sabato 10 novembre 2012

bimbe che arrivano, bimbe che restano


In questi giorni, risistemando il blog e rileggendo i post di un anno fa, mi è sembrato di compiere un tuffo nel passato: in un passato remoto, in una vita precedente. Una vita in cui eravamo in due e ci sembrava che bastassimo l’uno all’altra; una vita in cui se decidevi di rimanere fuori potevi farlo senza dover passare in rassegna il contenuto della mitica borsa viola che ora ci sta più azzeccata della fede nuziale.

Una vita che a suo modo era completa ma ora lo è di più.

Sembra passato un secolo da quando, più o meno un anno fa, andavo in cerca di pigiami per me, ero preoccupata di non aver ancora preparato la borsa per l’ospedale, dovevo sorvegliare gli idraulici che ci stavano smontando e rimontando casa, cercavo la prima tutina per la Princi. Vedere ora le tutine per pulcini di un mese mi riempie di tenerezza e mi fa pensare a quel fagottino imbronciato che, ora, sorride quarantotto ore al giorno mostrando compiacente la sua bocca sdentata.
Meraviglia delle meraviglie.

Eppure…
Eppure continuo a essere una mamma a metà, presa dalle mie fisime, da un (a volte) malcelato desiderio di annullamento da cui purtroppo neanche i suoi baci-slinguazzata riescono a distogliermi. E così perdo tempo: perdo tempo a pensare a me e a come evitare pranzi, cene e i prossimi, minacciosissimi, pranzoni/cenoni delle feste da cui – Princi causa – non potremmo assolutamente esimerci. Anzi: a dirla tutta forse potrei pure svicolarla, nel senso che l’importante è che non manchi lei.
 
Vabbè. A parte questo, ultimamente sto lavorando moltissimo e mi dispiace. Lui mi direbbe che non sono mai contenta, che se non avessi lavorato avrei desiderato farlo e probabilmente è vero. Ma chi immaginava che procedendo i mesi sarebbe stato sempre più doloroso staccarsi da lei? Se ci si mette poi che, tornata a casa, dovrei pensare a rendere abitabile il nostro nido, magari ogni tanto preparare da mangiare… E se – ma questo rientra negli optional remoti – si pensa che sarebbe bene avere degli spazi per sé che, nella fattispecie, vorrei convertire in ingressi in palestra, che dovrei studiare per il concorso a cui mi sono iscritta, che vorrei dare un senso ai pellegrinaggi a Trieste fatti quando ero una navetta madre pubblicando qualcosa basato sulle ricerche fatte…
Insomma: di quante ore dovrebbe essere la giornata?
Ciò che vorrei veramente e prima di tutto sarebbe dedicare più tempo a lei e solo a lei, senza guardarla attraverso lo straccio per la polvere o mentre la trascino con il seggiolone per seguire me e l’aspirapolvere. Però, per avere la casa presentabile senza che a pulirla ci pensi lei con il suo sederino-swiffer, dovrei appaltare la Princi a qualche nonna, ben felice di prestarsi ma… sarebbe sempre tempo senza di lei.
 
E’ un gatto che si morde la coda, giusto per adattare i modi di dire a quei due fenomeni che condividono con noi lettone e lettino. Lo so: è una situazione vissuta da tutte le mamme, acrobate fra lavoro-casa-famiglia-desiderio di dimostrarsi perfette (e quindi: atletiche, ben curate, ben vestite, rilassate)-impegni sociali-e chissà che altro.
Da sfinimento, insomma. E infatti baratterei volentieri il periodo pranzoni/cenoni natalizi con un viaggio: magari di nuovo a Marsa Alam, dove siamo stati in due e vorrei tornare in tre. Per ora, con infiniti sensi di colpa, mi accontento di un viaggio sul lettino dell’estetista dove mi farò torturare per un’ora con una pulizia del viso.

