Lettori fissi

domenica 30 dicembre 2012

l'anno che verrà (in omaggio a Lucio Dalla)


Tra poco quest’anno finirà. Peccato: mi son sempre piaciuti gli anni pari. E questo in particolare.  A un giorno dall’undicesimo complimese e quando la conta dei denti è salita a due, è impossibile tralasciare un bilancio dei dodici appena trascorsi anche perché è già da un po’ che mi ritrovo a pensare «Come oggi, esattamente un anno a fa…».

E’ curiosa la percezione del tempo che ho adesso. Da un lato mi pare essere volato rapidissimamente, d’altro canto se ripenso a com’eravamo a. P. (ante Princi) mi sembra una vita fa. Comunque vediamo un po’:
 
 

 
Cosa rimane dell’anno vecchio:

1.      tutto ciò che ruota attorno all’allunaggio quindi l’accudimento ricevuto in ospedale, gli amici/parenti che son venuti a trovarci, quelli che comunque han fatto sentire la loro presenza;

2.      i volti, i gesti, le espressioni dei neo-nonni/zii/cugini e il loro affetto in più occasioni dimostrato;

3.      la percezione di aver allargato e “incollato” le famiglie;

4.      il rodaggio della nuova famiglia C. con i momenti di disperazione e le conseguenti risate per come Lui e io ci troviamo a gestire la Princi e fronteggiamo le emergenze (leggi: cacchine esagerate);

5.      la sorpresa nel vedermi giocare, ridere, cantare come non avrei mai creduto anche in momenti di stanchezza estrema;

6.      i gesti, gli sguardi, i balbettamenti, le coccole, i sorrisi della Princi;

7.      le amiche (della Princi e mie) conosciute al corso preparto e anche le altre neo mamme: perché, in realtà, il 2012 è stato molto prolifico anche attorno a noi;

8.      l’inizio di un nuovo lavoro;

9.      il proseguimento del blog;

10.   la fiducia e gli apprezzamenti di persone con cui lavoro e che credono in me più di quanto non faccia io.
 
Molte sono, ovviamente, le cose negative che rimarranno dell’anno vecchio ma preferisco, almeno per un giorno, fingere che non siano esistite e, soprattutto, che non abbiano delle conseguenze nell’anno nuovo.
 

Quindi: cosa mi aspetto e cosa spero dall’anno nuovo:

1.      continuare a vedere i sorrisi e la felicità dipinta sul volto della Princi: anche perchè, se lei continua a essere com’è, finirà per convincermi di avere una parte di merito;

2.      sentirmi meno sola anche quando sono in compagnia e quando sono con Lui: il che potrebbe succedere se Lui, come spero sempre, prendesse qualche iniziativa decisionale in più;

3.      portare la Princi oltre i confini regionali e, perché no?, nazionali;

4.      riprendere a frequentare la palestra: e qui mi sono anticipata sottoscrivendo un nuovo pacchetto di ingressi che spero di inaugurare presto;

5.      riprendere ad andare a teatro e a vedere balletti;

6.      intensificare le uscite/inviti con gli amici di sempre perché sono queste le cose che mi fanno stare bene;

7.      vedere la mamma-nonna un po’ meno ansiosa e molto più serena;

8.      continuare ad avere e sentire l’affetto di tutti;

9.      trovare il modo per disincastrare dei meccanismi che si sono inceppati qualche tempo fa per recuperare persone a cui tengo e non so come dirlo.

Bene: questo è sicuramente solo una piccola parte di ciò che ricorderò e di ciò che spero ma forse è la parte più importante perché è quella che è emersa a caldo.
 
 
Manca però qualcosa, e chi mi conosce forse lo sa già: non ultimo, mi piacerebbe che il 2013 annunciasse un nuovo arrivo in famiglia: perché, a dirla tutta, per quanto sia stato faticoso e sconvolgente, questo è stato un anno fantastico in cui, spesso, ho pensato che sia la maternità la mia vera dimensione.

Postilla: per realizzare i punti  4 e 5 sarebbe necessario, a monte, che si realizzasse un altro auspicio: riuscire a non sentirmi in colpa se “abbandono” la Princi. E su questo mi sa che dovrò lavorare parecchio…

 

 

giovedì 27 dicembre 2012

cronaca di una mancata festa annunciata



Come oggi, esattamente un anno fa, avevo il pre ricovero. Sembra trascorso un secolo: non solo la Princi si è concretizzata fra noi, ma addirittura parlotta, dice con sempre maggiore decisione “mamma!!” se vuol essere ascoltata e prelevata dal lettino la mattina, comincia a camminare. E poi, ora, ha appena vissuto il suo primo Natale, per fortuna senza esserne consapevole.

Sono state giornate strane in cui, una volta di più, ho capito quanto male mi faccia avendo sempre delle aspettative. Come raccontare questi giorni? Beh, usiamo un po’ di ordine cronologico e un po’ di “pillole di”: vediamo cosa viene fuori.
 

