Lettori fissi

domenica 28 aprile 2013

un nuovo Stadio?


Sorprendimi, dice una loro canzone.

E in effetti mi sono sorpresa, come non mai.

Perchè fino all’ultimo non ci volevo credere; perché di questa serata non parlavo o lo facevo sottovoce e incrociando sempre le dita; perché tutto è andato bene sia prima sia durante sia dopo. Sfatando così il mito, in cui comunque continuo a credere fermamente, che a ogni cosa bella ne segua una brutta.
 
Era da un mese che questa serata era nell’aria anche se, per scaramanzia, non la sognavamo e sembrava l’avessimo dimenticata. Non l’abbiamo riportata sul calendario e credevo Lui se ne fosse ampiamente scordato. Ci siamo limitati a pianificarla quasi a gesti pensando soprattutto a come organizzarci con la Princi. Questo perché quando, alcuni mesi fa, abbiamo iniziato a pensare e a dirci che saremmo potuti andare qualche volta al cinema – ovviamente di pomeriggio, per non vanificare i soldi del biglietto ronfando sulle poltroncine – beh, da quella volta la Princi ne ha avuta una alla settimana. Febbre. Poi: denti. Quindi: rifebbre. Poi: dermatiti sospette. E di nuovo: febbre. Poi: sesta malattia. Insomma: una congiura.


Poi, un mese e mezzo fa, il Caso ha operato per noi. In una delle periodiche gite oltreconfine per procacciare pannolini, creme e/o vestiti, noto un cartellone che annuncia:

Stadio, 26/04/2013.

Lo dico a Lui, senza molta convinzione. Lui risponde, con pari slancio. Ma pian piano e a fatica mi convinco: perché anche lasciare la Princi mezz’ora in più dalla Nonna2 per andare a prenotare i biglietti mi fa sentire una criminale. Ogni volta che faccio qualcosa senza di lei, lavoro escluso, mi sento come una criminale sul punto di essere colta in flagrante. Da chi non lo so: lei certo non se ne ricorderà e tutti, almeno a parole, convengono della necessità di ricavarci degli spazi per mettere una pezza a quella coppia inevitabilmente slabbrata dal suo arrivo.

 
Ok, biglietti presi. Tra un mese usciamo. Un mese… è una vita, in cui può succedere di tutto. Per esempio la Princi ha messo tre denti insieme, stavolta miracolosamente senza cataclismi. Più impattante può essere il vaccino che in effetti, mandando a rotoli quella certezza di orari e quella tranquillità (soprattutto notturna) acquisita nelle ultime settimane, mette a dura prova la nostra capacità di resistere a qualsiasi cosa oltre le otto di sera. E ci credo: dopo essersi alzati tre/quattro volte per notte per cullare, cedere al posizionamento nel lettone, riposizionare nel lettino dopo essere stati presi abbondantemente a calci…
http://youtu.be/RafMD-sjHes
Intanto il giorno si avvicina. Comincio a favoleggiare su come vestirmi, bisbiglio alla Mamma-Nonna le istruzioni sull’uso serale della Princi, a mezze parole Lui mi prospetta una cenetta in un locale che ci piace tanto. Dato l’approssimarsi di un altro evento che, per ora, rimane scaramanticamente top secret, venerdì pomeriggio eccoci uscire tutti e cinque di casa: Lui, la Princi, io, il signor Degas e Mr. Billy che, poverino, ha rischiato di mettere lo zampino nei nostri piani pensando di azzuffarsi con un altro quadrupede pochi giorni prima.

Arriviamo dalla Mamma-Nonna e subito la Nonna-Bisnonna comincia con i suoi cavalli di battaglia, sottoposti poi a innumerevoli varianti: «Ma adesso, quando vanno via loro dove la metti (sottinteso: la Princi)?» e «Stasera voglio proprio vedere cosa succede».

Invece la Princi, dopo qualche attacco di mammite acuito dall’assenza di Peppa Pig (che indica con un sonoro grugnito), si è lasciata trasportare dagli eventi. E quindi lo sguardo imbambinito che mi ha rivolto quando mi ha vista con i tacchi, il vestitino e un trucco un po’ più vistoso del solito dev’essere stato causato proprio dall’eccezionalità di vedermi così bardata piuttosto che dallo stordimento per aver capito che sarebbe stata abbandonata.

Come due fuggiaschi che abbiano appena commesso una rapina, approfittando di un’uscita in cortile, Lui e io abbiamo imboccato la porta opposta per dileguarci. Così, in silenzio, senza salutarla. Credo sia stata la cosa che mi è dispiaciuta di più e che mi pesa anche quando la lascio per andare a lavorare. Mi pare di ingannarla. E credo lei ne sia consapevole.