In fondo, lavorare ha come pro la possibilità di farsi questi regali.

sabato 3 novembre 2012

zie che vengono, zie che vanno


Curiose, le coincidenze. Oggi è il compleanno di una nuova zia: una zia innamorata della sua prima nipotina, che non vede l’ora di giocare assieme a lei, che la riempie di pensieri e che è stata (ed è) tanto vicino alla sua mamma.
Domani ricorderò più intensamente di quanto non faccia tutti i giorni una zia che c’è stata per un periodo troppo breve. Un periodo sufficiente, è vero, per regalare alla sua nipotina - anche in questo caso la prima - il suo primissimo pelouche; per vergare vittoriosa sul diario la scritta SONO ZIA!! il giorno della sua nascita; per scrivere che, a differenza di tutti gli altri neonati, lei era più carina, se non altro non era paonazza; per insegnarle il demi pliè e le posizioni di danza appoggiate al bancone della cucina, sbarra casalinga da cui è partita la trafila di saggi e lezioni dimostrative propinate anche ai suoi amici, incalzati con un «È brava, vero, mia nipote?». Un  tempo sufficiente per sottoporla, piccola cavia, al test di Rorschach; per potarla al cinema a vedere “La storia infinita” interrogandosi se fosse meglio portarsi le caramelle o il chewing gum; sufficiente per infarcirla della stessa passione per Snoopy; per farle odiare e poi amare tutto ciò che, solo perché era suo, lei teneva a distanza, spaventata e attratta dal modello che lei ha sempre incarnato; sufficiente per farsi spingere sulla carrozzina lungo il Corso e per condividere un tè con pasticcini come fossero amiche o sorelle.
Un periodo, però, del tutto insufficiente per farsi conoscere veramente, per farle scoprire cosa ci fosse dietro il velo di tristezza che la accompagnava, per farle capire quanto fosse più importante vivere in prima persona piuttosto che farlo attraverso i libri, per insegnarle a truccarsi, vestirsi. E, viceversa, il tempo è stato del tutto insufficiente perché la nipotina, cresciuta, avesse il tempo di farle conoscere i film e le canzoni che le piacevano, di chiederle di accompagnarla a teatro o a vedere un balletto, di averla come appoggio nelle giornate di ozioso shopping, di farle vedere da lontano  - come faceva lei - i ragazzi che le piacevano, di vederla seduta dietro a lei alla discussione della tesi e del dottorato, di vederla seduta magari accanto a lei il giorno del matrimonio, di vederla entrare nella camera d’ospedale quando è arrivata la sua piccola.

Chissà. Tante cose sarebbero state diverse se ci fossi stata ancora: magari avrei compiuto altre scelte, sarei stata più forte e non avrei pagato lo scotto della mia debolezza. Magari sarei stata un’altra; ma, tutto sommato, potrei andar bene anche così, se solo mi accettassi o almeno mi sforzassi di farlo.

Mi manchi eppure sembra tu non ci sia mai stata: la Princi ti conoscerà dalle foto ammassate in casa della mamma-nonna e dalle mie parole. Tutto quello che non abbiamo potuto fare insieme spero che lei riesca a farlo, permettendomi di credere che lo stia facendo anche io con te.

Perché, per certe cose, una zia è indispensabile.

giovedì 1 novembre 2012

nove mesi di emozioni

 

