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venerdì 4 novembre 2016

semplicemente, ciao


Era più o meno quest’ora del pomeriggio. Stavo studiando greco, ero alle prese con una versione che raccontava la storia di due fratelli che discutevano l’eredità. E quando sono arrivata alla frase «Il padre morì» è squillato il telefono. Qualcuno direbbe che è stato semplicemente un caso. Ma io credo nelle coincidenze del destino.
Ricordo tutto come fosse oggi. Eppure sono trascorsi ventitré anni.
Anni in cui di cose ne sono successe tante, anni in cui la vita è andata comunque avanti: ma in ogni momento, silenziosa, dietro un angolo stava la domanda:
«Come sarebbe stato se ci fossi stata anche tu? Cosa avresti detto se ci fossi stata anche tu? E come saremmo stati noi se ci fossi stata anche tu?».
Domande inutili, forse, ma che inevitabilmente affiorano: silenziose, insidiose, fastidiose.
Ciao zia.

Il saluto migliore te lo ha inviato l’altro giorno la Princi avvicinandosi alla porta e mandando un bacio verso il cielo, dove sa che ci siete tu, la nonna Carolina e il nonno Arnoldo.

giovedì 28 febbraio 2013

il passato, il presente








A circa dieci giorni di distanza, mi stavo chiedendo cosa sarebbe rimasto. Poi, mentre facevo i conti di fine mese, la Sua voce  ha risposto alla mia soddisfazione per non aver toppato un’addizione: «Pensa a quanti anni fa sono andato a scuola io!». Era la replica alla protesta di uno di noi che, non ricordandosi qualcosa di storia o geografia, argomentava che l’avevamo studiato l’anno precedente.
 
 
Sì, continuo a essere attraversata da ricordi, immagini, fotogrammi di un tempo che non c’è più, che ora ho la certezza che non sarà più. Vorrei essere in grado di raccontare a Lui, alla Princi, un po’ a tutti cosa sono stati quegli anni ma so di non poterlo fare.
Perché il racconto non ha odore: quello delle aule con i vecchi e scricchiolanti parquet poi sostituiti da una più asettica pavimentazione plastificata verde; quello degli astucci di Barbie e Poochie, che senz’altro avevano un profumo diverso dalle Winx; quello delle merendine e dei panini con la frittata scartati a ricreazione, ora sostituiti da più insipidi biscotti zero grassi o da più rapidi crackers; quello dei quaderni con le foderine colorate e degli unici, miseri due libri che servivano per imparare: quello di lettura e il sussidiario: “occhi aperti”, si chiamava il nostro, e immaginarsi le battute che questo scatenava; quello delle sue mentine, un must che l’ha sempre accompagnato e che ricordiamo ogni volta che, a fine cena, con il conto ci portano la ciotolina piena di piramidine verdi.
Il racconto non ha rumore: quello del cortile dove si passava la ricreazione giocando a bandierina, streghina streghetta, dove si prolungava la ricreazione sfidandosi a calcio maschi contro femmine o dove succedevano cose che poi venivano riportate nei pensierini da scomporre  con l’analisi logica, tipo «Oggi in cortile A. ha appeso l’ombrello al braccio»; quello dei corridoi, dove d’inverno si giocava a prendersi trovando l’isola di salvezza spalmandosi sul muro; quello delle aule dove risuonava la campanella che, a fine giornata, era doppia per annunciare per primo l’arrivo del pulmino per chi abitava più lontano; dei versi di “davanti a San Guido, declamata con voce incerta dopo un faticoso pomeriggio per impararla a memoria (ma mai, da allora, dimenticata); e sempre delle mentine, agitate nella tasca della giacca dentro la loro bustina di carta.
Il racconto non ha tatto: i pantaloni invernali che pungevano e che mi costringevano a mettere scatenando un prurito lungo tutte le cinque ore di scuola; i maglioni di lana fatti a mano, più morbidi e più caldi degli altri; i trucioli della gomma delle Replay mentre cerchi di toglierli dal quaderno su cui sembrano restare appiccicati;  la cartapesta e le confezioni delle uova usate per costruire le maschere di Carnevale da appendere in classe.
 
Il racconto non potrà restituire l’emozione di vedere tornare indietro il tuo diario, le pagine bianche e il lucchetto, per leggere cosa ti ha scritto l’amica e che disegno ha fatto; non potrà restituire la concentrazione messa nel cercare di capire cosa intendesse dire spiegandoci l’importanza di trovare delle parole chiave capaci di riportare alla memoria quello che si è appena letto, metodo di studio che ho usato anche all’università per la storia della critica e la letteratura inglese; non potrà restituire la fibrillazione per le recite fatte a Carnevale per differenziarsi dalla maggioranza; né il clima di ansia sospesa che ha accompagnato la dettatura degli argomenti da portare all’esame di quinta, diversi per ognuno di noi.

Immagini, immagini, immagini; ricordi, ricordi, ricordi. Il passato.
Ma è tutto ciò che rimane?
Per fortuna no.
Rimaniamo noi, che abbiamo avuto il privilegio di vivere quel mondo di fiducia verso gli altri, di timore reverenziale e rispetto verso chi era più adulto, di gioia scanzonata e di canzoni gioiose. Rimaniamo noi, che abbiamo avuto il privilegio di essere guidati da una persona per cui istruzione ed educazione andavano a braccetto anche se l’educazione non ci si aspettava che venisse insegnata a scuola; una persona che ci ha capiti e coltivati nelle nostre passioni e inclinazioni, che ci ha spronati nel rispetto delle singole potenzialità e interessi senza catalogarli secondo una scala gerarchica che privilegiasse qualcuna di queste; una persona che ci ha adottati con affetto e severità equamente distribuiti; una persona che – e questa è la cosa che più mi ha colpito la settimana scorsa – ha cucito una rete fra noi, a volte invisibile ma resistente, al punto da riportarci lì, attorno a lui anche al momento della sua partenza, per potergli dare il nostro ultimo “salutare e partire!” da bravi, diligenti ma soprattutto affezionati soldatini. Che ancora si ritrovano, dopo anni di lontananza condita da un comune senso di appartenenza, dalla consapevolezza dell’esistenza di quel filo rimasto lì, sospeso, pronto a essere rinfilato nell’ago per continuare a tessere una storia da cui non possiamo prescindere.

Ma, come ho già scritto, è un intero mondo a essere tramontato. Anche se è solo con questa partenza che ho avuto la percezione netta del mutamento prodotto dal tempo, del passato che non torna e non tornerà più perché ormai noi siamo diversi, io sono diversa: ed è duro da capire. Ultima di una lunga serie di partenze che hanno riguardato persone a me anche molto più vicine, è solo con questa che mi sono resa conto di come gli anni trascorrano e con essi le persone, le situazioni e tutti siano in grado di procedere con il tempo.
Ma non io: per quanto mi riguarda, quando mi penso vedo ancora quella bambina goffa con le codine nere e gli occhiali rossi. Mi vedo ancora nella mia vecchia casa, vedo ancora la mia famiglia, le feste di quella volta, l’odore di cioccolato che sempre mi accompagnava.
Ma non più: da tempo, ormai.
Già…