domenica 5 giugno 2016


"Mina, mio cino tata fame!"

(= Mammina, il mio pancino ha tanta fame)


Quando Masha e orso diventano il nuovo Zingarelli...

sabato 5 marzo 2016

Lettera a una Briciolina, passato il suo compleanno

Cara Briciolina,
scusa per il ritardo con cui ti scrivo queste righe, che dovevano essere di buon compleanno. E invece, sono già trascorse tre settimane.

Imperdonabile.

Come imperdonabile è il poco tempo che ti ho dedicato finora e che tu stai cercando di recuperare.
Prepotentemente, come lo dovessi prendere tutto in una volta.
Scusa: perché se per il primo ritardo posso dire che ho cercato di farmi prendere, a volte lasciandomi travolgere, da questo nuovo e sempre temporaneo lavoro (quindi, dirai tu: perché fasciarsi la testa?) per il secondo le scuse non esistono. Sono solamente legate a una fragilità, allo spaesamento provato quando sei arrivata e non avevo idea di come vivessero insieme due sorelle, di come potessi aiutarvi ad amarvi, se sarei riuscita ad amarvi entrambe della stessa quantità di amore, se avremmo prima o poi trovato un equilibrio che andasse a sostituire quello il tuo allunaggio aveva buttato all’aria.
Fragilità da spavento.
Un terrore in cui la gioia per il tuo approdo ha spesso rischiato di perdersi facendomi ascoltare i consigli di chi era intorno a noi e che ho ascoltato se collimavano con ciò che mi diceva chi – a mio avviso – aveva il diritto di darli questi consigli perché titolato: i pediatri. E allora ho seguito chi diceva di non dover trascurare “la prima”, di darle più attenzioni rispetto a quelle che potevo dare a te.
Balle.
Perché, come ha detto un’amica, la puoi girare come vuoi: la mamma è sempre una. Ma, forse, qualcosa di buono l'ho fatto: è un'illusione che provo quando tu e la Princi vi cercate, vi abbracciate, vi preoccupate l'una dell'altra, vi date la manina per camminare.
Così, ti ho persa. Perché mugugnavi da mattina a sera e non ne capivo il motivo, presa com’ero dal ruolo di mamma-chioccia che però non ti ascoltava e dimenticava di sorriderti.
E così sono dovuti passare due mesi perché, guardandoti dormire sulla sdraio delle terme, vedessi quanto eri bella, dolce.
Mia.
Anzi: che fossi mia l’ho capito subito, chiamandoti “amore” non appena ho sentito il tuo strillo, acuto, penetrante. Proprio come quelli che costellano i tuoi attuali capricci. E ti hanno appoggiata su di me, piccola ranocchietta dalla testa nera, piena di quei capelli che poi raccoglievo con la spazzola levapelucchi dal cuscino del lettino che diventava nero a ogni risveglio.

Ti ho persa, ma mi sono anche persa. Come l’arrivo della Princi, il tuo, Briciolina, è stato un vero turbine da cui forse solo ora ci stiamo riprendendo.
Grazie a te e alla tua simpatia. Alle tue smorfie divertenti, ai tuoi pianti sfibranti, ai tuoi continui gesti di affetto, ai tuoi capricci che prosciugano ogni energia in entrambe. Perché alla fine cedi e dici “Tisa (scusa), mamma!” con una voce da Winnie Pooh che poi subito mi si accoccola addosso.
E mi sciolgo.
E mi scioglierei anche prima: è difficile tenere il punto con te, Briciolina, per colpa dei tuoi occhioni spaziali, grandi perle scure custodite da una conchiglia di preziose, lunghissime ciglia. E per colpa dei tuoi riccioletti, invidiabili, ingovernabili, profumati anche quando li impiastricci con il sugo o chissà dio cosa.
Buona vita, Briciolina.
Come ho a suo tempo sperato per la Princi, mi auguro che tu non perda mai la gioia che vive nel tuo sguardo. E che tu possa conservare la spiritosa intraprendenza e cocciutaggine che hai, perché sola ti porterà lontano. Da noi, credo. Purtroppo.

Anche se per noi sarai sempre la nostra piccola, che ci sorprende se scende da sola le scale di casa, se chiede di fare pì nel water, se vuole bere il latte e tit (Nesquik) dalla tazza di Elsa.

venerdì 26 febbraio 2016

amicizia, amore, tenerezza

Non l’ho mai fatto finora. Ma nelle nostre incursioni mensili in biblioteca, quelle in cui arraffiamo quanti più libri possibili che riportiamo rigorosamente in ritardo, ci siamo imbattuti in questo volume. Ho subito pensato alle storie d’amore che mi racconta la Princi, protagonista di mille avventure con il suo principe. Ma, diciamola tutta, ha colpito prima di tutto me: ed è stato per me, forse per ricordarmi cos’è l’amore, che ho portato a casa questo libro. Da cui oggi, con difficoltà, dovrò staccarmi per riconsegnarlo.



