Lettori fissi

giovedì 28 febbraio 2013

il passato, il presente








A circa dieci giorni di distanza, mi stavo chiedendo cosa sarebbe rimasto. Poi, mentre facevo i conti di fine mese, la Sua voce  ha risposto alla mia soddisfazione per non aver toppato un’addizione: «Pensa a quanti anni fa sono andato a scuola io!». Era la replica alla protesta di uno di noi che, non ricordandosi qualcosa di storia o geografia, argomentava che l’avevamo studiato l’anno precedente.
 
 
Sì, continuo a essere attraversata da ricordi, immagini, fotogrammi di un tempo che non c’è più, che ora ho la certezza che non sarà più. Vorrei essere in grado di raccontare a Lui, alla Princi, un po’ a tutti cosa sono stati quegli anni ma so di non poterlo fare.
Perché il racconto non ha odore: quello delle aule con i vecchi e scricchiolanti parquet poi sostituiti da una più asettica pavimentazione plastificata verde; quello degli astucci di Barbie e Poochie, che senz’altro avevano un profumo diverso dalle Winx; quello delle merendine e dei panini con la frittata scartati a ricreazione, ora sostituiti da più insipidi biscotti zero grassi o da più rapidi crackers; quello dei quaderni con le foderine colorate e degli unici, miseri due libri che servivano per imparare: quello di lettura e il sussidiario: “occhi aperti”, si chiamava il nostro, e immaginarsi le battute che questo scatenava; quello delle sue mentine, un must che l’ha sempre accompagnato e che ricordiamo ogni volta che, a fine cena, con il conto ci portano la ciotolina piena di piramidine verdi.
Il racconto non ha rumore: quello del cortile dove si passava la ricreazione giocando a bandierina, streghina streghetta, dove si prolungava la ricreazione sfidandosi a calcio maschi contro femmine o dove succedevano cose che poi venivano riportate nei pensierini da scomporre  con l’analisi logica, tipo «Oggi in cortile A. ha appeso l’ombrello al braccio»; quello dei corridoi, dove d’inverno si giocava a prendersi trovando l’isola di salvezza spalmandosi sul muro; quello delle aule dove risuonava la campanella che, a fine giornata, era doppia per annunciare per primo l’arrivo del pulmino per chi abitava più lontano; dei versi di “davanti a San Guido, declamata con voce incerta dopo un faticoso pomeriggio per impararla a memoria (ma mai, da allora, dimenticata); e sempre delle mentine, agitate nella tasca della giacca dentro la loro bustina di carta.
Il racconto non ha tatto: i pantaloni invernali che pungevano e che mi costringevano a mettere scatenando un prurito lungo tutte le cinque ore di scuola; i maglioni di lana fatti a mano, più morbidi e più caldi degli altri; i trucioli della gomma delle Replay mentre cerchi di toglierli dal quaderno su cui sembrano restare appiccicati;  la cartapesta e le confezioni delle uova usate per costruire le maschere di Carnevale da appendere in classe.
 
Il racconto non potrà restituire l’emozione di vedere tornare indietro il tuo diario, le pagine bianche e il lucchetto, per leggere cosa ti ha scritto l’amica e che disegno ha fatto; non potrà restituire la concentrazione messa nel cercare di capire cosa intendesse dire spiegandoci l’importanza di trovare delle parole chiave capaci di riportare alla memoria quello che si è appena letto, metodo di studio che ho usato anche all’università per la storia della critica e la letteratura inglese; non potrà restituire la fibrillazione per le recite fatte a Carnevale per differenziarsi dalla maggioranza; né il clima di ansia sospesa che ha accompagnato la dettatura degli argomenti da portare all’esame di quinta, diversi per ognuno di noi.

Immagini, immagini, immagini; ricordi, ricordi, ricordi. Il passato.
Ma è tutto ciò che rimane?
Per fortuna no.
Rimaniamo noi, che abbiamo avuto il privilegio di vivere quel mondo di fiducia verso gli altri, di timore reverenziale e rispetto verso chi era più adulto, di gioia scanzonata e di canzoni gioiose. Rimaniamo noi, che abbiamo avuto il privilegio di essere guidati da una persona per cui istruzione ed educazione andavano a braccetto anche se l’educazione non ci si aspettava che venisse insegnata a scuola; una persona che ci ha capiti e coltivati nelle nostre passioni e inclinazioni, che ci ha spronati nel rispetto delle singole potenzialità e interessi senza catalogarli secondo una scala gerarchica che privilegiasse qualcuna di queste; una persona che ci ha adottati con affetto e severità equamente distribuiti; una persona che – e questa è la cosa che più mi ha colpito la settimana scorsa – ha cucito una rete fra noi, a volte invisibile ma resistente, al punto da riportarci lì, attorno a lui anche al momento della sua partenza, per potergli dare il nostro ultimo “salutare e partire!” da bravi, diligenti ma soprattutto affezionati soldatini. Che ancora si ritrovano, dopo anni di lontananza condita da un comune senso di appartenenza, dalla consapevolezza dell’esistenza di quel filo rimasto lì, sospeso, pronto a essere rinfilato nell’ago per continuare a tessere una storia da cui non possiamo prescindere.

Ma, come ho già scritto, è un intero mondo a essere tramontato. Anche se è solo con questa partenza che ho avuto la percezione netta del mutamento prodotto dal tempo, del passato che non torna e non tornerà più perché ormai noi siamo diversi, io sono diversa: ed è duro da capire. Ultima di una lunga serie di partenze che hanno riguardato persone a me anche molto più vicine, è solo con questa che mi sono resa conto di come gli anni trascorrano e con essi le persone, le situazioni e tutti siano in grado di procedere con il tempo.
Ma non io: per quanto mi riguarda, quando mi penso vedo ancora quella bambina goffa con le codine nere e gli occhiali rossi. Mi vedo ancora nella mia vecchia casa, vedo ancora la mia famiglia, le feste di quella volta, l’odore di cioccolato che sempre mi accompagnava.
Ma non più: da tempo, ormai.
Già…

domenica è sempre domenica




Niente da fare.
Continuo a chiedermi quando finirà la congiuntura murphiana per cui, in ogni week end, a un giorno di sole corrisponde un mio giorno di lavoro e a un giorno di pioggia, neve e diluvio di ogni tipo corrisponde il mio giorno libero.