Sabato 22.

È stata una serata bellissima: gli amici a casa nostra, l’allegria, la prima vera festa della Princi vestita con pigiamino natalizio. Sorrisi, l’attimo del confessionale con l’amico di sempre, le partite a carte fino a mezzanotte. Da ripetere, senza dubbio: anche solo per vedere quante persone ci vogliono bene.
 

Domenica 23.
Dopo un notte passata ascoltando il rumoroso respiro di Lui e torturata dall’insonnia (legge di Murphy: succede sempre quando la Princi dorme 9 ore di fila), mi alzo condensando in 120 minuti l’equivalente di mezza giornata di lavoro. Riordino e pulisco un po’ la cucina, svuoto e riempio la lavastoviglie, elimino spazzatura, preparo la colazione per me e la Princi. Mezz’ora prima di partire per il lavoro entro in camera a prendere gli asciugamani per fare la doccia: Lui si alza perché gli dico che è ormai ora che io vada.
 
«Come stai?»
«Per niente bene: chiederò a mia mamma di venire a prendere la piccola (….). Anzi: la puoi portare tu là?».
Risposta, mentre mi sto svestendo con lo spazzolino in bocca e con il piede butto la roba sporca: «Ma la devo ancora lavare!».
«Bon, la porti così».
Cioè: in pigiama… Doccia in un nano secondo per poter lavare, in pari tempo, anche la Princi. «Puoi darle almeno la merenda» che, ovviamente, le avevo preparato mentre sparecchiavo, pulivo, riempivo la lavastoviglie.
«Non mi reggo in piedi».
Beh, puoi anche sederti… ma mi limito a pensarlo.
Vado al lavoro per rilassarmi. Torno a casa. Pulisco e preparo il te a quell’ameba che emerge dalle coperte sul divano. Dopo un’ora vado a recuperare la Princi per portarmela a far la spesa sebbene ancora non si sappia come/dove passeremo la vigilia e il Natale.

Lunedì 24.
Di buon mattino carico la Princi con masserizie varie verso la casa della mamma-nonna. Ci sono ancora un bel po’ di commissioni da fare e, nonostante abbia detto a Lui che quella sera potremmo far venire la sua famiglia da noi (!!), Lui non risponde, così come non si pronuncia sul Natale. Un classico suo: non parla. Figuriamoci ora che è allo stato vegetativo. Lo lascio in mano al signor Degas e a Mr. Billy mentre trascorro la giornata a cercare gli ultimi regali, a far gli auguri a chi mancava all’appello; poi lo chiamo.
«Come stai? Hai la febbre?»
«Insomma… sì, ho 37.2» risponde con voce cavernosa da moribondo
La giornata però è speciale, la Princi è speciale: con il suo vestitino rosso di Minnie, le scarpette da bambola, gli occhi che si illuminano appena vede un gingillo, il sorriso sempre pronto anche se l’ho tirata fuori dall’auto ancora dormiente. Nota positiva: son riuscita a passare la preselezione del concorso a cui, dando retta alle sollecitazioni della nonna2, di Lui e della mamma-nonna, ho partecipato venerdì pomeriggio senza aver aperto libro.
 

Martedì 25.
Il programma della giornata prevedeva pranzo dalla mamma-nonna: che bello sarebbe stato con la Princi vestita dell’abitino da Babbo Natale che le han appena regalato gli zii. Invece: mattina passata a pulire, cucinare per il pranzo del giorno dopo a cui non si sa se andremo, svuotare e riempire non più la lavastoviglie ma la lavasciuga per smaltire la montagna di panni che costantemente ci circonda. Finalmente arriva il pomeriggio portandoci in visita la mamma-nonna con la “zia” da Londra e, dopo un’oretta, i nonni con le zie. Momenti “up”: la Princi che legge il suo nuovo libro in braccio al nonno; la Princi che, seduta a terra tra le zie, svuota di continuo la borsa della zia fingendo di truccarsi e mettersi la crema sulle mani; la Princi che rimane in piedi da sola fingendo di non accorgersene; la Princi che, per il numero di antiscivolo ricevuti (tutti graditissimi e utilissimi) è la degna figlia di una "mammaconcalzettoni".
 

Mercoledì 26.
«Se vuoi andiamo a pranzo da tua mamma». Non avevo più chiesto niente per evitare l’ennesima scena muta; e così sono ancora più contenta, anche perché al pranzo ci saranno la “zia” di Londra e i cugini. La Princi sembra una bambola: in effetti a volte mi pare di avere a che fare con un Cicciobello. In questi giorni, poi, è ancora più dolce e particolarmente brava. Le metto il vestitino grigio a pallini rossi che le abbiamo comprato un po’ di tempo fa proprio in vista del Natale; calze rosse, scarpette rosse, il cerchietto da renna (seppure per poco). E’ il suo primo pranzo di Natale, tra l’altro proprio un pranzo della tradizione: brodo, faraona, un assaggio di panettone rigorosamente al cioccolato. Rinfrancata di tante libagioni, riesce a muovere qualche passetto da sola tra l’emozione generale. Non c’è che dire: una giornata bellissima.
 
