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giovedì 31 dicembre 2015

Auguri


Niente promesse, desideri, aspettative o bilanci. Semplicemente, auguri.

Auguri a chi stasera e domani lavora e a chi un lavoro non ce l’ha.
Auguri a chi è un precario che deve ogni giorno inventarsi una routine e a chi sa con certezza che entrerà in ufficio alle 9 per uscirne alle 17.
Auguri a chi è in ospedale e a chi malato lo vorrebbe essere per far vedere un dolore interno.
Auguri a chi trascorrerà questa serata in compagnia e a chi la passerà da solo.
Auguri a chi ha una famiglia e a chi è solo nonostante la famiglia.
Auguri a chi ha dei figli rumorosi e a chi non può far altro, al momento, se non sognarli.
Auguri a chi non ha una casa e a chi non sa scegliere fra quella in città, al mare o in montagna.
Auguri a chi trascorre le giornate lontano dai figli e a chi non sa staccarsene per non perdersi un loro respiro.
Auguri a chi è in partenza e a chi vorrebbe fuggire.
Auguri a chi lotta per superare i suoi limiti e a chi non se ne pone neppure il problema.
Auguri a chi la mattina esce di casa come uno zombie con i capelli appiccicati di cereali, il moccolo spalmato sulle maniche e a chi riesce a portare il bambino a scuola truccato e sistemato come se fosse sceso dalla passerella.
Auguri a chi sa prendersi una pausa e a chi non sa dove sia l’interruttore con scritto off.
Auguri a chi ha dei desideri per l’anno nuovo: non perché si realizzino, evento altamente utopistico, ma perché ricordi sempre di averne per puntare ancora più in alto.

Auguri a chi invece desidera semplicemente vivere senza porsi domande, senza angosciarsi e sentirsi inadeguato. E anche a chi ha bisogno di un blog per mettere nero su bianco questi interrogativi.

domenica 5 gennaio 2014

Pulci, Princi e Cicccipò



Avviso ai naviganti: fingiamo che entrambi i post successivi siano stati completati e pubblicati il giorno in cui sono stati iniziati e cioè lunedì 30 dicembre e venerdì 3 gennaio.
 
Le giornate dovrebbero essere lunghe il doppio per poter tenere il passo e registrare con puntualità ciò che succede alla Pulci e come cresce la Princi. Inevitabilmente, il blog sta perdendo molto: perché – se possibile – per entrambe le cose l’evoluzione è più rapida del tempo, tanto che non riesco neppure a prendere un foglio di carta per appuntarci sopra qualcosa. E avere la testa piena di pensieri che premono per essere scritti mi causa l’insonnia.

Comunque, partiamo. Oggi approfitto di una giornata Princi-free: faticosa, a dire il vero, forse soltanto perché non sono abituata a stare senza di lei e mi sento tremila volte in colpa per averla “abbandonata” dalla nonna. Non importa se so che si diverte, non importa se so che sta bene. Magari avrei dovuto abituarmi di più e prima a stare un po’ lontane; magari no. Chissà. Curioso, peraltro, che solo ora Lui e io ci siamo accorti che ogni tanto ci si possa prendere un pomeriggio per noi: ora che il tempo sta per scadere ed essere nuovamente ingoiato da un minuscolo esserino in-toto-dipendente.

Comunque, dicevo, approfitto per fare un po’ il punto.

Pulci start up.

Per quanto riguarda la piccola, con oggi siamo a 33 settimane. Meno sei, dunque, se dovesse arrivare in orario; meno una alle fatidiche 34 settimane che sono sufficienti perché l’allunaggio avvenga nel nostro ospedale. E, in ogni caso, sarà una delle ultime nate del reparto: perché pare che stavolta chiuderà davvero, definitivamente, il 28 febbraio.
Niente più bambini nati nell’aria di casa e di familiarità, niente più coccole a neonati e mamme. Ci si dovrà per forza rivolgere (e non solo per eventi felici come le nascite ma pure per eventuali problemi ginecologici) ai partifici dei dintorni: che tanto dintorni non sono, visto che distano 30-40 km. Mi chiedo come faranno le donne straniere, che orami costituiscono un importante bacino di nascite anche qui e che non credo siano tutte dotate di auto. Ma tanto, che gliene frega a chi prende le decisioni?
Ok, sto andando fuori tema. Tornando alla Pulci, ieri ho pure preparato il borsone: gigantesco come era per la Princi, pieno di dubbi e ansie come due anni fa. Come si annuncerà l’avvio dell’allunaggio? Come farò se sarò da sola con la Princi? Riusciremo a prepararla per uscire al volo senza spaventarla? Lo sgancio della navicella sarà davvero più rapido del precedente? Riuscirò a tornare a casa abbandonando l’atmosfera ovattata dell’ospedale, che questa volta mi sembrerà ancora più morbida di fronte alla prospettiva di trovarmi sola con due belve mamma-dipendenti? Come saranno le mie giornate? E le nostre giornate (mie e di Lui)? E le nostre giornate (mie, di Lui e della Princi)? E mi ricorderò come infilare tutine, lottare con bottoncini, fronteggiare le mega cacchine sante con contorno di bacinelle disseminate in bagno, stile campo minato, per i body in ammollo?