Un attimo. Non è solo così. Perché a un giorno libero in cui si sogna una gita (che sia al mare o fuoriporta in caso di bel tempo, al centro commerciale in caso di rovesci)  può corrispondere anche altro. Nella fattispecie, se le vacanze di Natale dovevano essere il momento per stare un po’ di più assieme e magari uscire ogni tanto, si sono invece trasformate nel periodo in cui ho dovuto far da badante a Lui, profondamente influenzato (37.5°). Alla vertiginosa discesa della sua incredibile febbre ha poi corrisposto l’innalzarsi di temperatura della Princi (39°). Il week  end scorso si preannunciava buono: un sabato interamente passato al lavoro seguito da una domenica che, se funestata dalla neve come preannunciato dai bollettini meteo, avremmo trascorso a fare un po’ di shopping e magari concluso con una cenetta fuori.
Ma dove non potè la neve, potè il menisco.
La percezione che le cose sarebbero andate diversamente è arrivato venerdì nel primo pomeriggio quando Lui mi ha annunciato di avere un ginocchio dolorante. Passaggio dal dottore che si trasforma, la mattina seguente, in alcune ore al pronto soccorso concluse dalla prescrizione di accertamenti accompagnati da una preliminare settimana di riposo. Da subito. Alias: week end funestato da clausura forzata.
C’era di che sclerare, soprattutto al pensiero che saremmo stati costretti a rimanere intabarrati causa i 15 metri di neve previsti e, cosa non secondaria, al pensiero che la Princi sarebbe potuta essere ingestibile come annunciato dal mio rientro a casa sabato sera. Una frigna, continua e martellante. Un quarto d’ora in braccio pena acuti da soprano che mi hanno costretta a preparare la piadina, infornarla, apparecchiare con lei appoggiata sul fianco.

Il giorno dopo, invece, è stato un idillio.
Seppur sveglia, la Princi è rimasta a parlottare in piedi nel lettino permettendomi di prepararle il latte e bermi il caffè in pace: perché se ci sono due cose che mi indispongono sono non riuscire a fare colazione in tranquillità e non riuscire a farmi la doccia in altrettanta quiete. Obiettivi che, da quasi tredici mesi in qua, sono difficili da perseguire.
Bevuto il latte, è stato il momento di pensare a Winnie: e così ho tirato fuori due bicchieroni di plastica inutilizzati, uno stampo per budino ancora intonso, due cucchiaini, il set all’americana di Snoopy e ci siamo messe al centro del soggiorno a preparare la colazione per Winnie Pooh e l’orso canterino. Seria e oltremodo amorevole, la Princi ha così imparato a girare il cucchiaio nella tazza (e, ieri mattina, è passata a volerlo fare in quella del Papi), a imboccare il suo cucciolo, pulirgli la bocca e farsi imboccare emettendo un sonoro “Amh!” che le riempiva le guanciotte.

Poi, di pomeriggio, ci ha regalato un pisolo incredibilmente lungo che ho premiato portandola all’Ikea per farla uscire, camminare e divertire un po’. Pessima idea: evidentemente tutti gli astensionisti dalle elezioni si erano riversati lì, così che lasciarla passeggiare fra cucine e divani per vederla analizzare le etichette di tutte le poltrone e i tavolini esposti, fingendo poi di battere sulla tastiera davanti allo schermo di un televisore scambiato per monitor, si è rivelato qualcosa di estremamente stressante. Controllare che non cadesse, che non si portasse via un pezzo d’arredo (cioè che staccasse un pezzo da qualcosa, visto che i suoi libretti, a casa, forniscono a Lui un nuovo passatempo con il découpage), che non venisse travolta da carrelli, persone spazientite pronte magari anche a portarsela a casa o che venisse arruolata nello staff Ikea come nuova bambina immagine… beh, son tornata a casa fuori di me, con la paura di aver creato una prima sindrome da abbandono quando ho costretto la Princi a separarsi da un pelouche a forma di gattino che aveva appena adottato e da una treenne che le aveva presentato la mamma ammettendoci nella sua nuova, colorata residenza.

Tornate a casa, dopo cena tiriamo fuori dall’involucro la nuova fattoria di pezza.
«E gli animali?» dice Lui «Non li hai comprati come ti avevo detto?».
«Ma ho letto sull’etichetta che c’erano già. E poi con quello che sarebbe costata, poteva essere la prima rata di mutuo per l’acquisto di una vera fattoria».
Tuttavia, nessun problema: Mr. Billy ha pensato di riempire subito la stalla: d’altro canto, come biasimarlo? Se il Sig. Degas ha ormai affittato la poltroncina della Princi come sua abituale nicchia di riposo pure a lui è dovuto uno spazio raccolto e confortevole, che va ad aggiugnersi – comunque – al seggiolone, al fasciatoio (dove rimane imperterrito nonostante effluvi più o meno odorosi e nonostante la Princi gli si sdrai comodamente addosso) e al lettino, tutti angoli principeschi subappaltati da tempo.

Comunque l’interesse della Princi per gli oggetti è inversamente proporzionale al loro prezzo. Con buona pace di pedagogisti e creatori di giocattoli più o meno intelligenti, la fattoria è stata abbandonata in conseguenza del suo abbandono da parte di Mr. Billy per essere sostituita da un passatempo molto più accattivante. E femminile. In doppio senso. Dal pomeriggio di acquisti abbiamo infatti riportato a casa due contenitori di stoffa con zip da sistemare sotto il letto al posto degli scatoloni che ospitavano coperte e borse della stagione non corrente. La Princi mi ha dunque subito accompagnata in camera per aiutarmi a riordinare (primo aspetto femminile) interessandosi da subito a ogni singola borsetta estiva che fuoriusciva dalle scatole: e se non è femminile questo…

Essendo ormai arrivati a concludere il post al giro di boa della settimana, gli auspici per il week end sono vari. Ma in realtà dovrei ormai avere capito di non crearmi delle aspettative: di solito rimango sempre delusa.
Purtroppo a ogni occasione ci ricasco.

mercoledì 20 febbraio 2013

dedicato a ...