 

Ma intanto eccoci in città, come due fidanzatini. Perché vestiti e curati come facevamo solo quando ognuno viveva a casa sua e perché da soli. E questo è un punto dissonante. Perché quando si è da soli sembra che le carrozzine, i passeggini, i tricicli in giro si moltiplichino. Allora nel viso di quel bimbo per mano ai genitori vedi il suo sorriso; ti chiedi che espressione farebbe se vedesse quei ragazzini che giocano a palla; vedi un cane e ti ritrovi a chiamarlo “bau” immaginando la felicità dipinta sul suo viso appena lo intravede.

E  allora ti chiedi cosa ci fai fuori senza di lei. E senti che ti manca qualcosa. Che ne so? Un braccio, una gamba. Un pezzo di cuore.

Poi vedi che non sono pensieri solo tuoi ma che la Princi ingombra anche le sue parole. Ti senti meno strana. E cominci a sentire che questa sera è vostra. Vostra ma pure sua perché ormai se siamo così è grazie a lei.

Che una serata così mancasse da tanto si è capito sin dal momento in cui ho infilato i tacchi e stavo per spiaggiarmi sul pavimento. Poi è toccato all’aperitivo: uno spritz aperol che mi ha immediatamente infuocato le guance e mescolato le lettere nelle mie parole.

La cena, il concerto… tutto è scivolato via rapido, perfetto soprattutto perché scandito da tanti discorsi: quelli che non riusciamo mai a condire con la dovuta attenzione perché interrotti dal verso del lupo che annuncia a Cappuccetto Rosso il suo arrivo dalle pagine del libro sonoro o dal doversi chinare per raccogliere l’orto di verdure sparpagliato attorno al seggiolone.
 
Il tempo, poi, sembrava aver rimesso indietro le lancette. Era la terza volta che vedevamo gli Stadio e anche se il passare degli anni qualche segno l’ha lasciato, è stato come rivivere le prime due serate o come rivedermi seduta sul letto a guardare “I ragazzi del muretto”, più simili a una ragazza-con-i-calzettoni di quanto non fossero Brenda e Dylan.

Poi è stato un attimo, ma un attimo di angoscia.

Se stava andando tutto così bene, cosa mi sarei dovuta aspettare una volta a casa?

Nella migliore delle ipotesi, l’indomani mattina mi sarei sentita i racconti stile “L’esorcista” da parte della Nonna-Bisnonna che con i suoi soliti «Non ho mai sentito una bimbetta piangere a quel modo» avrebbe ingigantito qualche frigna e il mio serpeggiante senso di colpa. Nella peggiore (ma, in realtà, non saprei dire cosa sarebbe stato più devastante emotivamente) avremmo trovato la Princi ancora bella pimpante e la Mamma-Nonna addormentata e distrutta accanto a lei.

Niente di tutto ciò. La Nonna-Bisnonna era a letto, la Mamma-Nonna era in cucina a vedere la tv in  modo da sentire un eventuale risveglio della Princi che, vispa fino alle dieci e mezza, era poi crollata. Salgo a lavare i denti, a togliere il cerone e quando entro in camera la vedo seduta sorridente sul lettone fra le braccia del Papi. Ma dura poco. Spegniamo la luce e appena si appesantisce il sonno la rimettiamo al suo posto. E, dopo il vaccino di dieci giorni fa, è stata la prima notte in cui ha dormito di fila.

Che questo debba suggerirmi qualcosa?

http://youtu.be/oVGZa_r_AU4
p. s: un risvolto negativo, in realtà c’è. Alle notte di sonno della Princi ha corrisposto una notte di veglia a causa del signor Degas che, verso le 5, ha iniziato a piangere costringendoci a turno ad alzarci per buttarlo fuori casa e rimetterlo in casa senza riuscire a stoppare il suo piagnisteo. Che, ovviamente, ha finito per svegliare la Mamma-Nonna. Ma è stato un bel momento: ritrovarsi lei, la Princi e io a fare colazione insieme con me che cercavo di raccontarle la serata e lei che rispondeva facendo facce buffe e versacci verso la Pallina. Che, poi, si è divertita un sacco a sguazzare nella vasca piena di schiuma.

giovedì 25 aprile 2013

di lettoni, pancioni e progressinci


Oggi di studiare non ho proprio voglia. Sarà che da diverse notti la Princi non ci fa dormire: che sia colpa di nuovi denti o ancora del vaccino a una settimana di distanza non lo potremo mai sapere.

Sappiamo però che se anche la mettiamo fiduciosi nel suo lettino dopo qualche ora dovremo spostarci ai margini del lettone per far spazio a lei, ai suoi calci addosso a noi, alle sue capocciate contro la testiera del letto (di legno), a tutta lei perché si mette in orizzontale giusto al livello dei cuscini. E poi dobbiamo fare spazio al sig. Degas, a Mr. Billy, convalescente dopo una lotta fra felini in cui (crediamo) ha avuto la peggio, a Gimpo, Gimpo grande o a entrambi (i pupazzi preferiti della Princi). Dobbiamo a questo punto ritenerci fortunati se, come accadeva in una pubblicità di qualche anno fa, non ci ritroviamo a letto con Fufi.

