chiedere aiuto e riuscire a farcela da sola, ma vorresti pure che gli altri si accorgessero che hai bisogno di aiuto;
9.     che vorresti mettere un grosso cetriolo in bocca alle persone che ti dicono «Eh, il primo anno di asilo è così», perché sentirtelo ripetere tre/quattro volte al dì non vale una tachipirina collettiva;
10.   che ci sono momenti in cui vorresti fuggire, altri in cui vorresti tornare alla condizione a. P.& B. (avanti Princi & Briciolina) e subito ti daresti una scudisciata perché, in fondo, vorresti avere altri cuccioli…

Insomma: sintetizzando, sono state settimane dure, anche se cercavo di pensare a chi può trovarsi in situazioni peggiori, vuoi perché di bimbi che si ammalano e trasmettono bacilli ne ha più di due, vuoi perché non ha nessuno che gli dia una mano (mentre noi avevamo la mamma – nonna, con un do ut des di malattie che ha inglobato pure lei), vuoi perché le malattie dei cuccioli sono più serie o magari a essere impossibilitati ad accudirli sono proprio mamma e papà, che farebbero i salti di gioia per cullarli e cambiare un pannolino.

Però non è che questi pensieri mi rinfrancassero, anzi, mi facevano sentire ancor più a terra: era come trovarsi in un tunnel infinito di moccoli, colpi di tosse, febbri di cui non si riusciva a vedere la fine. E quando lunedì ho riaccompagnato la Princi a scuola, l’ho fatto continuando a scrutare tutta la mattina il cellulare con il timore di venire chiamata perchè magari aveva iniziato a vomitare assorbendo immediatamente l’influenza intestinale che è ancora nell’aria.

Invece una settimana è andata: so che non dovrei sbilanciarmi perchè non appena lo faccio una nuova mazzata è dietro l’angolo. Ma forse perché sono stati ben cinque giorni pieni di scuola, o perché sta arrivando la primavera, mi sento fiduciosa. E aver scritto tre post in poco tempo è parte di questa insolita botta di ottimismo.

giovedì 12 marzo 2015

motherhood secondo me


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Bollettino di guerra:
giovedì notte: mamma –con  – calzettoni si trasforma in mamma - con  - bacinella - al – seguito
venerdì: mocci che iniziano a colare e mamma – con – calzettoni che inizia ad essere tramortita dal mal di gola
sabato pomeriggio: Lui steso sul divano con bacinella non solo a uso soprammobile
lunedì pomeriggio: Princi con alterazione e Briciolina con naso inizialmente colante
da martedì a oggi: nasi che colano, tosse continua, febbrine 
Bene. Aggiungiamoci lo scoramento, le notti in bianco, la stanchezza… E, tanto per tirarmi su, Lui ieri sera facendo zapping si imbatte in “Motherhood. Il bello di essere mamma”, pellicola del 2009 con l’incasinatissima ma costantemente affascinante mamma Uma Thurman e, per papà, il pacatissimo e distante Anthony Edwards, compianto Dottor Green di ER.
Ed è di questo che vorrei scrivere. Perché se il film ha avuto l’indubbio merito di tenermi sveglia fino alle 22.45, e se in alcuni momenti mi ha fatto sorridere perché ha proiettato sullo schermo situazioni ed emozioni che si manifestano quotidianamente anche nella casa – con – i calzettoni, a ben vedere è piuttosto improbabile. Questa mamma che vive in un appartamento rispetto al quale il nostro sembra la reggia di Caserta non solo per dimensioni ma pure per pulizia e ordine; che deve organizzare – nelle sue intenzioni – la festa perfetta per il sesto compleanno della figlia maggiore e deve ancora comprare tutto l’occorrente per farlo; che ha un figlio piccolo stile ameba, che dove lo mette sta e quindi se lo trascina senza che lui batta ciglio... beh, questa mamma, riordina la casa solo per togliere i residui della colazione, peraltro l’unico pasto della giornata; questa mamma, che seguiamo proprio nella giornata del compleanno della sua piccola, non solo riesce a rifornirsi di ciò che le serve per il mini party (io, tanto per dirla, avevo iniziato a far la spesa due settimane prima e sono arrivata in affanno comunque) e addobbare la casa, ma trascorre la mattina a fare shopping con le amiche dopo aver portato il bimbo al parco giochi e aver affrontato varie discussioni con cafoni variamente incontrati per strada. E se già per fare tutto ciò, la giornata di una mamma normale si sarebbe dilatata da 24 a 48 ore, lei, senza battere ciglio, trova pure il tempo per sedersi – che sia al giardinetto, sulle scale durante la festa della figlia o alla scrivania di casa -, accendere il computer e pubblicare continui post a commento della sua giornata. E così, da 48, le ore della giornata sarebbero passate a 72. Perché è vero, ora sto scrivendo: ma sarebbe stato più opportuno e forse salutare per me dormire visto che la notte è stata costellata dai colpi di tosse di Briciolina e che, come testimonia il bollettino di guerra iniziale, tutta la settimana è stata (e continuerà a essere) dura. Comunque è vero: si tratta di un film, quindi cosa aspettarsi?
Però a qualcosa è servito: farmi pensare cosa significhi per me essere mamma.
Essere mamma è come vestire i panni di un’acrobata: non per la miriade di cose da incastrare per far funzionare tutto, ma per il timore che qualcosa vada storto e loro stiano male, si facciano male, qualcuno faccia loro del male. Mi fa sentire come una Penelope alla guerra: perché ogni giorno bisogna combattere per lavare i denti, i capelli, bere il latte, finire ciò che è nel piatto, vestirsi non con i sandali in dicembre.

