Lettori fissi

sabato 31 dicembre 2011

bilancio di fine anno



Visti i cenoni, pranzoni, panettoni e pandoroni, questo può essere benissimo definito tempo di bilance. Ma per oggi, anche se ovviamente ci ho pensato, non voglio scriverne: intendo essere molto più banale e quindi affronterò il periodo come tempo di bilanci. Il primo aspetto su cui soffermarmi e a cui avrei voluto dedicare un intero post, salvo che in parte ne ho già parlato in uno di quelli con cui ho aperto il blog, è che ho scoperto l’insospettabile: la gravidanza è come la prova del fuoco. Non mi son confusa con il programma della Clerici, che pure da quando sono in trasferta seguo quotidianamente: intendo che – come già avevo scritto - i nove mesi che si immaginano speciali, pieni di gioia, felicità e accudimento collettivo, si possono trasformare in solitudine cronica, dai molteplici aspetti di cui il più difficile da comprendere è quello che, forse, gli altri applicano a scopo terapeutico come isolamento preliminare perché «tanto dopo non uscirete più». E mi fermo qui.

Com’è stato il 2011? Ricco, variopinto, sorprendente, a tratti deludente e certo inaspettato.

Svolgendo mese per mese il calendario a ritroso, mi fa un certo effetto pensare che nei giorni in cui potrebbe arrivare la principessa esattamente dodici mesi prima ero a Venezia per l’ultima missione di studio da dottoranda: un’esperienza che ho rimandato di anno in anno ( e ne son passati tre) prima di decidermi perché costretta. Detesto Venezia, il fatto che sia sull’acqua, il modo in cui si approfitta dei turisti, in cui spaccia la sua eternità, la sua spocchia. Per me, quindi, è stata una vera prova di forza; ma, a pensarci ora, è un’esperienza che rifarei: per le persone che mi ha permesso di incontrare, per la visita a Ca’ Pesaro che – sebbene in gran parte chiuso per restauro – mi ha incantata, per le biblioteche e archivi che ho frequentato, per essere sopravvissuta.

L’evento principale a cui ho poi rivolto tutte le mie energie costringendovi anche Lui, i gatti, il resto della famiglia e gli amici è stata la discussione di fine dottorato. Una sofferenza arrivarci, condita dalle ultime due notti in bianco (e non è un modo di dire), con i mici Billy e Degas che hanno vegliato con me aiutandomi a rileggere e correggere le mie 600 e passa pagine di tesi prima di portarla in tipografia, ancora sgocciolante del caffè bevuto in tutte quelle ore. Ma ne è valsa la pena: è stata una fatica integralmente mia e che ora, a rivederla, mi riempie di inutile orgoglio visto che speravo di poterla meglio sfruttare e che potesse interessare maggiormente studiosi e affini. Ma l’inutilità si infrange al pensiero che, nel bene e nel male, per tre anni mi son potuta dedicare a ricerche e approfondimenti su temi a me cari, che ho conosciuto un mondo di studiosi (non molti, in realtà) disponibile più di quelli che mi circondano nell’immediato e mi ha permesso di frequentare – lo ripeto – archivi e biblioteche in cui i “comuni mortali” solitamente non entrano, aprendomi le porte dei magazzini degli Uffizi e del Corridoio Vasariano: non lo dimenticherò mai. Così come non dimenticherò il sostegno, l’affetto, la commozione e la partecipazione di chi mi ha accompagnato e ha festeggiato con me questo traguardo.

E forse già mentre finivo di rileggere la tesi e la discutevo è iniziato il suo viaggio. In quei giorni un profondo senso di nausea mi accompagnava ma ne davo la colpa all’agitazione per la scadenza e per il pensiero di affrontare una commissione sconosciuta quindi chi potrà mai sapere se la principessa è già stata protagonista della sua prima sessione di laurea o meno? L’annuncio ufficiale lo abbiamo avuto a inizio giugno e da allora in poi molti sono stati i sentimenti e gli stati d’animo che si sono incrociati: timore di perdere ciò che sono, come sono e quello che ho; timore di non essere all’altezza e di cadere vittima del «si fa così» proveniente da persone all’apparenza più esperte; ma pure e soprattutto tanta felicità e stupore inaspettati: perché dopo ciò che era stato e avevamo vissuto non pensavamo potesse succedere così, all’improvviso, come un vero, mirabolante miracolo: proprio il caso di dire la vita che sconfigge ed è più forte di ogni cosa.

Quindi il bilancio dei mesi successivi è fatto sì di paure verso la bilancia, ma soprattutto di scoperte: scoperte continue e inattese sulle reazioni delle persone che, ne sono certa, continueranno a stupirci. Perché siamo solo all’inizio. Credere possibile che siano già passati 9 mesi da quando ho mostrato quella specie di termometro con due lineette a Lui che, ovviamente, non capendo di cosa si trattasse, è rimasto indifferente a giocare al computer e sentirlo ora, quando mi dice che quasi si mette a piangere se gli dico che la principessa è un bel manzetto … tutto ciò sembra ancora irreale, impossibile, stupefacente. Certo: che l’arrivo della bimba ci “costringesse” a intraprendere lavori talmente lunghi da farci sentire degli immigrati precari per così lungo tempo proprio non lo immaginavamo: ma chissà, forse anche questo periodo ha un senso. Solo che temo il momento in cui, totalmente disabituata ai lavori domestici, mi ritroverò in casa stile mamma canguro, con bimba in braccio e scopettone in mano… Ma intanto, buon anno a tutti!

giovedì 29 dicembre 2011

più trentasei (settimane), meno ventotto (giorni)



Il countdown è partito: quelli per i lanci della Nasa in confronto sono nulla. E pare che anche Lui cominci, finalmente, ad essere pervaso – consciamente e/o inconsciamente - dall’ansia. Se l’altra mattina si è infatti affacciato alla porta della camera apostrofandomi sorridente con un «Meno trenta!» facendomi sorgere il dubbio che questo conto alla rovescia avrebbe accompagnato ogni avvio delle mie giornate da ora sino a fine gennaio, stamattina mi ha raccontato di aver sognato la nascita della principessa: nel letto di casa e già con la tutina addosso. Ma più della stranezza del sogno mi ha colpito il fatto che abbia sognato, o almeno che si sia ricordato quelle immagini dato che di solito ai miei racconti delle mirabolanti avventure oniriche corrisponde un suo «Io non sogno mai». Potere della bimba.

Bimba che, ieri, ha confermato la sua maliziosa furbizia. Alle 7.30 infatti è cominciato il tour de force del pre ricovero: prelievo, misurazione della pressione, controllo del peso («Quanto pesavi all’inizio della gravidanza? Oh, io non pesavo così neppure da bambina» disse una delle ostetriche più magre del reparto); e poi visita con il primario, elettrocardiogramma, ecografia e monitoraggio. Il tutto si è concluso nella bellezza di sei ore e mezza in cui il sedere mi è diventato quadrato e quando cercavo di muovermi per sgranchirmi un po’ alla fine avevo un fiatone che neppure Pietro Mennea. Comunque le lungaggini non sono state dovute alla prolissità dei singoli controlli, anzi: a un’ora di sala d’aspetto ha corrisposto un elettrocardiogramma di mezzo minuto al termine del quale avrei voluto spiegare all’infermiera che, a quel punto, vista la crisi globale, sarebbe stato il caso di risparmiare gli skotchini che ha tolto non appena finito di applicarli.