Sarà che sono contenta perché finalmente c’è il sole e se anche devo lavorare mezza giornata l’altra metà l’ho passata finalmente con Lui e la Princi facendo, per parafrasare Guido Gozzano, quelle piccole cose di grande gusto come vederla seduta dentro la doccia nella sua nuova vaschetta insieme a Pippo, Topolino, Pingu e lo squalo; vederla ballare secondo le note di una musica tutta interiore mentre si lascia scarrozzare sul suo triciclo con indosso gli occhiali da sole; lasciarmi trascinare ai margini della commemorazione del 25 aprile per dimenarsi al ritmo di “Bella ciao” (e qui si potrebbero fare commenti di destra e di sinistra); bere un aperitivo con lei in braccio.

Sarà che sono contenta perché sto contando le ore che mancano all’uscita con gli amici, faticosamente organizzata e che mi mancava un sacco: perché mi mancano loro e le loro vite, mi manca uscire assieme e sparare qualche cavolata, mi manca cenare con loro, un aperitivo con loro. A dire il vero, mi mancano gli aperitivi con Lui, con Lui e la Princi, con gli amici, con gli amici e la Princi… se dovessi rifarmi di tutti quelli che mi mancano si aprirebbero per me le porte della riabilitazione.
 
 
 
Sarà che ho appena letto un articolo che mi ha colpita e che ho effettivamente invidiato per il modo lucido, incisivo e sincero con cui sono scritte cose per le quali sono stata giudicata all’inizio del mio blog: e non le avevo neppure scritte con la stessa acutezza e precisione. Leggere quell’articolo mi ha fatto pensare a qualcosa su cui, in realtà, rifletto quotidianamente.

Perché ogni giorno confronto la vita a. P. (ante Princi) con quella d. P. (dopo Princi), sia la mia personale sia quella di coppia. Perché ogni giorno cerco di ricordare come mi sentivo da figlia se mia mamma si comportava con me come io mi comporto con lei. Perchè ogni giorno mi chiedo quali sono le immagini e i ricordi che vorrei lei avesse di me una volta cresciuta. Perché ogni giorno, prima di fare qualsiasi cosa, metto sulla bilancia lei e me: la porto in ludoteca o andiamo in città per vedere le amiche? le preparo qualcosa di buono per cena o le leggo un libro?  la porto in piscina o vado ad aerobica? vedo dove vuole portarmi ora che mi ha preso per mano o vado a fare pipì?

Forse avevo cercato di rimuoverlo ma mi è tornato in mente qualche settimana fa, parlando con Lui. Quando la Princi è nata, nell’atmosfera sospesa e paradossale dei giorni in ospedale, quando da un alto non vedi l’ora di tornare a casa e dall’altro temi alla follia quel momento, la gioia di conoscerla si è mescolata all’incredulità.

Incredulità di averla accanto e pensare fosse “mia”: la bambina di una bambina, non anagraficamente parlando, è ovvio. E così, lo scrivo con le lacrime agli occhi, c’è voluto un giorno e mezzo perché trovassi il coraggio di chiamarla. Di chiamarla Princi ma soprattutto “amore”, o “cucciolo”. Di riuscire a tranquillizzarla rivolgendomi a lei più direttamente e teneramente che con un asettico “SSh!”. Di riuscire a cantarle l’unica canzoncina che ricordo per intero della mia infanzia.

Ero totalmente stranita. E lo ero ancor più a vedere la tranquillità di Lui, che se la stringeva addosso come fosse una bambola e io invece avevo paura di quella minuscola appendice che chiedeva e non sapevo cosa.

Ancora adesso a volte ho paura di lei. Anzi: di me. Di non sapere giocare e stare con lei. Di privilegiare la sua cura materiale (vestirla, lavarla, nutrirla) piuttosto che il suo divertimento.

Poi la guardo con gli occhi di Lui, che mi ripete quante cose le stia insegnando e come mi sia attaccata.

E allora rido.
Perché seduta sul fasciatoio mi indica il piumino della cipria per passarselo sulle gote arrossate o muove il ditino davanti alle labbra per dirmi di darle il burro cacao.

Perché almeno una volta al giorno si ferma davanti alla libreria dell’ingresso e, seria seria, inizia a estrarre uno alla volta i cataloghi dei nostri amici pittori e l’opuscolo della Risiera portandomeli perché glieli spieghi.

Perché quando entra in bagno manovra il pomolo della lavatrice e sa con precisione dov’è la vaschetta per il detersivo e, in cucina, chiude il cassettino del sapone e si dirige sicura sotto il lavello quando deve buttare qualche cartaccia recuperata chissà dove.

Perché quando vede la Nonna-Bisnonna con la lima in mano inizia a strusciarsi l’uno contro l’altro gli indici.

Perché quando gli chiediamo se fuori è freddo stringe i pugni e finge di tremare, mentre se ho in mano la tazza bollente avvicina la manina scostandola subito e portandola al viso per non scottarsi.