E ieri la Princi ha compiuto nove mesi. Cavolo, il tempo vola: non passa giorno che non ricordi quanto era piccola nella culletta trasparente vicino a me, di come mi sentissi estranea a lei guardandola, dello sguardo felice di Lui quando me l’ha appoggiata al viso per la prima volta, dello sguardo felice della dottoressa C. mentre mi diceva «È bellissima».
Non sapevo dove mi avrebbe portato questo post: ho iniziato a scrivere senza aver le idee chiare di cosa dire. Ma, ora che ho iniziato a farlo, so bene cosa scrivere.
Partiamo dall’ultimo ricordo che ho qui riportato: la dottoressa C. che mi sorride.
Ma potrei anche dire l’ostetrica A. che parla affettuosa del mio pancino; l’ostetrica D. che accende la musica per accompagnarci nel corso preparto; l’ostetrica S. che improvvisa disegni dell’utero per spiegarci cosa sta succedendo al nostro corpo; l’ostetrica E. che risponde seria a Lui che sì, se ci sarà lei, al momento del parto potrà stare davanti e non alle mie spalle; l’infermiera che mi porta premurosa una tazza di tè; la puericultrice che, nel cuore della notte, mi salva dall’alluvione di cacchina santa prodotta senza freno da quella ranocchietta di neanche 3 chili sdraiata di fronte a me; la signora delle pulizie che, a ogni turno, si avvicina alla culletta minacciandomi affettuosamente di portarsi via la Princi, unico fiocco rosa in mezzo a sei maschietti; e, alla fine di quattro giorni densi di emozioni ma mai troppo lunghi per darmi l’impressione di essere pronta a spiccare il volo con il mio piccolo uccellino, l’ostetrica R. che mi chiede se mi sono trovata bene.
Devo essere sincera: in questi nove mesi ho cercato ogni pretesto per tornare nel Punto Nascita dove è atterrato il mio shuttle. I controlli della Princi quando eravamo in attesa del pediatra, la visita a quaranta giorni dal parto, l’amica neo mamma e quella che lo sta per diventare… avevo una paura folle al momento di lasciare l’ospedale con il mio fagottino rosa: paura di non farcela, di non essere all’altezza, ma soprattutto paura di lasciare quel nido protetto in cui mi sono sentita amata, accudita, presa per mano da (quasi) tutti i  medici, ostetriche, infermiere. Come se il neonato di cui prendersi cura non fosse la Princi ma io: perché non era nata solo una bimba ma, insieme a lei, una mamma. Anzi: con noi sono nate tante altre mamme, tutte impaurite, piene di dubbi, domande. Ma, tutte, accudite con uguale affetto, simpatia e, soprattutto, competenza. Ovvio: ci sono poi le eccezioni. Non fatti gravi, ma a ognuna è capitato un “neo” di fronte al quale, comunque, abbiamo poi riso assieme. Perché è nato anche questo: una conoscenza fra navicelle madri che, in alcuni casi, sta continuando.
 
Ecco: la battaglia che si sta combattendo, in modo sempre più agguerrito, per mantenere in vita il Punto Nascita in cui è atterrato il mio shuttle mi provoca una grande amarezza. Perché, come al solito, a pagare le conseguenze della crisi, di scelte politiche discutibili, e di chissà che altro c’è dietro sono sempre le persone, presenti e, in questo caso, future. Ma è anche una battaglia che mi ha fatto conoscere e vedere tante mamme agguerrite, pronte a schierarsi e scnedere in prima fila per mantenere qualcosa in cui credeono e a cui tengono.
 
 A poche ore dal parto e per tutti questi nove mesi ho pensato che vorrei essere mamma una seconda, magari chissà, pure una terza, …, ennesima volta: e l’ho pensato anche per potermi ri-immergere nel clima ovattato e rassicurante di quel reparto. Se dovessi cambiare aeroporto per il prossimo shuttle, …, beh, devo ammettere che mediterei bene se far iniziare un nuovo volo. Perché vorrei ritrovare e riprovare quello che ho trovato e provato la prima volta. Perché penso che ci siano altri modi per risparmiare e razionalizzare, non giocando sempre e comunque con la vita delle persone (e del personale) né con le rotte seguite dalle cicogne.

 

martedì 23 ottobre 2012

a step back: D come...


D come dito alzato: doveroso passo indietro nell’alfa-Princi dettato da una recente Princi-“attitude” che, stamattina, mi ha fatto tanto ridere: e, visto quanto sono esaurita ultimamente, mi ci voleva proprio. Si badi bene: trattandosi di signorina ben educata, nulla deve far pensare che il dito alzato sia quello medio. Forse avrei riso anche in quel caso, ma con una nota di disappunto: se a neanche nove mesi già si azzarda a tanto, stiamo freschi. Molto più acculturata, da qualche giorno la Princi gira perennemente con l’indice, talvolta GLI indici, sollevati. Opzioni che possono essere alla base di questo gesto:
 
a.      Come dice il papi, il bisogno/desiderio di fare una domanda, eventualità cui Lui sta pensando già da qualche tempo: per essere precisi risale al momento in cui ha iniziato a spiegarle come si prepara il caffè. Lei, seduta attonita nel seggiolone, sembra prestare attenzione ma, evidentemente, c’è qualcosa che ancora le sfugge se ogni volta il papi termina il sermone dicendo: «Vedo che hai il dito alzato: hai per caso qualcosa da chiedere? Qualcosa non ti è chiaro?»;
 
b.     Forse ricordando libri sfogliati quando eravamo ancora nello status di navetta madre, magari la Princi intende imitare il più celebre gesto della storia dell’arte ispirandosi alla Cappella Sistina. Nulla da eccepire sui suoi gusti estetici ma chissà che non si celi dietro a questo gesto un velato delirio di onnipotenza?
 