Dire “quand’ero bambina” fa pensare a un’epoca chiusa, lontana: e anche se è così, anche se mi sono resa conto che sia così proprio in questi giorni, meglio cominciare in altro modo.
Anni fa, oltre ad averlo letto e aver visto lo sceneggiato tv, guardavo il cartone animato ispirato al libro “Cuore”. La sigla, nella quale (stranamente) non riecheggiava la voce della star musicale per l’infanzia di quel tempo, diceva: “Ricordo ancora il primo giorno a scuola/le mie matite e i pennarelli blu”. La musica di sottofondo, così come il testo della canzone, parlavano di un mondo passato, diverso.

E’ da quando ho avuto la notizia della sua partenza che queste parole mi riecheggiano nella mente e ho capito solo ieri, quando lo salutavo, il motivo. Con Lui se n’è andato un mondo. Con Lui se n’è andata la nostra infanzia. A Lui sono legati molti nostri ricordi. A Lui dobbiamo il fatto di essere ancora qui, dopo oltre vent’anni, a interessarci l’uno all’altro.

E allora dall’altra sera e anche per queste due notti sono balzati dalla memoria ricordi che avevo temporaneamente accantonato.

E piano piano quel mondo è riaffiorato.

Un mondo in cui la scuola si chiamava “elementare” e non primaria di primo grado e quando ci andavi non studiavi educazione all’immagine o educazione motoria ma disegnavi e facevi ginnastica.

Un mondo in cui la bidella viveva dentro la scuola e, se la mamma non aveva avuto tempo di prepararti la merenda, al momento della ricreazione nascondeva il giornale di gossip sotto il tavolino per lasciare spazio a un paio di merendine.

Un mondo in cui ogni compleanno veniva festeggiato e potevi portare ciò che volevi per offrirlo ai tuoi compagni perché nessuno era allergico o intollerante.

Un mondo in cui chi ti veniva a prendere a scuola non doveva aver fornito le sue generalità e gli estremi del conto in banca per prelevarti ma rischiavi anche di essere “dimenticato” sotto la pioggia e portato a casa da uno sconosciuto  vedendo poi la casa riempirsi di moniti colorati “Ricordarsi di andare a prendere E. a scuola” (tutto vero!).

Un mondo in cui la massima raccomandazione e il più grande timore dei genitori era che qualcuno ti offrisse le caramelle perché potevano essere drogate mentre la parola “pedofilo” ancora non si sapeva cosa significasse.
Un mondo in cui i compiti per casa li facevi da solo perché sennò, se non sbagli, non impari.

Un mondo in cui se prendevi un brutto voto o ti comportavi male i genitori non davano la colpa agli insegnanti ma ti mettevano in punizione; e se solo avevano la percezione che non avessi fatto il tuo dovere, la Befana ti portava il carbone (vero anche questo!).

Un mondo in cui non si discuteva di maestro unico perché uno ce n’era per tutte le materie, escluse religione e ginnastica.

Un mondo in cui il nostro maestro unico è stato IL MAESTRO, senza bisogno di specificarne il nome perché per tutti – genitori e nonni compresi - IL MAESTRO era solo lui.

Lui che ci insegnava italiano, storia, geografia, scienze, matematica e che – visto che avanzava tempo – ci faceva giocare a calcio maschi contro femmine: privilegiando, come ovvio, la squadra rosa.
Lui che, quando avanzava altro tempo, portava il registratore e ci insegnava le canzoni di Renzo Arbore: ed è dall’altra sera che non riesco a scacciare dalla mente “Dicono che son so, dicono che son so, dicono che son solo canzonette (…) grazie, dei fiori grazie, dei fiori grazie, dei fiori gra!”

Lui che ci insegnava la grammatica a suon di filastrocche: “fi fe fa, accento non ci va”; “qua, que, qui, accento non sta lì”.

Lui che mentre correggeva i temi di italiano o i problemi in cui infilava noi come protagonisti ci abbracciava e “struccava” senza remore. Perché quella volta non c’erano ombre nel farlo così come non c’erano dubbi che se uno veniva definito “baul” o “casson” un motivo c’era: e i genitori non partivano a razzo dal direttore con l’avvocato al seguito.

Lui che aveva coniato un giudizio tutto suo: non bene o bravo. Troppo poco. Neppure bravissimo. Ma –ISSIMO poteva andar bene: «Perché prima potete metterci quello che volete. Può essere bravissimo, bellissimo, intelligentissimo …». Ma non bastava; e allora: SUPER.  Che gare per fare in modo che siglasse i problemi di matematica!

Lui che si preoccupava se ogni giorno a ricreazione mangiavi merendine confezionate ed esultava quando ti preparavano un seppur triste panino e indagava a che ora andassimo a letto la sera.

Lui che si ricordava di ogni compleanno e, girando tra i banchi, faceva intonare a ciascuno “Ta” per poi partire tutti assieme con “tanti auguri”.

Lui che ci conosceva forse meglio dei nostri stessi genitori sin dal nostro primo incontro, senza che gli avessimo detto nulla di noi: sapeva delle nostre passioni, manie, tic, inclinazioni e, soprattutto, potenzialità credendo in ognuno di noi sempre e inducendo noi stessi a fare altrettanto.

Lui che, dettandoci, un brano sulla morfologia della regione, la ribattezzava “Friuli - Venezia mamma di Elisa” perché conosceva tutte le nostre famiglie, da papà e mamma ai fratelli, e di ognuno sapeva il carattere e – pure di ognuno di loro – le passioni.
Lui che ha cercato di appassionarci alla montagna con ripetute escursioni e che ci ha regalato una delle più meravigliose esperienze che si possano far vivere a dei ragazzini di dieci anni: una gita a Firenze. Che, ne sono certa, è la città che campeggia nel cuore di ognuno di noi.