Speriamo che sia tutto meravigliosamente felice, che riusciremo a uscire senza che io dimentichi i bigodini in testa (ipotesi che rientra nel campo dell’impossibile data la lunghezza dei capelli) e con almeno un filo di fondotinta a coprire le occhiaie. Guardiamo con tenerezza le coppie che hanno due bimbe di età ravvicinata: se ce l’hanno fatta loro ci riusciremo pure noi. E ci auguriamo che la Princi accetti di buon grado il cambiamento e si affezioni alla sorellina almeno quanto si è affezionata alla sua agognata bambola con il ciuccio portata da Babbo Natale.

Progressinci

Il pediatra mi aveva detto di non preoccuparmi se ancora non parlava come una macchinetta. E infatti eccoci qua, con lei che stamattina – pronta ad uscire – si affaccia alla porta del bagno per incalzarmi: «Dai mamma!». Difficile registrare i progressi del suo vocabolario, che si amplia di attimo in attimo raccogliendo tutto ciò che sente dire e migliorandolo quotidianamente. Quello che fino all’altro ieri era “Giò”, ora è diventato “George” e Peppa ha il suo nome compiuto, non più un indistinto grugnito a indicarla. L’elenco dei personaggi dei cartoni potrebbe continuare con “Forte” (Barbaforte), Pimpa e “Mando” mentre nel loro complesso i Barbapapà sono ancora “Barbabarbabarbapapà” (con una quantità di barba che muta di volta in volta). La tenerezza ci si è sciolta nel cuore quando, dieci giorni fa, è riuscita a dire Eli, Atti/Attilio, mentre la Mamma-nonna è un giro Manu e un giro Ela. Con i nomi delle zie dobbiamo ancora iniziare il training che sarà bello lungo dato il loro numero; siamo invece al completo con i nomi degli animali di famiglia. Lei, oltre a essere “Ia”, è Ciccipò: questo è il nome che recentemente si è data, senza sapere da dove l’abbia preso ma che le si adatta alla perfezione, tondo e simpatico com’è lei.

Dal 31, poi, è un continuo esclamare «Sì cetto»: affermazione che talvolta (9 su 10) suona come una presa per i fondelli. Ma fa tanto ridere, come certe sue espressioni serie se apre il libro delle novelle di Verga trovato sul mio comodino o l’indice puntato sulla bocca in atteggiamento riflessivo.

Da quando siamo rientrati a casa, però, un problema c’è ed è tanto per cambiare con il sonno: la sera non c’è verso di andare a nanna prima delle 22.30, preferibilmente accompagnata da entrambi nel suo lettino. Poi però la mattina si sveglia più tardi: arriva in salotto (a volte in camera, visto che ultimamente anche noi dormiamo di più) con Winnie Pooh e Ih Oh sotto braccio e comincia a spargere baciotti, abbracci e sorrisi.

E questi coinvolgono pure il Grande Cocomero, qualche giorno fa nutrito attraverso l’ombelico con il biberon della nuova bambolina e ieri riempito di baci. Unico problema: se qualcuno le chiede dove sia la sorellina lei, incurante se io abbia la gonna o una maglia vestito, si premura di alzarla per far meglio notare la già notevole rotondità.

sabato 11 maggio 2013

di acqua al gas nervino, caprigne e memoria da elefanti



 Con gli ormai canonici dieci giorni di scarto esistenti fra la vita reale e il resoconto nel blog, eccomi a raccontare dei tre giorni di vacanza che ci siamo concessi. Evento di per sé degno di nota e festeggiamenti sia perché significa che siamo riusciti a far combaciare periodi di ferie/non lavoro facendoli peraltro collimare, cosa senz’altro più eccezionale, con  un periodo in cui la Princi era in buona salute.

Forse troppa.

Ora: avere un bimbo per una persona tendenzialmente programmata in modalità office  per ogni minimo aspetto dell’esistenza è qualcosa di oltremodo destabilizzante. Non solo perchè raffreddori, febbri, vaccini, malattie esantematiche possono far saltare programmi anche a breve scadenza. Ma soprattutto perché hai la malsana, corrosiva presunzione di controllare tutto ed essere tesa come un mazzo di corde di violino nella speranza che fili tutto liscio. Ovvero: che la bimba dorma; che la bimba sia tranquilla in modo da permetterti di riordinare, cucinare, docciarti, truccarti in pace; che la bimba non faccia capricci quando uscite; che non si sporchi quando mangia; che non faccia le linguacce in prossimità di vigili urbani o altre forze dell’ordine; che a fine giornata decida pressochè spontaneamente di imboccare la strada del letto.

Se una sola di queste cose in lista riesce, è già tanto.