c.      Vedendola con l’indice alzato e la faccina seria mi è venuto il dubbio che intenda contraddire qualcosa: e allora ecco che mi è riaffiorato alla mente Frate Cristoforo con il suo «Verrà un giorno…». Ora, poiché spesso si incanta a guardare le mensole zeppe di libri del soggiorno all’evidente ricerca del volume da cui iniziare la sua formazione, e dal momento che su quella più bassa troneggiano I Promessi Sposi che avevo in dotazione al Liceo, posso dedurre che magari, non vista, si sia fatta aiutare da Mr. Billy e dal signor Degas per impossessarsi del tomo e cominciare a spulciarlo. Tremo però al pensiero che, già così piccola, abbia un atteggiamento censorio tanto spiccato.
 

Questa mattina, però, il dito alzato le è servito per qualcosa di più terra-terra; anzi, di terra-aria. Seduta nel seggiolone sull’uscio del bagno mentre finivo di truccarmi, ho iniziato a sollecitarla chiedendole dove fosse Billy, che vedevo comodamente spaparanzato sopra il mobile d’ingresso che si trova, per l’appunto, in corrispondenza della porta del bagno. «Princi, dov’è Billy? Prova a cercarlo». Neanche finita la frase e lei, voltandosi appena appena e alzando lo sguardo me l’ha indicato dritto dritto con il ditino. «Sei troppo avanti, Princi!» e, infatti, capito il complimento, si è subito messa a ridere insieme a me.

domenica 21 ottobre 2012

E come...


E come etciù: voce non prevista dell’alfa-Princi, ben si attaglia a questi ultimi giorni. Già avevamo sperimentato il raffreddore tutti e tre insieme in vacanza: e non era stata un’esperienza gratificante. Perché se, personalmente, un raffreddore mi stende peggio che la febbre a 40° (che in realtà non ho mai provato), alla cucciola provoca un fastidioso connesso: non dorme. E come potrebbe, con il naso tappato che, peraltro, non vuole farsi stappare a suon di nebulizzazioni di soluzione fisiologica? A ben vedere al posto suo forse farei lo stesso: non so se sia più fastidioso non riuscire a respirare o farsi inondare le radici di quel liquido. E così, dopo le notti in bianco per il sonno disturbato a causa dell’orticaria, sono arrivate due notti in bianco per il raffreddore. Forse però a tenerla sveglia è stato il suo stesso russare, degno di un cammello: solo che quello – il cammello – è da solo nel deserto. Perfino i gatti hanno disertato il lettino. Finchè non abbiam pensato a uno stratagemma, rivelatosi vincente: tenerla con la testa un po’ sollevata. Senza pretendere di farla dormire in posizione equina mettendola seduta o direttamente in piedi, abbiamo rubato un cuscino dal soggiorno e voilà: stanotte ha dormito fino alle 6.30 come al suo (e al nostro) solito. L’esperimento è evidentemente piaciuto anche a lei. E speriamo che ora, a tenerci svegli, non sia l’insorgere dei dentini: ha aspettato tanto, cosa le costa attendere ancora un po’ per addentare la sua prima fiorentina?
p. s.: il MAGO ETCIÙ, personaggio dei cartoni animati della mia infanzia – e che da allora, evidentemente è ripiombato nella lanterna da cui era uscito – mi viene in  mente ogni volta che la Princi starnutisce

