Lettori fissi

martedì 29 gennaio 2013

up and down ovvero: un anno fa, tra un anno



Un anno fa, come oggi, avevamo fatto il penultimo monitoraggio, quello in cui Lui –aspettando che la Princi si degnasse di dare qualche cenno – aveva chiesto all’ostetrica E. se potesse potuto assistere al parto con una visione diretta in alta risoluzione.

Un anno fa, come oggi, siamo poi andati a casa dei futuri nonni per festeggiare il compleanno della bisnonna, tra il timore di dover annunciare a tutti che non ci saremmo potuti essere perché stavamo volando in ospedale scatenando magari ansie e attese inopinate dato che volevamo fare tutto in sordina e dare la notizia ad allunaggio avvenuto. Ed è stato poi in quell’occasione, occasione di cui – al solito – avrei volentieri fatto a meno, che qualcuno ha scoperto che la mamma della futura nipotina sarei stata io, chiedendomi per la prima volta come mi sentissi e se avessi qualche sintomo.

Oggi invece stiamo per andare a saccheggiare il supermercato in vista del primo ComplePrinci. Oggi, invece, abbiamo una sveglia che tutte le mattine anziché suonare gorgheggia (nella migliore delle ipotesi).

Oggi invece, ai nostri mal di schiena risponde una piccola massaggiatrice che con i suoi piedini percorre i nostri corpi che cercano inutilmente di placcarla (sì, con due “c”) nel lettone.

Oggi abbiamo un faccino rotondo che sorride ogni volta che impara qualcosa e ci fa ridere per la sua nuova conquista: stringe i pugni e agita le braccine per dire “che freddo!”, finge di scottarsi toccando la stufa, comincia a mangiare da sola con risultati davvero soddisfacenti, si spazzola i denti e li spazzola anche a Mr. Billy, sta imparando a spazzolarsi gli ancora pochi capelli, tenta di imitare lo schiocco delle dita quando le accenno la sigla della famiglia Addams, musica che allestisco quando la vesto e vado alla ricerca della sua manina rimasta incastrata nella maglia.

Sarà una banalità, ma a vedere le foto di alcuni mesi fa è incredibile quanto rapidamente si sia trasformata da quella ranocchietta che era in una personcina con il suo bel caratterino. Finalmente? Mi rendo conto ogni giorno che per qualsiasi azione che si compie da soli mi chiedo quando finalmente la farà in autonomia per poi ritrovarmi a pensare, con una punta di nostalgia e senso di incipiente inutilità: «Oddio, questo fino a ieri lo facevo io per lei».

Ieri è stata una giornata un po’ così. Siamo rimaste prigioniere delle mura di casa non avendo l’auto (causa tagliando) ed essendoci un tempo schifosetto con pioggerellina che, se fossimo uscite, si sarebbe tramutata in acquazzone. Però è stata una giornata che mi è servita. Mi è servita a stare con lei senza fretta, senza doversi sbrigare perché qualcuno ci aspetta, facendo sempre e solo conto su di me e con la mia paura, che a volte ritorna «Che caspita faccio ora con lei?!».

Ammetto che molta parte della giornata è andata nel riassetto della casa ma con la sua collaborazione, felice e fattiva. Preparavo il pranzo e lei inventariava più e più volte il contenuto del cassetto; svuotavo la lavastoviglie e lei si immergeva nell’acqua rimasta sul fondo; passavo l’aspirapolvere e lei mi indicava dove; spolveravo e lei mi accendeva la luce per farmi vedere meglio. Abbiamo pranzato insieme; dormito insieme in una stanza che sembrava un dormitorio, dato che vicino a me c’erano pure i due felini; ballato insieme; letto il suo nuovo libro con i versi degli animali.

