Lettori fissi

sabato 31 agosto 2013

a Z, che non conoscevo; a P, che spero mi permetta di conoscerla




Ci penso da giorni. Come molti. Come tutti qui in provincia. Perché è impossibile non pensarci.
Poi, qualche minuto fa, mi è tornato alla mente l’incipit di un mio vecchio articolo: il più difficile che abbia mai scritto, quello che mi ha fatto capire che non sarei mai potuta né voluta diventare una giornalista per non rimanere invischiata nella ragnatela di frasi fatte, commenti retorici, domande stupide che di solito inquinano questi momenti.
Avevo esordito citando una di quelle frasi che più facilmente rimangono impresse nella mente di un liceale: «Muore giovane chi è caro agli dei», scriveva Menandro. Ma non bastava a giustificare la perdita di un amico in un incidente stradale, durante una serata “pulita” passata a cena con i compagni della squadra di calcio e finita contro il muretto di un’abitazione per colpa di chi guidava in senso opposto.
Ancora oggi, quando ci penso, ho una fitta al cuore.
E sono giorni che ho delle fitte al cuore per ciò che è successo mercoledì pomeriggio. Una foto, righe lette frettolosamente su un social network che si inghiotte in una fittizia democrazia notizie serie e stupidi post.
Non voglio entrare nel merito; non saprei farlo. Ed è tutto troppo delicato: come camminare in un giardino di rose di cristallo, dove però a farsi male sarebbero persone che non conosco.
Le fitte che provo sono al pensiero che lei era come sarà la Princi fra  un po’ di anni.
Molti anni, è vero: ma passeranno così rapidamente che non ci renderemo conto – Lui  e io – di come sia potuta passare dal cospargere il soggiorno dei suoi piattini a voler lanciare i piatti della cucina perché non le permettiamo di uscire. E, soprattutto, non capiremo perché e quando sia passata dal blaterare continuamente frasi senza capo né coda, a farci stramazzare dal ridere per come balla e saltella a non volerci più rivolgere la parola negandoci la vista di qualsiasi movimento non strettamente necessario.
Come ci diciamo spesso già ora quando frigna in modo ingiustificato dopo che le abbiamo regalato continue giornate solo per lei, non sarà mai abbastanza. Noi non saremo mai abbastanza: perché la amiamo e la ameremo sempre a modo nostro, ma non è detto che sia il modo in cui lei vorrà essere amata. E non sarà sufficiente:  ci sarà sempre una linea d’ombra, un confine che non potremo oltrepassare anche se lo vorremmo. Perché credo sia umano che i genitori vogliano entrare nelle vite dei figli, curiosare nei loro pensieri e paure più che fra gli amici e i luoghi che frequentano: perché quelli sono fuori, ma l’impressione che lasciano dentro non si sa quale sia.
Sarà perché sono una persona ansiosa, ma comincio ad aver paura: anzi: ho iniziato ad aver paura nel giugno di due anni fa, quando ha saputo che la Princi stava cominciando il suo viaggio. Perché non sapevo se sarei stata all’altezza e ora che è qui  ci sono momenti e situazioni in cui mi sento inadeguata: come quando le rispondo bruscamente se fa la vocina lamentosa e io vorrei solo farmi la doccia in pace, unico momento della giornata veramente mio.
Ma nulla è più mio da quando c’è lei: di questo dovrei ormai essere pienamente consapevole. Perché ogni pensiero culmina in un «E la Princi?!»: forse esagerato, forse naturale; chissà.
So che vorrei non le accadesse mai nulla di male, so che vorrei metterla sotto una campana di vetro per preservarla da ciò che potrebbe ferirla, colpirla, trasformarla, rubarle quel sorriso e quella scaltra innocenza che illuminano i suoi occhi. So che vorrei averla sempre vicino anche quando sogno di andare al cinema, a cena fuori, in viaggio da sola o in coppia: perchè quando non c’è mi manca un braccio, il respiro, un’appendice che non dipende ormai più completamente da me per vivere, ma io da lei sì.
E allora, per tornare in argomento, mi chiedo come si fa.
In un mondo che, a differenza di quello in cui sono cresciuta, mi sembra contare più ragazzini e adolescenti smaliziati e cattivi e altrettanti ragazzi indifesi e fragili, mi chiedo come si possa regalargli la duttile corazza con cui affrontare la vita: una duttile corazza per schivare colpi bassi  senza trascurare di comprendere, stimare e aiutare gli altri.

