venerdì 5 agosto 2016

certi giorni

Oggi è una di quelle giornate che non gira, di quelle in cui mi chiedo che senso abbia fare la mamma dato che mi sento di non riuscire a dare nulla di diverso da senso di sconforto e umor nero. E così il pranzo è tornato a essere una lotta perché non hanno mangiato e alla seconda delle undicimila (fino adesso) volte in cui dovevo fingere di essere un’altra e fingere contemporaneamente che la Princi e la Pulci fossero mamma gatto e gattino, zia e nipote, Peppa e George, ero già sbottata.
Per una volta, loro non c’entrano.
Anzi, a dirla tutta non è la prima volta in cui mi senta così.
Così inutile, sfiduciata, dubbiosa, smarrita.
Ieri ho parlato per lavoro con una persona piena di idee e iniziative, ben sicura dei valori in cui credere e delle cose per lui importanti. E se questa chiacchierata inizialmente mi ha fatto bene, poi ha finito col risvegliare tutti i miei dubbi, malamente sopiti sotto una casalinghitudine e mammitudine che pure ho cercato, amo e mi danno soddisfazione.
Peraltro, solo in parte questo senso di smarrimento è legato alla mancanza di un lavoro. Vi è legato se penso che non mi piacerebbe trovare semplicemente UN lavoro, ma IL lavoro: quello per cui ha un senso svegliarsi la mattina, che ti rende soddisfatta a fine giornata, che da un perché al fatto di stare ore fuori casa trascurando di veder crescere le cucciole.
I protagonisti di "Tu (NON) sei il tuo lavoro", di Rosella Postorino
Probabilmente chiedo troppo. Sono certa che miliardi di persone al mondo lavorino perché devono e stop. Ma purtroppo sono in quella piccola percentuale di persone che crede di ESSERE il proprio lavoro: perché, come spiegava una commedia vista in un momento ap (ante Princi), tendiamo comunque a identificarci con esso. Se ci si pensa bene, a tutte le volte in cui una persona chiede «Cosa fai?», si risponde quasi sempre «Io sono»: un operaio, un commercialista, un pensionato...
Ecco: non so se sia riuscita a spiegarmi completamente, ma il punto è che non ho idea di cosa io sia e soprattutto in cosa sia versata, in cosa quindi mi piacerebbe impegnarmi. E questo a XX anni suonati.
Sarà in parte perché tendo a fare un sacco di lavoretti scollegati fra loro e li faccio a mio parere male perché non riesco ad avere il tempo per approfondire nessuna di quelle cose che pure mi piacciono.
Uno dei miei miti già al tempo del Liceo
Ma, a dirla tutta, davvero mi piace/piacerebbe riprendere a studiare? Davvero mi piace/piacerebbe fare la giornalista? Davvero mi piace/piacerebbe diventare una critica d’arte? Davvero mi piace/piacerebbe fare quel corso di arte terapia? E quei corsi di cucina a cui sto pensando da anni?
E così, alla fine, proseguo nella mia paralisi decisionale e di vita.
Waiting for Godot.
O, leopardianamente, chiedendomi :
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Ma intanto questo scombussolamento mi ha fatto tornare a scrivere sul blog: ed è già una buon risultato.

venerdì 15 luglio 2016

Ieri, oggi, domani


Ieri: il nostro anniversario di matrimonio, la prima sera delle belve sole con gli zii. Ieri: nella mia città degli immigrati hanno preso a sassate un cigno sulla riva del fiume, pare solo per passare il tempo. Ieri: a Nizza, un nuovo attacco terroristico, decine di morti, feriti, un panico incommensurabile.

Oggi: la festa per i quarant’anni di attività del papà-nonno. Oggi: una valanga di commenti su facebook su quanto accaduto. Per entrambi i fatti. Oggi: ho deciso di accendere finalmente la tv per guardarmi un telegiornale, cosa che non faccio da mesi. Oggi: ho sentito l’urgenza di scrivere, perché non posso ignorare ciò che è successo e, per farlo, devo uscire dal rincorrersi di “mamma, ho sete! mina (=mammina, in emmese), mina, mina! cappa pipì! mina, mio pancino tanta fame (in perfetto Masha style)” in cui sono involtolata da mesi, anche piacevolmente.

Ho postato qualcosa anche io a proposito del cigno. Non me la sento di commentare quanto accaduto a Nizza. Ma è da qui che ho percepito la necessità di uscire dalla mammitudine, da un commento di un’amica che ha tristemente scritto come in momenti simili quasi si penta di aver avuto dei figli.