E poi ha camminato. Sì, per la prima vera volta.
Anche se tre passetti erano spuntati già il 26 dicembre a casa della mamma-nonna e si sono ripetuti sabato sera per riuscire a raggiungere il Sig. Degas fra le mie braccia, ieri la Princi ha veramente camminato da sola. Questa volta, intendo dire, si è accorta di cosa stesse succedendo. Poi, ovviamente, questa volta è più valida perché stava venendo da me, con uno sguardo fra allibito (per la serie: «Cosa cavolo sta succedendo, mamma?») e spaventato. Infatti purtroppo la performance non ha avuto un grosso seguito nonostante le mie acclamazioni di bravura: perché faticare tanto se posso andare da A a B strisciando nel mio solito modo da swiffer?
Poi, qualche ora dopo questa emozione, la batosta: perché, come ha postato qualcuno pochi giorni fa su fb trovando la mia immediata comprensione, una giornata non può essere bella e punto. No, la batosta arriva sempre. E anche se in qualche modo già ci pensavo, sapere mi ha dato un bel colpo. Pensare non più a “un anno fa, a quest’ora” ma a “tra un mese/due mesi/sei mesi/un anno, a quest’ora”. Pensare che la storia si possa ripetere ancora e ancora e ancora; e sentirsi vuota, arrabbiata perché va sempre tutto così. Perché pensi alle statistiche sull’incidenza delle malattie e con il sorriso sulle labbra ti dicono uno su un milione; ma quel milione forse ha lasciato fuori la tua famiglia. Perché pensi che sì, è vero, la vita avrebbe comunque fatto il suo corso: ma questa non è la vita, è la malattia. E allora, inutilmente, ti incazzi. Pensi che vorresti buttare giù a sprangate le porte, spaccare tutti i piatti e bicchieri di casa e ti accorgi che in verità lo faresti non tanto e non solo perché è quella persona ma perché è comunque, ancora, una persona vicina. Perché si tratterà di rivivere un copione già vissuto tante volte. Scende una lacrima, una seconda; stai per iniziare a singhiozzare quando la voce di Romina Power che canta il “Ballo del qua qua” ti riporta a oggi, a quella pallina che finge di non essersi accorta della tua tristezza salvo poi spalmartisi addosso e stringerti a sé.

sabato 26 gennaio 2013

di complePrinci, Carnevale e Princi-progressi





Un anno fa, come oggi, accompagnavo Lui a una visita di controllo e mi sentivo chiedere se fossi al sesto mese. Un anno fa, come domani, partiva il countdown per l’allunaggio la cui data prevista era appunto il 27 gennaio.
Oggi…
Oggi sono stata al lavoro tutto il giorno, con il pianto nel cuore perché stamattina la Princi mi ha salutata riempiendomi di bacini volanti dal divano seguiti, subito dopo, da una faccina triste. Oggi ho provato a trovare il modo in cui trascorrere con lei il suo primo ComplePrinci. Per la gran parte del giorno saremo sole dato che ho avuto la fortuna di scegliere un turno di lavoro che mi permettesse di rimanere con lei mentre Lui, purtroppo, lavora con il solito orario e potremmo festeggiare insieme solo a cena.
 
Cosa faremo allora la Princi e io?
Certo, gennaio è un mese un po’ sfigato per cui l’idea di portarla a vedere gli animali nelle fattorie didattiche o allo zoo è impraticabile causa chiusura invernale. Cosa resta? Sarò priva di fantasia ma non mi viene in mente molto. Dipenderà dal tempo e, se lo permetterà, magari potrei portarla a fare una passeggiata al mare. Oppure un giro in uno dei soliti centri commerciali, concedendole magari un giro sui giochini, esperienza per lei ancora inedita. Oppure una mezza giornata di ludoteca dove, vuoi per la bronchite, vuoi per il lavoro, andiamo piuttosto raramente.
 
Nel frattempo proseguono i preparativi del ComplePrinci “ufficioso”, la festa – cioè - sfasata di due giorni rispetto alla sua nascita. Sebbene fino a pochi giorni fa ero convinta della mise principesca, adesso comincio a vacillare e chiedermi se non sia il caso di comprarle qualcosa di nuovo. Contemporaneamente, però, sto anche cercando di trovare il tempo (ultimamente piuttosto scarso) di fare un check up del vestito finora prescelto per verificare se ci siano tutti gli accessori necessari (leggi: calze in pendant) e magari optare per il solo acquisto di un paio di princess’ shoes adeguate.
A proposito di vestiti, mi sto ancora barcamenando alla ricerca di quello per Carnevale, dilaniata al riguardo da vari dilemmi:
a)     Dove porto la creatura mascherata? Cioè: quando le faccio sfruttare la maschera?
b)     Cosa offre il territorio per bimbi mascherati a livello di feste, sfilate e affini?
c)     Strettamente legato a questi interrogativi e da essi fortemente dipendente: il vestito deve essere spropositatamente abbondante per ospitare al di sotto uno strato di abiti civili più giubbotto oppure il giubbotto lo metto sopra occultando il tutto?
d)     Se occulto, allora che senso ha mascherarla?
e)     Non proprio interrogativo ma constatazioni che dilaniano vieppiù: da un alto Lui che è piuttosto disinteressato all’argomento e che - pur avendomi autorizzata a comprare un vestitino che mi piaceva - poi ha condito il tutto sottolineando che da poco siamo usciti da una bronchi-Princi; dall’altro lato la mamma-nonna che, pur parteggiando per la mascherina pelosina tanto carina, mi farebbe trasformare la Princi da gioioso leprotto (posto che la voglia vestire così) in orso polare con annesso igloo.
Una soluzione in realtà l’ho trovata: non un vero e proprio vestito ma un “set” composto da vari pezzi che potrebbero essere visibili sia se la Princi fosse all’esterno sia se andasse a un ballo mascherato. Vedremo.
 Sempre per rimanere nell’ambito abbigliamento, fra i Princi-preparativi rientra lo studio della mia mise: e vediamo se domani, unico giorno respirevole della settimana, riesco a trovare qualcosa di convincente in un periodo in cui continuo a sentirmi come un bombolone ripieno. E il recente acquisto della divisa da lavoro stile hostess (effettuato in mia assenza ma con fiduciosa indicazione della taglia) non mi ha affatto rincuorata dato che, provata solo questa mattina, la gonna risulta tanto giusta che se dovessi respirare un po’ più a fondo farei saltare lampo e spacco in un colpo solo.