Perché nonostante il titolo Per sempre amici (di Sabina Colloredo e Patrizia La Porta, edizioni Carthusia) è un’incalzare di dichiarazioni che ognuno vorrebbe sentirsi dire almeno una volta nella vita; e che, in verità, dovrebbe saper dire a sua volta. Ma forse, più ancora, sarebbe meravigliosamente magnifico se la vita di ognuno fosse colorata e sognante come le illustrazioni che accompagnano queste splendidamente semplici parole.
Ed è così, probabilmente più per ricordarle a me stessa, che ho pensato di riportarle nel blog.
C’erano una volta due amici per la pelle.
Un giorno il bimbo chiese alla bimba...
E se io fossi un rospo, brutto e insignificante, tu cosa saresti?
Sarei la principessa, che di te si innamora all’istante.
E se fossi una saponetta? domandò la bimba.
Sarei la bolla di sapone più grande che ci sia, pur di stare in tua compagnia.
E se fossi una notte fonda?
Sarei una lucciola, perché tu non ti confonda
E se fossi il disegno che non ti viene mai?
Sarei il razzo che ti porta sul pianeta dove non esistono guai.
E se fossi uno specchio con dentro la magia?
Sarei la tua faccia che si specchia, non la mia.
E se fossi un bel sogno?
Sarei il mattino, che ritarda e ti fa dormire ancora un pochino.
E se fossi una bicicletta, la più veloce, la più bella?
Sarei l’aquilone, attaccato alla sella.

Disse il bimbo: Allora siamo proprio due amici per la pelle...”
E la bimba: “Continuiamo questo gioco ancora un po’, e ne vedremo delle belle...”

mercoledì 17 febbraio 2016

lavoro, lavoro, lavoro

Dire «Puoi lavorare tranquillamente da casa» è un grosso ossimoro. O equivoco. O entrambi.
Tranquillamente lo puoi fare se non hai due saette che chiamano «Mamma! Mamma! Mamma!» ogni mezzo minuto. O che, appena acceso il computer, supplicano «Mamma, giochi con me?», facendo scivolare l’indice di mammitudine sotto i tacchi se rispondi «No, amore: devo lavorare», o facendoti sembrare che stai lavorando da diverse ore mentre ti sei soltanto seduta al tavolo.
Forse, in realtà, tranquillamente si lavora fuori casa.
In un posto in cui arrivi dopo un tragitto, a piedi o in auto poco importa.
In un luogo in cui chiudi la porta e – si spera almeno per qualche minuto – lasci i pensieri dalla parte del muro opposta alla tua; non hai fornelli da controllare, pavimenti da aspirare, lavatrici da caricare mentre aspetti che si accenda il computer.
Non devi scrivere con in sottofondo una playlist di Alvin superstar.
Non devi sorvegliare il lavoro della Princi che, non volendo essere da meno, tira fuori il mini computer mentre Briciolina sfodera il proprio"tabre" (=tablet).
Non devi alzarti per prendere acqua, accompagnare in bagno, distribuire merende.
Insomma: questa, in grande sintesi, è la situazione degli ultimi giorni.
Sto sclerando. Mi sto sentendo la peggiore mamma, moglie, figlia e amica del mondo. Speriamo duri fino all’avvio della mostra. Speriamo di far funzionare i tempi, le richieste e le necessità di ognuno quel che basta per la sopravvivenza. 

venerdì 5 febbraio 2016

a carnevale, una festa non cale


Tanto per darmi la zappa sui piedi, in un periodo in cui vedo tutto nero (non so se perché sta riprendendo il giusto ciclo del ciclo, dopo anni di assenza: e magari non ci sono più abituata), ci si mette anche la festa di Princi e Briciolina.

Doveva essere l’evento dell’anno (senza nulla togliere al prossimo matrimonio dei cuginetti), preparato da almeno un mese e mezzo, pensato – nella testa della Princi ma pure nella mia – dal momento in cui abbiamo chiuso la porta dell’oratorio alla fine di quello del 2015.
Tema Frozen? Mia & me? Masha e Orso? Winx (dio ce ne scampi e liberi)? Gli argomenti si sono susseguiti a una velocità 2.0. Poi: decidere se fare una festa per ciascuna o un genetliaco cumulativo. Forse, se in questo cumulo avessimo compreso anche il compleLui e il complenonna avremmo avuto più successo.

