Lettori fissi

sabato 17 ottobre 2015

aria di casa mia...?

Scrivo, altrimenti perdo anche questo come tanti altri attimi.
In questo ultimo mese, ovviamente in coincidenza con l’avvio della scuola, la ripresa della mia collaborazione (molto lenta e sporadica, vabbè: ma per me è sempre un impegno mentale), la ricerca di un attività principesca pomeridiana, la ricomparsa dei pidocchi, un periodo di briciolesche e inspiegabili notti in bianco... sono finalmente iniziati i lavori alla casa della mamma-nonna. Non ne ho ancora mai parlato in modo disteso.
Dunque, il la è venuto da Lui in risposta ai taciti interrogativi su cosa avrebbe fatto la mamma-nonna in una casa tanto grande e dispendiosa a livello di bollette. Tra le varie ipotesi: venderla per farla avvicinare a casa nostra in un appartamento, oppure vendere noi e cercare una casa vicino a lei. O, infine, modificare la casa esistente per viverci tutti assieme. Orbene. Sono subito nati dei quesiti dovuti al fatto che:
a.   persino il sacerdote che ci ha sposati durante il corso prematrimoniale ha caldamente sconsigliato una convivenza con i suoceri, di qualsiasi parte fossero;
b.   nei miei pensieri, ho sempre rifiutato quella casa e mi sono sempre opposta a chiunque dicesse che «la soluzione migliore per tutti è che ci andiate a stare voi».

Ma, ovviamente, come per molte altre scelte compiute, ho risposto garibaldinamente: «Obbedisco». Come ha detto qualcuno, ho preso una decisione adulta; senza pensare che già al momento dell’acquisto di quella casa era stato il mio giudizio a pesare facendola comprare perché – anche quella volta, a tredici anni – avevo compiuto una scelta adulta sollevando gli altri membri della famiglia da un pensiero ulteriore a quelli, pesanti, che già c’erano. Ora la decisione adulta era sapere che è un bene stare vicino alla mamma-nonna per le necessità di tutti e che una casa con il giardino è un paradiso per le belve: che infatti vogliono farci uno zoo, con tanto di giraffa che parla.

A parte questo, a parte il mio distacco indifferente dei mesi scorsi – anche perché impegnati nello svuotamento della casa e la ricerca di spazi, per quanto piccoli, per la mamma-nonna nel nostro appartamento – è subentrato il malumore di quest’ultima. Ma non ho capito perché. Credo non lo sappia neppure lei. Parlandone con Lui, ho chiarito nella mia mente che ci sono due diversi livelli della questione.
Quello razionale, per cui ci sarà un’ottimizzazione delle spese e del tempo oltre che una vicinanza positiva sia dal punto di vista logistico che affettivo.

E un livello emotivo, che purtroppo tende ora a prevalere. A me ha fatto sempre rifiutare quella casa proprio per il motivo di cui sopra: è come la visualizzazione del momento esatto in cui sono stata costretta a diventare adulta, mentre dal punto di vista sentimentale “la” Casa, la MIA Casa, era e continuerà per sempre a essere quella in cui sono cresciuta, quella in cui non conoscevo i problemi degli adulti, quella in cui vivevo come Laura della “Casa nella prateria”, immaginandomi protagonista di mille splendide avventure. La casa nuova, invece, è stata subito associata a momenti cupi, che me la facevano osservare da fuori con ribrezzo per l’ipocrisia dei suoi muri bianchi, luminosi, a contrasto con il pesante grigiore che assaliva chiunque entrasse. Come se sull’ingresso fosse scolpito il dantesco «Lasciate ogni speranza o voi che entrate».
Tuttavia, proprio perché ormai anagraficamente dovrei aver ben varcato la soglia dell’età adulta, ho accettato. Ma non mi sono lasciata troppo invischiare da come sarebbe stato il portone d’ingresso, la distribuzione delle camere, il tipo dei serramenti. Era ed è ancora Lui a decidere e pensare a tutto, ed è fantastico nel farlo. Se qualche decisione l’ho presa – perché mi è toccato – è stata in qualche modo pilotata, dopo giorni in cui mi ripeteva cosa avrei dovuto scegliere. E non solo perché quando mi parlava dovevo fronteggiare caprinci e dondolare Briciolina mentre spadellavo e rimescolavo pentole.
Tuttavia ora qualcosa sta cambiando.
I lavori sono entrati nel vivo, una situazione spinosa si è risolta grazie a un mio contributo, è iniziata l’eccitante fase di scelta di piastrelle, mobili e affini tanto che lunedì abbiamo mollato le belve alla mamma-nonna e alla cuginetta G. per scegliere cucina e cameretta.
E mentre la ragazza del mobilificio progettava parlando di ante, cappa, controsoffitti, la mia mente immaginava la vita in quelle stanze. Con le bimbe ormai adolescenti. A litigarsi i trucchi appoggiati sul bordo della scrivania e scambiarsi cappotti e minigonne prese a prestito nell’armadio dell’altra. «Forse servirebbe anche un comò», ho azzardato pensando allo spazio per i collant e per i segreti che dovranno difficilmente nascondere ai miei occhi. E quelle piccole porzioni di parete lasciate libere dalla selva di mobili di cui le abbiamo circondate le ho viste intrise di poster (ma andranno ancora di moda?), cartoline di spettacoli, biglietti di concerti.
Poi ci ho pensate in cucina, appollaiate sugli sgabelli a ridosso del bancone a bere il caffelatte una accanto all’altra.
Adesso, lo ammetto, non vedo l’ora di vederci vivere in quei nuovi spazi.