Per il resto, se l’aspetto maggiormente rassicurante della mattinata è stato condividere quest’esperienza con altre navicelle in fase di allunaggio, la cosa più curiosa è stato l’altalenare di opinioni sulla possibile grandezza della bimba, affiancate da costanti valutazioni sulla pochezza della mia pancia. Se secondo il primario e la mia ginecologa il perfetto andamento della crescita si sposerà comunque con una prosciuttina piuttosto smilza («Meglio così»: sentenziarono la solita ostetrica e la dottoressa), secondo l’ecografista al momento la principessa peserebbe 2,5 chili. Gulp: in tre settimane è passata da 1,8 a 2,5? Ma nemmeno l’incredibile Hulk! o, almeno, c’è da sperare che pandori e cioccolate di questi giorni siano finiti sui suoi piuttosto che sui miei fianchi. Forse con l’intenzione di rassicurarmi - ottenendo invece come risultato una fitta diffusa nelle parti basse che saranno coinvolte nel magico evento – il medico ha sentenziato che arriverà ai tre chili. Cavolo: in realtà ci speravo che fosse un po’ più piccola come mi avevano detto solo qualche ora prima, dato che – “Senti chi parla” docet: «Provi lei a far passare un melone attraverso un buco grande come un limone!».

Comunque ora il dubbio resta: a chi credere? E su quale taglia di body e tutine puntare? In realtà il borsone, nuovo fiammante, capiente e dotato di rotelle antifatica, è già pronto con tutto il necessario per lei; che, ieri, ha ricevuto un nuovo regalino: le sue prime scarpette sportive da sera, bianche con strisce rosse scintillanti e faccione di Minnie. E, per collaudarle, il papi sarà costretto a portarci a ballare.

martedì 27 dicembre 2011

mamma con i calzettoni, principessa con collant



E alla fine son passate. E sono sopravvissuta. Non è stato male come pensavo, ma un po’ per innato pessimismo un po’ perché ho ricevuto tante batoste e delusioni, preferisco prefigurarmi tutto nero per poi potermi ricredere. Certo, non è stata una passeggiata e questo per svariati motivi: da una parte per l’invasione di piatti e porzioncione che ho visto sfilare davanti ai miei occhi ma che, come ovvio, ho evitato, tanto che in realtà confesso di aver mangiato anche meno che in normali giornate di gravidanza... A parte ieri e a parte per i dolci: e questo perché ieri ero più rilassata (tanto che ho anche abbozzato una cena di verdura: impensabile per me!) e perché sono molto golosa di panettoni e pandori farciti (se dobbiamo farci del male, facciamocelo seriamente!), gubane e cioccolata. Ma poi anche perché – e da questo è in parte dipeso il suddetto ipercontrollo – la principessina in questi giorni è diventata un po’ fastidiosa. A parte avermi tirato un calcione nella schiena e farmi venire costanti crampi al sedere (mai sentito parlare dell’insorgere di questa “complicazione” dei nove mesi!) per due giorni ha piantato un piedino santo giusto sul mio stomaco, l’altro sui polmoni. Pur senza seguire i corsi di aerobica di Jane Fonda, ultimamente vado spesso in iperventilazione: basta solo che parli con un minimo di enfasi in più e devo fermarmi per tirare grossi sospiri sospirare facendo forse nascere nel mio interlocutore il dubbio che mi stia annoiando alla morte. E magari a volte è vero. Ieri sera, poi, chissàdio come si era rinvoltolata, visto che per passare dalla mia vecchia cameretta alla stanza da letto (due metri) arrancavo come la lumaca di Pinocchio per una fitta alla schiena… Quindi in questi tre giorni trovare la posizione giusta per stare a tavola o conversare è stata un’impresa: il pezzo forte è stato alzarsi dai divani: se non ci fosse stato Lui a darmi la spinta da dietro sarei ancora lì.

Il tutto peraltro, succede quando ormai è decisamente lei la protagonista delle feste e ne sono ben felice: oltre a rientrare nell’ordine naturale delle cose, è anche un modo per sganciarmi/ci dai regali: ammetto che negli ultimi anni, gli unici che mi siano realmente riusciti graditi sono stati quelli degli amici, e solo per il fatto di essere inattesi. I regali che ha ricevuto la pallocchina, poi, sono decisamente deliziosi e confermano che sarà proprio … figlia mia. Se io ho ricevuto due paia di calzettoni antiscivolo rigorosamente di lane iper pesante, a lei è toccato il primo paio di collant rosa con gufetto sul culetto che non vedo l’ora di infilarle sotto il vestitino grigio che la zia ha già inserito nel suo guardaroba da un mesetto. E poi un pigiamino con maglietta strabordante di Snoopy e una tutina che, quando la indosserà, faticheremo a distinguerla dai gatti: ma per fortuna, essendo taglia 0-3 mesi, a quel tempo ancora non andrà a quattro zampe e quindi, forse, sarà un po’ più semplice riconoscerla.

Inevitabile, in questi giorni, pensare a come saremo fra un anno: visto come stanno andando i lavori di casa, che non ci permettono di fare previsioni sul nostro rientro, meglio infatti pensare a un futuro più lontano. E così ci siamo visti accoccolati sul divano, davanti a un cartone animato natalizio, con principessa e principini pelosi fra noi. Inutile dire che ci siamo inteneriti fin quasi alle lacrime.

venerdì 23 dicembre 2011

so this is Christmas...con annessi e connessi



Bene: questo post ha cominciato a formarsi nei miei pensieri stanotte, verso l’una, quando già da un pezzo mi ero svegliata e non riuscivo a riprendere sonno. Così mi sono alzata, sono andata sulla poltrona in cucina e ho iniziato a leggere due riviste accanto al gatto Degas che sembrava aver perfettamente capito il mio stato d’animo. Anche lei, purtroppo, credo l’abbia capito. E mi dispiace pensare che, purtroppo, stando così le cose, erediterà il fardello di ansia e angoscia con cui convivo da sempre: a patto che la serenità e pacatezza di Lui non riescano – come spero – ad avere il sopravvento.
Tra il mal di stomaco e le preoccupazioni per la cena di stasera (preoccupazioni che inglobano il “come andrà” e il “spero di non mangiare”: troppo è un avverbio che si può anche omettere tanto il risultato è uguale) la notte l’ho passata quasi in bianco. Eppure intorno a me ci sono tanti segni che mi riportano al Natale di quand’ero bambina: i film di Stanlio e Ollio in televisione, l’albero (però senza presepe per non trovarci come personaggi supplementari due gatti-pastore), i profumi che tra qualche ora inizieranno a invadere casa.
Ma lo spirito natalizio mi è distante, e avrei tanto voluto non fosse così, soprattutto quest’anno. E’ l’ultimo anno in cui siamo una coppia, avrei desiderato qualcosa di speciale: una cena a casa nostra con gli amici simile a quella dello scorso anno, un Capodanno divertente in gruppo o con un romantico tete a tete… invece siamo ancora come desaparecidos e ormai ci stiamo rassegnando all’idea che la principessa nascerà in trasferta. Indipendentemente da quando riusciremo a finire le pulizie (che, per inciso, devono ancora iniziare), non potremmo rientrare a casa perché la caldaia ha smesso di funzionare poche ore dopo la sua accensione e i pezzi di ricambio – grazie alle feste –arriveranno appena dopo la Befana. Insomma: per ora l’unica tranquilla è proprio la principessa, ancora serena e sgambettante dentro la sua roulotte che, invece, tanto tranquilla non è. Ma tanto per far qualcosa di utile, ieri sera ho finalmente portato in trasferta anche il borsone per l’ospedale per riempirlo e scoprire in breve che è comunque troppo poco capiente rispetto a ciò che dovrebbe contenere: quindi ne dovrò prendere uno nuovo.
Intendiamoci: in definitiva questo “ritorno in famiglia” tanto male non è: mi risparmia tutti i lavori di casa e ho sempre qualcuno con cui parlare. Ma, ho pensato ieri, potrebbe rendermi ancor più difficoltoso il passaggio da pensare per uno a pensare per due: una cosa che in qualche modo è già successa con l’inizio della convivenza. Ma Lui, grazie al cielo, nonostante certe pecche e abitudini contrastanti, era autosufficiente. Qui, invece, si tratterà di pensare a qualcuno che senza di te proprio non ce la fa perché non può farcela, di qualcuno a cui devi badare 24 ore al giorno 7 giorni su 7. E la cosa, insieme ai dolori del parto, comincia a spaventarmi: più del cenone di stasera.

giovedì 22 dicembre 2011

cenoni, pranzoni e...magoni



Insomma: quest’anno speravo di svangarla e invece… E invece eccomi qui con le mie solite paure, anzi, terrori, al solo pensiero di dover affrontare le tavolate delle feste.