Tenere tutto sotto controllo è difficile: riuscire a pensare a cosa preparare, dove festeggiare, come allestire, che giochi proporre, che musiche mandare in sottofondo... Ma il problema principale è quello che sembra più banale: quando festeggiare.
Quest’anno l’abbiamo presa brutta. Pur di avere la location abituale dei compleanni di tutti i compagni di scuola, pur di avere con noi parenti e amici che altrimenti avrebbero lavorato, abbiamo optato per la domenica. Giorno comodissimo per chi non lavora e pure per chi organizza.

Ma non abbiamo pensato al Carnevale. O meglio: ci ho pensato solo nel momento in cui, nei biglietti di invito, ho aggiunto la postilla sulla possibilità di venire in maschera, cosa che lo scorso anno era stata apprezzata.
E invece, quest’anno, le concomitanti sfilate e/o veglioni pomeridiani hanno la meglio, così come le possibilità di fuga dalla città incentivate dai seguenti tre giorni di chiusura delle scuole.
Quindi, uno alla volta, la maggior parte solo se sollecitati a confermare o meno la presenza, ha defezionato.

E quindi, zappa sui piedi per me.
Perché penso che forse avrei fatto bene se avessi consegnato gli inviti con maggiore anticipo.
Perché forse avrei dovuto ascoltare la Princi quando rispondeva «Sì!» a ogni nome dell’intero elenco dei bambini della scuola che le chiedevo se avessimo dovuto includere nella lista.
Perché, in un delirio di onnipotenza, penso che forse non vengono perché sono io a stare antipatica ai genitori.

E poi, al di là del risvolto positivo dato dalla conferma che ho fatto bene a non intraprendere la carriera di organizzatrice di eventi, scatta la ricerca di un piano B.
Ma non c’è.

Ti senti ancor peggio se ripensi alla figura barbina di sfilare davanti ai genitori per consegnare inviti sentendoti scrutata con un cipiglio «E perché mio figlio no?»: magari chi non ha ricevuto l’invito sarebbe venuto.
E pensi pure che avresti fatto davvero bene a invitare il bimbo la cui mamma oggi, in attesa dell’uscita dei pargoli, ti ha chiesto con vera preoccupazione «Come va?», “solo” perché ieri e oggi ti ha vista male. Unico “evento” di questi ultimi giorni ad avermi aperto il cuore. Una persona che si interessa a te e che, nella fretta, ha avuto il tempo di osservarti, capire che qualcosa non va e interessarsi.

Vabbè, ormai andrà come deve andare. Bene comunque, spero: perché chi ci sarà, ci sarà con il cuore. E perchè le nostre Elsa e Anna, o Sciacscia e Upo come dice Briciolina, ,festeggeranno comunque insieme. 

E perché comunque una delle principali preoccupazioni della Princi era avere i pop corn (e li avrà). Seconda preoccupazione, espressa mentre salivamo le scale: «Mamma, ma la festeggiata può mangiare?». «Certo! Anzi: può mangiare le cose più speciali. Preparerò un panino con un salame intero con sopra il tuo nome, che dici?».

Spero le basti per alleviare il disappunto di quando le ho detto che saremo meno del previsto. E, per cercare di compensare ulteriormente, la sera dopo ci sarà una nuova festa: il complenonna. Ancora non si sa con quanti partecipanti.

martedì 2 febbraio 2016

lettera a una Princi nel giorno del suo compleanno (o quasi)


Cara Princi,
da poco ti ho lasciata addormentata nel tuo lettino dopo averti cantato la solita compilation de gregoriana. Come ogni giorno, mi chiedo come saranno le ore che passeremo insieme e cerco di “istruirmi” su come ti risponderò.
Non è sempre facile, lo sai già anche tu.
Non è sempre facile riuscire a capire e gestire la tua stanchezza quando vengo a prenderti a scuola di pomeriggio.
Immaginare quello che tu a tua volta immagini di quale possa essere stata la mia giornata fino allora – che senz’altro vedi invasa da Briciolina.
Non è sempre facile gestire i tuoi capricci con pazienza, rispondere con un abbraccio e una carezza ai tuoi strilli, trovare parole sufficientemente dolci per porre fine a un braccio di ferro con quell’ “intrusa” che ti ruba papi, mamma e i tuoi giochi (non necessariamente in quest’ordine di importanza).

E allora, cara Princi, ti chiedo scusa.