Noi quattro, la mamma-nonna nella porta accanto, Mr. Billy e il signor Degas e magari il cane Banana sognato dalla Princi.

giovedì 8 ottobre 2015

e un mese ce lo siamo tolto

E il primo mese di scuola è andato.
La Princi non si gira nemmeno più quando la saluto. Anzi, spesso devo richiamarla per farmi salutare. Immagino sia perché le piace un sacco, ma cosa faccia lì dentro non è dato sapere. A volte credo che frequenti una setta o faccia parte della carboneria.
«Cosa avete fatto oggi?»
«Non te lo posso dire»
«Chi era il tuo grande?» (al suo asilo i piccoli hanno il tutor: anche sapere cosa faccia questo tutor è un mistero della fede)
«Non te lo posso dire»
«Cosa avevi per merenda?»
«Melanzane»
E quest’ultima domanda è motivata dal fatto che di solito ricordo di leggere solo il menù del pranzo, che so se e quanto ha consumato perché viene segnalato sulla bacheca. Almeno una pseudo-certezza, visto che spesso quello che è scritto non coincide con quanto, a fatica, mi riferisce.

Quest’ultima settimana abbiamo poi sperimentato i benefici del tempo pieno. Vinti i miei sensi di colpa per quello che interpretavo come un abbandono dato che non c’è proprio una necessità per cui resti più ore a scuola, mi sono resa conto che:
a.          Nemmeno si accorge di essere rimasta per più tempo a meno che non glielo faccia notare;
b.         anche quando la ritiro al pomeriggio (sembra di parlare di un capo in lavanderia!) ha comunque l’energia di restare a giocare fuori da scuola incurante delle condizioni atmosferiche;
c.          va a dormire prima e senza fare troppe storie, addormentandosi dopo un solo libro anziché dell’intera Treccani.


Ma i sensi di colpa sono comunque in agguato, per ogni situazione e per il suo contrario. Per esempio sono molto forti nei confronti di Briciolina. Teoricamente, con la Princi a scuola dovrei avere perlomeno tutta la mattina da dedicarle. In realtà la lascio spesso con la mamma-nonna, ora fortunatamente più a portata di mano dato che da agosto condivide gli 80mq del nostro appartamento in attesa che venga ampliata casa sua per ospitarci tutti. E così, con grande ed evidente piacere di entrambe, la abbandono per andare in palestra perché almeno la mattina sono relativamente meno distrutta e meno incline a scantonare. Oppure per fare la spesa. Oppure per varie ed eventuali commissioni che ogni giorno spuntano come funghi. E quando sono a casa, ci sono comunque le faccende, il pranzo e la cena da preparare, la Princi da far sentire coccolata soprattutto se è stata più ore a scuola...
Poi, diciamocela tutta: come mi accadeva con la Princi, pure con Briciolina mi sento incapace di giocare. Se viene lei con un libro, ok. Se devo inventarmi qualche gioco da fare insieme, non so dove sbattere la testa: e così ringrazio il fatto che sia molto emulativa e abbia già da tempo iniziato a giocare assieme a sua sorella. Che schiaffeggia per poi subito avvicinarsi e baciarla. Che da una settimana circa ha iniziato a chiamare “Ia”. Che vuole seguire a ruota uscendo dal seggiolone quando lei si alza da tavola alla fine della cena. È una bella peperina, pronta a sfoderare ettolitri di lacrime di coccodrillo appena cade o qualcosa le va storto, ma si tende a perdonarla per i suoi occhioni e i ricciolini che le invadono il collo e che ci chiediamo di continuo da chi abbia preso.

Al solito, ho divagato: avrei voluto rendicontare questo inizio d’anno con la ricerca di un’attività sportiva, l’inizio della battaglia contro i pidocchi, gli interrogativi su cosa stiano imparando e invece sono andata da tutt’altra parte. Riparerò. Forse anche io a settembre.