Potrei godermela e dirmi «Chissenefrega: quest’anno siamo in due e mangio almeno per una». Invece sono letteralmente impanicata per il fatto che di solito, gli anni scorsi, mi “preparavo” a questi appuntamenti imbottendomi solo di verdura mentre stavolta il problema è uno: ho fame. E quindi credo non riuscirò a stringere la cinghia più di quanto non tenti di fare.

L’incredibile è che più mi sforzo a convincermi che non ho fame, che posso benissimo tirare da pranzo fino alle cena alle 22 senza sgranocchiare nulla, più cedo. Una volta non funzionava così; si è inceppato il meccanismo. La scorsa settimana ero in realtà un po’ preoccupata perché mangiavo poco, non capivo di cosa avessi voglia e questo mi sbalestrava soprattutto riferito alla colazione dove mi “sarei potuta concedere” qualcosa di più succulento (Nutella in primis) rispetto al solo yogurt. Ora invece ho di nuovo fame, e tanta: naturalmente, secondo i miei parametri di giudizio.

Sto iniziando a pensare a cosa e quanto mangerò nelle varie feste, a come bilancerò quello che avrò mangiato … certo: non è vita, non è normalità, non è neanche un modo per cercare di inculcare preventivamente alla principessa qualche sano principio su come affrontare le situazioni. Già, perché in uno di questi appuntamenti attorno al tavolo, il fatto di non voler mangiare è palesemente un rifiuto di chi mi sta di fronte, di una situazione che mi farà sentire a disagio; e a poco varrà la scusa che siamo in due e siamo stanche quindi dobbiamo congedarci presto: l’onda di malignità ci seguirà a chilometri di distanza.

Vorrei essere diversa, vorrei pensare e vivere diversamente; vorrei che il mio unico pensiero in questi giorni fosse il ricordo di ciò che ha detto Lui ieri all’inizio dell’incontro preparto con i papà dopo essersi dato un’occhiata in giro: «Certo che a te manca ancora metà pancia!».

p.s: se ci mettiamo anche che immagini come quella che ho scelto per aprire il post mi suscitano il senso di armonia e serenità che ho sempre cercato nel Natale e invece tutto questo non lo sento… allora sì che c’è da darsi martellate sulle dita dei piedi!

martedì 20 dicembre 2011

spigolature, ovvero: cosa cavolo stai dicendo?


In questi giorni una folla di pensieri violenta la mia mente: già, proprio violenta, dato che rende il mio sonno costantemente agitato impedendomi – se mi sveglio a metà notte – di tornare fra le braccia di Morfeo. Quando capita così, ricordo sempre le parole di un’amica: è come se la mia testa fosse una radiolina che si accende appena apro gli occhi e si spegne solo quando mi addormento.

Siccome non ho voglia di pesantezze, riporterò solo le cretinate che fanno compagnia alla crescente ansia preparto di cui ormai sono preda e che, per fortuna, trova un solido sbarramento nella placida serenità, quasi indifferenza, di Lui: «e vabbè! – direte - bella forza: mica toccherà a lui sopportare giornate di travaglio, dolori lancinanti che ti portano a sbatter la testa nel muro per sentire il dolore in una zona diversa dal ventre, o rotolarsi nel letto per trovare il punto esatto in cui non percepire il ricamo a punto croce di cui ti hanno impreziosita». In effetti è vero: tanto che mi pare di non esser presa molto sul serio neppure ora, quando dico che non riesco ad allacciare le scarpe, che ho il fiatone se parlo con troppa enfasi, che non dormo perché qualcuna imita la Sirenetta in uno spazio ampio meno di un bidet o quando sono costretta a sedermi se ho salito la rampa di scale verso la cantina per metter le ciabatte e subito dopo quella che porta al bagno del primo piano per lavarmi i denti.

Comunque continuo a chiedermi perché in tanti mi hanno rimproverata, all’indomani dell’apertura del blog, per le mie paranoie sulla pancia o per il fatto che parlassi del fagottino in arrivo come “pancia”. Sono sempre più convinta che le mie paturnie (reali, per carità! e pure persistenti) si sposino alla perfezione e vengano ben concimate dal senso comune e dalle boutade più o meno sconvenienti di chi si incontra. Due esempi.

1              «Quanti chili hai messo su?» Ora, a prescindere dal fatto che personalmente non lo chiederei mai a nessuno così come non mi sognerei mai di commentare l’eventuale e pur visibile ingrassamento o dimagrimento di chi mi sta di fronte, le opzioni di risposta sono molteplici: la verità, la verità camuffata (dichiarare meno chili del vero) o, risposta più sincera ma poco applicabile:«ma che c… te ne frega???». Non capisco infatti cosa cambia una volta che l’interlocutore ha ottenuto la risposta: sei una brava mamma se ne hai messi su di più (come sostiene la nonna-bisnonna, a cui la mia pancia «fa pena»: parole testuali), o sei la paziente modello per i ginecologi se non hai sforato la mitica soglia dei 9?

2             «Eh: adesso la pancia si vede!» e grazie al cavolo: sto pure per partorire!!
3         «Se è così, allora desso devi star attenta al mangiare» già sto pensando che questi nove mesi di grazia stanno finendo e tornerò alla mia solita routine, ti ci devi mettere anche tu a ricordarmelo?? E poi me lo devi dire proprio ora che il mio desiderio di dolci ha raggiunto lo zenit? E, per finire: da quando hai conseguito una laurea in dietologia o, eventualmente, in psicologia tali da darti il diritto di sederti alla mia tavola o inculcarmi pensieri che alimentano quelli di sacrificio e digiuno che già ho?
Altre “perle” di curiosità da mercatino rionale al momento non me ne vengono in mente. Negli ultimi giorni sono stata però dilaniata da un pensiero. Adoro il Natale, nonostante la malinconia che mi mette addosso; mi manca, quest’anno, non aver frequentato di più i centri commerciali e i centri cittadini alla ricerca di regali che hanno ceduto il passo al senso di responsabilità per tutte le spese affrontate per la casa. E così mi ha lacerato il desiderio di fare qualcosa per me, di curarmi in vista dell’arrivo della pallocchina in modo che il suo primo pensiero non sia di terrore per la trascuratezza del mio aspetto. Dopo varie riflessioni interiori e andirivieni di sensi di colpa, mi sono detta: ma sì, ne va del suo bene (grazioso alibi, non vi pare?). Per cui stamattina, accompagnata dalla mamma-nonna, ho comprato una maglia vestito da indossare a Natale, rigorosamente non premaman e non troppo vergognosamente aderente; domani invece mi concederò una seduta di pulizia viso, allettata dalle offerte promozionali del centro estetico annesso alla palestra ed estremamente bisognosa di coccole in vista delle ansie e rotture di scatole che dovrò forzatamente sopportare in alcune occasioni nei prossimi giorni. Per finire, venerdì, ci sarà il passaggio dalla parrucchiera: devo proprio dare una sfoltita a questo ciuffo di capelli che, se rimanesse così, ingombrandomi la fronte mi impedirebbe di incrociare come si deve il primo sguardo di mia figlia.

mercoledì 14 dicembre 2011

Christmas blues?