Lui, che dopo averci insegnato ginnastica per due anni, era passato a insegnarci tutto il resto e soprattutto la vita.

Lui che, quando era diventato il nostro maestro, ci aveva intimoriti redarguendoci subito sul dargli del lei e insegnandoci quello strano modo di uscire da scuola: in fila, lui di fianco alla porta che proclamava “Salutare e partire!”.

Lui che ci ha insegnato cose che ancora ricordo mentre fatico a ricordare la storia e la filosofia studiate al liceo.

Lui, che girava sempre con le mentine in tasca.

Lui, che non aveva smesso di interessarsi alle nostre vite, ai nostri percorsi.

Lui, che ci aveva capito più e prima di noi stessi indicandoci strade spesso e fortunatamente intraprese.

Mi viene in mente il passo dell’Iliade in cui Andromaca saluta Ettore prima del duello con Achille: “ Tu sei stato per me marito, padre, fratello”. Ecco: Lui è stato questo per noi. Maestro, padre, nonno, faro. Inimitabile. Così come inimitabile e purtroppo passato è il mondo a cui apparteneva.

 

domenica 17 febbraio 2013

progressinci ovvero: i progressi della Princi



Bisognerebbe avere il tempo di stare quotidianamente incollati alla penna, alla macchina fotografica e al mitico album della serie “il mio bambino”, gadget imprescindibile di ogni neonato, per monitorare e conservare memoria di “quando ha fatto cosa” guadagnandosi così la medaglia di “genitore più attento dell’anno”. Ma per farlo bisognerebbe che il pupo dormisse venti ore su ventiquattro o se ne stesse a giocare nel box per altrettanto tempo.
Con la Princi è impossibile.
Ma, diciamolo pure, è meravigliosamente impossibile.  Certo non guasterebbe avere mezz’ora d’orologio per sistemare nel suddetto album i biglietti che accompagnavano i regali del suo primo compleanno, così come non guasterebbe, anche una volta a trimestre, riuscire a farle una foto che non instilli nell’osservatore il dubbio che il fotografo soffrisse di Parkinson o fosse quantomeno incapace. E, lo ammetto, sono piuttosto invidiosa delle mamme che riempiono fb degli scatti dei loro bambini "in posa".

Ma, come detto, con la Princi è impossibile. Perché da quando aveva tre mesi muove le gambe come fosse una sintesi vivente di Bartali-Coppi-Girardengo: forse perchè una delle prime volte che sono rimasta sola con lei le cantavo “Ma dove vai bellezza in bicicletta?” facendole mimare il movimento.
Poi perché, sempre da quando aveva tre mesi, agita le mani come la Cuccarini ai tempi di “Vola”: che, infatti, è una delle canzoncine sulle quali l’ho trovata ballare, ieri sera, in piedi sul divano a mo’ di cubista, ma certo più vestita e felice. E tornare a casa vedendola così, dopo una giornata vissuta in uno stato di profonda deprivazione da Princi, mi ha veramente aperto il cuore.


La Princi balla da un paio di mesi, affinando sempre di più l’orecchio e le coreografie che, da seduta, ora svolge in piedi agitando il bacino e le manine anche in direzioni opposte. E balla sempre, a ogni nota che sente: persino ad ogni singolo spezzone di canzone sanremese inserito ne “La vita in diretta” mentre la sigla di “un posto al sole” ormai è un must. E balla ovunque: in casa, in strada, nei negozi. E lo dico con una punta di orgoglio anche se, poverina, con tutto il battage pro danza che le ho fatto sin dal pancione non poteva essere altrimenti.

Ma oltre a ballare, la Princi ora cammina. Dopo qualche timido passetto mosso già a Santo Stefano a casa della mamma-nonna, dal giorno di San Valentino ha preso ufficialmente il via. Ha messo da parte la timidezza o meglio, la paura di accorgersi di essere da sola a spostarsi e…va. Non sempre da sola: a volte, chissà perché, continua a frignare se non le si offrono almeno due dita, una per mano. E, se non vengono offerte, le estorce. Seppure permangano, sono poi sempre più rari i momenti in cui – dopo un attenta riflessione – giunge all’ovvia soluzione del problema: «Se la Princi deve andare da A a B e se per andare da A a B camminando da sola ci impiega il doppio del tempo e della fatica che strisciando alla Swiffer, perché camminare?». E così si acquatta e procede verso la meta con il sedere. E fa ridere: sia quando si arrende sia quando decide di dar retta ai nostri incitamenti e procede in modalità Robocop; e, come dice la nonna-bisnonna, la colpa è delle scarpe che «poverina, sono troppo pesanti per lei».
Dal giorno del ComplePrinci (della festa, intendo) ha poi inaugurato un nuovo modo per manifestare la propria esaltazione: un urletto di gioia impossibile da riprodurre accompagnato a un divertente agitare di pugni stretti davanti a sé. Lo fa quando apre dei regali (ed è da lì che tutto è cominciato); lo ha fatto anche, venerdì pomeriggio, consultando i volantini delle offerte del supermercato. Forse, a forza di farmi accompagnare a fare la spesa, la sto deviando.
Novità degli ultimi giorni vengono poi dal mondo dei versi. Non si sa per quale strano caso da lunedì - che eravamo a casa da sole - la Princi, sfogliando uno dei suoi nuovi libretti, interamente dedicato a riproduzioni di animali, ha iniziato a fare il verso dell’elefante. Ok: glielo avevo imitato io; ma tempo fa. Eccola ora, invece, indicarmi l’elefantino sulla pagina cartonata e muovere l’altra manina come fosse la proboscide. Da due giorni, poi, accompagna il verso al gesto.