Pure io. Ma non perché abbia paura per loro. Può sembrare innaturale e stupido. La mia paura nasce dal non sapere come crescerle. Perché non voglio che si abituino al clima di odio che sento montare tutto attorno nei confronti degli stranieri. Non voglio che abbiano timore di salire su un treno perchè potrebbe esserci un unico binario a un certo punto del loro viaggio. Non voglio che decidano di rinunciare a un’università all’estero o a comprarsi una maglietta al centro commerciale che dista dieci chilometri da casa  perché ci potrebbero essere degli attentati. Vorrei invece riuscire a far capire loro che il male c’è, purtroppo sì. Ma c’è, purtroppissimo, dappertutto. Chi invoca pene di morte, lavori forzati o simili per gli stranieri che hanno martoriato il cigno non pensa a quanti – italiani, cattolici – torturano gli animali, anche i propri: e anche in questo caso, lo fanno per il gusto di far qualcosa. Proprio come i ragazzini che deteriorano i giochi del parco con scritte oscene o che urlano fino a notte fonda sotto casa (nostra) e lasciano immondizie ovunque. E sono italiani. Vorrei che avessero fiducia negli altri ma fossero anche dotate di antenne per tenersi lontano da falsi amici. Vorrei che non dovessero mai conoscere il dolore e la sofferenza ma anche che fossero capaci di aiutare chi ha bisogno e soffre. Vorrei che fossero in grado di ragionare sempre con la propria testa, senza lasciarsi trascinare dall’opinione altrui. Vorrei che fossero in grado di difendersi, con le parole, con i fatti, se ne avessero bisogno. Vorrei vivessero in un mondo in cui anche gli altri siano rispettosi. Perché il timore maggiore è che crescano sensibili fra persone che non lo sono.

Nota: sono parole scritte di getto, con il cuore in mano. E purtroppo non riviste perché i cinque minuti di uscita dalla mammitudine sono scaduti...

domenica 5 giugno 2016


"Mina, mio cino tata fame!"

(= Mammina, il mio pancino ha tanta fame)


Quando Masha e orso diventano il nuovo Zingarelli...

sabato 5 marzo 2016

Lettera a una Briciolina, passato il suo compleanno

Cara Briciolina,
scusa per il ritardo con cui ti scrivo queste righe, che dovevano essere di buon compleanno. E invece, sono già trascorse tre settimane.

Imperdonabile.

Come imperdonabile è il poco tempo che ti ho dedicato finora e che tu stai cercando di recuperare.
Prepotentemente, come lo dovessi prendere tutto in una volta.
Scusa: perché se per il primo ritardo posso dire che ho cercato di farmi prendere, a volte lasciandomi travolgere, da questo nuovo e sempre temporaneo lavoro (quindi, dirai tu: perché fasciarsi la testa?) per il secondo le scuse non esistono. Sono solamente legate a una fragilità, allo spaesamento provato quando sei arrivata e non avevo idea di come vivessero insieme due sorelle, di come potessi aiutarvi ad amarvi, se sarei riuscita ad amarvi entrambe della stessa quantità di amore, se avremmo prima o poi trovato un equilibrio che andasse a sostituire quello il tuo allunaggio aveva buttato all’aria.
Fragilità da spavento.
Un terrore in cui la gioia per il tuo approdo ha spesso rischiato di perdersi facendomi ascoltare i consigli di chi era intorno a noi e che ho ascoltato se collimavano con ciò che mi diceva chi – a mio avviso – aveva il diritto di darli questi consigli perché titolato: i pediatri. E allora ho seguito chi diceva di non dover trascurare “la prima”, di darle più attenzioni rispetto a quelle che potevo dare a te.
Balle.
Perché, come ha detto un’amica, la puoi girare come vuoi: la mamma è sempre una. Ma, forse, qualcosa di buono l'ho fatto: è un'illusione che provo quando tu e la Princi vi cercate, vi abbracciate, vi preoccupate l'una dell'altra, vi date la manina per camminare.
Così, ti ho persa. Perché mugugnavi da mattina a sera e non ne capivo il motivo, presa com’ero dal ruolo di mamma-chioccia che però non ti ascoltava e dimenticava di sorriderti.
E così sono dovuti passare due mesi perché, guardandoti dormire sulla sdraio delle terme, vedessi quanto eri bella, dolce.
Mia.
Anzi: che fossi mia l’ho capito subito, chiamandoti “amore” non appena ho sentito il tuo strillo, acuto, penetrante. Proprio come quelli che costellano i tuoi attuali capricci. E ti hanno appoggiata su di me, piccola ranocchietta dalla testa nera, piena di quei capelli che poi raccoglievo con la spazzola levapelucchi dal cuscino del lettino che diventava nero a ogni risveglio.