Perché quando l’altra sera Lui ha steso i panni lei li tirava fuori dalla bacinella e li scuoteva.
Perché quando gli si chiede come fa lo zio E. lei prorompe in un «Boh!» assai simile ai suoi.
Perché l’altro giorno mi sono accorta che eravamo vestite allo stesso modo.
 
Perché venerdì, attenta al tg, ha esultato vedendo Papa Francesco iniziando a blaterare «Papa, Papa!».

Perché ci sta facendo conoscere il suo carattere testardo e smorfiosetto, finto timido e dolcissimo.

E se anche ogni giorno è uguale, in realtà ogni giorno è diverso: lei cerca quotidianamente di spiegarcelo, in quella lingua arabo-tedesca-principesca-felina che per ora e per sempre rimarrà un mistero.

martedì 23 aprile 2013

se influenza fa rima con Princi-dipendenza


Mi ero ripromessa di essere un po’ più solerte nello scrivere… semplice pensarlo, difficile riuscirci. E quindi continuo a chiedermi come facciano le altre mamme a far tutto e essere sempre impeccabili. O, almeno, questo è ciò che vedo; o, forse, che voglio vedere per continuare a darmi la zappa sui piedi. Anzi: la Princi sui piedi, visto che è il posto dove in assoluto preferisce passeggiare.
Comunque, riprendendo il filo del discorso, la buca della giornata relax si è fatta sentire a distanza di una settimana portando con sé una fitta serie di riflessioni, più o meno proficue.
 
Due martedì fa mi sono concessa una seduta di parrucco resa necessaria sia dall’indiscriminata crescita dei pur corti capelli sia dal fatto di dover/voler essere in ordine per gli impegni dei giorni a seguire. Vale a dire: due inaugurazioni da condurre. Erano mesi, tuttavia, che continuavo a chiedermi per quanto ancora sarei riuscita a tenere botta senza crollare. Me lo stavo domandando da dicembre, cioè da quando avevo dovuto fronteggiare le simil influenze di Lui, vissute come broncopolmoniti fulminanti e invalidanti, e le molteplici febbri, dermatiti, rinvii di vaccino, sesta malattia della Princi.

Ovviamente, quando vuoi scoppiare? Proprio nel momento in cui sarebbe stata più necessaria la mia lucida e pimpante presenza. E così, complici turni di lavoro a giornate intere seguiti a due lunedì (normalmente di riposo) di corso antincendio hanno fatto il paciock: un’influenza intestinale tanto repentina e rapida quanto lenta a portarsi via i postumi. E così la domanda che da tempo mi ronzava nella mente “Ma se sta male una mamma cosa succede?” ha avuto come risposta: “Dev’esserci una Mamma-Nonna”. E la Mamma-Nonna c’è stata da subito, anche perché la mattina in cui è iniziato il patatrac sarei dovuta andare in palestra e, la sera, alla festa di compleanno della Nonna-Suocera, fatto che mi ha messo in non poca ansia per il corredo di commenti/supposizioni che avrebbero accompagnato la mia assenza, inizialmente eventuale ma, con il passare delle ore, sempre più certa.
La Mamma-Nonna si è quindi portata a casa la Princi in modo da lasciarmi un margine di recupero nonostante la preoccupazione di entrambe dato che, quando mi pigliano questi malesseri, è pressochè matematico uno/due svenimenti. Per cercare di arginarli e tenere a freno la nausea (che, per un attimo, mi ha fatto pensare a un secondo, impossibile caso di Immacolata Concezione) mi sono stesa sul divano con un corredo di:
v  pacchetti di crackers (in numero superiore a quelli sgranocchiati quando ero incinta;: e poi mi domando perché la Princi ne sia ghiotta);
v  bottiglia d’acqua;
v  bicchiere;
v  zucchero per preparare il miscuglio “tirati su” consigliato telefonicamente dal dottore;
v  bacinella qualora i crackers non sortissero effetto anti nausea;
v  pastiglie;
v  termometro;
v  telecomandi;
v  cellulare;
v  tre coperte;
v  due paia di calzettoni di lana;
v  due maglie;
v  due gatti.
Già, perché soprattutto il signor Degas è stato lì a vegliarmi per tutto il giorno.