 
Invogliata da tanta intraprendenza e vedendola soffermarsi più volte sulla pagina della scimmia comincio a imitargliela con il solito “uh, uh!” e grattandomi la testa. Ma niente. Mi guarda con una smorfia di sufficienza (della serie: «Ma chi è ‘sta scema?») e continua a fare avanti e indietro con il libro tornando più volte sul piccolo orango. Ieri sera però, a sorpresa, l’exploit: seduta nell’angolo del divano, sommersa da tutti i suoi micro e mega libri, mi fa vedere la scimmia e inizia a grattarsi la testa con un debole “Uh!” di sottofondo. Che soddisfazione! E lei probabilmente dirà lo stesso quando sarà riuscita nell’intento di farci imparare i versi di tutti gli animali in modo da poterglieli insegnare. Rimane un solo dubbio: perché non allegano ai libri per bambini un dvd o un cd che li riproduca??

sabato 16 febbraio 2013

Cara Princi


Cara Princi,
scusami per il ritardo con cui ti scrivo ma, come certo sai e come spero ti accorgerai più tardi possibile, il tempo corre più rapidamente di quanto si riesca a stargli dietro. Basta vedere le foto che ti ritraggono sul cellulare e che, per addolcire la giornata, di tanto in tanto riguardo. Quanti sorrisi, espressioni, notti a metà, pianti, emozioni sono già trascorse! Senza che ce ne rendessimo conto siamo passati dall’emozionarci per il tuo primo mezzo minuto seduta a batterti le mani per i tuoi ancora tentennanti ma sempre più indipendenti passetti. E di qui a chiederci le chiavi di casa ci vorrà un soffio.

Cara Princi,
oggi sono piuttosto triste e solo perché non ti vedrò fino a stasera: ti ho lasciato nelle braccia del Papi a salutarmi con la manina e ti ritroverò solo stasera, certamente frignante come ormai ci hai abituati da dodici mesi a questa parte. E allora ti toglieremo dal seggiolone, ti prenderemo sulle ginocchia cercando di finire la cena fingendo di essere entrambi mancini e cercando nel contempo di far uscire da dietro la schiena la terza e quarta mano che ci siamo fatti crescere in questo periodo per riuscire a tenerti in braccio, evitare che ti faccia male afferrando qualcosa e continuare a fare quello che stavamo facendo.

Cara Princi,
certo mi ripeterò in queste righe rispetto a quanto già altre volte ti ho scritto. E allora avrai pazienza; e allora capirai che se una cosa ritorna è ancora più vera. Cara Princi, come farti capire quanto hai incasinatamente migliorato e migliormente incasinato le nostre vite? Ogni giorno cerchi di spiegarmi quanto poco importante sia riordinare i vestiti sulla sedia buttandoli a terra uno a uno; ogni giorno cerchi di dirmi quanto inutile sia spolverare strofinandoti sul sederino per tutta la casa; ogni giorno mi fai vedere quanto stupido sia lucidare lo specchio del bagno lavandolo tu con le tue manine. E io, testarda, ogni giorno ricomincio; e tu, curiosa, ogni giorno, impari a imitarmi spolverando a tua volta, rompendo i fazzolettini di carta che tengo sul comodino dopo esserti accuratamente soffiata il naso, inzuppando le mani nella ciotola dei gatti solo per fartele lavare e aprire tu il rubinetto (perché anche questa è una cosa da grandi), riproducendo lo “shh” dei prodotti a spruzzo, chiamando a raccolta i gatti per dargli da mangiare, battendo le manine sul letto e lisciandolo quando lo rifacciamo.

Cara Princi,
ogni giorno temo e tremo al pensiero che tu, una volta cresciuta, possa avere di me solo il ricordo di una mamma impegnata a casa con i lavori, impegnata fuori casa con il lavoro, la palestra (poca, molto poca in realtà)  e le altre cose in cui mi lascio travolgere. Ma in cui cerco di coinvolgere anche te: mettendoti davanti a un quadro per ridere della tua reazione di sincero stupore, vedendoti passeggiare disinvolta fra i pittori nostri amici, alternando gli impegni casalinghi con canzoncine, stupide facce, bubù-sette, gattonamenti sotto il tavolo e baci, tanti baci, anche spernacchianti su quel tuo tondo e morbido pancino. Per ricevere anche uno solo dei tuoi luminosi sorrisi, una piccola e breve carezza, una linguaccia come quelle che da poco hai imparato a fare o uno di quegli strani versi che, simili a grugniti, annunciano che è stato aperto il frigo e hai visto la lattina della birra o che è appena passato il sig. Degas o che hai appena visto Mr. Billy saltare dal ripiano del tuo seggiolone al mobile della cucina.

Cara Princi,
ogni giorno vediamo quale e quanta magia diffondi attorno a te. Vediamo le trasformazioni che il tuo arrivo ha portato su di noi, sul nostro modo di vedere le cose e considerarle, di essere coppia: cosa difficilissima dato che purtroppo il tempo a disposizione per tutti è sempre poco.  Tempo per tutti, appunto: perché ora la mia agendina è diventata anche la tua, con gli appuntamenti dell’associazione e della ludoteca intercalati ai miei turni di lavoro, con i primi compleanni delle amichette di pancia e le passeggiate con le altre mamme alternati alle cene con le famiglie. Perché poi, soprattutto, ci sono le giornate dalle nonne, dalle zie,  con gli amici: perché tutti vogliono vederti, stare con te, ballare e cantare con te ed è qui che vediamo le più grandi e sorprendenti trasformazioni che hai portato, con persone insospettabili che giocano e fanno le vocine solo per vedere le tue reazioni. Che sono sempre di gioia. Ed è questo ciò che conta.

Cara Princi,
ogni giorno vivo come un trapezista: con il timore di fare qualcosa di sbagliato con te o per te, con l’ansia di equilibrare la cura nei tuoi confronti con il mio egoismo. E penso sempre di essere in difetto; e tu, forse percependolo, a volte ne approfitti. Poi però ti guardo e penso a quello che mi dice sempre il Papi: se è così felice è merito soprattutto tuo perché è con te che passa la maggior parte del tempo. E questo è il più bel complimento che mi abbia fatto nei quindici anni che ci conosciamo. E allora cerco di dargli retta e mi abbandono al tuo sorriso.