Non è certo questo il post che avevo pensato di scrivere per interrompere il silenzio in cui sono di nuovo, momentaneamente precipitata. Ma non potevo tenermi dentro questi pensieri: sono ormai giorni che navigano nel mio cuore. Avevano bisogno di uscire, di aiutarmi a riprendere contatto con molte cose, di farci riflettere – Lui, io, pure la Mamma-nonna. Senza cercare una risposta: né per ciò che è stato né per ciò che sarà.

lunedì 19 agosto 2013

Perché voglio comunque (e ancora) nascere a Gorizia.






Non è stata una scelta semplice: non ci ho dormito per settimane. Ho soppesato pro e contro, ho fatto un tuffo nei ricordi, seppur recenti, e ho cercato di immaginare il futuro.

Anche la mia ginecologa, quella che ha sempre avuto una parola e un gesto gentile quando aspettavo la Princi, quella che si è fermata oltre all’orario di lavoro per vederla nascere, anche lei se n’è andata dal reparto. Complice l’incertezza sul destino del Punto Nascita, la prospettiva di un accrescimento professionale, lo stress provocato da continue polemiche e botta-risposta su ciò che sarà.

Purtuttavia, la visita per avere la conferma di questa nuova gravidanza l’ho fatta da lei, ma storcendo il naso. Era la terza volta che andavo in quell’ospedale e come ogni volta mi sono persa: una volta andando, una volta tornando, una volta all’interno, una volta – quando la Princi aveva l’otite – ci siamo persi tutti e tre nel tragitto dal Pronto Soccorso alla Pediatria. Ricevendo poi un trattamento discutibile: perché secondo chi ci ha “accolto” (parola troppo gradevole per l’atteggiamento usato) noi eravamo lì perché la bimba piangeva senza trovare pace. Non perché aveva l’otite che poi le hanno riscontrato.

Ma a farmi storcere il naso sono state una serie di altri motivi: andare in un ospedale “non mio”, più simile a un aeroporto che a un nosocomio; sentirmi un numero fra numeri da smaltire; dover attendere un’ora e mezza prima di essere visitata.

No: quel partificio non fa per me.
Ne avevo anche già parlato con la dottoressa C. dicendole che spostandosi mi aveva messo in una forte crisi di coscienza dato che, se era vero che con lei mi ero trovata bene, era altrettanto vero che mi ero trovata perfettamente a mio agio con il personale del reparto: ostetriche, infermiere, persino con la signora delle pulizie che ogni giorno diceva di volermi rapire la Princi, unica femminuccia fra sette maschietti.

Devo essere onesta: a farmi desistere dall’idea di un parto in trasferta sono state anche l’idea di essere inserita in un sistema di visite e controlli piuttosto rigido e che mi avrebbe chiesto il costante uso di un navigatore per arrivare a destinazione e, non ultimo, l’aumento della parcella della dottoressa: che, fra l’altro, sarebbe una botta di … troppo esagerata se anche questo giro fosse in zona allo scattare dell’ora X.  

Certo: mi mancherà.
E qui sono entrati in campo i ricordi. Lei che a ogni controllo sapeva quanto penoso fosse per me l’incontro con la bilancia; lei che cercava di dissipare le mie paure per il peso e la pancia che aumentavano; lei che mi diceva di non dar retta a chi diceva di non mangiare questo o quello durante il corso pre parto; lei che mi era vicina durante l’allunaggio e mi incitava contraddicendo l’ostetrica E. dicendole che ero bravissima; lei che ci ha abbracciati e baciati entrambi (Lui e io) una volta vista la Princi, subito dichiarata “bellissima”.

Però poi ho ricordato anche il corso  in piscina; le ostetriche sempre sorridenti e disponibili che ti conoscevano per nome; l’ostetrica A. che a ogni monitoraggio guardava con tenerezza quello che chiamava “il mio pancino”; l’atmosfera di familiarità che mi ha reso per certi versi difficoltoso il giorno delle dimissioni e che rendeva invece piacevole ogni visita e controllo.

Ma poi, com’è giusto, alle considerazioni sentimentali sono subentrate quelle pratiche, anch’esse condite di ricordi. La maggiore vicinanza alla Mamma-nonna, anche lei soggetta a peregrinazioni in tutta la regione prima di raggiungere l’ospedale-aeroporto; la maggiore vicinanza a tutti, che così potranno nuovamente inondare la camera appena sarà compiuto l’allunaggio; la possibilità per la Princi di venire immediatamente a conoscere il suo nuovo coinquilino/a (possibilità rigidamente negata nell’altro ospedale); e poi, a dirla tutta, un buon incentivo è stato sapere che il dottor C (quello che mi voleva rispedire a casa senza essersi accorto che avevo perso le acque) non è più nell’organico dei medici.