Ormai siamo alle ultime battute. Il bagno è quasi a posto e restano da pitturare due sole stanze. Scrivo mentre faccio da apriporta al termoidraulico, venuto a sistemare l’ultimo termosifone e ad avviare la caldaia. Mentre lo aspettavo ho smistato un po’ di immondizia (per molti la raccolta differenziata è ancora un mistero tipo Atlantide), ho spazzato e tolto lo scotch dai battiscopa e dalle porte del corridoio. Ora sono seduta su un angolo del divano: davanti a me il tavolo sormontato da pile di libri oltremodo polverosi, a destra la mensola in vetro che aspetta di essere appesa sopra il lavandino, per terra a sinistra i cassetti del mobiletto dell’ingresso smontati e pronti a prendersi anch’essi una buona dose di polvere. Quello che potevo fare, per oggi, l’ho fatto, a parte alcune commissioni fra cui prendere appuntamento con la parrucchiera per darmi una rassettata in modo che la bimba, appena mi vedrà, non decida di tornare da dove è venuta. Quindi, in attesa che l’operaio concluda (e chissà Dio quanto ci vorrà) mi son seduta davanti al computer; a far nulla.

Perché proprio non ho voglia.
 
Alle 14 ho un appuntamento di lavoro al mare: già, il mare d’inverno, situazione di per sé malinconica che potrebbe far precipitare ulteriormente il mio umore. Non so se ci andrò: sia perché non so fino a che ora dovrò fare il segugio, sia perché sono stanca, tanto, enormemente: anche se mi sono alzata alla stessa ora di tutte le mattine e la notte è trascorsa con il solito andirivieni di veglia e sonno alternate ai ruzzolamenti della principessa. Almeno si diverte, lei.

Non so perchè oggi son così: sarà che di questo periodo di lavori in casa ciò che più mi è pesato è stato proprio salire in auto per venire ad aprire ai lavoratori di turno (e chi li conta più); sarà che più guardo la casa e più mi convinco che sarà impossibile ridonarle un aspetto vivibile entro il 2020; sarà che il Natale si avvicina e ancora lo vedo indefinito; sarà che penso a quanto adoro il consumismo festaiolo e a come mi piacerebbe andare per centri commerciali a scegliere regali e regalini mentre sono bloccata dai lavori, dall’enormità delle ultime spese e pure dalla stanchezza; sarà che il Natale mi favorisce sempre un mood piuttosto malinconico, che mi porta a ripensare ai natali di quand’ero bambina: perfetti appena mi vengono in mente, ma a ben vedere anche quelli screziati dai nervosismi perché il tacchino non è riuscito abbastanza bene, il brodo è insapore, lo spumante non abbastanza freddo e, allora come oggi (ma ora molto di più perché, purtroppo, capisco) venati da impercettibili malumori per rapporti costretti.

Ecco: ho sempre sognato il Natale della famiglia del Mulino Bianco o del panettone Motta (tanto per non fare nomi); poi, ogni anno, ci si ritrova a fare i conti con il non detto e il non fatto di un intero anno, con aspettative che non si sa dove andranno a parare (legate, in questo caso, al Capodanno, al rientro in casa, a come starò e se lei deciderà eventualmente di farsi conoscere prima) e con mille impegni da assolvere nelle ultime 24 ore che precedono il 25 dicembre. Perché, come per il matrimonio, per quanto ci si muova in tempo, si facciano tabelle di marcia e la data X rimanga costante, il Natale ci coglie sempre impreparati.

lunedì 12 dicembre 2011

aerobica con rullo


Oggi mi sento proprio un’ameba: è per questo – oltre che per effettive impellenze di lavoro – che passerò tutto il pomeriggio al computer, slungata sul lettino con il gatto Billy al mio fianco. Colpa mia, è chiaro: perché ieri ho voluto strafare ed emulare Michelangelo: con la differenza che lui, per dipingere la volta della Sistina, rimaneva sdraiato e immobile per più e più ore senza peraltro toccare il soffitto con la pancia. Noi, invece, per dipingere e riempire di scotch i mobili di casa, salivamo e scendevamo dalla scala: con il risultato che oggi mi sento come se avessi fatto una lezione di GAG, attività peraltro in pole position fra quelle di cui sento maggiormente la mancanza in questi mesi. Rullo in mano e pennellino attaccato sulla navicella, principessa e io abbiamo deciso di dare il nostro contributo per accelerare i tempi del “Ritorno a Cold Mountain”: e così, mentre Lui insieme al futuro zio montava il mobile del lavandino per quasi completare il bagno, noi abbiamo ridipinto il corridoio.

Ora: il nostro appartamento è stato fin da subito una casa dei cartoni animati. Quando lo stavamo sistemando per il nostro primo ingresso, innescavo il divertimento nella famiglia presso cui facevo la baby sitter descrivendo l’azzurro puffo della camera, il giallo Titti dell’ingresso e il rosa Pantera Rosa del soggiorno, ovviamente passando per il lilla tenue della cucina. Adesso l’atteggiamento multicolor è rimasto ma sono leggermente cambiate le tonalità. Nello specifico il corridoio, per favorire un graduale ingresso in quello stagno con ninfee che sembra il bagno, è stato dipinto di verde. Il risultato finale, con la pittura asciutta, lo vedrò solo domani. Le prime impressioni sono quelle di un asettico ambiente ospedaliero, da sfruttare nel caso di iper-agitazione della bimba per cui, in caso di pianti acuti, prima di ricorrere all’esorcista, tenteremo di placarla percorrendo quei due metri di spazio. Un problema potrebbe porsi per noi quando al mattino uscendo dalla camera, invece che svegliarci pienamente, veniamo investiti dal rilassamento indotto dalla tonalità delle pareti costringendo i gatti a prepararci la colazione e, chissà, magari a uscire di casa al posto nostro.

Comunque, a prescindere dalla stanchezza di oggi, preannunciata da “gambe a budino” già nella serata di ieri (in cui però, come non accadeva da tempo, son riuscita a vedere un film per intero senza pisolare), stanotte sono riuscita finalmente a dormire: saranno state anche le gocce di melatonina che mi ha passato la dottoressa; ma preferisco credere che sia stata la soddisfazione di aver cooperato all’ultimazione dei lavori. Soddisfazione non da poco, riuscire a pitturare alla 33esima settimana. Così come quella di farsi una doccia serale bollente per scrollarsi di dosso le gocce di pittura che mi rendevano tanto simile a uno dei Visitors.

pancia a fisarmonica



Sinceramente non ne ho mai sentito parlare. Quindi, potrebbe essere che Principessa e io entriamo nel guinness dei primati come primo caso al mondo. Si tratta della pancia. Non l’ho notato solo io, ma pure la mamma-nonna: al che, uno potrebbe dire che ogni scarrafone è bello a mamma sua. Può darsi. Comunque, ciò che abbiamo notato è che la mia è un tipico esemplare di “pancia a fisarmonica” o “ a scomparsa”. Che segua le fasi lunari, le condizioni meteorologiche, o che si impressioni alla visione delle ultime puntate di CSI, fatto sta che la pancia cala e riappare a seconda dei momenti della giornata. Abbiamo infatti coralmente appurato (ripeto: la mamma-nonna, io, Lui e pure la nonna-bisnonna, costantemente impressionata dal fatto che «guardandoti da dietro neanche si direbbe che sei incinta») che al mattino l’ingombro è minimo - forse perché la principessa ancora non ha preso stanza nella sua dimora e posa abituale; verso pomeriggio-sera c’è il massimo exploit, ancor più evidente quando mi semisdraio sul mio vecchio lettino per guardare la tv (e qui lei si sbizzarrisce facendomi svegliare al suono del mio stesso russare); mentre appena a letto, tac: scompare quasi del tutto. Poi capisco: forse, data la difficoltà con cui mi alzo, dal davanti si sposta sulla schiena facendomi assumere le sembianze di un cammello. Per fortuna quando mi alzo le luci di casa sono ancora spente.
Come si potrà immaginare, non è che sia preoccupata per le dimensioni apparentemente troppo esigue del mio “davanti” anche perché, nonostante tutto, lei cresce a spron battuto, permettendomi comunque ancora di riuscire a tagliarmi autonomamente le unghie dei piedi, a piegarmi a terra con una discreta agilità e a entrare nei miei vestiti, jeans compresi, per cui il mio guardaroba ha conosciuto i reparti premaman solo per aggiungere nel cassetto qualche reggiseno e pancerona sostieni melone.