Eppure…

Eppure non riesco a eliminare i pensieri su quanto ho mangiato e su come mi sono sentita sola in queste giornate. Ci sono stati momenti bellissimi ma anche tanti, troppi pensieri e per la maggior parte tristi. Una tristezza che, per fortuna, veniva presto spazzata via dai sorrisi che la Princi ha dispensato generosamente. Cosa avrei voluto? Non lo so di preciso ma so di essermi sentita in colpa perché non avevo riempito il salotto di pacchettini per lei, perché non sono riuscita a regalarle un Natale speciale.

Oddio, non abbiam mica finito: ora c’è il Capodanno. E chissà come lo passeremo.
 
p.s: non so se questo fosse il post che volevo scrivere, cioè: non avevo immaginato di scriverlo così quando l'ho iniziato. Ma tant'è: ogni pensiero o frase può essere scritta in mille modi diversi; e questo è uno di quei mille.

domenica 23 dicembre 2012

Caro Babbo Natale


Caro Babbo Natale,
sono passati tanti anni da quando ti ho scritto per l’ultima volta ma è bene che ricominci: così, almeno, quando dovrò farlo per la Princi sarò già un po’ allenata.
 
Caro Babbo Natale,
vorrei chiederti tante cose ma non so se sia lecito farlo: dopotutto, senza voler barare come facevo da piccola, non è che sia stata granchè brava negli ultimi anni. Però magari in fondo al tuo enorme sacco di pacchetti puoi trovare il tempo, la voglia e la bontà di inserire anche qualcosa per me, anche se questo qualcosa può risultare problematico perché immateriale. Perché, caro Babbo Natale, seppure siano molti gli sfizi che mi vorrei togliere, non sono quelle le cose a cui pensavo quando ho iniziato a scriverti.
 

Caro Babbo Natale,
non so se sia giusto scriverti dato che il regalo più stupefacente, in effetti, me l’hai già portato quest’anno: quel minuscolo fagottino rosa che poco per volta non è più rimasto nell’incavo della mano in cui la tenevamo ma è sbocciato in una meravigliosa pallina, dolcissima e gioiosa, affettuosa e sorridente, di cui non potrei assolutamente più fare a meno. E quando stanotte ho sognato di averla persa, che forse qualcuno me l’aveva portata via, l’angoscia è stata fortissima perché temevo fosse reale. Ma poi ha iniziato a piangere dal suo lettino e ho capito che no, quella piccola pignetta che urlava alle 7 di mattina dopo una giornata di intensi bagordi era proprio lì vicino a me. E l’angoscia si è dissolta.
Caro Babbo Natale,
vorrei che tu potessi fare in modo che il sorriso della Princi non si spegnesse mai, che potessi rassicurarmi sul fatto che avrà una vita serena, piena di soddisfazioni e d’amore, che riuscirà a comprendere le sue inclinazioni e coltivarle perché avrai regalato a noi la capacità di aiutarla a scoprirle e il coraggio di sostenerla nelle sue scelte, qualunque esse siano.
 
Caro Babbo Natale,
vorrei che tu potessi regalarmi la stabilità emotiva e la serenità necessarie per assicurarle un’infanzia da favola, oltre alla costante sensazione di essere amata almeno un centesimo di quanto amo lei.
Caro Babbo Natale,
vorrei che tu potessi intercedere con chi di dovere per poterci regalare un po’ più di salute di quella che abbiamo avuto finora e, se proprio non fosse possibile, che tu potessi almeno distribuirci un po’ di quella forza e di quel buonumore che sono comunque necessari ad affrontare le situazioni difficili.
Caro Babbo Natale,
vorrei che tu potessi regalarci tante serate ma pure pomeriggi, mattine, intere giornate simili a quella di ieri sera, circondati dall’allegria e dalla voglia di stare insieme di tutti i nostri amici.
Caro Babbo Natale,
vorrei che tu potessi regalarci il coraggio di risolvere rapporti che si sono complicati non si sa bene né perché né percome, così da poter moltiplicare l’affetto che già copioso fiocca attorno alla Princi.
 
Caro Babbo Natale,
probabilmente me la son cercata esprimendo le mie ansie a proposito di cenoni e pranzoni ma proprio oggi dovevi far sentire Lui come un’ameba? Proprio oggi che avremmo dovuto risistemare la casa, che avremmo potuto fare un giro per gli acquisti dell’ultim’ora, che avrei dovuto far la spesa per preparare la mia parte di cenone e pranzone? Proprio in questo periodo, che doveva partire il suo piano di rieducazione domestica?