E come emozioni: abbinamento forse scontato al pari di “D come dormire”, in realtà si applica a una reazione che non so se sia altrettanto comune. Le emozioni che abbiamo provato da quando la Princi ha iniziato il suo viaggio sono state immense e più che quelle date dalla percezione della sua presenza con le prime nausee (momenti in realtà poco edificanti, lo ammetto) e dai primi calci allo scoccare del quinto mese, le emozioni più intense le ho provate quando abbiamo diffuso la notizia. Forse incoscienti, non abbiamo aspettato tanto come sembra fare la maggior parte delle coppie: la felicità per l’inizio di questo piccolo e per qualche verso inatteso miracolo era troppa. E lo stesso devono aver sentito e provato le persone intorno a noi: mai dimenticherò il pianto della mamma-nonna (scontato, forse, ma anche no dato che a lei, in segreto, già lo avevo detto), né le facce arrossate ed emozionate del papà-nonno, della nonna2 e della zia Cucciolo; così come mai scorderò la reazione di felicità pura e sincera di una coppia di amici che, anche per questo, ora ci manca ancora di più.
E lo zio che voleva stappare lo spumante alle quattro del pomeriggio, e il cugino V. che ancora mi intenerisce mentre, con le sue manone, accarezza le minuscole guanciotte della Princi. Ma, oltre alle emozioni degli altri, tante e infinitamente profonde sono le emozioni che ci regala quotidianamente la panzerotta (tanto per chiamarla come fa la zia Cucciolo): le sue prime smorfie, tanto vicine a sorrisi anche se in tanti ci dicevano non fosse possibile ad appena due mesi; i suoi vocalizzi, che ora riempiono le stanze, la strada, i centri commerciali con acuti improvvisi quanto divertenti; i suoi sguardi perplessi e pieni di gioia; il suo abbandonarsi a mo’ di koala quando non sta bene e ha bisogno di coccole; il suo cercarci con gli occhi e sporgendo la testa quando ci nascondiamo per farle cucù; il suo continuo e spesso destabilizzante bisogno di averci vicini. Ma, soprattutto, il fatto che quando la guardo o, da sola in auto, l’immagine del suo volto bussa alla mia mente, sorrido e mi metto a piangere: pensando che sia troppo bella, troppo felice, insomma, troppo per me.
 
E come “E adesso?”: è senz’altro il primo pensiero che ho avuto quando sono rimasta per la prima volta sola con lei. Cosa devo fare con questo fagotto? Ma è stato pure il pensiero, (ancora molto attuale) di quando mi trovo sola in casa, davanti al fasciatoio, con un esserino di tre, quattro, ora nove chili che ha espulso una quantità di prodotti pari a tre volte il suo peso: inondando – ovviamente - body, pantaloncini, maglietta e se le andava pure i calzini. A “E allora?” non si risponde in alcun modo se non con l’azione: ti carichi il fagotto in braccio, nudo come un verme, sperando che nel tragitto dal bagno alla cameretta non si esibisca in ulteriori performance, e cerchi il necessario per rivestirlo/a. Oppure aspetti qualche minuto e sarà lui/lei a dirti cosa fare: la quiete ha durata variabile ma breve ed è interrotta da pianti più o meno sonori che sono altrettante richieste. Come interpretarle? Secondo me c’è un diffuso quanto tacito patto tra le ostetriche per buttare fra i rifiuti, assieme alla placenta, il manuale delle istruzioni di questi “cosini”. E, quindi, ognuna impara come agire a suo modo, a sue spese, ma anche a suo favore e con i suoi tempi. E, poi, fortunatamente il momento dell’ ”E adesso?” dura i primi mesi: basta che la polpettina impari a star seduta che cambia la prospettiva sua sul mondo ma anche quella della mamma, non più impensierita dal «cosa faccio con questa ameba che sta lì ferma, sembra mi guardi ma dicono che non mi veda: ma se piange ogni volta che mi allontano un attimo?».
 

E come en dehors/en dedans: i puristi del francese mi perdoneranno se inserisco questa voce sfruttando la “E” della preposizione ma, a dir la verità, giunta alla lettera D è stata la zia ad honorem a ricordarmi che avrei potuto inserire queste due voci. Adesso sembra essersi un po’ calmata, ma attorno ai tre mesi la Princi, semi-sdraiata nell’ovetto, ha iniziato ad allenare gli addominali per sollevare le gambette e roteare i piedini contemporaneamente: e, tanto per gradire, mentre li ruotava azionava anche l’alluce di entrambi. Un pomeriggio, sola con lei in città, ho iniziato a dirle: «Ma, Princi, cosa fai? En dehors, en dedans…» .Sarà stato il tono della mia voce divertita, sarà stato che imitavo il suo movimento con le mani, ma ha iniziato a ridere fragorosamente procurandosi il singhiozzo. E lì, devo ammetterlo: più che una mamma, sono stata una ex ballerina oltremodo orgogliosa: nonostante i rimproveri della mamma-nonna e della nonna-bisnonna per questo incipit di lavaggio del cervello riguardante la danza.