Il resto poco importa. Non importa se il/la Pulci nascerà di qua o di là da un confine che non esiste più e che attraverso quasi quotidianamente per pannolini, pizza o vestiti. Se servirà, lo attraverseremo anche per vederlo e conoscerlo: e così sarà ancora più libero/a da valichi mentali di quanto non siamo noi.

E al di là di tutto questo, il motivo per cui voglio comunque nascere a Gorizia è uno.
Perché è la mia città e ci sono affezionata, anche se a volte la denigro per la sua indolenza e per il suo scarso entusiasmo.
Il/la Pulci non è e non sarà meno importante della Princi, seguita con visite private; ma visto che durante la sua gravidanza e la sua nascita tutto è andato liscio conto sia così anche in questo caso.
 
 

martedì 13 agosto 2013

chi saluta e chi balla


 
Non c’è che dire: entrambi hanno il senso dell’umorismo e del divertimento.
Il/la Pulci anche ieri, quando il dottor D. ha iniziato il suo tour virtuale nello shuttle attraverso l’ecografo, ha iniziato a palleggiare. Rimbalza su e giù. Ma non solo.
«Hai visto che ti ha fatto ciao con la manina?».
Siamo scoppiati a ridere, Lui ha esclamato «Che figo!»: e se mi fossi girata a guardarlo credo che avrei visto un luccicore all’occhio. Perché è venuto pure a me.
Il resto della visita è stato una piacevole sorpresa. Nel senso che non ci aspettavamo un controllo così accurato e un atteggiamento tanto premuroso da una visita “della mutua”. Che si è aperta con il cavallo di battaglia del dottor D.:
«Lei di dov’è? Di  Gorizia con quel cognome?»
A parte il fatto che viviamo in una città ex di confine in cui i cognomi in “–ch” sono ordinari: fossimo a Bologna o Milano il suo stupore sarebbe giustificato. Ma forse il tutto è sollecitato anche dall’attuale situazione del punto nascita, probabilmente usato molto più da donne straniere che da italiane le quali, come avevo pensato per mezzo secondo di fare anch’io, hanno seguito i loro ginecologi di fiducia migrati in altri lidi meno a rischio chiusura, più all’avanguardia, più frequentati. Ma di quanta ansia mi abbia provocato la decisione di farmi seguire lì dove è nata la Princi parlerò in un prossimo post.
Altro stupore per il dottor D., legato proprio alla questione dell’elevato numero di forestiere che visita, è giunto dalla mia prontezza nell’estrarre dalla cartellina analisi del sangue, cartellina compilata in ospedale a seguito della traslucenza, appuntamento per la morfologica.
Il terzo momento in cui è rimasto a bocca aperta è stato quando gli abbiamo detto di avere una bimba di un anno e mezzo:
«Ah! Fuori il dente, fuori il dolore!», che è una delle tante frasi, diciamo di circostanza, che ci si sente rivolgere al secondo arrivo. Non oso immaginare al terzo.
Però siamo rimasti entrambi davvero molto soddisfatti, anche dall’ostetrica che lo affiancava: la stessa che, quando aspettavo la Princi, è uscita in corridoio urlando:
«Chi è la donna gravida?» facendomi abbassare le orecchie da mucca che in quel momento mi sono sentita spuntare.
Ieri, invece, sono stati entrambi molto gentili: il medico mi ha addirittura prescritto una visita cardiologica perché Lui si è ricordato che anni fa gli avevo parlato di un soffio al cuore che avevo alla nascita e di cui non mi sono mai preoccupata; e si è poi preoccupato, persino all’eccesso, per i globuli rossi un po’ più bassi del normale, perché sono un pò sottopeso (e questa è stata per me la migliore notizia della giornata) e perché tendo ad avere un umore ballerino. Tanto che, dopo un pippone di mezz’ora sulla toxoplasmosi («Sa cosa evitare? Sa come comportarsi?»), si è lasciato scappare:
«Cosa le piacerebbe mangiare? Le piace il prosciutto crudo?». «Sì, ma se non posso mangiarlo…» «Lo può mangiare: a patto che sia stagionato di 16-18 mesi!». Ip ip urrà per il dottor D.!
L’ostetrica, dal canto suo, mentre mi visitava mi ha consigliato di farmi aiutare, soprattutto quando saranno effettivamente in due: «Magari l’asilo nido, valuti questa ipotesi».
E così oggi sono piombata nello sconforto: perché mi pare che tutti attorno a me mi stiano indicando modelli di comportamento verso i figli per dirmi che ciò che stiamo facendo noi è sbagliato.
Ma veniamo alla Princi, che anche ieri ci ha fatto dannare per un pisolo di un’ora e un quarto da cui è stata sopraffatta facendosi cullare in braccio, ovviamente da me.
La sera l’abbiamo portata alla sagra insieme a G. e al cuginone V.
Prescindendo dal fatto che avevo una fame colossale e lei si è spolpata tre quarti del mio pollo e metà del mio strudel, mi sono divertita un sacco a vederla piroettare sulla pista. Questo prima che venisse travolta da una coppia di ballerini impegnati nell’alligalli per finire poi la serata tra i pianti più acuti: perché, naturalmente, quando la pista ha iniziato a riempirsi lei non poteva stare nella porzione ancora non trafficata ma è dovuta rimanere in mezzo a volteggi e casquè.
Ma prima di precipitare si è divertita a inseguire gli altri bambini e bambine che ballavano come lei, altri che facevano le bolle di sapone, iniziando poi a sculettare con le mani sui fianchi e a tirarsi su sulle punte fino a ricadere per aver ecceduto nel collo del piede. E rideva. E volteggiava. E gli occhi le brillavano come non mai. E batteva le mani quando la musica stava per finire come se conoscesse già la melodia. E’ stata uno spettacolo, anche se ho dovuto correrle dietro: ma, tutto sommato, le corse sono state meno di quelle a cui mi ha costretta nelle ultime cene fuori.


