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domenica 27 dicembre 2020

SuperMamma o anche no

 


Sono in incredibile ritardo con tutti i pensieri che avrei voluto mettere per iscritto e che adesso, indubbiamente, andranno persi. Avrei voluto registrare quasi in diretta questo Natale; ma prima ancora avrei voluto fissare i pensieri, le emozioni e le reazioni che ha suscitato in me e negli altri larticolo pubblicato su “Il Piccolo” esattamente 11 giorni fa.

Una sorta di coming out nato dall’articolo che io stessa ho scritto per il mensile “Gorizia News & views” con cui collaboro e in cui ho unito generalità sulla sclerosi con le attività della sezione locale di Aism fino ad arrivare all’autocitazione della mia storia e di mammaconicalzettoni. Qualcuno non sapeva e ha così scoperto, lasciandomi pensieri nel privato di un messaggio su whatsapp. E, all’autore dell’articolo successivo, deve aver risvegliato i ricordi di una vita di conoscenza e stima fra la sua e la mia famiglia: una vicinanza nata quando il nonno ha avviato la fabbrica, dove suo padre ha lavorato, e arrivata fino a quella strana vacanza al mare in Toscana in cui ci ha visti alle prese con le difficoltà di mia zia nelle ultime fasi della malattia. Poi, voglio crederlo, l’idea dell’articolo penso sia nata anche da una sorta di stima nei miei confronti.

Mi ha colpito il fatto che la prima persona a segnalarmi la pubblicazione sia stato un assessore comunale. Ho colto l’occasione al volo per chiedere un aiuto, un coinvolgimento dell’istituzione nelle attività di Aism. Quando ho accettato di raccontare la mia storia l’ho fatto forse perché lusingata da questa attenzione, senza chiedermi quali ne sarebbero state le conseguenze per me e gli altri, senza pormi un obiettivo. Non mi sono chiesta, e di questo mi sono resa conto solo pochi giorni fa, con un discreto senso di colpa, cosa potesse significare per le bimbe.

L’obiettivo si è poi delineato man mano che amici, semplici conoscenti, molti sconosciuti mi hanno scritto su facebook, instagram, messenger dopo aver letto la storia.

Nonostante ritenga di essere un bluff, posso fare qualcosa per rendermi utile.

Il punto, infatti, è che tanto clamore ha iniziato a sembrarmi eccessivo e certe dichiarazioni, che pure mi hanno fatto piacere, mi sono sembrate fuori luogo. «Sei un esempio, sei una donna coraggiosa»: bello sentirselo dire e leggerlo ma...mi sono sentita e continuo a sentirmi “falsa”.

Perché la malattia c’è ma non si vede. E certo, meglio che sia così per me, per la mamma, per le bimbe e per Lui. Ma mentre leggevo quei commenti riferiti a me, che nel frattempo ero andata in auto, da sola, a Udine, che sono andata in centro a ritirare le stelle di Natale e poi a far la spesa al centro commerciale; mentre li scoprivo nel mio profilo, ho trovato la testimonianza di una donna, mamma di due bambini, che ha scoperto di avere la leucemia mentre aspettava il terzo e il suo post parto è stato uno slalom fra la chemio, le nausee e gli ormoni impazziti. E allo stesso tempo, mentre leggevo quei commenti alla mia storia, sulle pagine Aism sfilavano foto di mamme in carrozzina. Facile essere un modello, essere coraggiosa quando ci si muove da soli, si imposta la giornata sulla lezione di ginnastica, le pulizie di casa e i compiti delle bambine con il solo impegno di ricordarsi una pasticca mattina e sera. Ma quelle che in tutto questo devono incastrare le flebo per la terapia?

Sono una SuperMamma? Sì, ma come lo sono tutte.

Sono SuperMamme quelle che preparano il latte ai propri figli urlanti, con gli occhi ancora chiusi perché avrebbero bisogno prima di tutto di un caffè, ma anche quelle che non possono preparaglielo perché all’alba sono già uscite per entrare in fabbrica.

Sono SuperMamme quelle che si destreggiano fra i capricci alimentari dei bambini cercando di impiattare cibi sani senza scontentare completamente la loro voglia di schifezze e quelle che scongelano i sofficini all’ultimo minuto.