Ordinata la Princi-torta, comprati piattini e vario ambaradan decorativo, stiamo completando le operazioni di consegna dei Princinviti mentre il menu del pomeriggio si sta equamente distribuendo fra me e le tre nonne e sto cercando di trovare nell’agenda uno spazio per poter andare a fare l’ultima spesa di viveri e beveraggi insieme a Lui, per l’occasione travestito da uomo di fatica.
C’è altro, in questi giorni?
Eccome: ci sono Mr. Billy e il Sig. Degas che hanno pensato bene di piazzare nuovamente un ricordino sul nostro letto costringendoci a lavare tutto il lavabile, a spendere 20 euro nell’asciugatura sotto casa e a tirare finalmente fuori dall’armadio le lenzuola e il copripiumino che costituivano il misterioso regalo che Lui mi ha fatto per Natale. Quindi: una piccola tragedia domestica (che, prima o poi, rischia di risolversi in lancio di doppio felino dalla terrazza) si è trasformata nell’occasione per trasformare la camera nel parco giochi dei Peanuts. La Princi si è infatti subito rotolata fra Snoopy e Woodstock, confermando in questo modo la sua passione per il mondo animale, dimostrata anche l’altro giorno al supermercato. In fila alla cassa, ha iniziato a gorgheggiare come è solita fare appena vede qualcosa di interessante. Di fianco a noi, da un piccolo espositore, la bionda e intramontabile Barbie occhieggiava da piattini e bicchieri. «No, Princi: sei troppo piccola per la Barbie». Ma osservando più attentamente mi accorgo che il suo sguardo sormonta l’espositore per appuntarsi su un manifesto da cui un cane e un gatto segnalano che lì ci sono i prodotti per gli amici animali.
Incoraggiata da questo, passeggiando in città penso di farle notare i quattrozampe piccoli e grandi che incontriamo: passatempo ideale per sedare eventuali piccole crisi di pianto. Peccato che voglia fermarsi a salutare e accarezzare dal passeggino tutti i “bau” che vede. Ma magari è un modo per farmi riscoprire la cordialità: il suo desiderio, infatti, si trasforma in continue soste e annessi convenevoli con i padroni dei cani della città che, inteneriti da tanto affetto, non vedono l’ora di sollevare il quadrupede per farlo conoscere e salutare.