Come dicevo, peraltro tutto procede nel migliore dei modi. Mercoledì scorso siamo stati a fare il controllo mensile: ormai pesa 1,8 kg (e si sentono tutti) ma rimane il mistero sulla lunghezza dato che continua a cimentarsi in contorsionismi tali da persuaderci a contattare il circo Togni per un ingaggio prenatale. Difficile, dunque, sapere se le sue misure siano già 90-60-90 (ma, sul primo 90, vista la mamma, avrei seri dubbi). Fugate anche tutte le ansie che mi aveva instillato il comunicativissimo dottorino incontrato all’ultima morfologica: fitte e contrazioni son normali a patto che non mi costringano a piegarmi in due, per cui è confermata la fine di gennaio come data presunta dell’allunaggio.
Nel frattempo, visto che manca ancora un po’ di tempo (e ancora la borsa non è stata adeguatamente riempita: ci sono solo pigiami, tutine, mutandoni ammassati un po’ qua e un po’ la in tutta la camera) ho ancora qualche chance di shopping compulsivo di tutine, cuffiette e guantini, approfittando anche del fatto che – per il prossimo Natale – data la consistenza dei lavori a casa, abbiamo abolito quasi totalmente i regali a quarti: impossibile dire a terzi, visto che tre siamo noi e ci stiamo già applicando con piccole gratificazioni infiocchettate.

mercoledì 7 dicembre 2011

calci? no, triathlon



Lo avevo immaginato: era già successo anche in passato. La bellezza dell’essere precari è che a periodi di assoluta magra lavorativa, in cui saresti tu a pagare pur di dare un minimo senso alle tue giornate, si alternano fasi in cui devi saltellare da un incarico all’altro, meglio se di natura completamente diversa, con orari compatibili fra loro ma del tutto incompatibili con la possibilità di avere un po’ di tempo per sè. Quindi: ti può capitare di fare la cassiera al supermercato sostituendo il normale “Grazie, a Lei il resto” con un “Le ho già parlato della nostra offerta telefonica?”. Sono solo degli esempi, a me non è capitato proprio così: per fortuna ho sempre avuto impieghi con denominatori comuni come la scrittura e il computer o le sale di un museo, ma dovevo star attenta a non inserire la descrizione di un quadro di genere di metà Ottocento nella recensione dell’ultima rappresentazione di un balletto di danza contemporanea.

Insomma: lo avevo (anzi: avevamo) immaginato che a mesi di semi paralisi, in cui ho cercato di darmi degli obiettivi di ricerca personali da sviluppare sia durante la gravidanza sia nei primi mesi della principessa dando vita a pubblicazioni che fanno curriculum, si sarebbe sostituito un momento di offerte. Perché, devo essere sincera, finora nella sfiga del precariato, sono state di più le volte in cui mi hanno cercata piuttosto che quelle in cui sono andata a caccia io.

E così ieri ho avuto ben due incontri di lavoro: al mattino con degli amici artisti per un progetto nato nella mia testa e che sta prendendo corpo nella speranza di poter essere accolto e svilupparsi; la sera, con un nuovo e per me inedito gruppo di lavoro. Grazie a un amico sono infatti stata proposta come addetta stampa di una locale associazione di triathlon sport di cui, a dire il vero, non sapevo nulla finchè non sono stata contattata ma che, a ben vedere, risulta oltremodo metaforico delle difficoltà lavorative attuali. Come si conviene a un gruppo prettamente (leggi: unicamente) maschile, la riunione, finalizzata a puntualizzare alcuni aspetti in vista delle prossime gare e a farmi conoscere i membri attivi della società, si è svolta in una pizzeria fin quasi a mezzanotte fra discussioni più o meno animate in cui cercavo a volte di inserirmi e, soprattutto, di arrabattarmi fra gare adriaman, duathlon e acquathlon.

Ciò che ho capito in modo inequivocabile sono due aspetti:

1.         la fantasia dei genitori una quarantina di anni fa (età media dei partecipanti all’incontro) era molto inferiore a quella di oggi: su una decina di persone, la metà si chiama Marco: almeno così – come ha detto serafico Lui quando, dopo ventiquattr’ore che non ci vedevamo, stamattina gli ho raccontato l’esito della serata – chiamando un solo nome ho sempre la speranza che si giri qualcuno;

2.         la perspicacia maschile è sbalorditiva: solo al momento di alzarmi per andarmene, mentre infilavo il piumone, uno alla volta i miei nuovi colleghi si sono accorti di avere davanti una navetta madre; e, come sempre più spesso mi accade, ho provocato scene di sbalordimento collettivo quando ho dichiarato di essere all’ottavo mese abbondante: alcuni pensavano fossi al quinto, altri al terzo.

Una scoperta inattesa è stata invece vedere come, nonostante l’ora tarda, arrivata a casa non sono riuscita a dormire per un’altra ora svegliandomi poi stamattina in tempo per aiutare i panificatori della zona a infornare la focaccia. Il motivo? Pare che la principessa, dopo aver tanto sentito parlare di triathlon, abbia voluto provarlo in prima persona. Ed ecco allora che, di volta in volta, ha scambiato la sua piccola carrozza per una piscina olimpionica, per uno sterrato da percorrere in mountain bike e una pista di atletica dove correre all’impazzata. Chissà: magari l’ha fatto per aiutarmi a entrare meglio nella mentalità del nuovo lavoro, solo che adesso dovrò sostituire i vestitini rosa zuccherosi con più dinamiche tutine in fibra sintetica. Per entrambe le mise si presenterà, comunque, la difficoltà già rilevata dalla mamma-nonna che – mettendo ad asciugare i body – si è interrogata sulla possibilità che esistano dei gancini mignon. Al che ho suggerito di usare le mollettine con cui i fiorai appuntano le buste ai loro colorati bouquet.

venerdì 2 dicembre 2011

cioccolato, piscina e corredino



Non ne ho mai parlato finora, ma i corsi pre parto sono bel lungi dal potersi considerare la gioia e delizia delle future mamme. Possono anche essere spiazzanti, sconcertanti, persino controproducenti: e non solo quelli in cui ti apostrofano come “donna gravida”. Purtroppo le tante cose che si dicono in quelle sedute - a volte simili a quelle degli alcolisti anonimi («Mi chiamo Mammaconicalzettoni, sono alla settimana tot e in questo cocomerino si rotola una principessa ») – devono essere attentamente vagliate. Soprattutto perché – come certo è naturale – si rivolgono a un target uniforme di “mamme in divenire”, tutte ugualmente preoccupate dei dolori del parto, di come allattare, vestire, nannare il bimbo, come medicare il cordone (compito che, ho scoperto, anche tante “colleghe”,intendono delegare ai Lui di turno) e fargli il bagnetto senza annegarlo o cucinarlo: ovviamente dopo aver evitato che sia affogato nella cacchina santa. In realtà siamo tutte diverse; ma né chi ti sta di fronte (l’ostetrica di turno) né chi ti sta a lato (le altre navicelle madri) sanno la tua storia, particolare che – purtroppo – tendi a dimenticare se l’argomento principe della discussione diventa “QUELLO”. Già, proprio quello che pare essere tanto frivolo e tanto “cattiva mamma” se ci pensi: i chili che stai accumulando e quelli che, si spera, perderai. Quindi: cosa mangiare, cosa evitare e come tornare in forma.

