Lettori fissi

giovedì 29 dicembre 2016

Natale all inclusive

Quest’anno, per le vacanze di Natale, abbiamo optato per un all inclusive.
Al caldo, cucina semplice ma con una punta di raffinatezza, qualche gita anche serale/notturna e - quel che più conta – sempre tutti insieme. Riposo? Non molto, a dire il vero: eravamo troppo impegnati a districarci fra le alte temperature, le scariche di temporale e i rossori indotti dall’eccessiva acidità.

Curiosi di conoscere la meta?
Si tratta di una meta triplice: il salotto, la camera, il bagno.
Perché l’all inclusive ce lo ha regalato la Pulci la quale, forse  a corto di idee ma certo in riserva di difese immunitarie, dopo una ripresa dall’ultima botta di raffreddamento che l’ha tenuta a riposo per una settimana assieme alla Princi permettendo a entrambe di godersi rispettivamente le ultime due mattine di ludoteca e gli ultimi quattro giorni di scuola, è stata “out of order” dall’antivigilia di Natale a oggi.

Tutto è cominciato così...

Approfittando della splendida e insolitamente calda giornata di sole, decido di portare a pattinare su ghiaccio la Princi, promessa che le avevo già fatto lo scorso anno ma che era rimasta pendente. Ora: lei pensa che io piroetti come Elsa immaginando se stessa scivolare sicura e soprattutto in piedi come Anna. Così, vinte le titubanze legate al fatto che non sono proprio come l’eroina di “Frozen”, ci siamo preparate e siamo salite in auto. Ma si vede che questa pattinata non s’ha da fare: arrivate a metà strada, la Pulci ha avuto un problemino di stomaco nato dalla sua tosse persistente. Quindi: dietrofront. Temevo scene madri della Princi per la mancata pattinata e invece si è subito rassegnata, vuoi perché obiettivamente preoccupata per aver visto la sorella star male (sì: le mie belve sono capaci di momenti di compassione reciproca, cosa di cui sono molto fiera), vuoi perché abbiamo poi visto i cartoni. Tanti cartoni. Montagne di cartoni si sono succedute davanti ai loro occhi in questi giorni di festa: perchè la tv resta la preferita nonostante la valanga di giocattoli ricevuti e che ci ha costretti ad avviare il trasloco per lasciare loro spazio sugli scaffali eliminando i miei libri, effettivamente “oggetti” inutili dato che restano sempre chiusi.

Dalla tosse si è presto passati al febbrone, che in tre giorni si è attestato sui 38° toccando punte di 39.1 nonostante gli antipiretici somministrati. E nonostante l’ottimismo del papàconinfradito che, la mattina del 24, ancora era convinto di portarla fuori per il cenone e la tombola: impegni che io avevo archiviato immediatamente e senza remore date le complicanze che comportano. Una vigilia separati: lui con la Princi da una parte, la mamma-nonna e io a vegliare sul febbrone della Pulci davanti a dei pezzi di pizza scongelata, qualche anello di cipolla fritto, panettone e una bottiglia di prosecco per digerire le scene più truculente de “Il Padrino” di cui avevo solo qualche memoria infantile. Per me è stata una serata splendida, senza forzature, disagi, parole a mezza voce il cui volume è superato da quello dei pensieri non detti. Ho pure aperto la porta a Babbo Natale prima del previsto, convinta che (come ogni anno) la cena si sarebbe dilungata. E invece alle 23.30 sento salire le scale: «La Princi era stanca: mi ha chiesto lei di tornare». Tanto stanca che, non paga dei pacchi già aperti, si è fiondata sotto l’albero assieme alla Pulci, che ha avuto un’ora di gloria nonostante l’influenza.

Non avevamo programmi particolari per il giorno di Natale: avevo pensato di andarcene a Lignano prima di pranzo per vedere il presepe di sabbia e mangiare quel che capitava in un bar o locale di passaggio. Invece abbiamo preparato un piccolo pranzo natalizio prima di inaugurare una nuova tappa dell’ all inclusive, con la gastroenterite che ci ha accompagnati per tutto il pomeriggio di Natale e la mattina di Santo Stefano, sempre a braccetto con una tosse stizzosa.
Il 26 sarebbero dovuti venire zii e cugini a pranzo: invece, esaurita la scorta di slip causa bombardamenti rivelatisi poi particolarmente dolorosi, abbiamo fatto la prima gita. Al pronto soccorso, dove eravamo in buona compagnia e dove abbiamo trascorso l’intera mattinata. Guardando i cartoni nella sala d’aspetto mentre la Princi faceva lo stesso a casa con la mamma-nonna. Ci siamo poi tornati la sera dopo, fortunatamente standoci la metà del tempo e per curare le piaghe causate dalla gastroenterite.
Bilancio di queste giornate?