Poi, la Princi ha deciso di aiutarci a superare le difficoltà che incontriamo nell’affrontare le pulizie domestiche. Quindi: ci aiuta a fare e disfare la lavastoviglie (per ora senza danni), a caricare e svuotare la lavatrice, ci passa le mollette per stendere e, quando proprio vede che non ce la facciamo, ci aiuta con scopettone e straccetto, anche a casa della mamma-nonna. Stamattina, invece, ci ha insegnato a fare lo shampoo, operazione che detesta ma che mimava alla perfezione strofinandosi gli (ancora pochi) capelli. Da qualche settimana, invece (e non sappiamo da cosa o chi ispirata) sfiora appena la stufetta del bagno riportando immediatamente la manina alla bocca in un muto «Scotta!»: e questo a stufa rigorosamente spenta. Sollecitata forse dalle indicazioni a liberarsi dal pannolino fornite dal pediatra, da qualche giorno ha poi imparato a fare «Scc, scc» ogni volta che, molto generosamente, per il timore che ci perdiamo, ci accompagna a fare pipì. E lo stesso verso si tramuta in soffio quando la alleniamo a spegnere la candelina.
In questo turbinio di impegni principeschi si è inserito l’avvio di un nuovo progetto, fortemente voluto ma pure temuto per la paura di non essere all’altezza (tanto per cambiare) e di non riuscire a dare il meglio, presa come sono da mille pensieri diversi. E invece lo start up, avvenuto ieri sera, è stato un successone: merito del team di artisti, collaboratori, ma soprattutto amici coinvolti in questa avventura. E merito, anche, delle mie famiglie che, presenti alla serata, mi hanno fatto sentire il loro affetto. Merito, poi, soprattutto della Princi che, forse, ha coperto qualche mia imperfezione con il suo savoir fair affascinando tutti con il suo sorriso, sgambettando da un tavolo all’altro per osservare come andasse la serata, assicurandosi che i prodotti offerti nel rinfresco fossero di qualità, stringendo rapporti di amicizia con artisti, avventori e personaggi di spicco. Per poi crollare distrutta dalla stanchezza sotto il peso di tanta intraprendenza. Dura, in effetti, prendersi cura di una mamma-con-i-calzettoni.

domenica 20 gennaio 2013

di gatti, coppia, app e complePrinci

Photo: Diventa fan: Peanuts
Oggi è una giornata così, simile a quella di più o meno un mese fa. Il motivo? Sentirmi una ciambella e vedermi a questo modo, nonostante tutto.
Poi, però, invece che lanciarmi nel vuoto alla “Thelma e Louise”, son andata al lavoro; e tanto miracolosamente quanto lentamente le cose sono cambiate. Non perché non mi veda più come una ciambella, ma perché ho avuto qualcosa da fare e a cui pensare. E perché, a metà mattina, è entrata una persona che non aveva intenzione di vedere il museo ma solo di salutare me, così, senza conoscermi, per il semplice fatto di avermi incrociato una sera mentre chiudevo e aver incrociato oggi il mio sguardo.
E dato che la giornata è così, sarà un po’ così anche questo post seppure già ieri, quando pensavo di scrivere, immaginavo di comporlo a spot perché tante sono le cose di questi ultimi giorni di cui raccontare, tutte diverse per argomento e importanza.
Gatti e pacs
 
Intanto, per cominciare, qualcosa che ancora non so come o se finirà. Da qualche giorno nel cortile di casa si aggira un gattino minuscolo, bianco e nero, che tanto assomiglia a quello di una nota pubblicità della mia infanzia. A dispetto delle ridotte dimensioni il felino, attualmente soprannominato Fritz:
a)  ha una vocina da baritono: certo, un baritono che, se umano, avrebbe un anno, ma sempre un baritono;
b)  tiene in scacco Mr. Billy e il Sig. Degas al punto tale che questi, di dimensioni tre volte superiori, si tengono alla larga dalla porta di casa temendo le sue reazioni.
Ora i casi sono vari: ci stiamo cullando nell’ipotesi di adottarlo qualora continuasse ad aggirarsi sotto le nostre auto e se riuscissimo a capire che è un piccolo homeless. Seconda ipotesi è che il legame con i nostri mici sia più articolato di quanto pensiamo: vedendoci alle prese con un cucciolo umano (che, fra l’altro, si fa leccare e lecca a sua volta entrambi i felini) Mr. Billy e il Sig. Degas potrebbero aver deciso di unirsi in un pacs e adottare il piccolo Fritz. Noi non avremmo nulla da obiettare; la Princi meno che meno. Solo che chi glielo spiega che il cucciolo è dei suoi fratelloni e non sua proprietà?
Malattie e sensi di colpa
L’anno vecchio e quello nuovo sono iniziati alla grande: con una gran bronchite, tanto per capirci. Bronchite che è rimbalzata fra vari membri della famiglia e che si è trasformata in due settimane di malattia per Lui. Ovviamente, nel frattempo ho continuato a lavorare anche se ho avuto una puntata di febbre e anche se da stasera prenderò l’antibiotico. Il tutto ha avuto risvolti anche positivi nel senso che non siamo dovuti ricorrere all’aiuto delle nonne perché a giocare con la Princi ci ha pensato Lui: e, per onestà e riconoscenza, bisogna dire che si è anche applicato nelle pulizie con discreti risultati.
 