Lo giuro: ieri sarei voluta uscire dalla piscina dell’ospedale e la principessa, a giudicare dai suoi rotolamenti, sarebbe stata oltremodo d’accordo. Gran parte della lezione ha riguardato divieti: verdura a volontà ma NON patate (ma come?? Proprio ora che anche la nostra metropoli si è dotata di fast food?? La cocomerina non aspettava altro!!); frutta in quantità ma NO banane né clementine, cachi, castagne (mi interessa solo delle prime, in realtà, che ogni tanto tuffo nello yogurt a colazione o infilo nella macedonia); NO pane e pasta a meno che non siano integrali; NO carne rossa (non ho poi capito perché, dato che in gravidanza può insorgere l’anemia); per finire, tacito accordo sull’eliminazione totale dei dolci. Per farla breve, mi son sentita uno schifo perché avevo infilato in borsa due biscotti al cioccolato per merenda che, quindi, ho riportato diligentemente a casa e sostituito con uno spicchio di mela. Salvo poi desiderare cioccolata per tutta la notte dopo essermi sorbita il predicozzo di Lui che mi ha ricordato per mezz’ora che ho solo pancia (il che mi ha risparmiato finora l’acquisto di qualsiasi vestito e sto ancora girando nei miei jeans) e che la dottoressa C., da cui andremo mercoledì per il controllo mensile, è entusiasta di come stia procedendo il tutto.

Tuttavia per sedare i sensi di colpa innescati dai discorsi di ieri e dal fatto che stamattina, a colazione, ho tacitato le mie voglie con un panino alla Nutella (perché, come ho già scritto, tanto immagino che saranno gli ultimi fuochi d’artificio che mi concederò: e ciò dovrebbe bastare per non negare alla piccola la cioccolata), anche oggi sono andata in piscina per la ginnastica con le signore. Ed è stato un gran bene per il mio umore e la mia autostima, nonostante l’acqua non abbastanza calda abbia trasformato la principessa in un’alice surgelata. Passare da valutazioni sui chili acquisiti o persi a sentirsi dire «Ma come all’ottavo mese??? Ma lì c’è solo una mezza pancia» è stata una bella botta di energia così come sentirsi “adottate” in blocco (principessa e carrozza) dalla tenerezza di tutte le signore del corso.

Ulteriore motivo di sollevamento dell’umore è stato lo shopping con la mamma-nonna che ci ha permesso di quasi ultimare la borsa per l’ospedale. Devo dire che, come ha confermato la nonna-bisnonna, la bimba ha ora un corredino di tutto rispetto e … simpatia, tenerezza, sofficità. So che dalla foto non si legge, ma sul minuscolo body da minuscola ballerina c’è scritto “Sono la principessa di mamma e papà”: quale vestitino più azzeccato? Così come i calzini, con la scritta “Amo la mia mamma. Amo il mio papà” (rigorosamente in inglese tanto per ribadire la mia anglo/Stati Uniti mania): adeguata ricompensa nei nostri confronti dato il gran daffare attorno alla sua cameretta.


Temevo che, posizionando il tutto sul letto, vestitini e cuffiette potessero diventare la preda ideale del gatto Billy. Mi sbagliavo: ha preferito infilarsi a letto senza pigiama…

mercoledì 30 novembre 2011

Princess' room



Vista dal vivo, la vignetta fa un effetto migliore, sembra quasi proporzionata. Quindi, ho pensato che – dal momento che inizierò subito l’educazione critico-artistica della bimba – teorie rinascimentali come la sezione aurea, la prospettiva, oltre che la conoscenza dell’Uomo vitruviano di Leonardo, saranno gli argomenti che terrò per ultimi, in modo da evitare una botta alla mia autostima per prolungare almeno fino alla conclusione della scuola materna discorsi alle amichette del tipo: «Questo disegno l’ha fatto la mia mamma solo per me: brava, vero?». I primi artisti di cui le parlerò, saranno dunque Picasso e Jackson Pollock: così, tanto per evitare troppo stringenti confronti fra figure umane e animali.
Al momento comunque, data la mia nota iper auto criticità, è stato Lui ad evitare che sostituissi i contorni di Snoopy e Lucy con una manata di colore a coprire il tutto. Tanto, effettivamente, la principessa per qualche tempo non si accorgerà di errori e sbavature. Semmai, quando raggiungerà i 3 anni, potrà chiedersi perché – essendo femminuccia – ha la camera azzurra. «Mamma e papà hanno pensato al loro equilibrio psicologico piuttosto che alle tue eventuali turbe di identificazione sessuale optando per un colore calmante»: questa sarà la risposta.
Ieri, però, avrei voluto (per quanto possibile) rimediare alle sbavature ma, nel marasma che governa casa, non sono riuscita a individuare i giusti barattoli di vernice. E così ho optato per una rapida revisione del corredino, giungendo alla conclusione che è proprio urgente l’acquisto di tutine taglia 1 mese. Nel frattempo ho raccolto accappatoio, asciugamani e body, li ho portati a casa della mamma-nonna e, per poter per dar loro una lavata preliminare, ho iniziato ad aprire le confezioni. I body che Lui e io abbiamo comprato sabato scorso, di taglia 3 mesi (purtroppo non ce n’erano di più piccoli) ispirano una tenerezza infinita, con gli orsetti disseminati su manichette e su quella piattaforma di stoffa che verrà arrotondata dal suo morbido pancino. Ma quelli di taglia 0-1 mese comprati già qualche tempo fa dalla mamma-nonna, completamente bianchi e con incrocio stile scalda cuore all’altezza del collo … beh, a guardarli così non starebbero neanche al mio primo Cicciobello. Pensare che invece, fra non molto, li dovrò infilare a una Sbrodolina in carne e ossa mi ha davvero fatto una strana impressione : e mi son trovata a sorridere senza accorgermene.

martedì 29 novembre 2011

di calze e altre virtù

 
Piccoli appunti degli ultimi giorni.

Dentro la sua carrozza, la principessa rotola e si dimena come non mai: succede quando mi sdraio per dormire e/o riposare se, dalla posizione “cocomero all’aria”, accenno a girarmi sul fianco, cosa che la infastidisce al punto di trasformare la rotondità in un curioso e malleabile parallelepipedo, pronto a curvarsi nuovamente appena torno sulla schiena; succede quando sono seduta troppo diritta o – Dio non voglia – piegata in avanti; succede quando – e questo, per fortuna, non dipende sempre da me – sente della musica troppo ritmata. Sabato sera per esempio, fuori dal bowling, frotte di sbozzetti si riversavano dentro un tendone che pompava disco music a svariati decilioni di decibel: e lei giù di rotolamenti. Domenica, alla festa della cioccolata (dove, peraltro, non ho potuto assaporare nulla vuoi per la gente accalcata davanti agli stand, vuoi perché credo che il mio stomaco fosse sotto il tiro costante dei suoi piedini da Carla Fracci), ha iniziato a scatenarsi con pirouette sulla testa degne dei rapper che ci siamo fermati a vedere. Ieri sera, a teatro, per due ore ha voluto seguire i ritmi caraibici dello spettacolo cubano che siamo andati a vedere vincendo i miei timori di essere sbattuti fuori perché il mio russare disturbava i ballerini: problema evitato, sia perché il volume era molto alto sia perché, al posto mio, si è silenziosamente addormentato Lui.