E così dopo quasi due anni ho riassaporato il gusto di stare stesa e nullafacente sul divano, con il televisore sintonizzato sul nulla che naturalmente accompagna l’unico pomeriggio in cui potresti guardare qualcosa. Riassaporare però non è il termine giusto. Perché per tutto il giorno e pure la sera, quando Lui e la Princi mi hanno lasciata a casa della Mamma-Nonna per andare a festeggiare la Nonna-Suocera, ho pianto. Ho pianto perché la Princi mi mancava. Perché Lui mi mancava. E quindi ecco la prima considerazione: sono certa che per l’80% la causa di questo malessere non sia stata lo stress o la stanchezza ma il desiderio/bisogno/necessità/impellenza di stare più tempo con loro.
Il giorno dopo mi sono rifatta. Almeno con la Princi che, appena sveglia, ha fatto buffe facce non capendo come - nel lettone - il Papi potesse assomigliare tanto alla mamma-nonna sul cui viso si è spalmata diverse volte incredula. Poi però il prosieguo della giornata ha sviluppato una serie di altre riflessioni. Privata della mia presenza per tutto il giorno precedente, la Pallina allungava di continuo le manine per essere presa in braccio, operazione oltremodo faticosa e pericolosa dato il persistere di vertigini che – in verità – a tutt’oggi non sono totalmente sparite. Ed ecco la considerazione/buon proposito: cercare di mettere finalmente la testa a posto, cercare cioè di migliorare e aumentare l’alimentazione. Perché la Princi si merita una mamma che possa prenderla in braccio sempre e comunque; che voglia farlo, poi, è una questione educativa di cui magari discuteremo in altra sede.
Il buon proposito ha tenuto botta per qualche giorno ma si è esplicitato per lo più in una maggiore indulgenza verso i dolci. Ora siamo di nuovo in stand by e so bene il perché.  Ci sono due ordini di motivi, riconducibili allo scoppio che ha originato queste considerazioni.

1.   Sentirmi sola e sopraffatta dagli eventi, ragione che si sviluppa in una serie di corollari:
a.      al solito, le mille quotidiane occupazioni che la mattina mi inducono a pensare sempre più spesso “Oddio, no! anche oggi le stesse cose: colazione, sparecchia, carica la lavastoviglie, fai il bagnetto alla Princi, asciuga i resti dello tsunami che provoca con le gambette, fai la doccia, passa l’aspirapolvere, fai il letto, appronta il pranzo e/o la cena se sei fuori tutto il giorno, pensa che fra quattordici ore circa potrai di nuovo collassare sul letto”.
b.     gli eventi straordinari: la gestione della Princi (a chi, come, quando lasciarla; quando e come riprenderla) comprensiva della possibilità di portarla in ludoteca, iscriverla in piscina, portarla a passeggio, comprarle qualcosa di più adatto alla bella stagione oltre ovviamente all’imminenza del vaccino per il quale, a distanza di tre mesi, siamo stati convocati d’ufficio; l’eventualità/possibilità/speranza di fuggire per un week end da organizzare con carta bianca senza alcun intervento da parte di Lui;
c.      Lui che è sempre più stanco e assonnato di me, perché se la Princi non dorme o dorme male è Lui che sta sveglio e non io… cioè: questo è ciò che appare dalle sue parole.
d.     aver voglia di tante cose come uscire e vedere di più gli amici, uscire e stare di più con Lui e la Princi, fare più spesso anche cose normali, banali e quotidiane con loro come andare al supermercato o a passeggiare.

2.  I soliti, cari, stupidi sensi di colpa: verso la Princi e Lui, se solo penso di fare qualcosa per me; verso di me, se questo qualcosa non lo faccio e sono convinta si riverberi in un’immediata gonfiagione del fisico. Se, come si può capire, quest’ultima considerazione pertiene alla rarità di volte in cui vado in palestra e al pensiero dell’imminenza dell’estate (leggi: prova costume), nel caso precedente ho un esempio immediato. Essendo stranamente riuscita a far sopravvivere senza scalfiture le unghie, la settimana scorsa ho pensato di potermi concedere una manicure per vedere una volta tanto splendere lo smalto sulle mie mani. Bene: ho iniziato a pensarci lunedì. Avvertivo la Mamma-Nonna che sarei andata a prendere la Princi un po’ più tardi e cinque minuti dopo ero davanti al campanello di casa. Perché con la Princi passo poco tempo; perché la Princi ha bisogno della sua mamma; perché già sono stata al lavoro e ritardo troppo; perchè è una spesa inutile; perché tanto chi me le vede le unghie fatte; perché tanto ci posso rinunciare. E così martedì; e mercoledì; e venerdì, quando finalmente mi sono decisa e dall’estetista “take away” non c’era posto. Così le unghie si sono ridimensionate in modo casalingo. E chissà se quando ricresceranno troverò la voglia di vederle brillare luccicanti. E, soprattutto, di pensare di meritarmelo.

 

martedì 16 aprile 2013

Questione di pelo bis e mamme perfette


E’ davvero troppo, troppissimo che non scrivo. E a questo punto è indispensabile che lo faccia come operazione di igiene mentale, altrimenti la testa scoppia e i pensieri in formato blog si disperdono ovunque.
 