Perlomeno, si è accorto che non sono io ad essere fissata a girare ogni giorno con l’aspirapolvere sottobraccio ma che le palle di polvere ci sono quotidianamente (se non più volte al giorno). Così, usufruendo del suo aiuto, ho avuto un attacco di egoismo: nel senso che mi sono spesso resa conto di quanto poco tempo passi con la Princi, stritolata da impegni domestici vari, lavoro, qualche mezza giornata dalla mamma-nonna. Attacco di egoismo, dunque? Beh, per un’ora di palestra che mi sono concessa venerdì mattina dopo due settimane dalla ripresa ufficiale degli allenamenti, mi sento come se fossi la peggiore delle madri, con sensi di colpa a nastro alimentati dalla Princi che con sguardi supplichevoli e arrampicamenti sulle gambe che la portano a calarmi le braghe (con soddisfazione dei vicini) è alla costante ricerca di considerazione. La zappata definitiva me la sono data quando mi è venuto in mente che, da bambina-con-calzettoni, ero così anche io (per il tempo, ovviamente, di cui ho memoria). Ulteriore zappata me l’ha data lei due giorni fa quando in auto, girandomi a guardarla, l’ho vista con il faccino girato verso il finestrino e gli occhi tristi. Ecco: ciò che non vorrei nel modo più assoluto è che la gioia e la luminosità dei suoi occhi si spegnessero. Come mi sembra sia accaduto a me.

Per evitarlo, eccomi allora fare la scema e indossare il suo accappatoio di Winnie the Pooh al momento del cambio pannolino (ultimamente fonte di pianti da tragedie greche).
 
Mènage a trois
Glielo dico spesso: sono convinta che Lui si sia fatto venire la bronchite apposta in concomitanza con i saldi per procedere a una spending review. E così, se lo scorso inverno li ho saltati perché ero a livello cocomero sia prima sia dopo l’allunaggio, ora li ho saltati perché è una vita che non usciamo. Le gite ai centri commerciali che tanto mi piacciono sono ridotte a toccate e fuga al supermercato per rifornire il frigo e il reparto frutta domestico. E chissà, quindi, se riuscirò a rifornire e riammodernare il mio armadio.
Sensi di colpa e sensi di coppia
Nonostante siamo stati a più stretto contatto per due settimane (ma se ci mettiamo il periodo delle feste sono anche di più), la vita di coppia sembra essersi eclissata. Anzi, no: come ho detto sopra, in realtà anche la vita a tre sembra essersi eclissata. Sembra agire la legge di Murphy: appena abbiamo pensato di riprendere ad andare al cinema o a teatro, ecco che la Princi ci blocca con l’influenza, poi con i denti (non in senso letterale, ovvio) e malanni vari aleggiano su casa C. Poi, maledizione, c’è il senso di colpa: sicuri che una volta fuori saremmo solo Lui e io e non anche…l’altra? Tutti ce lo dicono e pure noi ci pensiamo: avremmo bisogno di un po’ di tempo da soli. Ma mi sento così tremenda anche solo a pensarci, a percepirla (come ogni tanto capita) come un peso che non ci permette di fare più le stesse cose di prima o almeno a non farle come prima. Ma poi la vedo sorridere e rimane solo la felicità che ci sia.
Bacini, strofinacci, pancini
In queste settimane la Princi ci stupisce ogni giorno con una nuova app. Quella più divertente è la app delle pulizie: cerca uno strofinaccio e mi imita mentre spolvero, pulisco il frigo o il pavimento, cerca di caricare la lavatrice, mi aiuta a svuotare la lavastoviglie, passa le mollette della biancheria quando si stende.
E Mr. Billy la aiuta ad aiutarci.
Poi c’è la app del pericolo: finge di accostare la manina alla stufa o la sfiora appena e se la porta immediatamente alla faccia con un’espressione che vale “Uh, come scotta!”. Quindi viene la app del lettone: sedute a fianco sul lettone, le chiedo se è stanca come la mamma e, al tre, ci buttiamo all’indietro insieme. Insieme a Lui ha messo a punto la app della lettura: al mattino e la sera quando beve il biberon della staffa, inizia a indicare i libri sullo scaffale chiedendo di prenderli per sfogliarli (principalmente i suoi, ma non è detto). E allora inizia la serie del “dov’è il bau? Dov’è la mucca? Dov’è cra cra? Come fa la gallina?” E se è in giornata buona ci azzecca.
 
La app però più dolce e gratificante è quella del bacino, che usa solo con la mamma. Ha iniziato quando la cambio e la metto in piedi sul fasciatoio, faccia allo specchio (dove si rimira vanitosa) per avvicinarsi poi al mio viso e schioccarmi un bacio sulle labbra. Ma tutto può avvenire anche in modo inatteso: si avvicina rapida al mio viso, braccio, gamba, per mollarmi un baciotto rumoroso. E lo fa solo con me, anzi: in realtà anche io vengo dopo Mr. Billy.
 