domenica 11 agosto 2013

Pulci e Princi


Avvertenza preliminare: mi scuso con chi legge ma al fine di evitare il lancio dalla finestra di un computer non mio causa continui stop a internet Explorer ogni volta che tento di inserire delle immagini, ho dovuto ometterle: ma così chi legge potrà inserire le immagini che la fantasia gli/le suggerisce.


Domani prima visita in consultorio.

Così forse ci capirò di più sul perché l’infermiera dell’ospedale, sollecitata dal dottor C. a darmi un appuntamento, dopo aver saputo la mia età mi ha detto: «Allora vada in consultorio». E spero non fosse un’offesa.

Verrà anche Lui, che ora è in ferie e che ovviamente, dimenticandosi di questa incombenza, mi proponeva una giornata al mare. Chissà, forse sarebbe stato meglio. Se non altro non mi sarei dovuta sottoporre alla prova bilancia; ma, già: ci sarebbe stata la prova costume: e non so cosa sarebbe stato peggio.

Probabilmente troveremo il dottor D. L’ho già conosciuto ai tempi della Princi: l’ho incontrato al colloquio per la traslucenza e poi alla morfologica, dove ha manifestato le proprie titubanze sull’opportunità di comunicare il sesso della Princi. «Il pisellino non si vede. Ma fossi in lei aspetterei a dirlo»: consiglio che ovviamente non ho seguito precipitandomi subito a comprare il carillon rosa da cui Lui avrebbe dovuto capire tutto. Se non fosse che, invece, sulla confezione anziché notare il nastro rosa che correva tutto intorno alla scatola ha subito visto tre stelline di numero, azzurre, che campeggiavano nell’angolo in alto a destra.

Comunque l’ho preparato: «Guarda, non è una cima ma io mi ci sono sempre trovata bene. Unica cosa è che, vedrai, anche ‘sto giro mi dirà che non è possibile che sia nata in Italia con il cognome che mi ritrovo»: perché questo era il refrain di ogni nostro incontro.

La Princi nel tempo della visita rimarrà dalla Mamma-nonna; e noi speriamo di fare piuttosto presto dato l’orario della visita: le 13, del 12 agosto. Mi sembra perfetto: fortuna che non sono al sesto mese o giù di lì sennò credo collasserei per il caldo, che già così comunque soffro molto.

La Princi, dicevo: in questi giorni le abbiamo fatto fare un’intensa vita sociale e, in certi momenti, ne sono stata molto provata.