Quattro notti di sonno frammentato, con la Pulci insieme a me nel lettone e il papàconinfradito nel letto a castello assieme alla Princi. Tante fette di panettone per ristorarmi dalla pesantezza psicologica della situazione. Tanti sensi di colpa verso la Princi per averle dato poco retta rispetto alla Pulci. Tanta preoccupazione per il timore che tornassero le convulsioni la sera della Vigilia, visti certi sussulti della cucciola. Tanta voglia di non avere malattie per casa per almeno un po’ di tempo: perché non abbiamo alcun programma neanche a Capodanno, ma almeno starsene in tranquillità a mangiare lenticchie senza dover correre in bagno sarebbe carino. E tanta gioia e calore provati quando, la sera del 26, sono venuti gli zii: sentire dire dalla Princi che è stata felice che fossero stati con noi racchiude ciò che io intendo per Natale. Con la N davvero maiuscola.

venerdì 9 dicembre 2016

spigolature visive

Sempre poco il tempo, anche se da qualche giorno sto meditando sul fatto che lui, il Tempo, me lo sto facendo divorare dalle belve. E, in fondo in fondo, so che non è giusto mollare il computer al terzo "Mamma, mamma!" per fornirle di spago o nastrini, costringermi a cercare "Il cowboy Piero" su youtube anzichè ammirare i balletti di Bolle o leggere le e-mail con tranquillità. Dubito che le belve, una volta cresciute, condivideranno. O forse sì, se manterranno il loro attuale (e, io spero, solo) infantile egoismo.

Anyway, non dovrei lamentarmi se non riesco a scrivere sul blog dato che da un po’ ho degli spazi miei come l’aerobica circa due volte a settimana e il corso di inglese con la medesima frequenza: dovrei/potrei desiderare di più?

E allora, per non restare indietro eccessivamente, ecco qualche spot degli ultimi giorni/settimane...

 Questa dovrebbe essere la letterina ufficiale a Babbo Natale. Dovrebbe, perché ogni giorno nascono desideri diversi da quelli scritti sul retro. Speriamo che Babbo Natale anziché impazzire, apprezzi il ritratto suo e della renna (giraffa?!) che gli ha fatto la Princi
Nei weekend, a metà mattina, questa è la situazione. E oggi la giornata si è svolta in modo analogo... Solo che sono esplosa più volte, vuoi per la carenza di sonno visto che nonostante il ponte festivo vengo buttata giù dal letto ancor prima del solito, vuoi perché parlare con un muro a volte da maggiori soddisfazioni.


 Sabato scorso abbiamo fatto l’albero. Il plurale è, ovviamente, maiestatis... Mentre lo componevo e la Princi effettivamente qualche decorazione l’ha sistemata, la Pulci giocava con il Presepe. Alla fine, Gesù Bambino era nato nella finestrella della capanna.

E dopo aver risistemato il Presepe, la Princi lo ha immortalato in un disegno che poi ha provveduto a spiegarci: «Qui c’è Maria, Giuseppe, Gesù, il Bue, l’Asinello, l’angelo e la stella». E la Pulci: «E la nonna?»
Famiglie moderne.




E qualche giorno fa, è arrivato San Nicolò. Che, poverino, era stato snobbato fino all’ora in cui, il 5, sono andata a riprendere la Princi all’asilo. «Mamma!! lo sai che stasera arriva San Nicolò?». Come se non glielo avessi detto. Ma la letterina non era stata scritta e quindi, chissà se sarebbe arrivato, se avrebbe portato qualcosa e, dulcis in fundo, quel qualcosa sarebbe stato scelto rigorosamente da lui visto che non avete chiesto nulla. Insomma: soprattutto quando insisteva per non andare a dormire perché avrebbe dovuto aspettarlo, ho sentitamente ringraziato in cuor mio le maestre per aver comunicato l’arrivo di quello che, la mattina seguente è stato definito “piscolo” (vescovo). Però lo spuntino glielo abbiamo preparato (anche qui, il plurale è ovviamente maiestatis). Qualche biscotto, un bicchiere di vino, una fetta di torta che, a onor del vero, abbiamo realizzato tutte e tre assieme. E, alla fine, forse richiamato da tanta abbondanza, è arrivato. Ha apprezzato lo spuntino, ha lasciato una letterina di ringraziamento esortando a essere contattato il prossimo anno e invitando le belve a ricordare quanto si divertono giocando assieme senza litigare. Non sono, naturalmente, mancati i regali...

sabato 19 novembre 2016

da Pirandello a Peppa

La giornata sarebbe dovuta essere molto diversa: il programma era andare in biblioteca per le letture del sabato mattina, cui fra l’altro avrei dovuto prestare la mia voce per la prima volta (e saremmo arrivate in orario solo sfruttando la presenza di un amichetto dell’asilo, visto che nel week end i tempi di abbandono del pigiama sono epici); poi, nel pomeriggio, un passaggio al centro commerciale in cerca di scarpe per Pulci e brillantini per ultimare con tocchi raffinati gli alberelli di Natale che abbiamo iniziato a dipingere una settimana fa.