Sono SuperMamme quelle che in una mattinata riassettano la casa, preparano il pranzo, fanno la spesa e quelle che a malapena riescono a farsi la doccia perché devono prendersi cura dei loro bimbi.

Sono SuperMamme quelle che sanno quali compiti devono svolgere i cuccioli prima ancora che siano usciti da scuola e quelle che, a sera, chiedono da una stanza all’altra se hanno preparato lo zaino per il giorno successivo.

Sono SuperMamme quelle che tornando dal lavoro entrano direttamente in cucina perché «Quando si mangia che ho fame?», quelle che entrano dalla porta sfilandosi le scarpe e la giornata di lavoro, quelle che lasciano il malumore fuori dalla porta per farsi travolgere dai «Ci sei mancata».

Sono SuperMamme quelle che hanno figli di una bellezza da copertina, preoccupate che siano sempre puliti ed educati e sono ancor più SuperMamme quelle che li vedono combattere con i limiti imposti da una malattia che potrebbe migliorare o lentamente portarli via: ma loro continuano a sorridergli.

Sono SuperMamme quelle che hanno un compagno amorevole al loro fianco e quelle che si rannicchiano in un angolo perché chi gli sta vicino non sa cosa sia l’amore, quelle che possono scegliere a quale nonno/zia/cugina lasciare il cucciolo e quelle che lottano con l’orologio per arrivare in tempo al nido.

Sono SuperMamme quelle che, riordinata la cucina, vorrebbero spalmarsi sul divano ma non vogliono rinunciare alle storie della buonanotte.

Tutte le mamme sono SuperMamme: l’ho scoperto in questi nove anni costellati di corsi preparto, ludoteca, parco giochi, scuola materna, primaria, scarpe per bambini, giocattoli, cartoni animati…

Tutte le mamme sono SuperMamme: quelle che vanno in palestra e quelle che ci rinunciano, quelle che vanno dal parrucchiere e quelle che si tagliano i capelli da sole, quelle che seguono il proprio istinto e quelle che seguono le “istruzioni” di pediatri e pedagoghi.

Insomma: mi sono sentita un grande bluff perché la malattia c’è ma non si vede. E mentre lo pensavo ho realizzato che il problema di AM (Alluce Muto) è che in realtà lui si fa sentire: perché quando si sta bene, non ci si ricorda che per camminare si sta mettendo un piede dietro l’altro. Invece, a ogni passo, Lui fa percepire la propria stranezza.

E mentre pensavo che non sono affatto una SuperMamma, coraggiosa, forte, quasi eroica, ho realizzato che lo siamo tutte: solo, in misura diversa.

Ecco: le cose che volevo dire, seppure in modo caotico, ci sono quasi tutte. E’ il problema di essere una SuperMamma che lascia indietro ciò che le piacerebbe fare perché fagocitata dal dover fare.

lunedì 14 settembre 2015

autunno: si inverdiscono le vite

E oggi anche noi abbiamo ricominciato la scuola.

Una volta non era un evento, o forse non me lo facevano percepire come tale o forse essendo bambina non sentivo il gran rumoreggiare che si fa adesso intorno a qualcosa che è naturale, normale, direi scontato. Mi pare che oggi si tenda a drammatizzare e ingigantire troppe cose, magari perché – come ho sentito dire in alcune occasioni – non ci sono più i riti di passaggio di un tempo e quindi abbiamo bisogno di rendere tali dei comuni momenti di crescita o di mettere in negativo fatti altrettanto normali.
Come i compiti delle vacanze: io li facevo, da sola, così come da sola ho sempre fatto quelli per casa, senza bisogno che mia mamma sapesse cosa o quanto o come dovevo fare e dando sempre ragione ai maestri se ne avevo tanti. «Bene così!» ricordo che aveva risposto alla mamma di una mia compagna che si lamentava per le pagine e pagine di verbi da coniugare che ci aveva assegnato una supplente. E in effetti, seppur non ne ricordo il nome, la ringrazio perché così ho imparato a usare correttamente congiuntivo e condizionale. Magari tutto ciò accadeva perché mi è sempre piaciuto andare a scuola, tanto che pure ora vorrei fare corsi su corsi di lingue, informatica e chissà che altro. Magari tutto ciò accadeva perché ero parecchio secchiona. Chissà. Sta di fatto che quest’estate (due mesi soltanto, a dire il vero, essendo terminato l’asilo a fine giugno) la Princi dapprincipio non ne voleva sapere di disegnare sui libri delle vacanze nonostante le piaccia un sacco pasticciare con pennarelli, matite e cerette. Poi, come per magia, ha iniziato a chiedere lei di fare i compiti: e così ogni giorno se ne andava una pagina fino a completare entrambi i fascicoletti. Ammetto di essere stata molto orgogliosa: un orgoglio pari a quello che provo quando la vedo aiutare Briciolina, stringerla, tentare di imboccarla e viceversa.
Tra i vari suoi soprannomi, Mini minor si è recentemente conquistata anche quello di Portobello per le riuscite imitazioni della sua mentore.