A proposito del caldo e della stanchezza, giovedì pomeriggio non avendo le forze necessarie per starle dietro e dato che non dava segni di cedimento per un eventuale pisolo, ho proposto a Lui di andare a fare un giro in uno dei suoi negozi di bricolage preferiti: «Così magari in auto dorme e quando siamo là si distrae e siamo un po’ in pace». Questo quello che ho pensato: ma non avevo fatto i conti con lei, che ultimamente (diciamo da quando siamo tornati dalle ferie?) ha sviluppato un tono lamentoso degno di un’attricetta di Beautiful. E a questo ha aggiunto (vero e proprio regalo delle ferie) una spiccata papite, diciamo un Edipo molto precoce: per cui se uniamo la voce lagnosa al motivetto «Papàààà, papààà» si raggiunge lo sfinimento nel giro di mezzo secondo. Non contenti di un tour costellato da frignotti vari, sebbene già abbondantemente sfiniti, Lui mi ha proposto un giro in un megastore per cercarmi un nuovo cellulare, in sostituzione di quello (precedentemente suo) a cui la Princi è riuscita a togliere la suoneria senza farci capire come reinstallarla. E lì è stata la fine: Lui ha pensato bene di non piazzarla nel passeggino. Morale: io i cellulari non so neanche dove fossero di casa, in compenso ho visitato accuratamente il reparto televisori, lavatrici, l’angolo dei distributori automatici (per i quali ha un’inspiegabile passione) guadagnandoci un’ora di palestra gratuita ma assolutamente bisognosa di un trattamento relax d’urgenza. Trattamento che mi è stato concesso da Santa Peppa, come una nonna conosciuta in vacanza ha ribattezzato Peppa Pig. E per fortuna poi la serata ha preso una piega più tranquilla.

Venerdì, invece, un’oretta di terrore non ce l’ha risparmiata nessuno causa il desiderato ma repulso pisolo pomeridiano. Seppur stanca, lagnosa per il sonno, la Princi ha fatto tremare le mura di casa della Mamma-nonna con i suoi pianti, mettendo anche a dura prova il rapporto tra me e il Papi sui nostri divergenti metodi educativi. Lui si è steso sul lettone aspettando che lei, piangente, cedesse autonomamente per lo sfinimento (cosa che, in verità, ho fatto pure io, non più tardi di una settimana prima); io che, a un certo punto, sono andata a recuperarla, non dal lettone ma in piedi, accanto a Lui semi svenuto dal sonno: e l’ho fatta addormentare spalmata su di me, raggiungendo una temperatura corporea di circa 60° e un tasso di umidità del 300%. Però poi ha dormito quasi tre ore, pronta per affrontare una cena fuori con la nonna-suocera, il nonno-suocero e un altro parente: e calcolando che ci siamo spazientiti noi per la lunga attesa, la sua irrequietudine è stata nella norma. Solo che mi ha imposto un chilometraggio illimitato per recuperarla, accompagnarla, metterla sui giochini: cosa che ho fatto tutta la sera con buona pace di chi non si è mai alzato e di chi si è alzato una sola volta sbuffando.

Ieri, invece, la frigna per il pisolo si è spostata alla mattina mentre al pomeriggio pare abbia dormito due ore e mezza insieme a Lui: e perché, mi chiedo io, non succede mai a me permettendo anche al/la Pulci di riposare??? Ma che importa: l’importante è stato che la sera, dopo averla vestita da super Princi tutta svolazzante (e lei, vera femminuccia, era tutta gongolante quando le dicevamo quanto fosse bella), siamo finalmente usciti con gli amici, come non facevamo da tempo. Soprattutto perché in questo tempo ci siamo moltiplicati e quindi accanto al tavolo ora ci sono due seggioloni e un passeggino, tra qualche mese due. E lei si è divertita: e noi pure. E speriamo ci siano altre mille e mille serate come quella di ieri.
 
 
 

martedì 6 agosto 2013

partenza!