Cominciamo con gli scampoli di un post, ossia i pensieri superstiti di quelli con cui ho commentato una giornata di ormai due settimane fa. Una giornata che sarebbe dovuta essere l’apice del relax e del sano egoismo, dove sano è un concetto altamente opinabile e suscettibile di una mole di sensi di colpa. Sebbene sommando i mesi della Princi a quelli del suo allunaggio sia mamma da ormai due anni, è infatti in costante aggiornamento il confine esistente fra il punto in cui comincio/finisco io e quello in cui comincia/finisce lei: che, ovviamente, nel mio caso vince sempre.
Per esempio, sono mesi che penso di comprarmi qualcosa di nuovo: ma bisogna pensare a dove incastrare questo impegno e a come gestirlo dato che per scegliere, provare, approvare mi ci vorrebbe una tranquillità che la Princi non garantisce. E quindi continuo a rigirarmi i soliti vestiti e un dilemma costante: ma come fanno le altre mamme a:

a.   lavorare;

b.  star dietro alla casa;

c.   star dietro al/ai pargoli: il che significa in prima battuta nutrirli, pulirli;

d.  star dietro ai pargoli bis: ossia, portarli in ludoteca, piscina, semplicemente giocare con loro;

e.   mantenersi appetibili per Lui e quindi: vestirsi e truccarsi in modo sempre impeccabile, non sbagliando un abbinamento borsa-scarpe-giacca-gonna, avendo sempre i vestiti ultimo grido e il rossetto fresco sulle labbra;

f.   andare in palestra/piscina/pilates/zumba senza trascurare centri estetici dove abbandonarsi a viziose manicure e trattamenti viso.
 
Me lo chiedo perché questa è la mia situazione al riguardo:
a. fortunatamente ho un lavoro poco impegnativo che, però, mi occupa i week end e al cui orario (part time) si deve aggiungere il tempo necessario al collocamento della Princi e la sottile insoddisfazione per non riuscire a realizzare i progetti che mi rotolano nella testa;

b. star dietro alla casa significa ripulirla quotidianamente delle ciocche di pelo lasciate incustodite da Mr. Billy e dal Sig. Degas che, a questo punto, dovrebbero essere calvi; invece, forse a nostra insaputa, si stanno rivolgendo a un centro per il trapianto di pelo. Quindi: se anche la mattina comincio a lavorare alle 10, il fatto che la Princi si svegli sempre e comunque alle  6.30 mi permette di riuscire in quella manciata di ore a preparare lei, nutrire la famiglia a due e quattro zampe, pulire casa, rifare il letto e, ovviamente in ultima battuta, preparare me: che così rischio di uscire di casa con uno stivale e una ciabatta;

c. si veda punto b.

d. è un punto sacrificato anche se forse ne esaspero il sacrificio: nel senso che anche nel momento del bagnetto o del passaggio aspirapolvere canto e interagisco con la Princi, ma mi sembra sempre troppo poco. E se per la piscina ci stiamo riattrezzando, per la ludoteca ci vado poco anche quando non lavoro: ammetto di preferire – se possibile – portarla a spasso per la città;

e. lasciamo stare: oltre ad avere mantenuto la stessa borsa per tutto l’inverno perché solo in quella ci stava il mondo che dovevo portarmi appresso, oltre al fatto che – come ovvio – non poteva fare sempre pendant con giacca e scarpe (rigorosamente flat e non tacco 12 ma nemmeno 5), ciò che di fresco mi ritrovo addosso non è il rossetto ma varie macchie di frutta, pasta, verdura che la Princi mi spalma addosso essendo piuttosto riottosa a pulirsele su altro che non sia la mia maglia.

f. e arriviamo al motivo del post, senza scordare di sottolineare che tutte queste cose mi confermano una mamma-con-i-calzettoni.

Dunque, riprendendo il filo del discorso, mercoledì 3 aprile doveva essere una giornata di relax. Preso finalmente appuntamento per la pulizia del viso e il massaggio che mi sono stati regalati a Natale, ho chiesto alla Mamma-Nonna di venire a prelevare la Princi per poter andare anche a zampettare in palestra. Insomma, almeno una volta a settimana mi piacerebbe riuscirci. Pulizia viso più palestra: la giornata doveva essere l’apice del godimento.

Galeotto fu il pelo e chi lo perse. Per riuscire a rendere abitabile la casa mi sono lanciata in una iper rapida ma approfondita pulizia mattutina all’inseguimento dei rotoli di pelo abbandonati. Capita da quando c’è la Princi che, guardando l’orologio, pensi che le lancette rimangano nella stessa posizione per un tempo infinito per cui quando, quindici cose fatte più tardi, lo riguardo, mi chiedo come sia possibile sia trascorso tanto tempo se poco fa erano le…

Così, ovviamente, sono uscita di casa tardi. Se non fosse stato per i peli di Billy e Degas… Per un minuto ho pensato di andare lo stesso ed entrare a lezione iniziata, cosa che però non ho mai fatto; per un altro minuto ho pensato di andare e fare attrezzi cercando di dimenticare quanto lo consideri noioso; per il tempo restante, pur dirigendomi verso la palestra, ho deviato al supermercato: così avrei anticipato i tempi e sarei stata a casa della Mamma-Nonna in tempo per pranzare con la Princi, cosa che mi diverte molto. Unico neo: essere uscita di casa completamente senza trucco. Ora: se è vero che quando lo uso si vede poco, evidentemente quando non lo uso si vede ancora di più. Me ne sono accorta dalle facce spaventate stile “Scream” di chi incrociavo fra un barattolo di pelati e una confezione di biscotti.
 