Ti ho persa, ma mi sono anche persa. Come l’arrivo della Princi, il tuo, Briciolina, è stato un vero turbine da cui forse solo ora ci stiamo riprendendo.
Grazie a te e alla tua simpatia. Alle tue smorfie divertenti, ai tuoi pianti sfibranti, ai tuoi continui gesti di affetto, ai tuoi capricci che prosciugano ogni energia in entrambe. Perché alla fine cedi e dici “Tisa (scusa), mamma!” con una voce da Winnie Pooh che poi subito mi si accoccola addosso.
E mi sciolgo.
E mi scioglierei anche prima: è difficile tenere il punto con te, Briciolina, per colpa dei tuoi occhioni spaziali, grandi perle scure custodite da una conchiglia di preziose, lunghissime ciglia. E per colpa dei tuoi riccioletti, invidiabili, ingovernabili, profumati anche quando li impiastricci con il sugo o chissà dio cosa.
Buona vita, Briciolina.
Come ho a suo tempo sperato per la Princi, mi auguro che tu non perda mai la gioia che vive nel tuo sguardo. E che tu possa conservare la spiritosa intraprendenza e cocciutaggine che hai, perché sola ti porterà lontano. Da noi, credo. Purtroppo.

Anche se per noi sarai sempre la nostra piccola, che ci sorprende se scende da sola le scale di casa, se chiede di fare pì nel water, se vuole bere il latte e tit (Nesquik) dalla tazza di Elsa.

venerdì 26 febbraio 2016

amicizia, amore, tenerezza

Non l’ho mai fatto finora. Ma nelle nostre incursioni mensili in biblioteca, quelle in cui arraffiamo quanti più libri possibili che riportiamo rigorosamente in ritardo, ci siamo imbattuti in questo volume. Ho subito pensato alle storie d’amore che mi racconta la Princi, protagonista di mille avventure con il suo principe. Ma, diciamola tutta, ha colpito prima di tutto me: ed è stato per me, forse per ricordarmi cos’è l’amore, che ho portato a casa questo libro. Da cui oggi, con difficoltà, dovrò staccarmi per riconsegnarlo.



Perché nonostante il titolo Per sempre amici (di Sabina Colloredo e Patrizia La Porta, edizioni Carthusia) è un’incalzare di dichiarazioni che ognuno vorrebbe sentirsi dire almeno una volta nella vita; e che, in verità, dovrebbe saper dire a sua volta. Ma forse, più ancora, sarebbe meravigliosamente magnifico se la vita di ognuno fosse colorata e sognante come le illustrazioni che accompagnano queste splendidamente semplici parole.
Ed è così, probabilmente più per ricordarle a me stessa, che ho pensato di riportarle nel blog.
C’erano una volta due amici per la pelle.
Un giorno il bimbo chiese alla bimba...
E se io fossi un rospo, brutto e insignificante, tu cosa saresti?
Sarei la principessa, che di te si innamora all’istante.
E se fossi una saponetta? domandò la bimba.
Sarei la bolla di sapone più grande che ci sia, pur di stare in tua compagnia.
E se fossi una notte fonda?
Sarei una lucciola, perché tu non ti confonda
E se fossi il disegno che non ti viene mai?
Sarei il razzo che ti porta sul pianeta dove non esistono guai.
E se fossi uno specchio con dentro la magia?
Sarei la tua faccia che si specchia, non la mia.
E se fossi un bel sogno?
Sarei il mattino, che ritarda e ti fa dormire ancora un pochino.
E se fossi una bicicletta, la più veloce, la più bella?
Sarei l’aquilone, attaccato alla sella.

Disse il bimbo: Allora siamo proprio due amici per la pelle...”
E la bimba: “Continuiamo questo gioco ancora un po’, e ne vedremo delle belle...”

mercoledì 17 febbraio 2016

lavoro, lavoro, lavoro

Dire «Puoi lavorare tranquillamente da casa» è un grosso ossimoro. O equivoco. O entrambi.
Tranquillamente lo puoi fare se non hai due saette che chiamano «Mamma! Mamma! Mamma!» ogni mezzo minuto. O che, appena acceso il computer, supplicano «Mamma, giochi con me?», facendo scivolare l’indice di mammitudine sotto i tacchi se rispondi «No, amore: devo lavorare», o facendoti sembrare che stai lavorando da diverse ore mentre ti sei soltanto seduta al tavolo.
Forse, in realtà, tranquillamente si lavora fuori casa.
In un posto in cui arrivi dopo un tragitto, a piedi o in auto poco importa.
In un luogo in cui chiudi la porta e – si spera almeno per qualche minuto – lasci i pensieri dalla parte del muro opposta alla tua; non hai fornelli da controllare, pavimenti da aspirare, lavatrici da caricare mentre aspetti che si accenda il computer.
Non devi scrivere con in sottofondo una playlist di Alvin superstar.
Non devi sorvegliare il lavoro della Princi che, non volendo essere da meno, tira fuori il mini computer mentre Briciolina sfodera il proprio"tabre" (=tablet).
Non devi alzarti per prendere acqua, accompagnare in bagno, distribuire merende.
Insomma: questa, in grande sintesi, è la situazione degli ultimi giorni.
Sto sclerando. Mi sto sentendo la peggiore mamma, moglie, figlia e amica del mondo. Speriamo duri fino all’avvio della mostra. Speriamo di far funzionare i tempi, le richieste e le necessità di ognuno quel che basta per la sopravvivenza. 