E quasi dimenticavo la app informatica e quella del fitness, in cui la Princi mi allena agli affondi appoggiandosi alla spalliera del lettino..
Amiche come prima
Una delle cose più significative di questo periodo è stata lei: lei che ho ritrovato dopo un lungo silenzio. Lei che è sempre la stessa: piena di dubbi, di angosce da condividere, di parole giuste al momento giusto. Lei che era sempre lì e io in qualche momento ne ho dubitato. Fino a  quella notte: la notte in cui ho sognato che suo padre mi diceva che aveva bisogno di me. Ed era così. Allora sono cominciati giorni di what’s appate interminabili, di indecisioni da parte di entrambe sul vederci/non vederci. E quando ho suonato il campanello, la casa era sempre quella: quella delle feste di Capodanno messe su un po’ all’improvviso ma con tanta voglia di condividere qualcosa; quella fuori della quale rimanevamo a parlare ore, anche se di più erano le ore passate davanti al cancello di casa mia. L’unica stranezza era trovarsi lì, una di fronte all’altra, come se ci fossimo lasciate poche ore prima, e con un argomento di conversazione che non erano i ragazzi che mi guardano/non mi guardano, sembrano interessati/non lo sono, che facoltà sceglierò, che lavoro farò; ma erano i bambini: che ci sono/non ci sono, che li voglio/non li voglio. E detto da due ancora bambine suonava un po’ strano.
ComplePrinci
I preparativi proseguono. Complice la malattia e l’impossibilità alla fuga, sono riuscita a costringere Lui a condividere certe decisioni: che torta fare, cosa preparare, se e come farci aiutare dalle nonne. Purtroppo il grosso deve ancora venire nel senso che la fase operativa spetta tutta a me. Così, dopo aver gironzolato alla ricerca della sala, in questa settimana dovrò ottimizzare i tempi per sfruttare le ore libere dal lavoro e:


a)     andare a prenotare la torta;
b)     consegnare gli inviti (realizzati su internet e arrivati ieri);
c)     comprare le tovaglie di carta;
d)     comprare qualcosa di carnevalesco da indossare Lui e io in occasione del complePrinci;
e)     fare la spesa;
f)     preparare qualche addobbo.

Detto così pare poco, anche perché sicuramente mi è sfuggito qualcosa; ma dovrò incastrare il tutto con il normale lavoro più un lavoro supplementare in programma proprio questa settimana, più la gestione della Princi tra le nonne. Dimenticato qualcosa? Ah, sì: dovrei anche studiare. Ma questo al momento sembra essere un optional.

sabato 12 gennaio 2013

la sapienza delle mamme



Per la serie: una mamma lo sa.
O, meglio: una mamma, degna di essere tale, lo DEVE sapere.
Il suo faccino ingrugnito ha appena emesso il primo respiro fuori dalla navicella e una mamma SA come prenderlo in braccio, come cambiarlo, come e quando dargli da mangiare, come tenerlo per non farlo piangere. Passano i mesi e una mamma SA cos’ha quando piange senza motivo (e, data l’età, “ha le sue cose” non è una scusa convincente), come addormentarlo, con che pappa cominciare a fargli conoscere i mille gusti del mondo senza trasformare il pavimento della cucina in un campo arato a sputacchi di vario colore. Una mamma SA quanto pesantemente vestirlo, cosa fare alla prima febbre, se farlo uscire come dice il pediatra o rinserrarlo in casa come facevano a lei. Una mamma SA, oltre a queste poche, insignificanti cose, che ci sono una serie di appuntamenti sociali e feste di imprescindibile importanza per i bambini.
 


 

Ma questo è ciò che fa una mamma seria, una di quelle che, appunto, sa sempre dove mettere le mani, che decisioni prendere, etc, etc. Non una che si ricorda che siamo a Carnevale e cosa significhi questa parola solo perché ne sente parlare distrattamente da altri. Una mamma SA quali/dove/come sono le feste cui portare il pupo mascherato e ha magari scelto già da tempo da cosa camuffarlo.
 
 

 
E poi una mamma SA esattamente Cosa/come/dove/quando/chi/perché organizzare la prima festa di compleanno.
Panico.
Perché una mamma con i calzettoni non sa, invece, da che parte cominciare.
Sono sempre dell’idea che, al momento del parto e senza che Lui se ne accorgesse, l’ostetrica ha buttato via il manuale delle istruzioni e, assieme a questo, il manuale sul montaggio- smontaggio di accessori da bebè e giochi, il manuale sulla gestione delle occasioni sociali e, col tempo, chissà di quanti altri manuali sentirò la mancanza.