Invece una sorta di diluvio universale ci ha bloccate in casa.

i giochi della mattina
E la giornata si è trasformata in una mattina di intense storie animate distribuite fra salotto, corridoio e lettone mentre ero alle prese con il mio lato Nonna Papera. E ora, mentre le bimbe guardano lo Zecchino d’oro insieme alla mamma-nonna riportandomi alla memoria le volte in cui, attorno al tavolo della cucina, lo guardavo insieme alle tre donne di casa (già, anche la mia bisnonna), riesco a riprendere in mano il blog.




Per dare spazio a quello che, se fossi più costante, potrebbe diventare un bel nuovo angolo del blog: quello dei libri per bambini
Perché ormai, da cinque anni a questa parte, sono le uniche letture che pratico; e perché gli scaffali di casa hanno visto una progressiva e repentina sostituzione di Pirandello con Peppa Pig e di Italo Svevo con Topo Tip. Ma siccome non basta, spesso trasformiamo la mensola sopra il termosifone del salotto in una succursale della biblioteca comunale.
Queste sono le letture che ci stanno appassionando nelle ultime settimane...
1.     Sono arrivati i nonni pirati: è in realtà la seconda volta che arriva in casa. La Pulci ne va matta, chissà se per i buffi animaletti-pirati che ne animano le pagine o perché ha veramente capito la storia: quella di tre famiglie sui generis che sono esattamente come le famiglie non-pirate
2.    Siamo in un libro!/Ho un giocattolo nuovo!/ Andiamo fuori a giocare?: trilogia divertentissima. Botta e risposta fra due amici insoliti che si vogliono un mondo di bene
3.    Koda fratello orso: non abbiamo ancora visto il cartone e credo potrebbe diventare uno dei loro preferiti, ma anche mio: una storia che è stata una piacevole sorpresa.
4.    Il complotto dei Babbi Natale: avvicinandosi le Feste, direi che un libro del genere le preannuncia nel migliore dei modi. Anche se ho una perplessità: giusto instillare il dubbio sulla sua esistenza? L’emergenza ovviamente rientra. E poi, per fortuna, l’attenzione è sviata dai babbi in costume con paletta e secchiello!
5.    Un cavallo dispettoso: un libretto di niente che però risulta divertente. E fa riflettere su quante volte ascoltiamo (e crediamo) veramente a ciò che ci dicono i nostri cuccioli. Certo che a volte, parlano talmente tanto....
6.    Non dimenticare di lavarti i denti: a dire il vero, è quello che meno mi convince nonostante lo abbia scelto per vedere se potesse incentivare la Pulci a spazzolarsi in modo decente: se è stato così, non è merito del libro!
7.    Che rabbia/ Nel paese dei mostri selvaggi: libri consigliati e che possono servire anche ai genitori: per capire come arginare momenti di crisi senza entrare in crisi loro stessi interrogandosi sull’opportunità e la necessità di certe punizioni.

Settimana prossima ci sarà il turn over dei libri: molte prenotazioni già fatte on line e sicuramente molto altro varcherà la soglia di casa. Soprattutto se andremo in biblioteca tutte e tre insieme.

domenica 13 novembre 2016

crescere (?!)



...da mammaconicalzettoni a questo, c'è stata un'indubbia evoluzione.

Ora i miei piedi sono preda dei desideri di Bunny-coniglio (il pupazzetto preferito della Pulci, ndr)

venerdì 4 novembre 2016

semplicemente, ciao


Era più o meno quest’ora del pomeriggio. Stavo studiando greco, ero alle prese con una versione che raccontava la storia di due fratelli che discutevano l’eredità. E quando sono arrivata alla frase «Il padre morì» è squillato il telefono. Qualcuno direbbe che è stato semplicemente un caso. Ma io credo nelle coincidenze del destino.
Ricordo tutto come fosse oggi. Eppure sono trascorsi ventitré anni.
Anni in cui di cose ne sono successe tante, anni in cui la vita è andata comunque avanti: ma in ogni momento, silenziosa, dietro un angolo stava la domanda:
«Come sarebbe stato se ci fossi stata anche tu? Cosa avresti detto se ci fossi stata anche tu? E come saremmo stati noi se ci fossi stata anche tu?».
Domande inutili, forse, ma che inevitabilmente affiorano: silenziose, insidiose, fastidiose.
Ciao zia.

Il saluto migliore te lo ha inviato l’altro giorno la Princi avvicinandosi alla porta e mandando un bacio verso il cielo, dove sa che ci siete tu, la nonna Carolina e il nonno Arnoldo.

mercoledì 19 ottobre 2016

il favoloso mondo della Princi


Credo che difficilmente si possa essere preparati a un evento del genere. Soprattutto se la notizia viene comunicata mentre con una mano stai grattugiando le carote e con l’altra stai apparecchiando in una stanza diversa da quella in cui ti trovi. E nel contempo cerchi di sorvegliare il pollo che si sta abbrustolendo.
«Mamma, sai cosa succede domani a ccuola? (abbiamo ancora qualche difficoltà nel pronunciare le “S”)»
«No, cosa?!»
«Mi sposo!»