venerdì 5 febbraio 2016

a carnevale, una festa non cale


Tanto per darmi la zappa sui piedi, in un periodo in cui vedo tutto nero (non so se perché sta riprendendo il giusto ciclo del ciclo, dopo anni di assenza: e magari non ci sono più abituata), ci si mette anche la festa di Princi e Briciolina.

Doveva essere l’evento dell’anno (senza nulla togliere al prossimo matrimonio dei cuginetti), preparato da almeno un mese e mezzo, pensato – nella testa della Princi ma pure nella mia – dal momento in cui abbiamo chiuso la porta dell’oratorio alla fine di quello del 2015.
Tema Frozen? Mia & me? Masha e Orso? Winx (dio ce ne scampi e liberi)? Gli argomenti si sono susseguiti a una velocità 2.0. Poi: decidere se fare una festa per ciascuna o un genetliaco cumulativo. Forse, se in questo cumulo avessimo compreso anche il compleLui e il complenonna avremmo avuto più successo.

Tenere tutto sotto controllo è difficile: riuscire a pensare a cosa preparare, dove festeggiare, come allestire, che giochi proporre, che musiche mandare in sottofondo... Ma il problema principale è quello che sembra più banale: quando festeggiare.
Quest’anno l’abbiamo presa brutta. Pur di avere la location abituale dei compleanni di tutti i compagni di scuola, pur di avere con noi parenti e amici che altrimenti avrebbero lavorato, abbiamo optato per la domenica. Giorno comodissimo per chi non lavora e pure per chi organizza.

Ma non abbiamo pensato al Carnevale. O meglio: ci ho pensato solo nel momento in cui, nei biglietti di invito, ho aggiunto la postilla sulla possibilità di venire in maschera, cosa che lo scorso anno era stata apprezzata.
E invece, quest’anno, le concomitanti sfilate e/o veglioni pomeridiani hanno la meglio, così come le possibilità di fuga dalla città incentivate dai seguenti tre giorni di chiusura delle scuole.
Quindi, uno alla volta, la maggior parte solo se sollecitati a confermare o meno la presenza, ha defezionato.

E quindi, zappa sui piedi per me.
Perché penso che forse avrei fatto bene se avessi consegnato gli inviti con maggiore anticipo.
Perché forse avrei dovuto ascoltare la Princi quando rispondeva «Sì!» a ogni nome dell’intero elenco dei bambini della scuola che le chiedevo se avessimo dovuto includere nella lista.
Perché, in un delirio di onnipotenza, penso che forse non vengono perché sono io a stare antipatica ai genitori.

E poi, al di là del risvolto positivo dato dalla conferma che ho fatto bene a non intraprendere la carriera di organizzatrice di eventi, scatta la ricerca di un piano B.
Ma non c’è.

Ti senti ancor peggio se ripensi alla figura barbina di sfilare davanti ai genitori per consegnare inviti sentendoti scrutata con un cipiglio «E perché mio figlio no?»: magari chi non ha ricevuto l’invito sarebbe venuto.
E pensi pure che avresti fatto davvero bene a invitare il bimbo la cui mamma oggi, in attesa dell’uscita dei pargoli, ti ha chiesto con vera preoccupazione «Come va?», “solo” perché ieri e oggi ti ha vista male. Unico “evento” di questi ultimi giorni ad avermi aperto il cuore. Una persona che si interessa a te e che, nella fretta, ha avuto il tempo di osservarti, capire che qualcosa non va e interessarsi.

Vabbè, ormai andrà come deve andare. Bene comunque, spero: perché chi ci sarà, ci sarà con il cuore. E perchè le nostre Elsa e Anna, o Sciacscia e Upo come dice Briciolina, ,festeggeranno comunque insieme. 

E perché comunque una delle principali preoccupazioni della Princi era avere i pop corn (e li avrà). Seconda preoccupazione, espressa mentre salivamo le scale: «Mamma, ma la festeggiata può mangiare?». «Certo! Anzi: può mangiare le cose più speciali. Preparerò un panino con un salame intero con sopra il tuo nome, che dici?».

Spero le basti per alleviare il disappunto di quando le ho detto che saremo meno del previsto. E, per cercare di compensare ulteriormente, la sera dopo ci sarà una nuova festa: il complenonna. Ancora non si sa con quanti partecipanti.