Beh, comunque poco male: resta sempre l’appuntamento dall’estetista come momento solo per me. Ma l’agitazione che percepisco attorno alla Princi da parte della Mamma-Nonna e della Nonna-Bisnonna mi induce a cancellare tutto. Esco con questa intenzione abbinandola al desiderio di rilassarmi e riflettere un po’ camminando e di recuperare così l’esercizio che non ho fatto la mattina dato che la passeggiata deve portarmi alla piscina dove ho iscritto la “piccola balena”. Ed è stata questa, insieme alla scarpinata, la migliore iniziativa del giorno.

 
Eccoci così alla seconda questione di pelo: dall’estetista. Mi lascio persuadere a mantenere almeno la pulizia viso, cosa effettivamente piuttosto necessaria e che di solito mi ha sempre tolto un bel velo di grigiore. Ma ho fatto i conti senza la nuova operatrice, piuttosto navigata dal punto di vista anagrafico ma che il grigiore si è limitata a trasformarlo in un senso di impiastricciamento a cui è giunta dopo avermi messa nell’imbarazzo di non sapere se lasciare che si accorgesse dell’impellenza di sfoltirmi le sopracciglia e disboscare i mustacchi o se, così facendo, si sarebbe risentita perché le stavo suggerendo come fare il suo lavoro. Al secondo strato di crema gliel’ho timidamente accennato e: «Mmh! Poteva dirmelo prima!». Evidentemente scocciata, me l’ha fatto poi pagare in un modo subdolo del quale mi sono però accorta solo la sera, prima di andare a dormire: dallo status Frida Kahlo, le sopracciglia erano state miseramente e grossolanamente amputate lasciando un’impressione di pulcino mal spiumato.

Rimane ora in ballo il massaggio: certo non salto di gioia all’idea di ritrovarmi di fronte la stessa persona. Ma, soprattutto, all’idea di andare per rilassarmi e uscire più elettrizzata che mai.

lunedì 1 aprile 2013

sorprese sorprendenti



Sabato avrei scritto un post grondante tristezza, disappunto e amarezza. Chi mi conosce sa che l’approssimarsi delle feste sarebbe potuto essere la goccia che fa traboccare il vaso.
Un vaso fatto di amarezza: perchè mi sarebbe piaciuto che noi tre riuscissimo a mollare gli ormeggi per andar via qualche giorno, magari finalmente alle terme; perché le ferie stanno diventando qualcosa di simile a un miraggio condito di molti turni supplementari, giornate in più da trascorrere nel ciclone d’ansia generato dal dover sistemare, cucinare, pulire, lavorare, andare e venire per posizionare la Princi in mani sicure, deplorare la mancanza di tempo da dedicarsi e giornate in meno da trascorrere in tranquillità con Lui e la Pallina; perché a volte (spesso) parlo con Lui e mi sembra di sussurrare al vento, benchè la mia voce in quei momenti sia tutt’altro che simile a un sussurro; perché aprendo anticipatamente l’uovo di Pasqua ci ho trovato dentro un bel corredo di mal di gola, raffreddore, tosse, stanchezza; perché, come sempre, la vigilia della festa era tormentata dall’indecisione su cosa si sarebbe fatto, aggravata come per tutti dal tempo incerto e comunque inclemente.
Insomma: ‘no schifo.

Poi per fortuna non ho scritto. Ma, tornata a casa dal lavoro, ho stirato. E parlato. E poi siamo usciti. E anche se siamo usciti alle 17 per lasciar recuperare alla Princi una mattina di giochi, corse e disegni al seguito della cuginetta, è stato un sabato fantastico. Passato nella ressa pian piano digradante di un centro commerciale (data la pioggia che, per converso, man mano aumentava) dove la Princi mi ha costretto a maratone all’interno dei negozi perchè doveva analizzare la moda della prossima stagione, mimare la marcetta di Topolino vedendolo riprodotto sulla copertina di un libro, portandomi poi a deludere le commesse che,  sperando in un ultimo incasso, si sono viste rispondere :«No, scusate: è entrata lei». Ma forse è stata una strategia: il modo cioè che ha avuto la Princi per dirmi che sarebbe d’accordo pure lei se rimeditassi il mio guardaroba come dico di fare da mesi.
Poi, giusto per farmi smaltire la cena già in parte digerita proprio grazie a queste passeggiate da e per il tavolo ai vari negozi, il fitness è proseguito in un’altra zona del centro commerciale: e allora un giro sui carrelli-automobilina solidamente parcheggiati, continui cucù da dietro gli striscioni pubblicitari dei caffè, una visita alle vetrine per suggerirmi una borsetta un po’ kitsch, giri a cavalluccio con le sue risate che mi risuonavano nelle orecchie e le braccine spalmate sulle spalle. E a impreziosire una serata già bellissima, l’incontro con un vecchio amico che non vedevo e sentivo da tempo: uno di quelli che mi ha criticata quando ho iniziato a scrivere il blog perché, così mi ha detto di persona, era troppo negativo; detto da lui, che l’altra sera, prima di soffermarsi sulla Princi, mi ha salutata con un puntuale quanto sommario elenco delle ultime magagne della sua esistenza. Ma sono stata felice di vederlo. E pure la Princi, che continuava a salutarlo e a mandargli baci a distanza.
Quindi, ieri. E’ stata una vera Pasqua di resurrezione. E una giornata di sole. Metaforico, ovviamente.