mercoledì 17 ottobre 2012

cronaca di tre giornate bestiali


Stoppiamo un attimo l’alfa-Princi per venire all’attualità. Ci sono state alcune giornate bestiali, anche in senso letterale. Da dove cominciare? Direi da lunedì quando, al momento di andare a letto e chiudere la tapparella della Princess’ room trovo la prima delle tante sorprese di queste ultime 72 ore: il mio borsone della piscina sopraffatto da una pipì felina. ‘Azz, esclamiamo Lui e io all’unisono a rischio di svegliare la Bella (da poco) Addormentata. Subito accusiamo del misfatto Mr. Billy, in genere refrattario ad accogliere ospiti, e ora ancor più ostile dato che da qualche giorno è costretto in casa (insieme, ovviamente, al sig. Degas) a seguito delle lamentele della vicina che se li è trovati tra i piedi. Vabbè, cerchiamo di essere comprensivi: in effetti lunedì diluviava e non hanno potuto beneficiare nemmeno del quarto d’ora d’aria sulla terrazza…

Martedì mattina. A seguito di una notte di sonno quasi ininterrotto (evvai!!) arrivo al lavoro dopo aver lasciato la Princi e i fratelli pelosi con la Nonna2. Trrrin. Arriva un sms. «Qui tutto bene a parte degas che ha vomitato sul divano. Ho pulito, metto a lavare il telo?» ‘Azz, esclamo per la seconda volta nel giro di poche ore. Telefono per capire la situazione: pare che il sig. Degas abbia avuto una ricaduta della gastroenterite di un mese fa. Non ci voleva proprio, soprattutto ora che la stagione comincia a essere avversa all’asciugatura dei panni che, quindi, sostano sullo stendino per settimane intere costringendomi a vestire la Princi con pantaloni che ormai evidentemente le stringono rendendola simile a una salsiccia.
 
E vabbè, che ci vuoi fare? Torno a casa e trovo i copridivano già stesi assieme al borsone, diventato verde causa cedimento del colore dei teli: bon, aveva i suoi anni, lo posso anche cambiare sebbene ci fossi affezionata dato che quotidianamente mi parlava della mia ultima stagione da ballerina. Nonostante la stanchezza o forse proprio per fronteggiarla, carico la Princi sul passeggino e andiamo in ludoteca nella speranza che si sfinisca permettendoci poi di cenare con tranquillità, di vedere Criminal Minds e, soprattutto, di dormire. Speranza vana: il momento della frigna comincia giusto quando ci mettiamo a tavola e prosegue anche dopo con Lui che finge di non sentire e di non pensare che, forse, vada cambiata e impigiamata. Ok, ci penso io: chiudo il ferro da stiro appena acceso, me la carico in braccio e la deposito sul fasciatoio. Sorpresa: dal collo si dirama un rossore con bubbone che si estende sul torace e fino alla spalla. In un attimo, dopo averla liberata da un pannolino pesante mezza tonnellata, la prepariamo e la carichiamo in auto: destinazione Pronto soccorso. Mentre lei, appena toccato il seggiolino, raggiunge il mondo dei sogni, a noi sembra di vivere un deja vu che, una volta arrivati a destinazione, ci fa esclamare rivolti a lei: «Ma cavolo, Princi: lo fai apposta? È come quando sei nata: avevo appena finito di stirare e volevamo vedere CSI. Stasera dovevo (più che volevo) stirare, c’era Criminal Minds e invece …niente!». Una sorriso sdentato è la migliore risposta possibile.
Nonostante la mia fantasia fosse già corsa a pensare che avremmo trascorso la notte in ospedale e che avrei dovuto avvisare la mia collega per sostituirmi al lavoro, nella realtà la diagnosi è molto più semplice:  orticaria. Non si sa né il perché né il percome, ma comunque tutto si risolve con 5 gocce di antistaminico, un paio d’ore di gita fuori porta, una Princi appagata dalle tante coccole e sorrisi che le vengono dispensati. A una serata finita tanto rapidamente è seguita una notte interminabile, con un botta e risposta fra i suoi e i nostri risvegli. Alle 3, in particolare, comincio a percepire un odore penetrante… ‘Azz (e tre): Mr. Billy ha colpito ancora e stavolta sulla nostra coperta di pile che viene quindi subito raggomitolata e deposta in bagno. Anche qui si propone un deja vu, che ci riporta ai primi tempi della gravidanza quando l’incontinenza del micio era conseguente alla mia tempesta ormonale: «Sarai mica incinta?» abbozza Lui ridendo. Beh, sarebbe il secondo caso in 2012 anni in cui lo Spirito Santo ci ha messo qualcosa di diverso dallo zampino.