E così ieri ho fatto la traslucenza.
Devo dire di essermi emozionata quando il dottor C. ha girato il monitor dell’ecografo verso di me, ha attivato il volume e ho sentito per la seconda volta il galoppare del suo cuoricino. Ma soprattutto mi sono emozionata quando mi ha fatto vedere il suo primo profilo (che ho intuito), le manine e i piedini: che non ho visto, vabbè, ma sapere che ci sono già è stato bello (anche se mi è venuto il dubbio di essere davvero solo al terzo mese). Così come – e di questo, invece mi sono accorta bene – è stato divertentissimo vederlo saltare su e giù: cosa che un po’ mi ha spaventata, perché se già adesso è così agitato figuriamoci tra qualche mese. E sentirmi emozionata nel vederlo/a è stato super, soprattutto perché se con la Princi era tutto nuovo e quindi tutto sorprendente e commovente, ora lo è ancora, ma un po’ meno: e questo nonostante la felicità del nuovo arrivo, di fronte alla quale –purtroppo- qualcuno ci ha chiesto se fosse voluto o “capitato”.
Domanda un po’ infelice, dal mio punto di vista.
Comunque per il resto la visita è stata senza infamia e senza lode: il dottor C., molto professionale, mi ha spiegato nuovamente il funzionamento della traslucenza, le differenze con l’amniocentesi (su cui mediterò), mi ha chiesto per due volte dati tipo se fosse la prima gravidanza, se fumassi, quanto peso (ahia!): perché all’inizio della visita l’ha riportato sul computer, alla fine della stessa l’ha dovuto scrivere a mano. Però ha imbroccato al primo colpo il mio nome e cognome quando li ha dovuti digitare sull’ecografo: e quindi non posso pretendere di più.
Poi l’infermiera mi ha dato l’appuntamento per la morfologica (il 1 ottobre alle 9: meno male che la Princi si sveglia all’alba!) e dopo ho telefonato per avere un appuntamento per una visita, non privata, ora da farsi in consultorio: lunedì 12 agosto alle 13. Orario ideale per la metà di agosto, ma perfetto perché ci sarà anche Lui che dalla prossima settimana è in ferie.
Insomma: ieri mi sono resa conto che l’avventura è davvero cominciata. Ora il tempo sarà scandito in base a visite, ecografie, corsi preparto. Mi piacerebbe poterci far entrare anche la palestra e la piscina ma ora tutto è più complicato: devo sempre considerare di avere un’appendice di 80 cm che non può accompagnarmi ovunque ma che non posso neanche lasciare ogni giorno e tutto il giorno con le nonne, indipendentemente dalla loro disponibilità e dal mio desiderio di ritagliarmi dei momenti per il/la Pulci.

Perché, a dire il vero, sto anche pensando che questi mesi saranno gli ultimi in cui la Princi ci avrà in esclusiva: e quindi cerco di coccolarmela quanto più posso. Lei forse qualcosa ha intuito: perché stamattina, quando doveva rimanere con la nonna-suocera, mi si è gettata al collo per abbracciarmi e riempirmi di baci.

domenica 4 agosto 2013

e raddoppiano i calzettoni


E domani si riparte.
Ricominciano visite, ecografie, e – nella fattispecie – la traslucenza nucale. Poi magari sarà la volta dell’amniocentesi, segno inequivocabile degli anni che passano.

Si ricomincia perché i calzettoni raddoppiano.
Lo sappiamo da più di un mese, anche se la conferma è arrivata solo dopo le ferie. Ma lo sappiamo perché – esattamente come accaduto per la Princi – sono stata travolta e abbattuta da continue ondate di nausea, inizialmente (anche se senza convinzione) attribuite a un periodo di stress. Poi è venuto il test casalingo: e stavolta Lui ha capito che non si trattava di un termometro ma ha sperato che avessi sbagliato a interpretarlo per via di quella seconda linea rosa poco accentuata. Prima delle ferie ho fatto giusto in tempo a fare le analisi prescritte dal medico di base: un’ora e mezza di attesa per risultati che la ginecologa ha visionato solo il giorno dopo il nostro rientro. E dopo un’ora e mezza di attesa anche lì, davanti a uno sfilare di pancioni, a una ragazza che piangeva, a signore di mezza età impazienti per non essere state ancora chiamate.

Poi sono entrata io, con quell’ appuntamento mezzo abusivo preso telefonicamente e neppure registrato sull’agenda dell’infermiera di turno. Alla quale la ginecologa ha detto, tanto per mettere in chiaro le cose:
«Questa qui non ha neanche le mestruazioni e rimane incinta!».
Già: perché la scorta di assorbenti che alberga nello sgabuzzino, ora opportunamente stipata negli scaffali più alti per ovvie ragioni, è rimasta pressochè intatta dalla nascita della Princi. E, quindi, anche in questo caso come è accaduto all’inizio del suo viaggio, la data dell’allunaggio non potrà essere molto certa.

«Vediamo un po’: magari stai anche già per partorire!».
Secondo la stima dell’ecografia, quello/a che d’ora in poi sarà il/la Pulci era già in viaggio da nove settimane: ormai, domani, saranno dodici. Quindi: entro nei tre mesi. Quindi: stop alle nausee, si spera.