Ecco: immagino che già ti prenda un colpo se tua figlia te lo dice a vent’anni o su di lì. Che dire se ne ha quattro e mezzo? Ormai più nulla: perché è dal primo anno di asilo, quindi da quando la Princi aveva due anni e mezzo, che ci vengono annunciati vari fidanzati.
Ma dallo scorso anno la faccenda si è fatta seria, tanto che un pomeriggio, in ludoteca, ho personalmente assistito alla celebrazione del matrimonio assieme alla mia consuocera e, soprattutto, con tanto di bacio finale.

Ora: in base a ciò che vedo e checché ne dica la Zia cucciolo, matrimonio, figli, principi e principesse continuano a essere al centro dei sogni delle bambine, anche nell’anno di grazia 2016. Ciò che mi sconvolge realmente è la semplice lucidità con cui immagina e vive questi sogni.

Anzi, no: sapendo di chi è figlia la Princi, la sua fantasia e credibilità nel raccontare storie proprio non mi stupisce. E mi riferisco alla parte cromosomica che proviene dal papàconinfradito, capace di far credere per anni alle mie amiche che le pizze servite alle mie feste di compleanno, acquistate al discount, scongelate e passate nel forno con la semplice aggiunta di qualche condimento fossero in realtà amorosamente impastate dalle sue manine e messe a lievitare prima dello spuntare del sole.
Comunque lo sconvolgimento per il matrimonio principesco è stato superato dalla scioltezza con cui ci è stata raccontato un nuovo episodio di quella Dinasty che sembra consumarsi fra le mura scolastiche...
«Adesso A. non sposa più me, ma G. e io invece sposo D. (per inciso: il fratello di A). Così io sarò la cognata di G.» Ragionamento che non fa una piega, anche nel grado di parentela che invece tanto spesso io confondo.

E così, già preannunciato ieri sera, oggi sarebbe stato il gran giorno del matrimonio, per cui: «Mamma, puoi vestirmi elegante per la cerimonia?». Ok: le metto anche le mollettine con le farfalle, le propongo di usare il bagnoschiuma più profumato visto che è una giornata speciale. Ci incamminiamo, ed ecco che inizia a raccontarmi i dettagli.

«Mamma, sai perché mi sono messa gli stivali con il tacco (in realtà sono normalissimi stivaletti raso terra, Ndr)? Perché dopo il matrimonio andiamo in una fattoria. Ci porta A. con una macchina lunga lunga. Poi lì facciamo il barbecure e D. cucinerà le salsicce e le patatine fritte. E berremo spumante!».
Il suo entusiasmo è talmente disarmante che finisco con il credere anche io che sia tutto vero. Salvo che, una volta a scuola, la futura sposa sgrana gli occhi quando le chiedo se è pronta per la cerimonia. Chissà che pellicola si svolge nella testolina della mia Princi!

Bastano poche ore per avere un nuovo tassello di questa incredibile storia...
«Allora, com’è andata la cerimonia?»
Visibilmente rattristata: «Eh, non c’è stata nessuna cerimonia».
«E perché?» le chiedo altrettanto visibilmente contrita.
«Perché quando abbiamo acceso il barbecure è scoppiato un incendio e tutto si è infuocato e abbiamo dovuto chiamare i pompieri!»
«Ah! Ma allora è venuto il papà di R. ? (che è effettivamente un vigile del fuoco)»
«No, è venuto D. (lo stesso che doveva cucinare le salsicce!)»
«E Sam? (il pompiere protagonista dei cartoni animati)»
«Sì, lui c’era!»
Ottimo: brandelli di realtà e rotoli di fantasia che si fondono. Mi correggo: alla sua età pure io ero così. Spero solo che a un certo punto riesca a plasmare la realtà in base ai suoi sogni.

Ma intanto sono curiosa di vedere cosa succederà domani nel favoloso mondo della Princi.

lunedì 17 ottobre 2016

Sono le sei e tutto va bene (?!?)

Sono quasi le sei.
Sono sveglia già da un po’. Da quando la Pulci ha invocato aiuto per essere coperta. Poi è stata la volta della Princi, che non trovava Ih Oh: come se dormisse in un letto da due piazze e mezza. Ho compiuto il consapevole errore di guardare l’ora: sapevo che se fosse mancato relativamente poco all’ora del risveglio ufficiale mi sarei anche potuta alzare, magari per fare qualcosa di ciò a cui non riesco mai a dedicare del tempo.

Mi sento alla frutta. Energia sotto i tacchi, essenzialmente quella morale/psicologica/spirituale. Quella necessaria a farti sentire ed essere una buona mamma, soprattutto in periodi come questi. Periodi in cui le belve inghiottono tutte le tue giornate e non ne sono comunque sazie. Ti fanno capire che avresti potuto fare di più: giocare con loro, per esempio, interpretando i deliri da “Facciamo che tu sei... Facciamo finta che oggi sia...” o le complesse progettazioni per cui un pezzo di Lego da quattro bottoni dovrebbe reggere un castello di duecento piani e venti metri quadri. Avresti potuto fare di più: magari rinunciare a lavarti i denti per accompagnarle a scegliere i vestiti che vogliono loro perché non vanno bene quelli che hai scelto tu. Avresti potuto continuare a vivere avvolta dalla polvere, con la colonna di panni da infilare in lavatrice perennemente accumulata in bagno e portarle invece al parco.