Ah, già: ho capito. La letterina te l’ha scritta prima Lui e ti avrà chiesto di non fare pulizie per un anno, non dover riordinare, non dover andare per negozi affollati e di dormire perché la Princi non lo fa riposare.
 

Ok, Babbo Natale: il prossimo anno la Princi e io ci organizzeremo per tempo.

giovedì 20 dicembre 2012

a quattro, cinque giorni dal Natale


Cinque giorni a Natale.

Come diceva uno spot pubblicitario di alcuni anni fa, «il Natale quando arriva, arriva». Eh già: non come la Pasqua che – recitava sempre lo spot – una volta è alta, una volta è bassa.
Il Natale si sa quando cade ma, a questa certezza, si accompagna la certezza che comunque, ogni anno, ci coglie impreparati.
Almeno a me.
Parto con l’idea di non far regali e poi mi ritrovo gli ultimi giorni con l’acqua alla gola sia perché non ho ultimato gli acquisti sia, soprattutto, perché non riuscirò a farli dove avevo pensato. Ma anche perché nel periodo di Natale mi piacerebbe fare molte cose/andare in molti posti. Per lo più vicini, intendiamoci: un giretto nei mercatini che animano le città della regione, magari un giro di presepi nelle chiese del circondario.

Quest’anno il monitoraggio delle reazioni della Princi a tanto sfavillio di luci e colori sarebbe stato un motivo in più per realizzare tutto ciò.

E invece mai come quest’anno non sono riuscita nei miei intenti.
Obiettivamente, era più semplice muoversi come navetta madre.
Adesso ogni spostamento significa:
·           un’ora in più di preparazione per approntare la Princi-bag;
·           mezz’ora per infagottare la Pallina e chiedersi se sarà abbastanza vestita ignorando le gocce di sudore che fuoriescono dal berretto stile husky;
·           tre quarti d’ora per legarla come una soppressa nel seggiolino dell’auto creando il sottovuoto con il suo giaccone imbottito.

Poi, all’arrivo, mezz’ora di bardatura nel passeggino e magari, appena ci si mette in cammino, è ora di merenda: e ancora non siamo al punto in cui la si può rabbonire con una brioche al volo.

Insomma: ovvio che in questi giorni bisogna fare i conti con il freddo più pungente (che, arrossandole il nasino, la rende simile a una piccola matrioska) e con l’aumentato e innervosito traffico umano che si registra in ogni dove, ma non sono riuscita a fare nulla di ciò che avevo pensato/sperato. Per ora sono solo riuscita a farle sbarrare gli occhi davanti al tetto di luci azzurrine che, in città, impreziosisce il viale pedonale e le ho additato i personaggi del presepio nella mostra allestita nel centro commerciale.

Stop.

Il resto delle mie e, conseguentemente, delle sue giornate è inghiottito per metà dal lavoro e, nell’altra metà, dalle normali, banali e ripetitive mansioni quotidiane: colazione, lavaggio e sterilizzazione dei bibe, svuotamento della lavastoviglie, riempimento della lavatrice e/o stenditura dei panni, bagnetto, vestizione, rifacimento di lettone e lettino dopo sloggiamento dei gatti, aspirazione di tutta la casa e magari rapido spolveramento, doccia, trucco e parrucco (molto del primo, vista la profondità delle occhiaie; poco del secondo vista la lunghezza dei capelli), vestizione, merenda.
Il tutto prende circa due ore, compreso il tempo delle canzoncine, dei tuffi sul letto, dello scollamento della Princi dalle mie gambe e di quello impiegato a tirarmi su i pantaloni del pigiama a cui lei si aggrappa. Poi ci sono le opzioni: rotta verso la nonna-mamma per eliminare il pensiero di cosa dover mangiare; rotta verso la ludoteca per rimanere in zona attendendo l’arrivo, nel primo pomeriggio, della nonna baby sitter di turno.

Insomma: le giornate sono dense, impegnate e  impegnative, tanto che mi sono accorta solo oggi di quanto poco manchi a Natale e di quanto poco abbia sentito e senta lo spirito natalizio sepolto – come si sa – sotto il pensiero ansioso di pranzoni e cenoni che sembrano moltiplicarsi facendomi sentire sazia prima ancora di sedermi  a tavola. Per fortuna, penso io.
 

Comunque se per il momento la Princi, nel microcosmo domestico, ha ovviamente contribuito all’allestimento e contemporaneo disallestimento (da parte sua) del mini albero, la sua attenzione è in realtà catalizzata dai gel e dagli stickers natalizi disseminati su mobili e finestre da cui si sta ingegnando a toglierli. Novità dell’altra sera sono le lucine stellate appese sulla porta del salotto, ammirate tanto da lei quanto dai gatti che, proprio come la Princi, stanno quotidianamente attentando alla vita delle renne, dei pupazzi di neve e dei babbi natale di cui è addobbato l’albero. Forse è un gioco fra loro: vediamo chi ne abbatte di più.