Ovviamente la parte più dolorosa della visita è stata per me salire sulla bilancia, così come quotidianamente la parte più dolorosa della giornata è decidere come vestirmi, guardarmi allo specchio, fingere di credere a chi – in realtà con una convinzione piuttosto spinta – dice di vedermi benissimo. Perché ora lo so: di tutte le dicerie, modi di dire, stupidaggini varie che ci si sente propinare nel corso dei nove mesi l’unica ad essere corretta è evidentemente quella in base alla quale «con il secondo la pancia esce subito». E ci starebbe pure, dato anche che non mi ero rimessa ancora in forma dal Princi allunaggio: ma quando sono andata, lunedì scorso, in ospedale e ho visto una mamma nemmeno giovanissima, con pupo più o meno dell’età della Princi che prendeva appuntamento per la traslucenza e non aveva mezzo filo di pancia che le si vedesse tra i mini shorts e la canottiera attillata, il mio “io” ha subito un duro colpo.

Il primo regalo del/la Pulci, arrivato giovedì 1 agosto da G. & V.
Comunque, a parte questo, a parte le paure per il futuro, a parte i pensieri per il presente e per chi mi circonda, a parte il timore – quando la Princi è tignosa – di aver commesso una pazzia, a parte i dubbi su chi/dove/come essere seguita; a parte tutta questa ridda di ansie e paturnie che si trasformano spesso in veglie notturne, siamo contenti. Già ci immaginiamo il casino che regnerà sovrano, i tentativi di soffocamento del/la Pulci da parte della Princi, le corse per consegnare la Pallina a una nonna al momento del parto…

Certo, ci sono tanti pensieri, che cercherò di dipanare nei prossimi post: e mi dispiace non aver tenuto un diario pressochè giornaliero dell’allunaggio della Princi per poterlo rapportare a questa nuova avventura. Che sarà diversa: me lo devo imprimere bene nella mente. Se non altro perché tra qualche mese, quando Qualcuno comincerà a muoversi dentro di me, sarà per rispondere ai calci e ai galoppamenti sulla pancia a cui mi sta sottoponendo la Princi. E prevedo incontri di boxe

giovedì 1 agosto 2013

prima maturità


Ieri la Princi ha compiuto 18 mesi.
Ormai è tanto se ci ricordiamo del suo complimese, quindi non erano previsti festeggiamenti se non una serata-pizza tutti insieme dalla Mamma-nonna solo perché sarei rimasta da lei fino a tardi.

Lei, però, ha festeggiato.
Sarà che ha sviluppato una precoce sindrome da Peter Pan, ma così com’era stato per il giorno del suo compleanno ieri è stata una giornata frignosamente paurosa. E spero questo trend si interrompa prima dei diciott’anni.

Abbiamo cominciato appena svegli. Ore 6.30: dopo aver frignato perché voleva che il latte fosse pronto più che immediatamente, nell’attesa ha pensato bene di tirare fuori un po’ di pentole dall’armadio. Poi, come ogni mattina, è stata la volta del bagnetto con tragedie che ieri hanno toccato i massimi livelli prima ancora che aprissi il rubinetto della doccia per sciacquarla. Per la serie: piango così, per partito preso. E allora mamma sai che fa? Visto che tanto piangi comunque, ti annaffia ben bene cercando di tenerti la testa forzatamente all’indietro per non bagnarti gli occhi. Poi per fortuna è venuta la nanna: e ha chiesto lei, in totale autonomia, di balzare nel lettino per mettersi sederino all’insù abbracciando Winnie Pooh (che fa pure rima).