Ecco: a volte preferisco fare lavatrici, fingere di essere una mamma-nonna Papera capace di impastare pizze e torte canticchiando come Biancaneve. E invece ti ritrovi a impastare con le piccole incollate al fianco che litigano per avere il posto d’onore per poter mescolare la farina e rompere le uova. Allora pensi che tu, da bambina, avresti tanto voluto che qualcuno ti lasciasse certe libertà per cui decidi di condividere il metro quadrato della cucina con il loro tavolino da invadere con improbabili ingredienti che poi, debitamente mescolati, pretenderanno di cucinare (e mangiare). Intanto il pavimento è bianco e scivoloso come una pista di pattinaggio (e loro, piccole Anna e Elsa, ne sono contente), appiccicoso e tu hai cercato di preparare la cena facendo la gimcana fra fornelli, armadi e cassetti che non si aprono causa lo spazio ristretto.
Nouvelle cousine
Mentre mi sento travolgere dai loro bisogni, dalle mille, troppe attenzioni nei confronti delle loro risposte emotive al mondo che le circonda e a ciò che accade in casa, abbino tutti questi pensieri ai falliti tentativi di stabilire un limite fra loro e me. Dove finiscono loro e posso iniziare io? Che, poi, io non sono solo io: c’è anche un noi. E in questo periodo è tutto così caotico, frenetico, indecifrabile. Spesso piango. Da sola, o con la mamma-nonna: perché in momenti così solo una mamma può capire. Già, ma mamma sono anch’io: e non capisco. È come se avessi perso il libretto delle istruzioni.
Mi chiedo costantemente come facciano le mamme che lavorano: perché se appena appena ho un impegno, lo sconto con crisi delle belve di vario ordine e grado.
Mi chiedo come facciano i genitori blogger: hanno uno studio fuori casa? Scrivono di notte? Si chiudono in cantina? O semplicemente accendono la tv per appiopparci davanti i bambini il tempo necessario? O, ancor più semplicemente, ignorano i loro “Mamma, ho sete! Mamma, ho fame! Mamma, pipì! Mamma, Pulci mi ha preso questo! Mamma, Princi ha fatto così! Mamma, tu non vuoi bene me!”.
Mi chiedo come facciano i genitori sempre lì sul pezzo, informati sui fatti di cronaca, sulle ultime serie tv. Qui non si sente un telegiornale per mesi: perché quando anche riusciamo a vederlo, per poterlo sentire l’audio dovrebbe essere a un volume tale che verremmo richiamati per disturbo della quiete pubblica.

Sono le sei e venti: non ho ancora deciso se stamattina andrò in palestra per tener fede all’abbonamento e abbattere le troppe calorie che mi circondano o tentare di essere una brava mamma che costruisce castelli e puzzle. Immagino che intanto dovrei essere felice del fatto che il pc, dopo un riscaldamento di mezz’ora, si sia acceso e mi abbia permesso questo sfogo.

Comunque: Buongiorno, mammaconizalzettoni.

giovedì 22 settembre 2016

vai, supermamma

Il pavimento dell'atelier
Oggi è andata così: ho proposto di sanare con una spessa pennellata di arancione un errore di ortografia della Princi (che aveva invertito le lettere del suo nome) su un cartoncino a forma di zucca in preparazione di Avovin (nel vocabolario Pulci-italiano: Halloween).
Poi i colori hanno preso il sopravvento: sulle mani, i piedi, il sedere, il pavimento e i mobili di tutta la casa. La Princi ha sperimentato la Frozen-art, ossia un pattinaggio su ghiaccio dove le veci del ghiaccio erano giocate dal cartoncino finale dell’album. Poi ha anche involontariamente saggiato la Chiapp-art, andandosi letteralmente a sedere nel piattino dove mescolava i colori, all’inizio usando i pennelli, poi adoperando direttamente le varie parti del corpo.
Piccoli piedi da Picasso
Quindi, dopo una lunga puntata in bagno per riassettarsi, siamo passate alla cucina, dove ci siamo cimentate in una torta: tra pianti di stanchezza, moccoli (che mi auguro non siano scivolati nell’impasto in un momento di distrazione) e tentativi di scipparsi i compiti della brava cuoca. Ma questa è solo la facciata: dietro ci sono vagonate di sapone per i pavimenti, litri di sgrassatore e quintalate di bagnoschiuma.
Il tutto per cercare di tenerle lontane dalla tv e non farle picchiare e/o annoiare.
Mani e piedi d'artista
Proprio oggi ho letto qualche frammento di un post condiviso da un’amica mamma, (http://www.huffingtonpost.it/bunmi-laditan/sono-stufa-di-dover-rendere-linfanzia-dei-miei-figli-magica_b_8175018.html) parole che spesso mi ripeto soprattutto se penso alla mia, di infanzia. Che è stata magica, nonostante nessuno mi facesse pasticciare con la pasta per la pizza o la farina per torte, o giocare con il pongo facendolo finire in ogni anfratto, o dipingere a freno libero, o foderare di stickers i mobili di tutta la casa. E anche se i compleanni non erano a tema, pieni di festoni, invasi da gonfiabili, da panini imbandierati con la faccia di Biancaneve, con i bambini camuffati da pirati/pesci pagliaccio/unicorni/principesse.
E allora spesso mi chiedo per chi facciamo tutto questo, quando – come dice il papàconinfradito – ai bambini per divertirsi basta un pallone, qualche pizzetta, patatine e un’aranciata. Siamo noi mamme, la colpa di questa schiavitù verso la felicità dei figli: noi mamme con il nostro desiderio di essere le migliori, di far vedere quanto siamo brave, di primeggiare, nascondendoci dietro la scusa della felicità dei cuccioli. Ci penso, a questo così come a molte altre cose, ogni giorno: ma poi ci ricasco, inevitabilmente. Ma penso anche che, se qualcuno avesse fatto con me almeno una di queste cose, me lo ricorderei ancora adesso.