A differenza delle altre mattine il suono della sveglia mi sembra il canto dell’usignolo che viene finalmente a interrompere l’agitato rivoltarsi nel letto. Oddio, ma forse sto ancora dormendo? No: quel campo di battaglia è proprio il nostro soggiorno, disseminato di giochi e giochini, di giornali strappati e pagine volanti che ostruiscono il passaggio al punto tale che per raggiungere il tavolo e fare colazione temo di aver azzoppato Pluto, scomposto le penne di Paperino e rovinato il vestito di Minnie.
 
La giornata non si è aperta nel migliore dei modi: già avevo preventivato di andare dal pediatra e quindi ora, oltre a prepararmi e preparare la Princi, devo pure far fronte a questo disastro ambientale, comprensivo di ciocche di peli e gomitoli di polvere che sembra non pulisca da mesi (e non son trascorse neanche ventiquattro ore dall’ultimo passaggio dello swiffer). Da dove cominciamo? Princi in spalla, vado in bagno per avviare la lavatrice con dentro la famosa coperta di pile. ‘Azz (e quattro): che puzza che viene dalla lettiera dei gatti. Ops, non è la lettiera. Da accovacciata che ero, la testa inserita nell’oblò, mi alzo e vedo ben spalmato fra pavimento e tappeto un abbondante ricordino felino. E no, questo è troppo. Corro in salotto, la Princi sempre in spalla e prendo a calci quello che capita trattenendomi per non imbattermi nei gatti: è così che, alla fine, ho iniziato a far ordine.  Ma, lo ammetto: se avessi avuto con me Snoopy o Alf li avrei aizzati contro questi stupidi gatti! Comunque un risvolto positivo in tutte queste sfighe c’è: ho deciso che, per far fronte a tanto stress, mi regalerò un massaggio dalla mia estetista di fiducia.

domenica 14 ottobre 2012

D come (parte seconda)

 
D come dare la vita: è uno dei tanti modi di dire che accompagnano la nascita, ma è pure una grande verità. Dare la vita non significa solamente agevolare l’allunaggio dello shuttle: significa piuttosto che la tua vita viene presa, impacchettata e imperituramente regalata a quell’affarino. Come detto a proposito della cozza sullo scoglio e della doccia, ogni tuo passo sarà d’ora in poi compiuto a un numero variabile di gambe a seconda che il cucciolo venga spostato a bordo di seggiolone, box, che gattoni o cammini. Ogni tua esigenza verrà messa in secondo piano rispetto alle sue: il suo pannolino da mezzo quintale si cambia prima che tu faccia la pipì che stai trattenendo da due ore per scorrazzarlo, la sua fame viene prima della tua anche se lui ha mangiato due ore fa e tu otto, il suo freddo/caldo viene prima del tuo imminente scioglimento o ibernazione perché, seguendo l’esempio di San Martino, gli hai donato tutti i tuoi vestiti. Per ribadirlo in breve, la tua vita non è più tua ma sua, come tutto: la casa, invasa da fasciatoio, lettino, box, seggiolone, giochini sparsi con un aggiornamento mensile degli accessori che lo devono accompagnare nella crescita; l’auto, ridotta da cinque a due posti perché i restanti servono per ospitare navetta e poi ovetto e poi ancora seggiolino oltre, naturalmente, al vario corredo di giochi per l’intrattenimento nei tragitti più o meno lunghi; il cellulare, dove devi avere ben in vista i numeri di emergenza, del pediatra, della ludoteca, della piscina e di tutti i parenti cui è affidato il pupo; i siti internet preferiti, che ora vedono in testa le pagine dedicate a gravidanze, nascite, complementi d’arredo per cuccioli, ricette per bambini e chi più ne ha più ne metta; lo scaffale con i libri di cucina, dove troneggiano ormai solo ricettari per svezzamento; … E, non ultima, la tua testa: dove risuonano le urla inspiegabili con cui si è svegliato alle due di notte, sconfitte però dalla costante immagine del suo sorriso non appena ti vede.
 