Ma la pausa è stata solo temporanea.
Pur risvegliatasi con il sorriso, ci sono voluti:
10 minuti per convincerla a mettere i sandali: era troppo impegnata a scegliersi i cataloghi di mostre da consultare prima di uscire;
10 minuti per dissuaderla dal portarsi dietro “un’abbracciata” di pelouche: la scimmia, Gimpo piccolo, Gimpo grande (i suoi primi pupazzetti), il coniglietto. A nulla serviva dirle: «Mettili almeno qui nella borsa», in una delle tante, cioè che avevo a tracolla o variamente spalmate addosso.
10 minuti per farle scendere le scale di casa da sola: cosa che fa puntualmente con Lui ma non con me. Solo che stavolta proprio non ce la facevo, anche perché c’erano pure gli “ospiti” (il coniglio e Gimpo piccolo) da cui non si è staccata neppure quando si è decisa a muoversi: il che è successo solo perché le ho detto che avremmo salutato il pizzaiolo sotto casa.
10 minuti abbondanti per farla entrare in auto: avendole promesso che avrebbe salutato M., ci si è impegnata molto a fondo ed evidentemente non voleva lasciarlo solo; o forse stava solo cercando di accaparrarsi un trancio di pizza per merenda.
10 minuti per farla uscire dalla palestra dove sono andata per approfittare dell’ultimo giorno di promozioni assicurandomi così un numero d’ingressi per acquagym che –vista la frequenza con cui ci vado- mi porterà dritta alla soglia dei cinquant’anni. Affezionatasi (e mica scema, lei!) all’istruttore a cui ha inviato molteplici baci, ha sostituito questo innamoramento precoce con quello verso i distributori automatici. Alias: unico modo per convincerla a riprendere il viaggio verso la casa della Mamma-nonna è stato comprarle un pacchetto di biscottini. Che ha sdiluviato in cinque minuti netti.

Poi la situazione è un po’ rientrata grazie anche a G. con cui siamo uscite per una lunga passeggiata anche in vista di possibili (auspicabili?) turni di baby sitteraggio. Un punto a suo favore è stato che la Princi, spontaneamente, le ha dato la mano mentre camminava per strada: cosa che non fa neppure con me.

Il seguito della giornata è stato un continuo saliscendi, certo influenzato pure dal mio malumore per motivi lavorativi (serviva studiare tanto per…?). Evidentemente lei li ha percepiti ma è riuscita anche a fare un pisolo dal quale si è risvegliata con il desiderio di spalmarmisi addosso stile koala: bellissima sensazione, se non fosse che la temperatura sfiorava i 35°.

Poi sono riuscita ad andare in biblioteca e a una conferenza senza il bisogno di sgattaiolare via non vista: era troppo presa a saltare e ridere sul lettone della Nonna-bisnonna. E così, poi, ho chiamato Lui:
«Allora cosa faccio? Vengo lì?» il dubbio era motivato dal fatto che gli avevo raccontato, molto demoralizzata, dei capricci e dello sfinimento principeschi.
«Mah, non so…»
«Vengo e usciamo a cena noi due!»
«Ma lo sai che giorno è?!»
«Ehhh! Ma lo sai quanti complimesi ci saranno?»


Al solito, ha avuto pienamente ragione.
Era tanto che non ci concedevamo una serata per noi. Una serata in cui riuscire a parlare senza essere interrotti dai grugniti di Peppa Pig, da urla che chiedono «Quacqua!», da una forchettata a me e una alla Princi. Ne avevo davvero bisogno. Ne avevamo davvero bisogno, tutti e tre. Nonostante i profondi sensi di colpa che mi ha provocato lasciarla nel giorno del complimese. Sensi di colpa che si sono attenuati quando l’abbiamo ritrovata addormentata fra le braccia della Nonna-bisnonna e ci è stato raccontato quanto si sia divertita con bambola e passeggino.

Ne avevamo bisogno tutti e tre perché oggi la giornata è cominciata con uno sprint diverso: i brutti pensieri dissipati, noi rilassati nonostante senza un motivo preciso siamo rimasti entrambi svegli per gran parte della notte (e per la legge di Murphy: la Princi ha ronfato), la doccia fatta senza troppi urli…
Solo che i capricci sono arrivati dopo: perché l’ho svegliata per toglierla dall’auto, perché dopo venti minuti ininterrotti ho pensato di far andare sull’altalena gli altri bambini che aspettavano, perché dopo pranzo aveva sonno ma non voleva cedere facendomi così arrivare tardi al lavoro perchè non me la son sentita di lasciare la Mamma-nonna con una piccola iena urlante.

Però, quando mi sono stesa un attimo sul divano sfinita dal caldo, dal mancato riposo notturno e dalla stanchezza di vederla rotolare in ogni dove, la Princi mi è venuta vicina per riempirmi le guance di baci. Poi si è allontanata ed è tornata per darmi bacini sui piedi, sulle ginocchia, sulle braccia e di nuovo sul viso.

E allora quello che è venuto dopo non ha avuto importanza.
P.s.: come sentirsi un Dio: tanti sforzi per addormentarla hanno portato a due ore e mezza di pisolo...e di relax per la Mamma-Nonna!