martedì 20 settembre 2016

Lui e non più Lui

Visto il caratterino, tra qualche anno potrebbe chiedermi i diritti d'autore. Ma intanto, mi sembrava carino postarla. In fondo, tutto è cominciato grazie a lei...
Princi, domenica 4 settembre 2016
Ecco un esempio dell’ultima passione della Princi. Ho guardato soltanto poco fa le foto scattate nelle ultime settimane, realizzate in modo bulimico, quasi seriale, a riprendere ogni angolo del nostro appartamento che, grazie a lei, ricorderemo centimetro per centimetro.
Così come ricorderemo cosa mangiassimo per colazione e quanti stendini girassero per casa: perché ha ripreso ogni momento di quotidianità di questa strana vita a cinque.
Ma, tornando allo scatto incriminato, mi sembrava carino perché mi ha finalmente permesso di trovare un nome meno anonimo a quello che finora ho sempre chiamato “LUI”. E, in effetti, tanto anonimato non se lo meritava.
Così, ecco che accanto a una mammaconcalzattoni, spunta un papàconInfradito

lunedì 19 settembre 2016

mammaconfacebook

Mammasenzacalzettoni, ma con unghie smaltate ...dalla Pulci
Può sembrare poca cosa. Ma poiché sono tre settimane, o meglio: tre mesi? O meglio: tre anni? O meglio: trent’anni? Che mi prefiggo obiettivi che restano nell’aria, riuscire ad aprire una pagina su facebook da dedicare al blog è per me un grosso risultato.
Ancor di più dato che l’ho fatto da sola.
Il che potrà spiegare inefficienze o brutture della stessa, proprio come per il blog.
Ma tant’è: a me interessa avere “Una pagina tutta per me” (la Woolf mi perdonerà) dove poter scrivere. E magari aiutarmi a trasformare una semplice passione in qualcosa di più.
Un attimo. Qui di passioni ce n’è più d’una.
Quella per la scrittura, la prima in ordine cronologico.
Quella per il riordino: fondamentale per tutti i “diari”, cartacei o virtuali che siano.
Quella per il colloquio con sé stessi, che a volte più di essere una passione è una dannazione.
E, dulcis in fundo, quella per le mie “belve”, che ultimamente mi stanno risucchiando tutte le energie mentali.
Ecco: questa nuova fase del blog può essere molto utile in questo, a farmi cioè sfogare per non sbottare, a farmi pensare di avere un lavoro, a farmi sentire di essere riuscita a realizzare almeno uno dei tre progetti cui stavo pensando ultimamente e che rischiavano/rischiano, quotidianamente, di infrangersi nel nulla da cui sono nati.
Quindi: buon nuovo inizio, Mammaconicalzettoni.

Ps: un doveroso ringraziamento va a “Gli Aristogatti” che mi hanno permesso quell’ora di tranquillità necessaria per smanettare su internet.