Per il momento la Princi e Mr. Billy sono 1 – 1.

domenica 16 dicembre 2012

felice Natale...


Stamattina non sarei voluta uscire di casa.
Ma nemmeno rimanere a casa.
Anzi: ero tutto sommato contenta di dover lavorare. Perché a casa non sarei stata utile a nessuno, anzi: avrei fatto male a qualcuno. Non fisicamente, ovvio: anche se a un certo punto, fra la spruzzata di profumo e rifare il lettino avrei voluto prendere e sbattere a terra una qualsiasi cosa.

Oggi girava così, girava male.
 
Poi, per fortuna, son andata a lavorare e mi son trovata alle prese con il riscaldamento che non funzionava (e meno male che avevo messo il maglione da husky), i conti da fare, rifare e disfare, le mail di auguri da inviare. Già, proprio oggi. Assurdo averlo fatto quando il mio spirito natalizio era oltremodo sotto i tacchi. Però forse mi ha aiutata. Deve avermi aiutata soprattutto vedermi davanti agli occhi, per centinaia di volte, la foto della Princi che sorrideva. Così, pian piano e senza che nemmeno me ne accorgessi, la depressione pre-natalizia è scivolata via, forse ad albergare in qualcun altro. Perché ne sono profondamente persuasa: luci, lucine e gioia forzata inducono la tristezza anziché contribuire a diffonderla.
 

E poi, per me, il solito, trito e ritrito pensiero da cui vorrei fuggire ma ancora non so come: i pranzi e le cene. Sapere che nelle prossime settimane mi torturerò per cercare di mangiare meno del solito perché poi c’è quello e quell’altro invito; e poi le persone da DOVER vedere…la gioia da DOVER simulare…e da quest’anno la dovrò simulare davvero se anche non mi pervade perché c’è la Princi…
 

Lo giuro: vorrei costruirle e costruirmi un Natale diverso, di quelli zuccherosi che si vedono nei film, con una cioccolata calda fra le mani mentre si addobba l’albero e biscottini di Natale da sgranocchiare mentre si ascolta Jingle Bells. E il calore delle persone attorno. Invece la cioccolata non c’è perché a casa nostra non entra per evitare le tentazioni, i biscottini idem perché sennò poi li mangio; e le persone sì, quelle ci sono, ma alle prese con gli incespicamenti della vita reale, di quelli che  vorresti avere la bacchetta magica per annullarli perché no, ancora una volta non si può.

Vorrei, e a questo punto credo di essere convinta che sia possibile, che l’orologio tornasse indietro per poter rivivere i natali di quand’ero bambina, quando tutti questi pensieri non li avevo e neppure avevo il pensiero di non pranzare perché poi stasera si va a cena fuori. Che poi tanto alla cena non mangio uguale.

Ma ormai tutto questo sembra utopia; solo che vorrei che la Princi non lo sentisse e invece so che percepisce già adesso questi pensieri e anche il mio costante, martellante e invalidante senso di fallimento. Perché avevo dei sogni e credevo sarei stata come non sono. Nemmeno mi ci avvicino un po’, a quell’ideale. Chissà dove si è inceppato il meccanismo.

Però anche stamattina il suo sorriso arginava questo senso di fallimento: la Princi mi faceva star bene.

Però non dovrebbe essere così: dovrebbe piuttosto essere il contrario, la mamma che fa star bene la bimba.
 
Eppure ha continuato a essere così anche vedendo le foto: le foto di ieri, quando abbiamo allestito il suo primo albero senza che lei lo sapesse. Perché mentre Lui e io addobbavamo lei disallestiva; mentre Lui e io scartavamo babbi natale, renne e affini, lei giocava con la carta; mentre Lui si è appisolato sul divano e io ascoltavo il cd con le musiche di Natale, lei arrestava lo stereo.
 
Ma mentre la guardavo armeggiare con palline e gingilli vari, mentre vedevo i suoi occhi sgranarsi sempre più alla scoperta di questo mondo rosso e oro…tanto per cambiare mi son messa a piangere. Perché questo, sì, è uno spicchio di quello che avevo sempre sognato: una bimba piccola e felice in mezzo agli addobbi, una metà mela che sorride guardando divertito la nostra bambolina, un alberello gioioso, canzoni natalizie in sottofondo.
Solo che la bambina al centro di tanto amore forse immaginavo sarei stata io.

Io che stamattina nemmeno mi son preparata il termos di caffè caldo da portare al lavoro perché tanto non importa. Io che spero sempre qualcuno legga nel pensiero i miei desideri perché non posso essere io a proporre di andare da qualche parte, mangiare/bere qualcosa. Io che quando pranzo al lavoro mi porto un pacchetto di cracker e oggi che ci ho messo vicino due mele è già troppo.