Nel frattempo, durante il giorno, passata la fase “Oddio! mi servono i pigiami per la borsa da ospedale” sono passata a “Cavolo, mi servono body, tutine, calzini mignon per l’ospedale”. Venerdì pomeriggio pensavo di archiviare la pratica facendo una vasca ed entrando nei (pochi) negozi di vestitini che presenta la città per poi espatriare verso il vicino centro commerciale: non prima, però, di aver assaporato una cioccolata calda. E lo confesso: da qualche tempo non riesco proprio a tenere a freno la gola, con gli inevitabili sensi di colpa del caso che cerco di placare pensando che tanto, tra breve, questi saranno lussi che non mi concederò più. Se questi erano i programmi del pomeriggio, non avevo però fatto i conti con lei, che mi diceva di essere stanca perché eravamo andate in piscina (cosa che ci piace molto perché ormai siamo diventate le mascotte ufficiali delle signore con cui facciamo ginnastica). Così ho solo abbozzato una vasca, oltremodo galeotta. Seppure non ne avessi inizialmente l’intenzione, dopo aver visto la vetrina di un negozio zeppa di pigiami e biancheria con Snoopy e Woodstock in versione natalizia, non ho resistito: sono entrata, dritta e imperturbabile fino al reparto intimo. Sebbene già lo immaginassi, ho rischiato lo svenimento quando ho visto i prezzi, per cui l’unico “accessorio” alla portata del mio portafoglio erano i calzini antiscivolo. Ovviamente presi. Che mamma degenere: esco per il corredino della principessa e torno con un paio di calzini per me! A mia discolpa giocano alcuni significativi fattori:

1)    Sono veramente caldi;

2)   Non ne avevo di così belli;

3)   Evidentemente son stata brava se S. Nicolò è arrivato in anticipo;

4)   Con questi ai piedi sarò la più sciccosa del reparto quando scatterà l’ora X.

5)   Sono in chiaro pendant con il completino fucsia della bimba, di cui riprendono le zampine antiscivolo sulla suola;

Ulteriore occupazione delle mie giornate, così come di quelle della mamma-nonna e pure della nonna-bisnonna, è l’osservazione dei nostri felini e delle loro stranezze. Come ho già scritto, secondo Lui e me quando sarà il momento di tornare a casa chiederanno l’asilo politico per restare qui. Il gatto Degas è infatti diventato oltremodo salutista: appena sveglio, la mattina esce per un po’ di jogging, durante il pomeriggio va a trovare gli amici del quartiere con cui si da appuntamento la sera per un aperitivo prolungato oppure una più breve uscita cui segue ulteriore fuga per il bicchierino della staffa.
 
 
Il gatto Billy, invece, esce solo se letteralmente chiuso fuori casa: lui preferisce le altitudini domestiche, spalmandosi sul mobile della cucina dove forse pensa di abbronzarsi alla luce del neon. Speriamo non gli venga la congiuntivite prima di avergli procurato un paio di occhialini da sole …

sabato 26 novembre 2011

tre cuori e una capanna (e un trio, un fasciatoio...)



Come ho scritto ieri, credo sia normale percepire l’ultimo scorcio della gravidanza come un colossale countdown. E non solo per l’impazienza di conoscere chi, negli ultimi mesi, ti ha accompagnato a far la spesa, ha dormito e fatto la doccia con te, ti ha vista depilarti e ha sobbalzato insieme a te quando, la mattina, ti sei specchiata appena sveglia.

Farò forse nuovamente la figura della mamma degenere ma sono convinta che tutte, almeno una volta, siano state sfiorate da questo pensiero che quindi, per dovere di sincerità, riporto. Il countdown non investe solo la curiosità di conoscere quel curioso miscuglio di me e Lui che continua a rullare come un ossesso nella mia pancia pensando sia una pista di pattinaggio. Il countdown riguarda anche gli ultimi momenti della mia solitudine e di me e Lui come coppia.

Sempre più spesso penso che gli ultimi mesi di questo “viaggio” non li immaginavo né in trasferta né tanto meno con così poco tempo da trascorrere insieme dato che Lui – con tutti i lato positivi e negativi che ciò comporta – passa quasi tutto il suo tempo libero a lavorare a casa. Nonostante la mia avversione per gli stereotipi più o meno sdolcinati della gravidanza, ammetto che mi sarei più volentieri vista comodamente scafata sul divano, con i gatti intorno pronti a consegnarmi il telecomando e aprire la porta in caso di campanello trillante, con Lui completamente servizievole e accomodante nei miei confronti e in quelli della piccola Holly e Benji (visto quanto si agita, inevitabile pensare che si identifichi contemporaneamente con entrambi).

Ma a parte questo, sempre più spesso penso a tutto ciò che faremo in due per l’ultima volta. Mi manca scendere sotto casa per soddisfare la nostra costante voglia di una buona pizza, fermarsi a mangiare fuori durante un’uscita di shopping o dopo un pomeriggio al cinema: pomeriggio, sì, perché ormai la sera non riesco a varcare la soglia delle 21.30 con gli occhi aperti e quindi, inevitabilmente, mi mancano in modo spropositato anche le serate a teatro, a meno di non rischiare (come farò lunedì) di essere cacciata dalla maschera di turno perchè il mio russare disturba la concentrazione dei ballerini. E chiedermi chissà quante volte ancora passeggerò con calma, da sola, in un centro commerciale o in città è un altro dei tanti pensieri.

Ma oggi è stata una giornata speciale. Ed è tutto merito della principessa. E pure dell’autunno, che non permette una rapida asciugatura delle pareti appena dipinte. Così, nell’attesa che la cameretta possa essere perfezionata con la seconda mano di vernice, ieri sera Lui mi ha annunciato che oggi saremmo andati a prenotare tutto l’ambaradan per la piccola: trio, fasciatoio, box e seggiolone.

Non ci credevo. Di solito, all’ultimo cambia idea e mi dice che deve andare a fare qualcosa a casa. Invece no: siamo riusciti a scegliere con comodo ogni cosa, senza che mi sentissi puntati addosso gli occhi degli altri clienti del negozio mentre armeggiavo con ovetto e carrozzina nel tentativo impacciato di aprirli e chiuderli e senza, cosa più importante, che mi partisse il telaio addosso al commesso mentre facevo la manovra per riaprire il tutto. E poi, cambiato centro commerciale, abbiamo scelto insieme la sua prima tutina, con tanto di berrettino stile Snorkys, per poi ripagarla dell’aiuto nella scelta del suo corredo sedendoci per mangiare una pizza, resa ancora migliore da Lui che continuava a ripetere quanto fosse felice di essere insieme a noi e di non vedere l’ora di tornare a casa tutti e tre, pardon, tutti e cinque insieme (mai dimenticare i felini, anche se abbiamo l’impressione che chiederanno asilo politico alla mamma-nonna). Insomma: il paradiso, reso ancor più irreale dal pensiero che – chissà – la prossima volta che torneremo nello stesso posto lo faremo già con la principessa nella sua spider color prugna e lilla.

Ancora una cosa manca a questa giornata già così perfetta e che non potrà far altro se non migliorare. Tra poco andremo con gli amici a giocare a bowling, cosa che senz’altro sarà l’ultima volta che faremo in due e mezzo: questo non toglierà nulla al divertimento di stasera né a quello di quando torneremo in tre. Anche perché una coppia con tre cuori già lo siamo.