Inutile pensare ai compleanni di quand’ero bambina: oltre al fatto che si parla di anni luce fa, il mio compleanno cade all’approssimarsi della bella stagione e ho inoltre avuto la grandissima fortuna di trascorrere l’infanzia in una casa meravigliosa e spaziosissima, qualora il tempo non permettesse a una quindicina di bambini/e di scorrazzare in cortile. Quindi un compleanno al chiuso, d’inverno, non so quasi cosa sia: primo sforzo d’immaginazione. Secondo sforzo d’immaginazione: non avere alle spalle un sufficiente bagaglio di inviti a primi compleanni per pensare a come organizzarne uno.

Per fortuna ci sono internet e facebook. Oltre a idee generiche su cosa fare e cosa non fare (perché, è il monito di tutti i siti, la festa è per il polpettino/a e non per farsi belli agli occhi degli invitati), ci sono i gruppi di genitori del territorio che suggeriscono soluzioni e, soprattutto, possibili location.

Per il poco che ne abbiamo parlato assieme finora, Lui e io siamo stati d’accordo fin da subito di volere attorno a noi non solo le nostre famiglie ma anche gli amici: quelli storici e quelli incontrati di recente, quelli “di pancia” e quelli che ci sono stati accanto in questi dodici, specialissimi mesi. E se già limitandoci alle famiglie non saremmo riusciti a stipare trenta persone fra stufa, tavolo, tiragraffi felino e divano nel nostro salotto, alzandosi il numero l’impresa sarebbe stata veramente impossibile.

Tra le opzioni vagheggiate nei gruppi di mamme facebookiane, abbiamo (inutile dire che sia un plurale maiestatis) selezionato le sale parrocchiali.
Così, quando la vigilia di Natale sono andata con la Princi e la mamma-nonna a fare gli auguri a don R., gli ho chiesto la disponibilità dell’oratorio, subito concesso.

Bene.

Macchè: nella mia memoria ricordavo uno spazio angusto, una sorta di corridoio. No: ne dobbiamo assolutamente trovare un’altra. Stavolta il plurale non è più tanto maiestatis perché, ad accompagnarmi in questa avventura, è stata la nonna2 che ieri pomeriggio, dopo una serie infinita di «sì, vengo; no, rimandiamo», mi ha accompagnato in quello che si potrebbe chiamare il pellegrinaggio delle sette chiese. Tra sale già occupate («il 2 febbraio? Di che anno?»), sacerdoti basiti al sentire che per il primo compleanno di una bimba gli invitati siano quasi esclusivamente adulti (tranquilli: alcuni verranno accompagnati da neonati), frati che concedono le sale per feste ma non di venerdì, sabato e domenica (e quindi quando??) alla fine siamo tornati all’opzione uno.

Che, a pensarci bene, forse è quella più sensata. Non solo per motivi organizzativi (chè, anzi, l’allestimento dovrà essere portato a termine al tempo di record di un’ora), ma perché è lì che tutto è cominciato.

Lì sono cominciata io; poi siamo cominciati noi due; poi è cominciata la Princi. Impossibile, effettivamente, pensare a una diversa location.

domenica 6 gennaio 2013

bianco Natale





Terza notte in bianco.
E non perché qui nevichi. A meno che non si usi una metafora del tipo: ci è nevicata addosso una montagna di sfiga. Che però, per definizione, non è bianca ma nera



 
 
Già perché sembra che, dapprima, Babbo  Natale abbia letto la letterina in cui chiedevo di esentarmi da cenoni/pranzoni ansiogeni. Forse, però, avrei dovuto specificare il come avrei gradito che accadesse. Invece non l’ho fatto: e allora lui ha pensato bene di scaricare una slitta di sintomi influenzali e/o para influenzali e/o bronchiti variamente distribuite fra Lui, la mamma-nonna, gli zii-biszii.

Contemporaneamente ha peraltro letto la letterina in cui, a nome della Princi, gli chiedevo l’invio dei famigerati dentini: via twitter sarebbe stato preferibile piuttosto che in formato tridimensionale e al ritmo di due alla volta.
 
 
E qui, contraddicendo quanto ho scritto in esordio di post, sono iniziate le levatacce che risalgono appunto, più o meno, alla notte di Natale. Simile a Dracula, evidentemente solo di notte alla Princi crescevano i due dentoni superiori causandole diverse sveglie piangenti. Questo proprio all’indomani di un dialogo con Lui concluso con il mio commento giubilante: «La Princi è proprio brava: è proprio bello stare con lei». Per la serie: devo imparare a starmi zitta su tutte le questioni principesche.
 