Io che sono stufa di tutto ciò ma non so come farlo finire.

giovedì 13 dicembre 2012

F come... (parte seconda)


F come fusa/F come fasciatoio: a proposito del primo vocabolo non sappiamo, a dire il vero, chi sia a farne di più. Se il gatto Billy alla Princi o lei a lui. E’ un amore incondizionato, che supera i tiramenti di coda, le depilazioni, i vigorosi massaggi e gli strattonamenti di zampe a cui è quotidianamente sottoposto il felino. Nonostante i nostri continui ammonimenti: «No, Princi: così gli fai male. No, Princi: non puoi mangiartelo!». Ultimamente, infatti, c’è un osmosi tale tra Billy e la Pallina per cui lui le lecca l’orecchio mentre lei gli sbava addosso lasciandogli un curioso effetto gel sul pelo. E questo accade sul fasciatoio della Princi. Uno spazio verso cui lei nutre un rapporto di amore-odio dettato dal fatto che spesso su quel ripiano le infliggiamo delle cure che a lei suonano più come torture: goccine nel naso, taglio unghie, lavaggio/asciugatura collo con smistamento dei quindici tripli menti di cui è dotata. Da qualche tempo, comunque, il fasciatoio è reso più accettabile dalla presenza di Billy che non intende spostarsi da questo suo nuovo rifugio nemmeno quando c’è in corso un’emergenza pannolino, anzi: credo farei meglio a insegnargli a comporre il numero della Protezione Civile per portarmi una bombola ossigeno e una mascherina, estremamente utili in certe circostanze. O, almeno, potrei istruirlo su come passarmi il necessario per il cambio.
 

F come film che non vediamo: durante la gravidanza c’era il problema della sonnolenza che mi prendeva d’improvviso impedendomi di vedere un film, di qualsiasi genere fosse, costringendomi a bluffare con Lui  (peraltro senza successo) nel vano tentativo di essere riuscita a gustarmi tutte le scene. Il massimo è stato in vacanza, quando mi sono risvegliata al rumore del mio russare credendo: a) che fosse stato Lui; b) che avesse russato qualcuno nel film: ed effettivamente, quando inconsapevolmente ho aperto gli occhi, qualcuno a terra nello schermo c'era. Negli ultimi dieci mesi il problema si è accentuato finendo per contagiare spesso e volentieri anche Lui. Così, o per la stanchezza, o perché la Princi ha la frigna, non riusciamo mai a vedere qualcosa in tv. Certo, si potrebbe obiettare: vuoi mettere il sorriso della piccola con le schifezze che ci vengono propinate? Verissimo: ma a volte anche vedere “Un posto al sole” o “Criminal minds” sarebbe carino.
Per ora riusciamo a vedere e goderci serenamente tutti e tre assieme solo alcuni programmi che abbiamo sempre seguito e che ho visto nei primi mesi di gravidanza: fra questi sono compresi la sigla del tg, “La prova del cuoco”, la pubblicità della Nutella e, recentemente, la pubblicità per la prossima messa in onda de "Il libro della giungla". A ognuno di questi "eventi" televisivi, la Princi si blocca qualsiasi cosa stesse facendo fino a un attimo prima e comincia a ballare, battere le mani se qualcuno nella trasmissione applaude. 
 
 
Un caso a parte è quello di "Un posto al sole": quando scatta la sigla la Princi si accende in un mega sorriso  per poi indicare ogni singolo personaggio. E sembra avere una predilizione per il "cattivo" Roberto Ferri.
 
F come fissare: ieri mattina, al supermercato,  un’amica appena incontrata ha detto ridendo: «Ma, Princi: non ti hanno insegnato che non si fissa la gente?». Cavolo: credo sia da quando aveva due mesi che la Princi fissa e indica tutti. Ovvio che non capisca cosa si dice (ma, al riguardo, ho i miei dubbi) però si creano situazioni piuttosto imbarazzanti, come quando, quest’estate, eravamo sedute al tavolino di un bar: cercavo di farle fare merenda ma lei era troppo interessata a quanto si diceva e faceva nel tavolo vicino. Finchè non ha realizzato che la famigliola di fianco a noi era tedesca e quindi non riusciva a capire. Glielo dico sempre: anche in questo ha preso tutto da Lui. Lui che, anni fa a Parigi, stava per essere preso a pugni nella metro perché non distoglieva lo sguardo da un ragazzo vestito in modo un po’ bizzarro;  e, precisiamolo, l’episodio del morso in ludoteca non ha nulla a che vedere con questo vizio. La Princi si incaponisce addirittura a fissare chi non la guarda finchè rimane nel suo raggio visivo nella speranza che, prima o poi, si volti a osservarla. La mia, di speranza, è che questo modo di agire non nasconda un costante desiderio di approvazione: me lo auguro per noi e, soprattutto, per lei. Al momento, comunque, dalle accuse di stalking la salvano i suoi splendidi occhioni: di fronte ai quali tutti rimangono disarmati.

sabato 8 dicembre 2012

neve, febbre, Princi

 
Nevica. La prima neve della Princi.