 Tanti auguri Princi per questo tuo primo compleanno. Ma soprattutto grazie, Princi, per i dodici mesi più sconvolgentemente meravigliosi e meravigliosamente sconvolgenti che ci hai regalato. Perché conoscerti e scoprire quotidianamente il tuo carattere è qualcosa di unico.

domenica 10 febbraio 2013

Comple-Princi: la festa


A una settimana di distanza dal ComplePrinci tante cose sono state dette, successe, fatte. Forse troppe. Sembra infatti sia già passato un secolo da quella frenetica, effervescente, adrenalinica giornata.
Comunque riprendiamo il filo da dove l’avevo lasciato: appeso cioè alla costosa pipì di Mr. Billy, al libretto della caldaia in perfetta regola, alla frigna della Princi.

 
Il giorno dopo, venerdì 1 febbraio: meno uno al P day.

Di buon mattino, la Princi e io ci trasferiamo a casa della Mamma-Nonna per ultimare i preparativi e per cominciarne degli altri. Vale a dire: corse forsennate in centro per gli acquisti last minute e avvio della preparazione del banchetto per l’indomani. Eccoci allora rotolare da un negozio all’altro per trovare dei Princi-collant che vadano bene con il Princi-dress: posto, peraltro, che le stia ancora l’abitino che ho in mente di metterle, acquistato alcuni mesi prima grazie ai punti accumulati con la lista nascita, senza l’idea di essere indossato per il complePrinci e, soprattutto, comprato da noi princi-genitori: così, almeno su questo punto, evitiamo le diatribe nonniche sul «perché le hai messo il vestito che le ha regalato quella nonna e non il mio?!».
Rientrate alla base, pranzo veloce (che, con la Princi, è un eufemismo poiché si estende dall’antipasto al dolce, in questo caso a base di frittelle di Carnevale alla crema, piastrocciata tutta addosso) e poi pisolo. Sì, ci sono riuscita: sono riuscita ad addormentarla. Ma… il suono del campanello la sveglia dopo venti minuti e nonostante un loop di “Donna Cannone”, “Raggio di sole” e altre de gregoriane canzoni, non riesco più a rimetterla nel lettino.
Per cui bisogna cominciare a preparare le creme per i tramezzini con lei sveglia. Con lei in piedi. Con lei, anzi, aggrappata alla gamba. Con lei che, per meglio dire, è aggrappata alla gamba, la testa sollevata verso di me a guardarmi piangendo per implorarmi di prenderla in braccio e nel frattempo tritare, sminuzzare, affettare con le dieci braccia supplementari che mi sono cresciute assieme al cocomero nei nove mesi che l’aspettavo. E la Mamma-Nonna deve andare a far la spesa per dare il suo contributo alla causa.
Perché, per fortuna, le tre nonne contribuiscono alla preparazione del Princi-banchetto.
Più tempestiva dell’Ansa, la Zia Cucciolo mi aggiorna infatti in tempo reale su come si stanno muovendo le cose nella cucina della Nonna3 e della Zia Inglese, già pronte a sfornare i primi dolci.


E vabbè: mi rassegno al pensiero che, di qui a stasera, riuscirò ad aprire solo una scatola di tonno. Ma avevo sottovalutato il fattore NB: la Nonna-Bisnonna. A un certo punto penso di piazzare la Princi nel seggiolone «Così puoi vedere quello che fa mamma». Ma dopo poco lei si scoccia, soprattutto del per non poter arraffare il prosciutto che le sta proprio davanti. Così la giro verso la tv (vabbè, non si dovrebbe dire e/o fare…) per metterla a fianco della Nonna-Bisnonna. E la Princi comincia a leggerle il suo libro. Anche perché lei ci prova ma «Cosa c’è qui? Il camion. E qui? Il gatto. E qui? Non lo so perché non ci vedo». Perfetto. E bellissimo da vedere: con la Princi che ride sguaiata quando la Nonna-Bisnonna si china e lei pensa che le stia facendo bubù-sette.

Sabato 2 febbraio: il Princi-day.

Bene: con la consapevolezza che metà delle cose sono già a casa della mamma-nonna, un quarto le portiamo stamattina e un quarto andranno dimenticate, partiamo. La macchina sembra la bianchina di Fantozzi caricata all’impossibile. E, tanto per gradire, c’è una pioggia con contorno di bora che quella di dodici mesi fa, al confronto, non era nulla. Ma sarà che io ero al calduccio in ospedale e non ho idea di quanto freddo facesse.

Arriviamo trovando la Mamma-Nonna ai fornelli, in pigiama, circondata di strudel salati e sfiduciata «Tanto noi saremo qui». «Perché?» «Perché la nonna-bisnonna è ancora a letto». Ma ci resta poco: la Princi va subito a tirarla fuori dalle coperte e almeno questa botta di pessimismo è risolta.

Punto 2: la sala. Lui e io andiamo in esplorazione per vedere se sia possibile cominciare con gli addobbi. Altrimenti dovremmo dare vita a uno spettacolo degno delle migliori comiche per montare festoni, pulire, preparare i tavoli, mettere fuori cibo e bevande: il tutto in un’ora. Per fortuna il ricreatorio è sgombro e riusciamo a dargli un’impronta da festa incipiente, a scaricare le bibite dall’auto per nasconderle nello sgabuzzino e a dare una ramazzata.

Bene. Tempo: mezzogiorno e mezza. Torniamo che la Princi ha già iniziato a pranzare. Mangiamo. La addormento. Tempo: due e mezza. «Lo spumante?» dice Lui. «Lo spumante?» penso io. So di averlo portato nei giorni scorsi ma dov’è? Con la Mamma-Nonna lo cerchiamo in ogni dove, pensiamo all’ipotesi che la Nonna-Bisnonna lo abbia bevuto di nascosto ma, caspita, erano sei bottiglie. «Vabbè, vado a comprarlo.» dice Lui, sempre più simile a Indiana Jones dato il tempo da lupi che si è sviluppato. «Vedrai che è rimasto nell’altra auto». Infatti.