I giorni trascorsi con la Princi sono stati bellissimi e faticosissimi. A cominciare dalla preparazione della valigia dove ovviamente lo spazio destinato a lei supera di gran lunga quello occupato dalle cose di Lui e mie messe insieme. Perché una brava mamma mette le sue cose dopo quelle della  bimba e quindi, se i centimetri di bagagliaio scarseggiano,  via il rasoio per depilarsi e dentro lo scaldabiberon: che tanto il marito ce l’hai già, quindi puoi anche rimanere allo stato brado.

Poi c’è la sistemazione post vacanza: e nonostante siano passati dieci giorni l’armadio trabocca di panni da stirare con, ovviamente, quelli che si sono aggiunti dopo il ritorno che hanno affossato quelli delle mini ferie.

In mezzo ci sono stati tre giorni in cui la Princi ha dato il meglio di sé in fatto di relazioni sociali. Complice un’organizzazione  a buffet di colazione e cena, mattina e sera vagava per la sala da pranzo dell’albergo per conoscere uno per uno i cento (forse più) piccoli ospiti. E le cameriere: finendo poi ad abbracciarne una come la conoscesse e non ricordasse da dove è sbucata.

Poi le public relations si sono estese alle piscine e pure alla camera, dove la Princi, ad ogni ingresso, andava a parlottare al telefono: e credo sia pure riuscita a comunicare con la reception.

Inseguirla perché non si facesse male e/o venisse rapita e/o sparisse arginando nel contempo i suoi capricci avrebbe richiesto, per riprendersi, una nuova vacanza, questa volta a due.

Ma vederla giocare e comunicare a suo modo, in maniera molto più spigliata di noi, con bimbi e adulti di ogni lingua, osservarla gioiosa di fronte alla mucca, dubbiosa di fronte allo starnazzare delle oche  e affascinata dal suo primo incontro con il mitico elefante è stato una ricompensa sufficiente.

Anche perché non sapevamo cosa ci avrebbe aspettati al ritorno.

Forse abituatasi con troppa facilità alla presenza di entrambi, forse ancora con depositi di stanchezza da smaltire, i primi giorni sembrava ci fossimo riportati a casa un alieno. Capace di placarsi solo all’aria aperta, la Princi piantava dei capricci indescrivibili. E se noi sulla strada del ritorno pensavamo a come arginarla anche in vista delle prossime ferie di luglio per farla stare un po’ di più e un po’ più composta a tavola,  ci siamo trovati a fare i conti con qualcosa di irrefrenabile.

Una piccola peste pronta all’urlo, alle lacrime e ai contorcimenti ad ogni minimo no.

Difficile riuscire a rimanere impassibili e a mantenere la stessa, dura, linea di condotta. I problemi maggiori si sono posti, infatti, nei giorni trascorsi dalla mamma-nonna dove la nonna-bisnonna è pronta a trasformare in tragedia all’ennesima potenza ogni minima frigna, figurarsi un capriccio colossale. Quindi mi sono trovata a gestire contemporaneamente tre situazioni a rischio:

la Princi che, stufa di stare nel seggiolone, si rotolava a terra per essere presa in braccio ed essere messa in piedi sulla panca mentre finivamo di pranzare;

la mamma-nonna che rivolgeva sguardi e sospiri di pena verso la Princi e sguardi e sospiri di rimprovero verso di me aggiungendo, tanto per essere chiara, che lei trovandosi da sola non l’avrebbe mai fatta piangere;

la nonna-bisnonna che all’infinita serie di “Uh!” di riprovazione agganciava delle rassicurazioni nei miei confronti perché faccio bene a non dargliela vinta.

Poi c’ero/ci sono io.

Perché è questa la battaglia peggiore. Chiedersi ogni minuto se sto facendo bene, se non sia troppo dura, ricordando le volte in cui i capricci ero io a farli e ho odiato chi mi lasciava lì a rotolare.

Poi c’è la Princi.

Che in questi giorni mi ha fatto capire cosa vuole.

Vuole me. Presente. Efficiente. Tutta per lei. Almeno per mezz’ora alla volta. Almeno per il tempo in cui non sono al lavoro.

E allora la scorsa settimana prima di fiondarmi nel riassettare la casa e sparecchiare la colazione mi sono lasciata portare dove lei voleva: perché ora viene da me e mi prende per mano mettendomi davanti al foglio e alle matite, alla fattoria di pezza popolata da improbabili elefanti e Winnie Pooh in pigiama.

Le caprigne (capricci-frigne) sono rientrate o, perlomeno, sono diventate più gestibili.

E ci siamo dati delle spiegazioni. Oltre a dover premere per il riposino pomeridiano (a costo di fuggire dalla casa della mamma-nonna per addormentarla in auto e sperare che prosegua una volta a casa) ci siamo resi conto che la Princi ha affinato il fiuto da segugio: sa con chi può tentare e chi cederà. Le nonne neppure si contano; è il papi quello che preoccupa: perché tanti capricci sono determinati dal voler replicare un divertimento fattole provare da Lui e che, per varie ragioni, rientra nei miei no.

E rientrerebbe pure in quelli di Lui, se non fosse che oltre ad avere affinato la capacità di psicologa, la Princi ha anche sviluppato una memoria notevole.

Sarà mica stato merito dell’elefante?