Comunque, tornando all’inizio della scuola, stamattina mi sembrava trascorsa una vita da quando mi affannavo per prepararci tutte e tre, rifacendo pure i letti e riordinando dalla colazione, pur di arrivare a scuola in orario. Ma quando mi sono ritrovata a uscire dal cortile, mi è sembrato di averlo fatto pure il giorno prima. E una volta arrivate, tutto uguale e tutto nuovo. Cerco di ricordare com’era andata lo scorso anno, cosa dovevamo portare e penso poi che sicuramente lo scoprirò.
Ma poi, siccome di solito per uno strano virus contagioso le cose accadono tutte contemporaneamente, ecco che l’inizio della scuola coincide con mille altre riprese o nuove avventure.

Innanzitutto, il lavaggio del cervello fatto dal momento del suo concepimento in avanti ha fatto sì che domani la Princi proverà la sua prima lezione di danza. Difficile esserne felice e basta: da un lato noto in lei una certa predisposizione (ma chi non lo direbbe del proprio figlio?), d’altro canto vorrei onestamente che si sentisse libera di scegliere se le piace o meno. Solo che al di là dei commenti che posso fare, ci sono atteggiamenti e modi di dire inconsci che difficilmente riuscirò a tenere sotto controllo. Intanto, però, su suo spontaneo suggerimento, proverà anche ginnastica ritmica, in teoria sempre questa settimana. Settimana che però non vorrei fosse troppo ricca di emozioni che potrebbe scaricare in crisi di stanchezza: in mezzo agli impegni certi (già molti per tutti quanti) si è infatti infilato un inatteso invito di compleanno.

Riprese. Anche io sto tentando di riprendere a fare un po’ di movimento. Ne vedo l’impellente necessità. Questi ultimi mesi sono stati molto duri sotto questo profilo. I momenti in cui decido di lasciarmi andare ad aperitivi, gelati o feste, sono ancora e sempre in conflitto con le restrizioni che cerco di darmi e che purtroppo restano senza risultati. Sono piuttosto avvilita per questo, anzi, mi sento avvolta da un umor nero che mi dico di poter dissolvere solo grazie a dell’attività mirata. E stasera comincerà la nuova stagione di aerobica pure per me: conto in una maggiore assiduità grazie alla presenza in casa della mamma-nonna che, oltre all’aiuto oggettivo, sembra silenziare i sensi di colpa.
Riprese. Sono mesi che lo aspetto, ma forse finalmente ci siamo. Mi mancava, mi impaurisce, mi incuriosisce. Non un vero e proprio lavoro, ma un lavoro di cui ho bisogno per ossigenare il cervello, per dare aria ai pensieri e togliere la ruggine alle parole. Non scrivo oltre. Sono ancora, spero per poco, nella fase waiting for Godot.
Nuovi inizi. Dopo mesi trascorsi veloci come giornate, finalmente ci siamo: mercoledì i muratori inizieranno a plasmare la nostra nuova casa. Felice? Emozionata? Non so. Credo – almeno per ora - indifferente. Spero la trasformino come ha promesso Lui, in modo che ne risultino trasformati i ricordi che l’accompagnano.

E per ora, come novità, mi pare possano bastare.