Vista la pioggia, per fortuna non a secchiate come quella che ci ha scortati fino a casa sabato sera, abbiamo accantonato l’idea dello zoo. Un’idea che, tanto per inserire una punta di attualità nel blog, nei giorni scorsi mi martellava la mente con il ritornello “Si potrebbe andar tutti quanti allo zoo comunale”. E Jannacci ci ha salutato con un “Vengo anch’io! No tu no”.


Opzione b: acquario. Certo: il tempo non era granchè neanche per quello; poi, con una bimba piccola… Ma se c’è una cosa che ho imparato da Lui e che viceversa Lui spesso sembra essersi dimenticato è che tutto è possibile. E allora eccoci, pronti a sfidare la pioggerellina battente e incessante e pure la bora con cui non avevamo fatto i conti per assicurarci una Pasqua degna di essere ricordata come giornata di festa. Anche se la festa maggiore è stata vedere le reazioni della Princi di fronte alle vasche: continui “Uhhh!” di ammirazione accompagnati da quei gesti delle manine che sembrano voler dire “Ma cosa sta succedendo?!”, scorribande avanti e indietro nelle sale per mimare il verso dei pesci, salutare gli altri visitatori, prenderci per mano per portarci a vedere qualcosa, intrattenersi con dei turisti tedeschi perché prima si comincia a studiare le lingue meglio è.
Poi il pranzo. Niente pesce né agnello. Pizza. Perché da qualche settimana avevo detto a Lui di volerla mangiare in quella catena di pizzerie una delle quali, guarda caso, fronteggia proprio l’acquario. E così la Princi ha ben intinto la manica nel pomodoro, inviato baci al cameriere, sdiluviato la mia bruschettina, apprezzato i dolci di entrambi. Perché ieri ho detto “che cavolo! È Pasqua e il dolce ci sta” e me lo sono mangiato. Dopo pranzo, un po’ di arte. E allora eccola osservare attenta le macchie di colore che inondano le tele, prorompere in inaspettati “ba(u)!” vedendo i cani nel video che racconta una città che non c’è più per poi crollare con un colossale pisolo che la riporta a casa.

Pisolo rigenerante, non c’è che dire. Perché mentre Lui è collassato sul letto in compagnia del composto e sarafico Signor Degas, la Princi mi ha aiutata a preparare la macedonia e la frittata, ha risistemato il cassettino della cucina dove, un tempo ormai lontano, tenevo ordinatamente tè, camomilla, zucchero, biscotti. E ha ballato. Mentre sbucciavo la frutta la vedo stendere in avanti le braccia, poi chiudere la manina in un pugno, toccarsi la testolina…oh cavolo! Sta ripetendo la coreografia che le hanno insegnato la Nonna due e la zia Cucciolo! e balla pure senza musica! Povera Princi! Il lavaggio del cervello sulla danza dev’essere stato finora davvero incisivo! ma, forse, sis ta semplicemente preparando ai balli di gruppo sulla spiaggia.

Ma tornando all’affermazione iniziale, questa Pasqua è stata di resurrezione anche per altri versi. Non solo mi ha rigenerata passare del tempo, bene e felicemente, con Lui e la Princi, ma mi ha ricordato quanto mi piacciano le visite ai musei, quanto vorrei riprendere a studiare e per pigrizia non lo faccio. E allora intanto cominciamo dalla forma. In fondo all’armadio c’era una foderina celeste, aperta solo quando l’ho ricevuta. Poi stop. Perché usare una borsa tanto bella per lavori tanto precari non ha senso. Ci vuole l’occasione giusta.
«Ma se aspetto di usarla per quando sarò conservatrice agli Uffizi sto fresca!».
«Era per questo che la conservavi?»
E allora ieri sera, messa a letto la Princi, ho finalmente riempito la borsa strafiga che mi hanno regalato le mie sorelline per il dottorato. Quasi due anni fa. E una vita fa. Cioè: una Princi fa. E chissà che ora non sia venuto il momento di riempirla di buone occasioni e realizzazioni, non solo progetti.