venerdì 5 agosto 2016

certi giorni

Oggi è una di quelle giornate che non gira, di quelle in cui mi chiedo che senso abbia fare la mamma dato che mi sento di non riuscire a dare nulla di diverso da senso di sconforto e umor nero. E così il pranzo è tornato a essere una lotta perché non hanno mangiato e alla seconda delle undicimila (fino adesso) volte in cui dovevo fingere di essere un’altra e fingere contemporaneamente che la Princi e la Pulci fossero mamma gatto e gattino, zia e nipote, Peppa e George, ero già sbottata.
Per una volta, loro non c’entrano.
Anzi, a dirla tutta non è la prima volta in cui mi senta così.
Così inutile, sfiduciata, dubbiosa, smarrita.
Ieri ho parlato per lavoro con una persona piena di idee e iniziative, ben sicura dei valori in cui credere e delle cose per lui importanti. E se questa chiacchierata inizialmente mi ha fatto bene, poi ha finito col risvegliare tutti i miei dubbi, malamente sopiti sotto una casalinghitudine e mammitudine che pure ho cercato, amo e mi danno soddisfazione.
Peraltro, solo in parte questo senso di smarrimento è legato alla mancanza di un lavoro. Vi è legato se penso che non mi piacerebbe trovare semplicemente UN lavoro, ma IL lavoro: quello per cui ha un senso svegliarsi la mattina, che ti rende soddisfatta a fine giornata, che da un perché al fatto di stare ore fuori casa trascurando di veder crescere le cucciole.
I protagonisti di "Tu (NON) sei il tuo lavoro", di Rosella Postorino
Probabilmente chiedo troppo. Sono certa che miliardi di persone al mondo lavorino perché devono e stop. Ma purtroppo sono in quella piccola percentuale di persone che crede di ESSERE il proprio lavoro: perché, come spiegava una commedia vista in un momento ap (ante Princi), tendiamo comunque a identificarci con esso. Se ci si pensa bene, a tutte le volte in cui una persona chiede «Cosa fai?», si risponde quasi sempre «Io sono»: un operaio, un commercialista, un pensionato...
Ecco: non so se sia riuscita a spiegarmi completamente, ma il punto è che non ho idea di cosa io sia e soprattutto in cosa sia versata, in cosa quindi mi piacerebbe impegnarmi. E questo a XX anni suonati.
Sarà in parte perché tendo a fare un sacco di lavoretti scollegati fra loro e li faccio a mio parere male perché non riesco ad avere il tempo per approfondire nessuna di quelle cose che pure mi piacciono.
Uno dei miei miti già al tempo del Liceo
Ma, a dirla tutta, davvero mi piace/piacerebbe riprendere a studiare? Davvero mi piace/piacerebbe fare la giornalista? Davvero mi piace/piacerebbe diventare una critica d’arte? Davvero mi piace/piacerebbe fare quel corso di arte terapia? E quei corsi di cucina a cui sto pensando da anni?
E così, alla fine, proseguo nella mia paralisi decisionale e di vita.
Waiting for Godot.
O, leopardianamente, chiedendomi :
O natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? perché di tanto
inganni i figli tuoi?

Ma intanto questo scombussolamento mi ha fatto tornare a scrivere sul blog: ed è già una buon risultato.

venerdì 15 luglio 2016

Ieri, oggi, domani


Ieri: il nostro anniversario di matrimonio, la prima sera delle belve sole con gli zii. Ieri: nella mia città degli immigrati hanno preso a sassate un cigno sulla riva del fiume, pare solo per passare il tempo. Ieri: a Nizza, un nuovo attacco terroristico, decine di morti, feriti, un panico incommensurabile.

Oggi: la festa per i quarant’anni di attività del papà-nonno. Oggi: una valanga di commenti su facebook su quanto accaduto. Per entrambi i fatti. Oggi: ho deciso di accendere finalmente la tv per guardarmi un telegiornale, cosa che non faccio da mesi. Oggi: ho sentito l’urgenza di scrivere, perché non posso ignorare ciò che è successo e, per farlo, devo uscire dal rincorrersi di “mamma, ho sete! mina (=mammina, in emmese), mina, mina! cappa pipì! mina, mio pancino tanta fame (in perfetto Masha style)” in cui sono involtolata da mesi, anche piacevolmente.

Ho postato qualcosa anche io a proposito del cigno. Non me la sento di commentare quanto accaduto a Nizza. Ma è da qui che ho percepito la necessità di uscire dalla mammitudine, da un commento di un’amica che ha tristemente scritto come in momenti simili quasi si penta di aver avuto dei figli.

Pure io. Ma non perché abbia paura per loro. Può sembrare innaturale e stupido. La mia paura nasce dal non sapere come crescerle. Perché non voglio che si abituino al clima di odio che sento montare tutto attorno nei confronti degli stranieri. Non voglio che abbiano timore di salire su un treno perchè potrebbe esserci un unico binario a un certo punto del loro viaggio. Non voglio che decidano di rinunciare a un’università all’estero o a comprarsi una maglietta al centro commerciale che dista dieci chilometri da casa  perché ci potrebbero essere degli attentati. Vorrei invece riuscire a far capire loro che il male c’è, purtroppo sì. Ma c’è, purtroppissimo, dappertutto. Chi invoca pene di morte, lavori forzati o simili per gli stranieri che hanno martoriato il cigno non pensa a quanti – italiani, cattolici – torturano gli animali, anche i propri: e anche in questo caso, lo fanno per il gusto di far qualcosa. Proprio come i ragazzini che deteriorano i giochi del parco con scritte oscene o che urlano fino a notte fonda sotto casa (nostra) e lasciano immondizie ovunque. E sono italiani. Vorrei che avessero fiducia negli altri ma fossero anche dotate di antenne per tenersi lontano da falsi amici. Vorrei che non dovessero mai conoscere il dolore e la sofferenza ma anche che fossero capaci di aiutare chi ha bisogno e soffre. Vorrei che fossero in grado di ragionare sempre con la propria testa, senza lasciarsi trascinare dall’opinione altrui. Vorrei che fossero in grado di difendersi, con le parole, con i fatti, se ne avessero bisogno. Vorrei vivessero in un mondo in cui anche gli altri siano rispettosi. Perché il timore maggiore è che crescano sensibili fra persone che non lo sono.