giovedì 24 novembre 2011

fatica delle parole vs. fatica del pancione



Immagino sia così per tutte. L’ultimo periodo della gravidanza sembra un colossale countdown, in cui puoi anche assumere le sembianze di una bomba ad orologeria, oltre a quelle di un tricheco costretto a rotolarsi per scendere dal letto o ad accavallare faticosamente le gambe pur di chiudere la zip degli stivali.
È una sensazione che si è acuita negli ultimi giorni, in cui ormai sempre più spesso appoggio la mano sul cocomerino come a dargli coraggio o a ricordargli il principio di Archimede per cui, se anche non immerso in un liquido, può comunque ricevere una spinta dal basso verso l’alto in modo da facilitare la mia locomozione. Mi chiedo come sarebbe possibile per me, visto che in tanti me l’hanno proposto come la manna dal cielo, usare il marsupio per trasportare la principessa: il mio periodo di marsupiaggio l’ho già avuto e se fatico a portarla a spasso adesso che pesa circa 1 chilo e 600 grammi come potrei farlo quando, uscita dal suo camper, peserà 4 o 5 chili?
Ebbene sì: “l’ammontare” della bimba l’ho saputo ieri con la seconda morfologica. Attesa, temuta e voluta con una certa trepidazione dato che, come ho detto giusto l’altro giorno ad un’amica, a volte neppure mi ricordo di essere una navicella-madre con cucciola incorporata. Beh, poi ci pensa lei a ricordarmelo, rotolandosi a più non posso proprio come sta facendo in questo periodo, tanto da spingere anche il medico a commentare quanto sia agitata.
Ed è stato l’unico suo commento spontaneo. Spesso, parlando con le persone o con le colleghe future mamme, si incappa nel discorso se si viene seguite da un ginecologo privato o meno. Vero è che poi, al momento del bisogno, se lui/lei c’è bene sennò ciccia e, a quanto ne ho capito, il grosso spetta comunque alle ostetriche; quindi: perché spendere ogni mese cospicue somme per poi essere lasciate in balia del parto?
Ecco, ieri mattina, la spiegazione. Nei controlli fatti finora da medici che non fossero la dottoressa C. non ho avuto molto di che lamentarmi: cordiali, gentili, pazienti e, soprattutto, consapevoli della curiosità di vedere nel monitor cosa stia facendo il piccolo alien. Ieri no. Nonostante le promesse e una gentilezza di facciata, l’ignoto dottorino ha tenuto lo schermo tutto per sé, limitandosi a stamparmi un profilo della bimba che, per carità, conferma i suoi lineamenti da piccola divinità greca: tipo Pollon, insomma.
Per il resto mi ha solo messo addosso un po’ d’ansia dicendomi che se ho contrazioni come quelle di cui si è reso conto guardando il monitor, è bene che mi scatafasci in ospedale a farmi vedere perché ora, alla 31esima settimana, sarebbe troppo presto per lei soddisfare le sue curiosità su cosa succede fuori dal pancione.

E tante grazie, lo sapevo pure io. Per il resto, senza dubbio sono io che chiedo poco perché mi aspetto che uno dei compiti/doveri dei medici sia quello di dire cosa stiano facendo, cosa vedono e come lo vedono senza essere costantemente infastiditi dal terzo grado della paziente; un po’ sono sempre io che ho deciso di mantenere un alone di mistero su certi aspetti della gravidanza e maternità, per cui non mi sto leggendo l’enciclopedia della mamma e del bambino, evito accuratamente le riviste specializzate dopo essere rimasta traumatizzata dalle fotografie in presa diretta dalla sala parto (e scattate non dal lato della testa della partoriente), ho a stento capito che la montata lattea si riferisce a qualcosa che succede dopo il parto e non in una stalla. Forse tutto questo è sbagliato, ma preferisco vivere il periodo senza aggiungere inutili preoccupazioni alle elucubrazioni che già scandiscono le mie giornate e cercando, per quanto possibile, di non alimentare le ansie mie, di Lui (beh, per arrivare a questo ce ne vuole) e della mamma/nonna.

Ma intanto, dopo aver sentito parlare di contrazioni, ieri son stata a riposo. Oggi no, naturalmente: proprio non riesco a stare senza far nulla.

martedì 22 novembre 2011

pigiama party? no: ma parti col pigiama



I giorni passano molto rapidi, senza una meta precisa, tra impegni e impegnucoli, incontri e pensieri, solitudini e affollamenti. Ma va bene così: almeno ho l’impressione che manchi davvero poco al rientro in casa.
Questo sarà un post un po’ sconclusionato, senza capo né coda, forse con tanti punti sparsi perché – come ho appena scritto – questa è una sequenza di ore, giorni e settimane senza meta ma non per questo meno dense.

Vorrei scrivere dei corsi pre-parto, degli incontri per mamme, delle persone che mi circondano, dei lavori in casa, dei preparativi per l’ospedale: visto che si tratta di abbondante materia non so ancora cosa scriverò, ma so che ho fatto bene – finalmente – a riprendere il computer in mano. E in quest’ultimo periodo non l’ho fatto non tanto per pigrizia ma proprio perché mi sento come una trottola, anche dal punto di vista dei pensieri da condividere. Per fortuna tra qualche ora andrò dalla dottoressa S. e spero con lei di fare un po’ di chiarezza, anche se al posto dei canonici 50 minuti avrei bisogno di 5 ore.
Intanto cominciamo dagli aspetti pratici. Finalmente ieri mattina sono riuscita a comprare i pigiami post parto per l’ospedale. Per molti potrà sembrare banale ma giuro che si è trattato di un’impresa titanica. Dopo aver girato tutti i centri commerciali della regione, in successive tappe che hanno ovviamente coinvolto anche la mamma-nonna, grazie anche al consiglio di una collega del corso pre – parto è bastato far pochi chilometri per trovarne ben due in un unico banco del mercato settimanale.
Ora: tanti (anzi: tante) potrebbero inorridire leggendo “pigiami” e non “camicie da notte”. Ma per me dormire con una camicia da notte è impossibile: troppo freddolosa, non la trovo comoda neppure per l’’estate dato che rischi di svegliarti nel cuore della notte tutta rinvoltolata nella gonnella che, salendo, ti si è incastrata chissà come fin nelle mutande. Per cui, posto comunque che nei primi giorni dopo il parto dormire sarà un lusso, sono stata ben felice quando l’ostetrica T. e le sue colleghe del reparto hanno proclamato che è assolutamente indifferente optare per pigiama o camicia. Posto, però, che entrambe le soluzioni fossero corredate da apertura strategica pro allattamento, quindi: bottoni.
E qui è arrivato il difficile. Le uniche è più diffuse versioni erano degne di Nonna Papera, con fiorellini biedermeier ancora intrisi del profumo di Sissi sui pizzi e merletti posti attorno a collo e polsini. Per non parlare dell’intimo premaman, anche quello presente nei negozi dedicati al benessere di bimbi e mamme: come per i corredini di culle e lettini, anziché colori vivaci e capaci di ispirare simpatia, tutto uno sbocciare di intensi grigi topo, bianco pizzoso (stavolta in stile Luigi XVI) e varie gradazioni di marroncino: roba che neanche la nonna – bisnonna avrebbe il coraggio di indossare a patto di non voler consapevolmente incorrere in una crisi depressiva. E poi, come forse si sarà capito, non sono proprio il tipo che - per il solo fatto di diventare mamma - intende vestirsi da "mamma-anni-80": una mamma, cioè, come quelle della nostra infanzia che (per carità: erano altri tempi e altre mode) a pensarci ora sembrava avessero 50 mentre a malapena sfioravano i 30: traguardo che, è vero, ho ben superato ma che non intendo ribadire insaccandomi in scamiciati sformati, calze contenitive, pantaloni extra large. E la principessa sembra condividere il mio pensiero dato che il meloncino, in realtà in abbondante crescita, finora mi ha evitato l'acquisto di vestiti diversi da quelli che ho sempre portato, compresi i jeans che sono quelli di sempre.

Comunque, tornando ab ovo, trovare pigiami con i faccioni di Minnie o Snoopy era effettivamente una pretesa un po’ troppo elevata, ma almeno quelli che ho scelto hanno dei colori pastello decisamente leggeri e disegnini rasserenanti: proprio ciò che ci vuole per risollevarsi dall’impresa che il parto è ormai diventato nel mio immaginario dopo aver sentito le accurate descrizioni delle ostetriche.

Ma questa è un’altra storia.

p. s.: alla mancanza del mitico bracchetto sul pigiama sopperiranno, fortunatamente, le ciabatte. Grigie sì, ma vuoi mettere il sorrisone di Snoopy a illuminarle?