Oggi non la vedo per quasi tutto il giorno e mi manca: anche se le giornate appena trascorse sono state pesanti, data la sua prima febbre “seria”. Ma un conto è dover convivere con un mugolio frignante senza motivo, un conto è sapere che il motivo c’è. E che ti sta tappezzando i vestiti con smoccolamenti. E il pavimento  di casa con una scia di bava degna di una lumaca: anzi, di una balena, dato che – merito dei dentini che evidentemente si annunciano con degno anticipo – lo sbavamento è a getto. Continuo, peraltro.
 
 
Comunque nevica. E oggi andare al lavoro è stato surreale. Perché lo era l’atmosfera. Temevo che avrei odiato la neve appena scesa di casa, dovendo fare i conti con la pulizia dell’auto, con la neve sulla strada, gli automobilisti imbranati, varie ed eventuali. E invece mi sono lasciata avvolgere dal paesaggio da fiaba che mi circondava, tutti i rumori attutiti, il bianco luminoso che amplificava l’orizzonte; e vedere persone, tante persone, che spalavano, gettavano sale, pulivano le strade. E poi il raduno dei fuoristrada in cui mi sono imbattuta: io con la mia scatoletta a quattro ruote tra una serie di Big foot. Divertente. Surreale, appunto.
La Princi, così come il gatto Degas, ha visto la neve dalla portafinestra del soggiorno ma non so se abbia capito; il gatto Billy, invece, è voluto uscire ma, dopo aver lasciato l’impronta della sua sagoma sul baule della terrazza, ha deciso che no, non è un gatto delle nevi.
 
Comunque, visto che è in stand by da tempo e che i vocaboli da snocciolare risultano oltremodo attuali rispetto alla lettera cui sono arrivata, riprendiamo l’alfa-Princi.
Lettera F, dunque.
 
F come febbre: la prima febbre si era manifestata in vacanza, giustamente; ma era stata ben poca cosa (così come la febbre da vaccino) rispetto a quello che ci è toccato in questi giorni. A dire il vero è una di quelle situazioni che mi fa dubitare di esser portata a fare la mamma: perché io, della febbre, finora non mi sono mai accorta. Se n’è accorto sempre Lui, semplicemente tenendo in braccio la Princi e avvicinandosi alla sua testolina. La temperatura ha cominciato a salire lunedì sera, dopo una giornata in giro alla fiera insieme alle amichette di pancia: insomma, come mi è successo in tante altre occasioni, al divertimento segue sempre una mazzata. Ci siamo barcamenati fra 39° e 38° per un paio di giorni, abbiamo sperimentato l’ebrezza della supposta e abbiamo stipulato una convenzione con la ditta produttrice di salviette umidificate per pulirle il nasino intasato. Ma, soprattutto, la febbre della Princi è stata utile a me: abituata a trascorrere tanto tempo con lei, mi sono resa conto che in realtà quello passato assieme finora era tempo fittizio. Facile è infatti uscire a passeggio; più difficile ma anche più “vero” è il tempo che si trascorre a stretto contatto. E così mi sono resa conto una volta di più di quanto sia innamorata di lei, di quanto sia spaventoso e bellissimo sentirsi avvinghiare dalle sua braccine in cerca di conforto e protezione, di quanto sia splendido vederla osservarmi e ripetere i miei gesti. E così in questi giorni, strano a dirlo, è come mi fossi riposata: riposata dal lavoro e da qualsiasi pensiero che non fosse lei per vederla scoprire nuove cose, aprirsi in nuove espressioni. Tanto che ieri, mentre la stringevo e ascoltavo la Nannini cantare “Amor che bello darti al mondo”, mi sono rivista in sala parto, con lei vicino al mio viso per la prima volta: e mi son messa a piangere di felicità.
 
F come frigna: come dicevo, un conto è sentire un sottofondo lamentoso h 24 sapendo che un motivo c’è, un conto è sentire un sottofondo lamentoso senza che ce ne sia ragione. Impossibile resistere: mezzo minuto di frigna equivale a una settimana di pianto martellante. Quando poi la frigna si manifesta giusto la sera, quando si è finalmente tutti insieme, si deve/vuole cenare e si potrebbe giocare un po’ prima di dormire è davvero massacrante. Le ultime settimane sono state così: vuoi per i denti, giustificazione che sfoderiamo a ogni occasione ma che non sempre regge, soprattutto se non supportata da nuovi arrivi nella boccuccia di rose; vuoi per mammite/babbite acute. E giù sensi di colpa. Che, dopo questa settimana di influenza, si sono dissolti; ma speriamo che ora non si sia troppo abituata a essere coccolata, tenuta in braccio, consolata e…addormentata nel lettone.

martedì 27 novembre 2012

Hannibal vs. Rocky


Devo scrivere, altrimenti se ci penso scoppio a piangere. Così come se mi fermo a guardarla, soprattutto ora che dorme ed è più indifesa che mai.