Tempo: le tre. Devo ancora preparare i tramezzini. Lui li taglia e sistema sui vassoi, io ho addirittura il tempo di scompaginare la sua composizione e disporli in modo più decorativo. «Tutti qui?» dice Lui. Per fortuna: a fine serata dobbiamo costringere gli ultimi ospiti a uscire carichi di piatti abbondantemente riempiti di avanzi.
Con il pane da tramezzini infilato in ogni dove, con il cellulare incollato addosso per rispondere ai continui sms di aggiornamento sui preparativi della Zia Cucciolo mi vado a cambiare e ad aggiustare il trucco.
Pronti a partire. Pronti a sfidare la tempesta di pioggia. Pronti a falcidiare i 360 bambini che hanno appena finito l’ora di catechismo e non si decidono a uscire. Pronti a sfidare gli sguardi di diffidenza delle mamme perché non siamo del quartiere. Pronti a preparare tutto: i tavoli, i palloncini, l'area merenda per i piccoli, la zona under dodici (mesi) con coperta per rotolarsi.
Ok. Tempo: quattro e quaranta. Vado a prendere la Princi, la mamma-nonna e la nonna-bisnonna.
 
 
Il resto è impossibile da raccontare. Perché è impossibile ricreare le emozioni, i sorrisi, i baci, l’affetto, la felicità di quelle ore, in cui chissà se la Princi si rendeva conto di cosa stesse succedendo.
 
E’ impossibile ricreare i suoi urletti di gioia quando, circondata dai nostri - anzi: dai suoi – amici, spacchettava i mille regali in grazie ai quali per almeno sei mesi non dovrò più mettere piede in un negozio di abiti per bambini perché ci ha trovato un intero guardaroba primavera-estate. Che, peraltro, sono riuscita a sistemare sotto la sua attenta supervisione solo tre giorni dopo.
 
Impossibile anche descrivere la bontà della torta, stranamente avanzata come mai era successo finora e che – anche questo: mai successo finora – mi sono portata a casa mangiandone ancora una fetta prima di andare a dormire: ma me la meritavo. Impossibile parlare dell’eccitazione della Princi, che non riusciva ad addormentarsi tanta era la gioia che aveva vissuto. E che spero di poterle regalare ogni giorno. Perché a me i suoi sorrisi la regalano. Anche in settimane pesanti come quella appena conclusa.
 
 
 
 
domenica 3 febbraio: the day after.
 
Diciamolo sinceramente: ad essere stati messi a dura prova dal ComplePrinci non siamo stati solo noi ma tutta la casa. E nè noi nè la casa si sono ancora ripresi. Questa era la nostra cucina la mattina seguente. Mentre Winnie Pooh troneggia sul divano quando non accompagna la Princi nel seggiolone per essere debitamente ciucciato e permetterle di addormentarsi. I suoi numerosi libri nuovi hanno invaso lo scaffale dei miei affiancandosi a Pirandello e alla biografia di Picasso.
 
Ma, quello che conta, nella sua stanzetta - ancora sfitta - troverà posto l'album con le dediche ricordo di questa giornata. Sperando di poterle dare un'idea, per quanto infinitesimale, dell'affetto che l'ha circondata.
 
 

domenica 3 febbraio 2013

Princiday


E oggi sono nel mood da “La sera del dì di festa”.
Il complePrinci è passato, per fortuna e purtroppo. Perché, ovviamente con il senno di poi, me lo sarei voluta godere di più; ma forse è solo un pensiero utopistico. Impossibile, almeno credo/spero gestire una festa badando che tutto fili liscio, intrattenendo gli ospiti e conversando con loro con l’aplomb di Bree van de Kamp, tenendo sotto vigile controllo una pallina rotolante in modo che non si infilzi qualcosa negli occhi o non lo infilzi agli altri e monitorando nel contempo tutte le sue funzioni vitali (fame, sete, pupù, pipì; il sonno, per la Princi, è un optional).
Comunque è andata. E oggi che, come un anno fa, tornavamo a casa dando il via alle avventure della famiglia C., arrotoliamo la pellicola della memoria per raccontare cos’è successo in questi giorni.
Cominciando dal giorno del vero complePrinci.

Il giorno che avrei voluto vivere e far vivere a lei in modo speciale, il giorno in cui avevo deciso di consacrarmi a lei e di fare insieme qualcosa di divertente. Il giorno che avevo sognato pieno di abbracci, di coccole, di Lui e di ricordi di un anno prima.
E invece…
E invece il ritmo della giornata lo hanno scandito persone e/o eventi diversi:

1.      il tecnico della caldaia;
2.      la Princi;
3.      guest star: Mr. Billy.


Il tecnico della caldaia.

A inizio settimana Lui mi avverte: «Giovedì mattina viene il tecnico per la revisione della caldaia. Viene alle 8 così poi sei libera se devi uscire.» Non fa una piega, penso: così eventualmente possiamo andare a fare una bella passeggiata e la porto a vedere i cavalli e magari poi all’Ikea, giusto così, per gratificare un po’ anche la mamma. Perché dopo tutto, come mi ha fatto notare qualcuno, il complePrinci è anche il complemamma: l’anniversario, cioè, di quando per la prima volta ho visto la ranocchietta chiedendomi: ma questa chi è ???e perché piange e mi guarda chiedendo a me di fare qualcosa???
Ovviamente il primo guastafeste è stato, in realtà, il maltempo, con pioggerellina insistente e cielo uggioso per cui il programma iniziale, di per sé suscettibile a mutamenti, zoppicava ugualmente.
A dare un ulteriore colpo decisivo ci ha pensato però il tecnico che, arrivato alle 8.15, se n’è andato dopo un’ora: e giuro di non aver pensato “oddio, che bel controllo accurato ha fatto! Ora siamo a posto!”. Ho pensato solo che ha turbato la nostra routine domestica, il ripetersi di gesti ormai abitudinari costringendomi a un rapido cambio pannolino notturno senza poi il solito rito del lavandetto (bagnetto nel lavandino) e una altrettanto rapida doccia/vestizione giusto per non farmi trovare con indosso il pigiamone e i calzettoni di Snoopy. E se su questo accorciarsi dei tempi ci si poteva passare sopra, non si poteva fare altrettanto con il pisolino mattutino che, solitamente, è innescato dal rumore  della doccia o, in alternativa, da quello dell’aspirapolvere.
Ecco quindi scattare la variabile 2:

la Princi.
Privata del suo sonnellino, che ha fatto ma per soli 20 minuti, la Princi si è risvegliata che non era più lei. Se due settimane fa, a uno scoppio di pianto serale immotivato e incontrollabile, avrei voluto chiamare l’esorcista, giovedì ho pensato di telefonare a “Chi l’ha visto?” chiedendo mi riportassero la bambina che si era addormentata poco prima nel seggiolone. Dal suo risveglio e fino al momento di essere messa a letto, (cosa che - nell’ultima settimana - implica l’uso di un’ampia dose di “Raggio di sole” perché il cannone della famosa donna me lo devo fumare dopo aver consumato a suon di andirivieni il pavimento della camera) la Princi ha sviluppato una frigna da paura. Non solo: ci si è messa anche una bella spolverata di mammite e il mix è stato esplosivo per i miei bicipiti, provati da continui sali-scendi ma soprattutto da prolungati sali-e-basta-anzi-divincolati-un-po’-perché-sennò-è-troppo-semplice.
 
Di cambiare stanza lasciandola in quella vicina in modo che comunque mi tenesse d’occhio non se ne parlava proprio. Camminavo per casa con il passo del koala, con un koala cioè attaccato alla gamba e che a volte si impuntava montando un capriccio inspiegabile. Nonostante il suo solito rovistare nei cassetti e, visto che era il suo compleanno, anche nell’armadio degli strofinacci. Nonostante i giocattoli spalmati in ogni dove; nonostante avesse a disposizione i suoi fratellini; nonostante avesse la mamma tutta per sé. Alt. Ecco. Se vogliamo darci il cilicio addosso in realtà questo non è propriamente vero. La mamma c’era, ma mentre era lì pensava come riuscire a passare almeno rapidamente l’aspirapolvere e a come riuscire a cucinare il pollo per cena visto che la Princi era entrata in modalità cozza sullo scoglio.  Non è riuscita a garantirle/rmi un attimo di calma né l’aspirapolvere, di fronte a cui ha anzi intensificato gli strilli, né il pranzo. Come non vedesse cibo da due anni anziché da due ore, per riuscire a propinarle i primi cucchiaini di pasta ho dovuto letteralmente bloccarle le braccia. Ovviamente del riposino pomeridiano neanche a parlarne: e io che mi ero illusa di poter ricreare l’atmosfera idilliaca di lunedì, quando avevamo dormito tutti e 4 insieme (noi con i felini) e lei era stata uno zuccherino! Attorno alle 15 un trillo dal cellulare: «torno prima». E’ stato come ricevere risposta all’SOS del Titanic. Ma, subito dopo, avrei dovuto rispondere: «Houston, abbiamo un problema!». Era infatti entrata in azione la variabile 3.

Mr. Billy
Siamo lì, la Princi e io a ruzzolare sul lettone in uno dei momenti di tranquillità della giornata: perché ce ne sono stati e sono i momenti in cui la sua risata riempie le stanze e mi permette di dimenticare che un attimo prima, con il cuore subito spezzato, le avevo intimato di stare buona. Siamo lì a rotolarci fra Linus e Charlie Brown, a indicare Woodstock abbaiando come avesse visto Snoopy quando ecco che mi appoggio al cuscino e lo sento inumidito. Ok che fuori piove ma un’umidità del genere… No, no, no: non di nuovo!! E poi sempre il mio! E poi, caspita Billy, ma quanta ne hai fatta per oltrepassare cuscino, inzuppare il piumino e arrivare alle lenzuola? Nella tragedia e, soprattutto, nell’immensa incazzatura del momento, vedo però che la Princi ride: ride perché disfando il letto agito le lenzuola come delle vele, perché annuso rumorosamente il materasso per sentire fino dove è arrivato il niagara, perché per mettere le lenzuola pulite colpisco forte il materasso, perché – messa a quattrozampe - le faccio cucù da dietro il letto. Secondo me in queste situazioni ride perché pensa  quanto siamo scemi. Comunque: infilo le lenzuola nella lavatrice e aspetto che torni Lui per dargli la lieta novella, che intuisce appena vede l’ammasso di roba sporca al centro del corridoio. Svanito ogni proposito di uscire a fare un giro. Mr. Billy ha deciso che avremmo dovuto trascorrere il pomeriggio fissando l’oblò della lavatrice nella lavasciuga sotto casa, a guardare roteare gonfiarsi e sgonfiarsi il piumino.

Ma la variabile 2 non aveva esaurito il proprio potere. Rientrati in casa a fine ciclo, Lui si stupisce quando, rivolta alla Princi, erompo in un «Adesso tu e io usciamo». «Perché?», risponde ingenuo nonostante l’abbia ragguagliato sull’andamento del PrinciDay. Ribatte la Princi montando un bel capriccio. «Ok, usciamo», replica Lui a sua volta. Approfittiamo per comprare gli ultimi rifornimenti per il Pday e forse la percezione che tutto stia procedendo con questo lavorio alle sue spalle l’ha tranquillizzata, al punto che quando rientriamo riusciamo a posticiparle l’orario della cena quel tanto che basta per permettere al pollo di ultimare la sua cottura.

Bilancio della giornata:
20 euro in meno nel portafoglio da segnare sul conto di Mr. Billy;
vaga idea di dotare Mr. Billy di tampax perenne;
intanto: decisione ferma e definitiva di riprendere a somministrare il calmante a entrambi i gatti finchè non si sia capito cos’hanno;
una seduta di massaggio relax da prenotare in tutta fretta per riprendermi dalla Princi;
spesa ultimata e quindi impegno da depennare nella già copiosa lista delle “to do things” dell’indomani;
scoperta di saper cucinare e aver appreso i tempi di cottura delle scaloppelle di pollo;
due frittelle e mezzo alla crema in più sui fianchi (una mezza frittella è sui fianchi della Princi);
un primo ComplePrinci che ricorderò sempre, se non altro perchè ho appurato che il travaglio e il parto sono nulla in confronto a una giornata di frigna.