E’ una vertigine continua, un infinito viaggio sulle montagne russe che ti fa passare dall’esaltazione per un abbraccio inaspettato e un “ti voglio tanto bene!” sussurrato sul vater (nel momento del bisogno?!) allo sbigottimento per capricci con strilla e batti piedi che non si sa da cosa sia stato innescato, al senso di colpa per essere stata troppo dura, per aver fatto volare una mano o una parola fino al timore di star sbagliando tutto perché tio chiedi da dove vengano quelle bambine. Essere mamma è un puzzle i cui pezzi si combinano ogni giorno in modo diverso: perché oggi puoi lavare prima la grande, domani devi lavare di urgenza la piccola sopraffatta dalla cacchina santa e tu chissà quando potrai fare la doccia; e se anche non connetti finchè non bevi il caffè, il tuo lo bevi all’ora di pranzo perché prima devi scaldare il latte a una, poi preparare il bibe all’altra e mandare al lavoro Lui. Essere mamma è sostituire la musica degli U2 con le sigle di Peppa Pig e Olivia, le serate a teatro e al cinema con le apparecchiature notturne del tavolino da gioco. Essere mamma è dare ancor meno importanza al tuo look di quanta ne dessi prima, scoprire che il tuo guardaroba è la metà di quello delle piccole: e quando sei finalmente fuori da sola e potresti fare shopping, invece che entrare nella catena che tanto ti piace, senza sapere come ti ritrovi davanti ai negozi per bambini. Essere mamma è confondere i nomi di conoscenti e amici con quelli dei protagonisti dei cartoni animati e pensare siano i tuoi vicini di casa. Essere mamma significa credere che un cavallo stia correndo accanto alla vostra auto e che una giraffa si stia affacciando alla finestra del salottow. Essere mamma significa scoprire come sarebbe stato avere una famiglia con un papà e una mamma, avere un fratello o una sorella. Essere mamma significa capire a posteriori frasi e comportamenti che bisognerebbe ricordare per non ripeterli: essere mamma è un esercizio di memoria e un atto di fede per il futuro.

sabato 7 marzo 2015

Ritorno. Ritorno?

Risultati immagini per ritardo
Ieri ho letto un commento su facebook da parte di un papà blogger che si lamentava perché era tanto che non riusciva a scrivere.

Beh, sono più o meno tre mesi che non lo faccio: sebbene ogni situazione, evoluzione e nuova parola di questi circa 90 giorni fosse degna di essere registrata e nonostante i miei pensieri siano sempre in “formato blog”.

Ma il tempo di accendere il pc e zac: una delle piccole belve si sveglia. E so che potrei scrivere la sera, dopo averle messe a letto: ma quel momento viene dopo una giornata di gestione capricci e “non voglio!”, minimo cinque ripuliture del pavimento del soggiorno cosparso del cibo sparato da Briciolina, due/tre saliscendi di due piani di scale per andare -tornare da scuola e magari aver pure fatto la spesa, braccio di ferro psicologici (con conseguenti probabili danni emotivi e scompensi) per far mangiare la Princi… e queste sono solo le cose più evidenti che mi vengono in mente.

Eventi da raccontare ce ne sarebbero a bizzeffe: l’avventura della scuola, l’infinito rincorrersi di microbi, il primo compleanno “da scuola” e il primo compleanno in assoluto, le nuove abilità di entrambe, ma pure le regressioni della grande e i timori della piccola. E poi, extra belve, i pensieri per la casa del futuro e il desiderio di tornare a lavorare.

Speriamo che avvicinandosi la primavera le malattie ci diano tregua e non cedano il passo alle allergie.
Speriamo che “aprile dolce dormire!” così che di pomeriggio, approfittando di un pisolino combinato, riesca finalmente a riaprire quella valvola di sfogo enorme che è il blog.


… E, neanche a dirlo, poche righe fa si è presentata la Princi: «Mamma, ho sete! ho fatto un bello pisolino! Pecchè hai appirato? (ndr: aspirato) Dopo vediamo “Lilli e il Bagabondo”?».