Tra tutti gli incidenti a cui avrei pensato, questo era proprio in fondo alla lista; anzi: nella lista proprio non era contemplato. Ma va da sé: e a questo proposito si potrebbe sciorinare un bel rosario di luoghi comuni tipo «i bambini sono imprevedibili», «bisogna avere cento occhi», o il fantasmagorico «ma son bambini». Già, però…
Però stamattina arrivo in ludoteca, tutta pimpante perché la Princi è insolitamente (per questo periodo) tranquilla: svegliata alle 7, mi ha permesso di sistemare la casa, ha fatto merenda, un pisolo mentre mi preparavo. Insomma: un gioiellino.
 
Ammasso i nostri giubbotti sulla montagna di altre giacche che già occupano il mini-guardaroba, sistemo le borse in un angolo con la complicità di un’educatrice che intrattiene la Princi mentre mi infilo i calzettoni con Snoopy. Prelevo il fagotto e la appoggio a terra per farla camminare lasciandomi trasportare da lei verso ciò che più la attrae.

Si distrae guardando un collega che gioca a pallone con il nonno e mi distraggo anche io pensando che quello che sta correndo nella sua direzione, le braccia aperte, voglia semplicemente abbracciarla.

Abbracciarla, non strozzarla. Abbracciarla, non mangiarla.

Quando vedo che la morsa si prolunga cerco di aprire le braccia a ganascia e, nel frattempo, si precipita anche la mamma dell’amante irruento. Troppo tardi: credo lei sapesse cosa stava succedendo, io purtroppo no.
 
Da dietro la Princi non sono riuscita a vedere che il biondino non era propriamente un dolce principe azzurro ma piuttosto un piccolo Hannibal Lecter che al posto di schioccare un bacio sulla paffuta guanciotta della Pallina l’ha assaporata con un bel morso sul labbro. Come dire: non stiamo a perder tempo in smancerie.
 
 
Un attimo e in ludoteca sembrava essere scattato l’allarme antisismico. Con la Princi in braccio e urlante non sapevo (urlante a mia volta) dove girarmi finchè non mi ha “presa” l’educatrice di poco prima per portarmi in una stanzetta per sciacquarla e disinfettarla. Non fosse stato per lei sarei corsa dal pediatra, al pronto soccorso: soprattutto, me ne sarei andata, e in lacrime. Ma, a pensarci, non sarebbe stata una soluzione: come quando cadi dalla bicicletta e devi tornar subito in sella.
Così, appena ci siamo riprese (io in particolare), abbiamo cominciato a giocare, ma con fare molto circospetto: ad ogni bimbo/a che si avvicinava oltre la soglia di sicurezza, la Princi faceva scattare l’allarme antimorso. Me la sono stretta come non mai, e lei si abbandonava sulla mia spalla in cerca di protezione: una protezione che non ho saputo garantirle.

Per la serie: una mamma lo sa.

Una mamma lo sa che dovrebbe tenere gli altri bambini sott’occhio, che un abbraccio troppo prolungato può essere un morso, … invece io non l’ho saputo e non ho saputo difenderla.
La guardo: con il bozzo sulla testa (risultato di una lap dance poco riuscita intorno alla gamba del tavolo) e il labbrotto tumefatto sembra Rocky Balboa in cima alla scalinata; ma da lì, lei non urla «Adriana» ma chiama mamma. E io mi sento uno straccio: sento che avrei dovuto prevedere, che non ho saputo difenderla, che ora (fra l’altro) mi sentirò addosso il giudizio di nonne e parenti vari.

Oggi, che finisco di scrivere, è un nuovo giorno.
Come accade sempre quando si fa male, la Princi ha superato subito il dolore mentre io continuo a sentire un tremito interiore che non si placa. Sono avvilita, ancora sconvolta e piena di dubbi tra cui uno che da tempo mi pongo:  qual è il limite tra l’avere fiducia negli altri e pensare che possano farti del male? E penso pure a quando tornerò in ludoteca: non voglio vestire i panni dell’untore, ma a chi già ieri mi chiedeva se fosse caduta rispondevo sottovoce che no, era stata morsa: perché seppure non ritengo giusto ghettizzare nessuno, penso anche che sia giusto per gli altri genitori sapere ed evitare una piccola tragedia.
 
 
Tragedia che, come dicevo, la Princi sembra aver metabolizzato già poche ore dopo: a parte una buona dose di mammite e babbite, è quella di sempre, pronta a spalancare i suoi occhioni per vedere meglio le decorazioni natalizie di cui ho iniziato a cospargere la casa, a ridere a crepapelle se le si mangia il panciotto e a sorridere teneramente facendo naso-naso.