Per le volte in cui alzo troppo la voce.
Per quando minaccio punizioni.
Per le volte in cui ti rimprovero se non finisci ciò che hai nel piatto.
Per quando non rispondo con sufficiente solerzia ai tuoi continui richiami.
Per le volte in cui non mi siedo con te a giocare.
Per le volte in cui spendo troppo tempo a pulire e/o cucinare.
Perché non ho la voglia, la forza, il desiderio di cercare un lavoro serio fuori casa: voci di popolo dicono che se lo facessi, il tempo passato con voi ne uscirebbe migliorato. Ma non ne sono convinta. Certo sarebbe migliore l’immagine esteriore che – necessariamente – dovrei avere, essendo costretta a controllare di non uscire con una maglia impiastricciata di cioccolata o dovendo aggiornare costantemente guardaroba e agenda con appuntamenti dal parrucchiere.

Ma spesso vorrei che anche tu potessi chiedere scusa, davvero: non come fai già, aggiungendo “non farò più i capricci”.
Vorrei che anche tu riuscissi a capire la mia e la nostra stanchezza.
Perché per parlare insieme a papi ci siamo allenati a farlo tra un “non picchiare” e un cambio pannolino.
Perché alzandomi alle 6.30, magari avendo solo dormicchiato per i vostri continui risvegli notturni, alle due del pomeriggio sono stanca anch’io: ma non posso andare a riposare, perché devo sfruttare quell’ora e mezza-due del vostro pisolino (si spera congiunto) per scrivere un articolo, prepararmi per una mostra, leggere un catalogo, impastare la pizza, pulire il bagno, svuotare la lavastoviglie, riempire la lavatrice, piegare i panni usciti dall’asciugatrice: il tutto non necessariamente in momenti diversi.
Perché non riesco a staccare da te/voi senza sentirmi mozzata, e vedo le vostre faccine nelle linee di Mirò o ritrovo le vostre buffe frasi nelle pagine di un libro (vabbè, questa è pura licenza poetica visto che non riesco a leggere veramente).

Allora, Princi, facciamo così: proviamo a chiederci scusa insieme.
Standoci vicine.
Tu, insegnandomi come si gioca al cane (io) e al padrone, alla mamma e al bambino (tu: quindi, il gioco non è veramente tale riproducendo per molti versi la realtà), al cinema spostando tutte le sedie del salotto, alla tenda aprendo la coperta di pile blu e agganciandola ovunque sia possibile.
Da parte mia, cercherò in ogni tuo momento di difficoltà di trovare nei tuoi occhi di perla l’immagine di quella bambina che – nell’andirivieni dei preparativi per il pranzo di Natale – si nascose dietro la porta del soggiorno. E quando ne uscì dopo un tempo a suo parere interminabile, scoppiò a piangere protestando perché nessuno si era accorto della sua presenza e desiderava tanto un abbraccio anziché un rimprovero. E quella bambina ero io.
Buon compleanno Princi.
Oggi, quattro anni fa, mi stavo ancora chiedendo nel letto di ospedale come sarebbe stato quando – il giorno dopo – ti avremmo portata a casa. È come un lungo e quotidiano cammino sulla fune del trapezista, in bilico fra un capriccio e una richiesta. È sentirsi costantemente inadeguati, sempre manchevoli: perché se anche hai fatto del tuo meglio, ci sarà sempre qualcosa che per te non sarà al suo posto. È sentirsi risucchiati dalle tue/vostre esigenze e bisogni, dal desiderio di assicurarti/vi la felicità: che non sempre coincide con la tua. Tranne quando fisso gli occhi nei tuoi e ci trovo dolcezza. Amore.