 
D come dica: so di aver già accennato a questo strano fenomeno ma in sede di alfa-Princi è bene ribadirlo. Quando la Princi aveva più o meno due mesi, stremata da un suo continuo, sottile e penetrante lamento (ovviamente: mentre stavo facendo la doccia) non so per quale strano caso e per quale balzana, distorta e forse diseducativa idea ho provato a intonare quella canzoncina. Già, proprio la sigla del programma che Lui, ogni sera, mi costringeva a vedere e di cui sopportavo solo la parte finale: proprio quella in cui “Dica?” veniva ripetuto fino all’ossessione. Non l’avessi mai fatto e, se me l’avessero raccontato, non ci avrei mai creduto: il piagnisteo si è bloccato e al suo posto han cominciato a manifestarsi smorfie divertite. Da allora la sigla de “I soliti idioti” è diventata il nostro asso nella manica per i momenti di crisi, ma non solo: si è trasformata nel mio cavallo di battaglia sottoposto a continue revisioni e aggiornamenti. Ho infatti coniato delle varianti in cui si rispecchia tutta la famiglia: e la Princi le apprezza al pari dell’originale. Interrogandoci dal punto di vista sociologico-evolutivo-pediatrico su questa malsana predilizione siamo pervenuti a una conclusione: la preferenza della Princi per questa musichetta è dovuta al fatto che Lui, nelle due settimane di congedo per paternità seguite all’allunaggio, la cullava in piedi proprio davanti alla tv che trasmetteva “I soliti idioti”.
 
D come De Gregori: fortunatamente a riportare la Princi a gusti musicali più elevati ci ha pensato la mamma che le ha fatto conoscere De Gregori già quando era nel pancione. Anche in questo caso, in realtà, si è trattato di qualcosa di inatteso. Rientrando da Trieste, la Princi (ancora ben chiusa nella sua navicella madre) ha pensato di anticipare l’ora dell’aerobica a cui solitamente si dedicava la sera, dopo cena, appena mi schiaffavo sul divano. Per farmi compagnia e per dar sfogo a un insolito buonumore, ho iniziato a cantare “La donna cannone” seguendo la musica del cd di sottofondo. Stop.
Improvvisamente Jane Fonda ha fermato i suoi piegamenti, d’un tratto Carla Fracci ha ultimato la pirouette in cui si stava impegnando. Allora il volume dello stereo è cresciuto in maniera proporzionale ai repeat che ho ascoltato fino a casa. Anzi, che abbiamo ascoltato: perché è stato in quel momento che mi sono resa definitivamente conto che c’era qualcuno in viaggio con me. E così, il mio piccolo “Raggio di sole” (canzone che, ovviamente, le ho subito dedicato) ha riscoperto poi De Gregori qualche settimana dopo l’allunaggio quando, da sole a casa, ho provato a calmarla facendole riascoltare quella musica. Lei ha capito e ricordato; e anche ora, quando la voglio addormentare, le dedico quelle parole piene di tenerezza: «E con le mani amore, con le mani ti prenderò, e senza dire parole nel mio cuore ti porterò». La stanchezza della Princi la misuro in base alle strofe o al numero di volte in cui devo cantare entrambe le canzoni prima di vederla crollare: non so se a De Gregori farebbe piacere sapere dell’effetto soporifero della sua musica ma, forse, sarebbe felice di avere una fan così piccola. Eppure, penso ogni tanto mentre canto passeggiando nella penombra con lei accasciata sulla spalla modello koala, il merito di tutto questo va ai miei zii: è grazie a loro, infatti, che conosco queste poesie. E, anche io, le ho conosciute da bambina.