Nota: sono parole scritte di getto, con il cuore in mano. E purtroppo non riviste perché i cinque minuti di uscita dalla mammitudine sono scaduti...

domenica 5 giugno 2016


"Mina, mio cino tata fame!"

(= Mammina, il mio pancino ha tanta fame)


Quando Masha e orso diventano il nuovo Zingarelli...

sabato 5 marzo 2016

Lettera a una Briciolina, passato il suo compleanno

Cara Briciolina,
scusa per il ritardo con cui ti scrivo queste righe, che dovevano essere di buon compleanno. E invece, sono già trascorse tre settimane.

Imperdonabile.

Come imperdonabile è il poco tempo che ti ho dedicato finora e che tu stai cercando di recuperare.
Prepotentemente, come lo dovessi prendere tutto in una volta.
Scusa: perché se per il primo ritardo posso dire che ho cercato di farmi prendere, a volte lasciandomi travolgere, da questo nuovo e sempre temporaneo lavoro (quindi, dirai tu: perché fasciarsi la testa?) per il secondo le scuse non esistono. Sono solamente legate a una fragilità, allo spaesamento provato quando sei arrivata e non avevo idea di come vivessero insieme due sorelle, di come potessi aiutarvi ad amarvi, se sarei riuscita ad amarvi entrambe della stessa quantità di amore, se avremmo prima o poi trovato un equilibrio che andasse a sostituire quello il tuo allunaggio aveva buttato all’aria.
Fragilità da spavento.
Un terrore in cui la gioia per il tuo approdo ha spesso rischiato di perdersi facendomi ascoltare i consigli di chi era intorno a noi e che ho ascoltato se collimavano con ciò che mi diceva chi – a mio avviso – aveva il diritto di darli questi consigli perché titolato: i pediatri. E allora ho seguito chi diceva di non dover trascurare “la prima”, di darle più attenzioni rispetto a quelle che potevo dare a te.
Balle.
Perché, come ha detto un’amica, la puoi girare come vuoi: la mamma è sempre una. Ma, forse, qualcosa di buono l'ho fatto: è un'illusione che provo quando tu e la Princi vi cercate, vi abbracciate, vi preoccupate l'una dell'altra, vi date la manina per camminare.
Così, ti ho persa. Perché mugugnavi da mattina a sera e non ne capivo il motivo, presa com’ero dal ruolo di mamma-chioccia che però non ti ascoltava e dimenticava di sorriderti.
E così sono dovuti passare due mesi perché, guardandoti dormire sulla sdraio delle terme, vedessi quanto eri bella, dolce.
Mia.
Anzi: che fossi mia l’ho capito subito, chiamandoti “amore” non appena ho sentito il tuo strillo, acuto, penetrante. Proprio come quelli che costellano i tuoi attuali capricci. E ti hanno appoggiata su di me, piccola ranocchietta dalla testa nera, piena di quei capelli che poi raccoglievo con la spazzola levapelucchi dal cuscino del lettino che diventava nero a ogni risveglio.

Ti ho persa, ma mi sono anche persa. Come l’arrivo della Princi, il tuo, Briciolina, è stato un vero turbine da cui forse solo ora ci stiamo riprendendo.
Grazie a te e alla tua simpatia. Alle tue smorfie divertenti, ai tuoi pianti sfibranti, ai tuoi continui gesti di affetto, ai tuoi capricci che prosciugano ogni energia in entrambe. Perché alla fine cedi e dici “Tisa (scusa), mamma!” con una voce da Winnie Pooh che poi subito mi si accoccola addosso.
E mi sciolgo.
E mi scioglierei anche prima: è difficile tenere il punto con te, Briciolina, per colpa dei tuoi occhioni spaziali, grandi perle scure custodite da una conchiglia di preziose, lunghissime ciglia. E per colpa dei tuoi riccioletti, invidiabili, ingovernabili, profumati anche quando li impiastricci con il sugo o chissà dio cosa.
Buona vita, Briciolina.
Come ho a suo tempo sperato per la Princi, mi auguro che tu non perda mai la gioia che vive nel tuo sguardo. E che tu possa conservare la spiritosa intraprendenza e cocciutaggine che hai, perché sola ti porterà lontano. Da noi, credo. Purtroppo.

Anche se per noi sarai sempre la nostra piccola, che ci sorprende se scende da sola le scale di casa, se chiede di fare pì nel water, se vuole bere il latte e tit (Nesquik) dalla tazza di Elsa.