La tua per sempre mammaconcalzettoni

mercoledì 20 gennaio 2016

angoscia

Mercoledì: lo aspetto per tutta la settimana. Questa è la serata in cui posso incontrare i detective Benson, Amaro, Flinn. Ma ho bisogno di scrivere, un bisogno impellente, assoluto. Altrimenti scoppio a piangere, senza freno. E oggi ho già iniziato a farlo diverse volte.
Reduce da un week end impegnativo: un sabato costellato di capricci alternati, con l’apice toccato da Briciolina al centro commerciale dove ho temuto chiamassero il Telefono Azzurro. Niente di chè, l’avevo solo allontanata dal negozio di giocattoli dove aveva preso in ostaggio un Bugs Bunny e un passeggino per bambole. La domenica è andata meglio, con l’attesa della gita a Trieste per lo show di Masha e Orso: non un granchè, a dire il vero, soprattutto per la discutibile mise del corpo di ballo, con le ragazze in calze autoreggenti e i ragazzi strizzati in tutine simil tirolesi che lasciavano poco all’immaginazione. Ma le bimbe si sono divertite: hanno ballato sulle nostre ginocchia per l’intera durata dello spettacolo e abbiamo cercato di prendere a pugni un discreto numero di bambini e genitori per avvicinarci ai pupazzoni una volta calato il sipario.
Piccola chef al lavoro
Poi è iniziata la settimana: tutti i programmi mentali sulle cose da fare l’indomani si sono dissolti di fronte ai lamenti di Briciolina che, la sera di domenica, non voleva saperne di dormire, nella notte si è svegliata le solite due-tre volte finchè di mattina ho capito che poteva avere un’infezione urinaria. Quindi: mattinata dal pediatra. Il tempo di pranzare per correre poi a prendere la Princi. E per tutto il pomeriggio (sola con loro) tira fuori giochi, risistemali, sclera, lascia che la Princi si lanci nell’idea di lavare il pavimento del salotto perché la sera ci sarà la festa per papi (?), prepara i muffin per la festa (così li testiamo in vista del bis compleanno), lascia leccare i cucchiai, lasciale impiastricciare di cioccolato che spalmano sul pavimento, lanciale entrambe sotto la doccia prima che chiazzino tutta la casa, comincia a preparare la cena e per avere un attimo di pace dispensa pentole, pasta, pomodorini e mestoli per farle giocare.
Una piccola porzione dei libri che vorrei/dovrei leggere
Martedì lascia la Princi a scuola fino alle tre e mezza, così puoi leggere e iniziare a prepararti in incredibile ritardo per la visita guidata di sabato prossimo. E quando riporti a casa la Princi con la vaga idea di andare poi tutte assieme in ludoteca in attesa del colloquio con le maestre, ecco la crisi, replicata pure oggi con l’aggravante della presenza di Lui. Ecco: ieri sono riuscita a mantenermi straordinariamente calma, oggi inizialmente un po’ meno perché la crisi è iniziata a casa di un’amichetta. Non esagero se dico che mi sembrava di contenere una bambina schizofrenica, o autistica. Non esagero se dico che ho temuto si potesse fare veramente del male strofinandosi e grattandosi come faceva. Non esagero se dico che mi sento impotente, fallita. Perché non so cosa fare per evitare questi momenti, dovuti (ormai lo sappiamo) a stanchezza. Il punto è che vorrei/avrei bisogno che stesse a scuola fino al pomeriggio per abituarsi alla mia minor presenza in vista del lavoro che dovrei iniziare nelle prossime settimane. Ma non sono certo nello spirito adatto per intraprendere questa avventura. D’altronde se rinunciassi so che prima o poi, magari inconsciamente, lo rinfaccerei alle piccole.
Che non se lo meritano, anche se mi stanno risucchiando ogni energia.
Anche se mi fanno sentire spremuta come un limone.
Anche se le giornate ruotano attorno alla ricerca del loro benessere: che però non è mai abbastanza, evidentemente.
Anche se imputo a loro la forma sformata che ho.

E questo mi riporta alle prime lacrime della giornata, a stento trattenute. Oggi ho finalmente esaurito gli ingressi nella vecchia palestra: quella che ho iniziato a frequentare appena abbiamo iniziato a convivere; che mi ha vista cercare le perfezione in vista del matrimonio; che mi ha vista affogare la preoccupazione per la malattia di Lui nelle ore di acquagym; che mi ha permesso di respirare e incontrare persone in carne e ossa mentre ne incontravo a bizzeffe, mute, sui libri durante il dottorato; nei cui specchi ho incrociato il mio sguardo di disappunto quando cercavo di bilanciare con l’allenamento il progressivo sbocciare dei pancioni. Una vita, anzi, tante vite che si chiudono. E io che ancora non mi percepisco pienamente mamma.
Ma lo sono. 

E cerco di fare il meglio che posso. Il che non significa necessariamente che sia il meglio per loro. ma non so neppure quale sia il bene per me. Sarei tentata di buttare all’aria, rimandare tutti gli impegni di lavoro che si profilano all’orizzonte ormai non troppo lontani. Ma non è giusto: sono arrivati senza che neanche li cercassi e mi pentirei. Ma al momento ho in testa solo quel pianto straziante, quelle urla che non sempre ho la pazienza di arginare nel modo giusto. E intanto il cuore va in frantumi. E vorrei una mano sulla spalla, vorrei ricordare le parole di chi mi dice che con loro sto facendo un buon lavoro: ma soprattutto vorrei crederci. Per oggi, intanto, mi accontento di pensare che il momento più esaltante della giornata è stato mettermi la crema sui piedi.