 
Nel frattempo: si ammala la mamma-nonna, passano le feste senza aver potuto far indossare alla Princi la sua nuova mise da piccola Babbo Natale, viene Capodanno con una serie di buoni propositi del tipo “se domani è bello andiamo a  vedere il presepe di sabbia o quello a grandezza naturale”. Cosa che avremmo dovuto fare la mattina del 31 quando invece, come ho già scritto, mi son lasciata prendere dalla “sindrome della Desperate Housewife” perché “tanto se andiamo un altro giorno non cambia nulla mentre la casa, se non la pulisco oggi, non riesco a pulirla neppure domani perché lavoro” e quindi la Princi - strisciando dalla cucina al salotto - potrebbe trasformarsi in un gomitolo di polvere.
 
 

E invece, cazzarola, non farò più così, lo giuro solennemente: perché, posticipata la gita al venerdì mattina (il 4, per intenderci) veniamo bloccati da una febbre principesca. A distanza di neanche un mese eccoci di nuovo alle prese con salviette umidificate da usare prima che lei si strofini smoccolandosi tutto il viso (praticamente impossibile), con goccine da spruzzare nel naso creando un effetto annegamento, con supposte di  paracetamolo che oltre a instillarle il terrore del fasciatoio (alias: tavolo operatorio) riescono a fermare l’impennata del termometro solo momentaneamente.

Da giovedì sera oscilliamo fra i 39 e i 40 gradi: ovviamente in mezzo c’è stata una corsa dal pediatra che, dopo aver creato il panico sui possibili peggioramenti, ci ha detto solo di usare con parsimonia i medicinali e, se vediamo che lei lo gradisce, di portarla pure fuori.
 
 
Non ha parlato, ovviamente, delle conseguenze non mediche:
a)  a seconda del soggetto disponibile: mammite/babbite acuta che neppure la più volenterosa delle nonne riesce a sanare;
b)  conseguente sindrome del koala: nella fattispecie, la notte appena trascorsa la Princi e io l’abbiamo passata sul divano per garantire almeno qualche ora di sonno a Lui e vedere se anche lei sarebbe riuscita a riposare accoccolata sopra di me che, a mia volta, ero in posizione semisdraiata per tenerla un po’ sollevata in modo da evitarle la tosse;
c)  occhiaie a strascico, per allontanare le quali non sarà assolutamente sufficiente il buono per il trattamento viso regalatomi dalla mamma-nonna;
d)  memoria vieppiù ballerina e capacità di concentrazione sotto i minimi dei minimi storici: fattori che azzerano ulteriormente la già scarsa voglia di aprire i libri per il concorso.
 

Risvolto positivo è stata, però, la serata di ieri in cui  - come ho già avuto modo di raccontare - abbiamo sfidato la stanchezza trasformando l’invito a casa dei nonni in un invito catering a casa nostra: nel senso che, a metà pomeriggio, Lui è andato a prendere la Nonna2 con annessa vagonata di teglie. Il contenuto non è  stato interamente consumato quindi anche per la cena di stasera siamo a posto. Ma, soprattutto, è stato un piacere vedere la Princi che, nonostante la febbre in salita e un’abbondante dose di paracetamolo – si è scatenata senza sosta fino alle 22.30 divertendosi ad abbattere torri di Lego e a svuotare la borsa della zia Cucciolo. E pure lei deve essersi divertita se, sulla soglia di casa, ho dovuto ricordarle di lasciarci i pezzi di costruzioni che si era imboscata.



Finita la piacevole serata, è iniziata la notte da incubo, trascorsa con il piccolo marsupiale spalmato addosso mentre guardavo l’orologio della tv scandire ora dopo ora in attesa del fortunato momento in cui mi sarei alzata per porre fine a tale tortura. La stanchezza, gli sbadigli, la tensione si sono sciolti tutti assieme quando, attorno alle 8, sono stata richiamata in soggiorno da un miagolio e conseguente mugolio: nell’angolo del divano, Mr. Billy sorvegliava la Princi dall’alto lasciandosi poi catturare per essere strizzato e riempito di baci contraccambiati da abbondanti sleccazzate nell’orecchio. 37.2 ha segnato il termometro: ma il sorriso non più sdentato della Princi mi aveva già rassicurata cancellando nel contempo la fatica e la paura di questa notte.